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A chi giova la guerra civile in
Palestina?
Dietro al conflitto la mano dell’imperialismo americano
ed europeo
di Davide
Margiotta
A chi giova la guerra civile in Palestina?
Certamente non alla causa del popolo palestinese.
Le forze in campo sono
impari: da una parte l’imperialismo mondiale e il suo braccio militare in Medio
Oriente, Israele, dall’altra un popolo ridotto in miseria e male armato (e con
pessime direzioni politiche). E’ un concetto elementare quello per cui in una
lotta di liberazione è fondamentale l’unità militare contro
l’occupante, anche quando esistono differenze tra le forze della resistenza.
La nascita di fatto di due mini amministrazioni separate (Hamas nella Striscia
di Gaza e Fatah in Cisgiordania), è un nuovo enorme ostacolo sulla via della
liberazione.
Se questa guerra un effetto positivo lo ha avuto, è stato
certamente quello di smascherare definitivamente quello che è diventato Fatah:
un fantoccio nelle mani dell’imperialismo, cosa che agli occhi della maggioranza
dei palestinesi era del resto già abbastanza chiara (questo, assieme alla sua
corruzione, è stata una delle cause principali della sua sconfitta
elettorale).
Dal momento della sconfitta elettorale la dirigenza di Fatah ha
agito sempre più apertamente come strumento dell’imperialismo mondiale, ponendo
i presupposti per questa guerra civile, rifiutando di accettare l’esito
elettorale e piegandosi a tutti i diktat delle potenze mondiali, fino
alla defenestrazione del governo presieduto da Haniyeh.
La vittoria
elettorale di Hamas è stata da subito osteggiata dai paladini della "democrazia"
nel Mondo, ovvero Usa e Unione Europea. Immediatamente sono stati sospesi i
trasferimenti internazionali all’Autorità Nazionale Palestinese, provvedimento
preso di concerto con la Russia e ratificato dal comitato imperialista
internazionale, l’Onu.
Il governo
Fayyad
Nemmeno il varo del governo d’unità
nazionale è stato sufficiente a far venir meno le sanzioni economiche che
colpivano principalmente gli abitanti della Striscia di Gaza, quasi un milione e
mezzo di persone e quasi totalmente dipendenti da quegli aiuti.
Lo scoppio
della guerra civile ha però compiuto il miracolo: Yasser Abed Rabbo, uno dei
principali collaboratori di Abu Mazen, ha annunciato che se il nuovo governo di
Fatah non avrà legami con Hamas la comunità internazionale revocherà l'embargo
economico imposto all'Anp. L'annuncio è arrivato dopo un incontro tra Abu Mazen
e il console generale statunitense a Gerusalemme, Jacob Walles. Alla decisione
statunitense ha subito aderito anche l’Unione Europea.
Il governo della
vergogna nato a Ramallah si presenta anche nella sua composizione come una sorta
d’avamposto imperialista negli stessi territori della resistenza palestinese: il
nuovo premier, nonché ministro dell’Economia e degli Affari esteri, è
Salam Fayyad, economista di formazione americana, ex funzionario della Banca
Mondiale, uomo vicino all’Amministrazione Bush.
Stati Uniti ed Europa hanno
già annunciato una ripresa dell’assistenza diretta al governo ed anche l’Egitto,
ostile a Hamas in quanto rivale dell’Iran nel ruolo di potenza regionale, fa
parte della partita. Persino Israele ha promesso vantaggi per l’esecutivo
d’emergenza guidato da Fayyad, come una maggiore flessibilità ai check
point.
Sono stati promessi inoltre assistenza per la sicurezza e
provvedimenti economici (per esempio la distribuzione delle entrate fiscali
trattenute dai governi controllati da Hamas).
Per Gaza, invece, è in arrivo
un’ulteriore stretta, a partire dalla decisione della compagnia energetica Dor
Alon di non trasferire altra benzina nella Striscia.
Fatah e Hamas sono due
organizzazioni borghesi. Fatah è l’espressione tradizionale della esile
borghesia araba, concentrata principalmente in Cisgiordania, in una società più
variegata ed eterogenea rispetto alla Striscia. Hamas nasce dalla piccola e
media borghesia islamista di Gaza, il suo fondatore è lo sceicco Yassin e nei
suoi primi passi è stata abbondantemente finanziata proprio da Israele nel
tentativo di scalzare l’egemonia delle organizzazioni laiche e
filo-socialiste.
Secondo la Banca Mondiale, il 40% dei bambini della Striscia
soffre di malnutrizione, oltre il 70% degli abitanti di Gaza vive sotto la
soglia della povertà con meno di 2 dollari al giorno.
Né Fatah né Hamas possono svolgere
il ruolo di forza dirigente della liberazione
A dispetto della sua leadership, la
base sociale di Hamas è proprio questa immensa schiera di diseredati: profughi,
disoccupati, lavoratori saltuari, disperati.
Il fallimento delle direzioni
nazionaliste borghesi, traditrici e corrotte, ha portato la parte migliore e più
combattiva della gioventù palestinese sotto la direzione di Hamas,
un’organizzazione reazionaria.
Per quanto non esista alcun dubbio che né
Fatah né Hamas possano svolgere il ruolo di forza dirigente della liberazione,
vista la dipendenza economica della borghesia palestinese dal capitalismo
mondiale, è altresì evidente come una guerra civile tra due opposte fazioni non
possa avere altro risultato che favorire chi vuole mantenere il popolo
palestinese in catene: le borghesie imperialiste di Israele, Stati Uniti,
Comunità Europea, e anche quelle filoimperialiste di molti Paesi arabi.
Il
proletariato e le classi subalterne si trovano ora non solo guidate da direzioni
fallimentari e traditrici, ma anche divisi.
La sconfitta di Israele
significherebbe una sconfitta storica per tutto l’imperialismo mondiale: per
questo gigantesco compito solo una direzione a livello internazionale può essere
all’altezza.
Perché questo accada è assolutamente urgente e necessaria la
costruzione nelle lotte di una nuova direzione, nel quadro della rifondazione di
una Internazionale proletaria, che si batta per la costruzione di un unico stato
laico di Palestina in cui siano riconosciuti agli ebrei i diritti di minoranza
nazionale, nel quadro di una Federazione socialista del Medio-Oriente.
Chi
pensa che questa soluzione sia un’utopia rivoluzionaria, una romanticheria
d’altri tempi, farebbe bene a riflettere sui risultati di decenni di politica
“realista” in Palestina.
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