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Abdul Manan, ucciso dal razzismo della società  capitalistica PDF Stampa E-mail
venerdì 13 aprile 2007
Abdul Manan, ucciso dal razzismo della società capitalistica
 
di Roberto Angiuoni
 
Lo scorso sabato, nel quartiere di Tor Pignattara a Roma, un lavoratore bengalese, Abdul Mohamed Manan, operaio in una fabbrica di Vicenza e da pochi in giorni in cassa integrazione, è stato assassinato a colpi di arma da fuoco. Ospite della sorella e dei nipoti per le vacanze di Pasqua, Abdul è stato ucciso da un pluripregiudicato italiano, già condannato in passato per omicidio e più volte denunciato dagli abitanti del quartiere per "atti di intemperanza" contro gli immigrati.

Abdul Manam, trasferitosi in Italia per garantire alla propria famiglia in Bangladesh il mero diritto al sostentamento, ha perso la vita sotto la scure di questa società e di un razzista squinternato che le forze dell’ordine locali, ad onta del parere del quartiere e degli innumerevoli esposti già presentati dal comitato dei migranti, hanno sempre protetto. I medesimi carabinieri della zona (animati –evidentemente- dello stesso spirito goliardico sfoderato dai loro colleghi in quel di Genova) mesi fa hanno costretto undici lavoratori bengalesi a pulire e lucidare la caserma di Tor Pignattara; non hanno impedito che due settimane fa si sparasse contro un pasticceria del posto gestita da lavoratori indiani; le stesse forze dell’ordine hanno caricato a gennaio tutte le persone accorse in piazza Vittorio Emanuele, dopo la morte in un incendio di Mary Begun e del piccolo Hasib.
Purtroppo tutti questi episodi non sono circoscrivibili alla pur cinica e inquietante realtà romana (cioè al tanto decantato “modello Veltroni”) , ma sono in tutta Italia il prodotto di un’azione sistematica di sfruttamento, e al contempo di repressione, che il padronato sta perpetuando ai danni dei lavoratori e, giustappunto, nei confronti degli immigrati (basti pensare che nell’arco degli ultimi 30 giorni sono state già accertate le morti sul lavoro di decine e decine di operai e lavoratori stranieri –quasi tutti sotto i trent’anni- tra Mantova, Trento, Pavia, Belluno, Rimini, ecc…).

Anche di questo si è parlato nel corso della manifestazione che si è tenuta ieri, mercoledi’ 11 aprile, nel quartiere di Tor Pignattara, per salutare Abul Manam e per denunciare  tutte le campagne razziste contro gli immigrati. Al corteo, organizzato dal Comitato Immigrati d’Italia e dalla associazione Dhuumcatu, hanno partecipato circa cinquecento persone: un altro importante segnale di forza degli immigrati contro chi, con ogni mezzo, sta cercando di spaventarli e di dividerli.
Si sono uniti alla manifestazione -intervenendo al momento della sua chiusura- diversi abitanti del quartiere e la preside di un istituto scolastico della zona, i cui lavoratori –docenti e non- hanno pienamente solidarizzato con la causa di questa mobilitazione.
Tra le forze politiche che hanno manifestato in piazza insieme col Partito di Alternativa Comunista, l’Oci, il centro sociale del “gatto selvaggio sgomberato”, il coordinamento cittadino per la lotta alla casa e, puntuale nelle circostanze luttuose come l’avvoltoio in odor di carogna, il Prc, per mezzo di due suoi dirigenti. Particolarmente “interessante” -e misteriosa- l’unica proposta contenuta nel volantino diffuso al corteo dal Prc (che, condividendo con l’Unione la gestione del Paese, come della Regione, della Provincia, del Comune e… del Municipio in cui è morto Abdul, impossibilitata quindi nella denuncia, non poteva che giocar di fantasia): “chiediamo un intervento dell’Amministrazione pubblica che migliori la qualità urbanistica (!), ridisegnando le piazze e le strade (!) dove le persone possano socializzare e partecipare attivamente alla vita del quartiere e che dia una spinta a uno sviluppo economico locale di tutto il quadrante” (?). Come possano l’allargamento di una o più strade e l’innesto di qualche alberello prevenire  quelle tragedie a  sfondo razzista che il Prc stesso, sostenendo la politica di sacrifici e guerra del governo Prodi, sta rinfocolando a spron battuto è l’interrogativo che poniamo a lorsignori dirigenti di Rifondazione.

All’opposto, nel suo intervento conclusivo, il Partito di Alternativa Comunista, partendo da quanto accaduto ad Abdul e a tutti i bengalesi in questi mesi, è tornato sul tema della lotta contro il governo Prodi e le sue politiche, che “se non respinte con l’azione e l’intervento di tutti i lavoratori, mieteranno altre vittime, e non soltanto tra gli immigrati”.
Il Partito di Alternativa Comunista ha messo in risalto il grande successo di partecipazione ottenuto dai migranti nelle manifestazioni degli ultimi mesi (novembre-marzo); ha elogiato la protesta decisa ed orgogliosa che centocinquanta lavoratori immigrati hanno destinato al ministro del Prc Ferrero (cofirmatario, con Amato, di un nuovo ddl razzista in materia d’immigrazione), il 28 marzo nel corso di  un’assemblea a Roma; ha lanciato nuovamente la proposta di una lotta continuata unitaria, di tutte le comunità dei lavoratori stranieri (a prescindere dalle più varie diversità di etnia) e di tutti i lavoratori romani e italiani, attorno ad una piattaforma rivendicativa generalizzante: permesso di soggiorno, diritto al lavoro e alla casa per tutti i migranti; cittadinanza italiana automatica per tutti i bambini stranieri nati in Italia; ritiro immediato di tutte le leggi di precarietà, sfruttamento e discriminazione (dalla Treu alla Biagi; dalla Turco-Napolitano alla Bossi Fini); ritiro delle truppe italiane da tutti i Paesi dipendenti.
Poche, semplici parole d’ordine, da cui però non si può prescindere per un’alternativa di sistema ad governo anti-operaio che, per dirla con Marx, “come quell’orribile idolo pagano, non vuole bere il nettare, se non dai teschi dagli uccisi” .
 
 
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