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L'Araba
fenice di Ferrando
di Francesco Ricci
"Sire, su che cosa regnate?" chiede il Piccolo principe nel
celebre romanzo di Saint-Exupéry al re di un asteroide così piccolo da non
contenere nemmeno lo strascico del suo mantello. Il re - pur non avendo sudditi
e anzi vivendo completamente solo - è convinto di essere molto potente e financo
di governare il moto dei pianeti.
Qualcuno sa spiegarmi perché mi viene spontaneo associare il leader del
Partito del Lavoro (o come si chiama) a questo re (ben disegnato con tanto di trono
e corona) che regna convinto di avere milioni di sudditi in un libro per
ragazzi? Può essere che l'associazione mi sia venuta sentendo Ferrando in una
intervista al Tg assicurare che il suo partito ha già un seguito di centinaia di migliaia di persone?
A Ferrando e al suo Pl (qualcuno lo ha maliziosamente rinominato
Partito del Leader) vanno riconosciuti alcuni record. Ha scardinato la teoria
dei numeri finora conosciuta: per contare i suoi aderenti non basta l'infinito
numerico. Ora sfida anche ogni legge della fisica, riuscendo a creare il primo
partito virtuale della storia.
"Che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa", così
Metastasio cantava l'Araba fenice, che pure Erodoto diceva di non aver mai
visto "se non dipinta". Così come nessuno è ancora riuscito a vedere
i militanti di Ferrando a una manifestazione. I giornalisti dei due poli, per
interessi diversi ma convergenti, riprendono frequentemente le dichiarazioni
reboanti di questo re senza regno, di questo leader di un partito che non c'è e che esiste solo nelle dichiarazioni alla stampa.
Eppure a Ferrando va riconosciuta la capacità di innovare non solo in
campo matematico e fisico, ma anche di aver saputo far polpette di un
fondamento della logica quale è il principio di non contraddizione. Si credeva
(roba che risale ad Aristotele) che una cosa non possa al contempo avere e non
avere una stessa proprietà. Sbagliato.
Il partito di Ferrando è al contempo capace di lottare contro le
burocrazie sindacali (almeno nei testi scritti) e pronto a stringere un patto
con Cremaschi per non ostacolare la gestione burocratica della Rete 28 aprile.
E' un partito contrario alla collaborazione di governo eppure vanta tra
i suoi militanti un certo Mondrian che a Roma aspirava ad essere eletto per
fare "l'assessore alla felicità" per "consigliare" Veltroni.
E' un partito che qui e là (senza dare troppo a vedere) si dichiara
erede del bolscevismo eppure si costruisce sui principi menscevichi
dell'adesione senza vincolo di militanza o condivisione programmatica.
E' un partito che cresce nei numeri (almeno nella numerazione inventata
da Ferrando) proprio mentre metà del suo gruppo dirigente decide di stare,
insieme al direttore del giornale, Veruggio, in Rifondazione, rompendo con
Ferrando.
E' un partito il cui leader si dichiara (almeno fino a qualche tempo
fa) "trotskista" ma che riesce a non nominare mai questo termine (e
quello che significa politicamente) nell'assemblea fondativa (in modo da non
spaventare una decina di mao-stalinisti che hanno prontamente aderito).
E' un partito che fa appello ai giovani ma che non ne ha ancora reclutati
due.
E' un partito ma non ha nessuna delle caratteristiche che comunemente
si tendono ad associare a un partito: una struttura, un gruppo dirigente, dei
collettivi locali, un radicamento e soprattutto dei militanti in carne ed ossa.
Come l'Araba fenice, esiste solo nei dipinti (non nelle foto perché in
genere sono più cattive). Come il Re di Saint-Exupéry Ferrando parla a folle immense
che solo lui riesce a vedere. Eppure le contraddizioni che violano ogni
principio della logica non sono finite. Nello stesso Capo (la Guida unica, al
secolo Marco Ferrando, che seguito da una chiocciolina diventa anche l'indirizzo
e-mail del partito) convivono il rivoluzionario di opposizione ai governi
borghesi e il senatore mancato che dichiara candidamente sul Manifesto che in caso di elezione avrebbe
votato contro il governo... solo a patto che il suo voto non fosse determinante (sic); viceversa avrebbe valutato "altre soluzioni, incluse le
dimissioni da parlamentare", pur di non far cadere Prodi, pur di non
disturbare il governo dei banchieri di cui il suo partito sarebbe fiero
oppositore.
Sarebbe quindi più appropriato parlare di obiezione di coscienza che non di opposizione di classe.
Trotskista e non trotskista, antiburocratico e amico dei burocrati, bolscevico
e menscevico, di opposizione e di obiezione, gigantesco e invisibile. Questo è
il partito di Ferrando.
Che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa.
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