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A chi giova la guerra civile in Palestina? PDF Stampa E-mail
domenica 24 giugno 2007
A chi giova la guerra civile in Palestina?
Dietro al conflitto la mano dell’imperialismo americano ed europeo
 
 
di Davide Margiotta
 
A chi giova la guerra civile in Palestina? Certamente non alla causa del popolo palestinese.
Le forze in campo sono impari: da una parte l’imperialismo mondiale e il suo braccio militare in Medio Oriente, Israele, dall’altra un popolo ridotto in miseria e male armato (e con pessime direzioni politiche). E’ un concetto elementare quello per cui in una lotta di liberazione è fondamentale l’unità militare contro l’occupante, anche quando esistono differenze tra le forze della resistenza.

La nascita di fatto di due mini amministrazioni separate (Hamas nella Striscia di Gaza e Fatah in Cisgiordania), è un nuovo enorme ostacolo sulla via della liberazione.
Se questa guerra un effetto positivo lo ha avuto, è stato certamente quello di smascherare definitivamente quello che è diventato Fatah: un fantoccio nelle mani dell’imperialismo, cosa che agli occhi della maggioranza dei palestinesi era del resto già abbastanza chiara (questo, assieme alla sua corruzione, è stata una delle cause principali della sua sconfitta elettorale).
Dal momento della sconfitta elettorale la dirigenza di Fatah ha agito sempre più apertamente come strumento dell’imperialismo mondiale, ponendo i presupposti per questa guerra civile, rifiutando di accettare l’esito elettorale e piegandosi a tutti i diktat delle potenze mondiali, fino alla defenestrazione del governo presieduto da Haniyeh.
La vittoria elettorale di Hamas è stata da subito osteggiata dai paladini della "democrazia" nel Mondo, ovvero Usa e Unione Europea. Immediatamente sono stati sospesi i trasferimenti internazionali all’Autorità Nazionale Palestinese, provvedimento preso di concerto con la Russia e ratificato dal comitato imperialista internazionale, l’Onu.
 
Il governo Fayyad
Nemmeno il varo del governo d’unità nazionale è stato sufficiente a far venir meno le sanzioni economiche che colpivano principalmente gli abitanti della Striscia di Gaza, quasi un milione e mezzo di persone e quasi totalmente dipendenti da quegli aiuti.
Lo scoppio della guerra civile ha però compiuto il miracolo: Yasser Abed Rabbo, uno dei principali collaboratori di Abu Mazen, ha annunciato che se il nuovo governo di Fatah non avrà legami con Hamas la comunità internazionale revocherà l'embargo economico imposto all'Anp. L'annuncio è arrivato dopo un incontro tra Abu Mazen e il console generale statunitense a Gerusalemme, Jacob Walles. Alla decisione statunitense ha subito aderito anche l’Unione Europea.
Il governo della vergogna nato a Ramallah si presenta anche nella sua composizione come una sorta d’avamposto imperialista negli stessi territori della resistenza palestinese: il nuovo premier, nonché ministro dell’Economia e degli Affari esteri, è Salam Fayyad, economista di formazione americana, ex funzionario della Banca Mondiale, uomo vicino all’Amministrazione Bush.
Stati Uniti ed Europa hanno già annunciato una ripresa dell’assistenza diretta al governo ed anche l’Egitto, ostile a Hamas in quanto rivale dell’Iran nel ruolo di potenza regionale, fa parte della partita. Persino Israele ha promesso vantaggi per l’esecutivo d’emergenza guidato da Fayyad, come una maggiore flessibilità ai check point.
Sono stati promessi inoltre assistenza per la sicurezza e provvedimenti economici (per esempio la distribuzione delle entrate fiscali trattenute dai governi controllati da Hamas).
Per Gaza, invece, è in arrivo un’ulteriore stretta, a partire dalla decisione della compagnia energetica Dor Alon di non trasferire altra benzina nella Striscia.
Fatah e Hamas sono due organizzazioni borghesi. Fatah è l’espressione tradizionale della esile borghesia araba, concentrata principalmente in Cisgiordania, in una società più variegata ed eterogenea rispetto alla Striscia. Hamas nasce dalla piccola e media borghesia islamista di Gaza, il suo fondatore è lo sceicco Yassin e nei suoi primi passi è stata abbondantemente finanziata proprio da Israele nel tentativo di scalzare l’egemonia delle organizzazioni laiche e filo-socialiste.
Secondo la Banca Mondiale, il 40% dei bambini della Striscia soffre di malnutrizione, oltre il 70% degli abitanti di Gaza vive sotto la soglia della povertà con meno di 2 dollari al giorno.
 
Né Fatah né Hamas possono svolgere il ruolo di forza dirigente della liberazione
A dispetto della sua leadership, la base sociale di Hamas è proprio questa immensa schiera di diseredati: profughi, disoccupati, lavoratori saltuari, disperati.
Il fallimento delle direzioni nazionaliste borghesi, traditrici e corrotte, ha portato la parte migliore e più combattiva della gioventù palestinese sotto la direzione di Hamas, un’organizzazione reazionaria.
Per quanto non esista alcun dubbio che né Fatah né Hamas possano svolgere il ruolo di forza dirigente della liberazione, vista la dipendenza economica della borghesia palestinese dal capitalismo mondiale, è altresì evidente come una guerra civile tra due opposte fazioni non possa avere altro risultato che favorire chi vuole mantenere il popolo palestinese in catene: le borghesie imperialiste di Israele, Stati Uniti, Comunità Europea, e anche quelle filoimperialiste di molti Paesi arabi.
Il proletariato e le classi subalterne si trovano ora non solo guidate da direzioni fallimentari e traditrici, ma anche divisi.
La sconfitta di Israele significherebbe una sconfitta storica per tutto l’imperialismo mondiale: per questo gigantesco compito solo una direzione a livello internazionale può essere all’altezza.
Perché questo accada è assolutamente urgente e necessaria la costruzione nelle lotte di una nuova direzione, nel quadro della rifondazione di una Internazionale proletaria, che si batta per la costruzione di un unico stato laico di Palestina in cui siano riconosciuti agli ebrei i diritti di minoranza nazionale, nel quadro di una Federazione socialista del Medio-Oriente.
Chi pensa che questa soluzione sia un’utopia rivoluzionaria, una romanticheria d’altri tempi, farebbe bene a riflettere sui risultati di decenni di politica “realista” in Palestina.
 
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