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Chemthura:
la verità operaia e la menzogna delle istituzioni borghesi
Intervista a cura di Davide
Persico
In occasione delle elezioni per
il rinnovo del consiglio comunale di Latina i partiti di centrodestra e di
centrosinistra candidano padroni, burocrati e carrieristi, il Partito di
Alternativa Comunista candida lavoratori, precari e studenti.
A questo proposito discutiamo con
due candidati operai, dirigenti del Comitato Chemtura (ex Uniroyal) di Latina
Scalo, Paolo Giovannini e Massimo Di Chiappari.
PG. Io lavoro lì dal 1980, e ho
sempre combattuto contro l'azienda. Già allora si erano verificati scarichi di
prodotti tossici nelle acque reflue e la verità sull'effettiva pericolosità
della fabbrica incominciò a circolare tra i lavoratori e tra la gente. Avvenne
in seguito lo smaltimento sottoterra delle celle di eternit e oggi molte delle strutture
sono ancora di amianto, sono state verniciate di rosso le parti danneggiate,
come rimedio alla pericolosità delle fibre. Neanche le ditte esterne sono
tutelate, pensate che gli operai portano a casa le tute da lavoro che vengono così
lavate insieme a i panni di tutti i famigliari.
C'è un sistema di monitoraggio?
PG. Io ho contratto una malattia
nel 2001 e la direzione della fabbrica ha presentato un monitoraggio dell'ambiente
di lavoro che risale al 2002. Ho lavorato in impianti per sette mesi a mani
nude. C'è stato anche un caso di malattia mortale.
Ho fatto una denuncia presso l'Inail
che invece di venirmi incontro ha spifferato all'azienda ciò che avevo. L'Inail
alla fine dopo tre visite mediche, non mi ha riconosciuto nemmeno la malattia
professionale.
La proprietà è passata dall'Uniroyal...
MD. La proprietà si è avvicendata
tra Uniroyal srl e Uniroyal spa, tre o quattro volte, poi c'è stata una prima
fusione con la Cropton, anzi addirittura acquisita, e nel 2005 è divenuta
Chemtura, multinazionale americana che a livello mondiale occupa 6000
lavoratori circa. A Latina Scalo siamo circa 120 operai, in passato eravamo 200
unità.
In cosa consistono le lavorazioni?
MD. Le lavorazioni consistono
nella mescolatura delle materie prime per la produzione di pneumatici e plastiche,
nella produzione di anticrittogamici, fungicidi, acaricidi e nella lavorazione
di gomme per la produzione di taniche.
Parlaci del vostro comitato.
PG. Il nostro comitato nasce
dalla voglia di riscatto e di giustizia. Quando nel 2001 ho contratto una neoplasia
vescicole, venivano fatte analisi generali, di routine, esami del sangue e delle
urine, l'unica cosa straordinaria che veniva fatta fare era un esame citologico
per la ricerca di cellule neoplastiche nelle urine. Questo test venne fatto
fino al 2002, fino al momento in cui ho fatto la denuncia per malattia
professionale. Il nocivo sulla busta paga ci è stato tolto con un accordo tra
RSU e azienda. Ma questa azienda è classificata come azienda a rischio di incidente
rilevante.
In che direzione si sta muovendo il comitato?
MD. Noi volevamo fare ricorso in
tribunale per risarcimento danni, ma i sindacati e le ASL ci hanno detto che
siccome a loro dire non esiste un danno, non ci avrebbe risarcito nessuno. Anche
solo il riconoscimento della malattia professionale sarebbe già un punto a
nostro favore.
PG. A me è stata bocciata la
causa legata alle sostanze pericolose nei processi lavorativi a circuito
chiuso. C'è stato anche un articolo su Il Tempo in cui veniva esposto il
mio caso. Da quel momento ho capito che l'azienda ha paura dei mass-media. Rai3
è stata cacciata e costretta a fare la ripresa con lo zoom dall'esterno.
La nuova dirigenza Chemtura ha
fatto una autodenuncia pubblica per l'utilizzo da parte della vecchia gestione,
di alcune sostanze nocive. Sono responsabilità che non la riguardano, ha voluto
chiudere così la faccenda. L'autodenuncia dell'azienda è un falso perché, anche
con l'attuale gestione, i cicli di lavorazione pericolosi non sono cambiati e la
normativa non è rispettata. Sindacati e padroni con la mediazione dell'Rsu
hanno tentato di intimidire gli operai.
Come voi, anche noi sosteniamo nel
nostro statuto che il rischio deve essere zero per i lavoratori e per le
popolazioni vicine alle fabbriche. È possibile un ciclo produttivo a rischio
zero. I datori di lavoro devono dimostrare se esiste, nelle condizioni odierne,
veramente un rischio zero. I corsi sulla sicurezza si sono ridotti unicamente
al rischio incendi, e non ai pericoli delle sostanze tossiche. Tutta questa
storia sarà raccontata in un libro bianco: la ricostruzione dei cicli e l'uso
di sostanze pericolose come le ammine aromatiche e l'ossido di propilene.
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