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Somalia: l'imperialismo e le sue guerre PDF Stampa E-mail
giovedì 15 marzo 2007

Somalia: l'imperialismo e le sue guerre

Un'analisi sulla recente offensiva militare

 

Alberto Madoglio

 

Come già ricordato in un articolo apparso sul nostro sito web alla fine di gennaio, le forze militari fedeli al governo somalo, grazie soprattutto all'appoggio dell'esercito dell'Etiopia, hanno riconquistato dopo qualche mese la capitale del Paese, Mogadiscio, e tutte le principali città dalle quali erano state cacciate l'estate scorsa dall'offensiva delle Corti Islamiche.
Il precipitare degli eventi negli ultimi dodici mesi nel Paese del Corno d'Africa è il frutto di una situazione di anarchia e guerra civile che si è venuta a creare in Somalia dall'inizio degli anni '90.
La cacciata del dittatore Siad Barre è stata, con l'apporto dell'imperialismo italiano, l'inizio di una guerra in cui nessuna delle fazioni impegnate nella lotta è riuscita ad imporsi in maniera netta sulle altre; si è solo prolungata una situazione di guerra "a bassa intensità", che ha spinto il Paese in un caos senza fine.

 

Il ruolo dell'Onu...

 

La stessa missione di "pacificazione" dell'Onu (Restore Hope) del 1992 non ha fatto altro che peggiorare il quadro. I Caschi Blu americani e italiani si sono macchiati di orrendi crimini nei confronti della popolazione civile, non riuscendo allo stesso tempo a normalizzare la situazione sul campo. Al contrario, dopo essere stati duramente battuti in diverse battaglie dalle milizie dei vari signori della guerra, sono stati costretti ad una vergognosa ritirata (nulla a che vedere con lo sbarco ripreso in diretta qualche anno prima dalle truppe della Cnn).
Da allora la situazione non ha fatto altro che peggiorare. I tentativi di creare un governo di unità nazionale sono sempre falliti. L'ultimo tentativo fatto nel 2004 con la creazione della conferenza per la pace e la riconciliazione non ha avuto nessun risultato, tanto che questo consesso è stato costretto a lasciare il Paese, e a riunirsi in un Hotel di Nairobi, in Kenya! Al contempo la Somalia ha cessato, di fatto, di esistere come entità statale. Due regioni, Somaliland e Putland, si sono dichiarate indipendenti, mentre nel resto del Paese erano i vari signori della guerra a farla da padrone. Non stupisce quindi che l'apparire di una forza politico-militare che si proponeva di riportare la pace nel Paese, abbia avuto largo sostegno dalla popolazione stremata da una guerra civile senza fine, e che in poco tempo sia riuscita a conquistare il controllo di tutta la nazione.

 

...e quello degli Usa

 

Tuttavia la nuova situazione creatasi non era priva di contraddizioni. L'aver in qualche modo normalizzato la vita quotidiana delle persone, garantendo una certa "normalità" nella vita di tutti i giorni, prima infestata di sequestri, omicidi, violenze settarie tra i componenti dei vari clan su cui si basa la società somala, ha avuto come contraltare l'instaurazione di un governo fondamentalista islamico basato sulla sharia. Alla lunga questo tentativo di riportare la pace nel Paese era destinato al fallimento, anche senza l'intervento di forze straniere.
Ovviamente questa nuova situazione non poteva che trovare l'opposizione dell'imperialismo internazionale, ed in particolare di quello Usa, che negli ultimi anni ha fatto della battaglia contro il fondamentalismo la sua ragione di vita.
Stavolta, a differenza che in Iraq e Afghanistan, gli Stati Uniti non sono intervenuti in prima persona, ma si sono serviti di quello che sta diventando il loro miglior alleato in un'area strategica per i loro interessi, l'Etiopia. Washington non poteva aprire direttamente un nuovo fronte di guerra oltre ai due citati, non solo per problemi di opportunità politica (è ancora presente il ricordo della sconfitta subita nei primi anni novanta, al tempo della prima invasione) ma soprattutto per l'impossibilità di disporre di truppe sufficienti. Così ha deciso di "appaltare" questo lavoro al governo etiope guidato da Meles Zenawi.
Quello che era già da tempo il più forte esercito dell'area, una volta finanziato dagli Usa non ha faticato molto a sconfiggere le raffazzonate truppe delle Corti Islamiche e a installare a Mogadiscio il governo fantoccio riconosciuto dalla comunità internazionale. Come in Iraq, tuttavia, la gestione del dopo guerra risulta più complicata del previsto. In varie città del Paese, in particolare nella capitale, quasi quotidianamente vi sono attacchi contro le truppe straniere e i simboli del nuovo governo (nei giorni scorsi colpi di mortaio hanno raggiunto la sede del governo, Villa Somalia).
Le truppe occupanti, poi, col passare del tempo manifestano la loro vera natura, reprimendo nel sangue ogni manifestazione popolare di dissenso contro il nuovo corso somalo. Al di là della propaganda, quindi, anche in questo caso non si tratta di un intervento per la difesa della democrazia e della libertà, ma di una vera azione di guerra condotta, stavolta per interposta persona, dall'imperialismo per tutelare i propri interessi.
Il premier etiope non può essere rappresentato come un campione dei diritti civili e della pace. Quasi dieci anni fa ha scatenato una guerra con l'Eritrea per il controllo di importanti sbocchi sul mare, causando decine di migliaia di morti. Le elezioni politiche del 2005 hanno visto sistematiche intimidazioni contro gli esponenti dell'opposizione al regime. Oggi il Paese è governato col pugno di ferro, viene costretta al silenzio ogni voce critica del Paese (in particolare il movimento degli insegnanti sta subendo una fortissima repressione).
L'unico merito di questo governo è di essere, per il momento, il più sicuro alleato degli Usa in una zona in cui vi è la presenza di "stati canaglia" come il Sudan, e dove i vecchi alleati di Washington, Egitto e Arabia Saudita, non sembrano essere più in grado di garantire il loro ruolo di gendarmi. Anche in quest'occasione la posizione dell'Europa non si differenzia nella sostanza da quella americana. Le critiche italiane all'azione contro le Corti Islamiche hanno avuto come causa il timore di non vedere tutelati i propri interessi economici.

 

Quale prospettiva?

 

La fretta con cui Prodi e D'Alema si sono fatti promotori di una conferenza di pace, si spiega col fatto che l'Italia, che ha già progetti industriali per svariati milioni di euro in Etiopia, vuole vedere riconosciuto il proprio ruolo di potenza regionale in quella che una volta era una sua colonia, e vuole poter partecipare all'ennesima rapina che si sta preparando ai danni del Paese.
In questa situazione il compito di noi comunisti è quello di schierarci senza tentennamenti contro le politiche imperialiste, anche quando queste sono portate avanti in maniera "indiretta". Allo stesso tempo dobbiamo essere consapevoli che nessuna soluzione basata su una fantomatica indipendenza nazionale, che nessuna via che vagheggi su di un ipotetico sviluppo pacifico economico, è oggi possibile in Africa.
Una lotta basata sulla strategia della rivoluzione permanente, in cui le rivendicazioni democratiche siano indissolubilmente legate ad una lotta per l'egemonia politica e sociale del proletariato, è oggi la sola via possibile. Così come deve essere chiaro che il miglior aiuto alle masse somale, etiopi ed eritree potrà venire da un processo di grande mobilitazione radicale di massa che veda protagonisti i due proletariati più forti nel continente africano, quello nigeriano e quello sud africano.

 
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