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Costruire un'alternativa rivoluzionaria alla crisi dell'UE PDF Stampa E-mail
venerdě 30 giugno 2017

Costruire un'alternativa rivoluzionaria

alla crisi dell'UE

Dichiarazione delle organizzazioni della
Lit-Quarta Internazionale in Europa


Davanti alla crisi finanziaria del 2007/2008, i principali Paesi imperialisti europei, per evitare il fallimento finanziario, il crollo dell'euro e la caduta nella depressione, ricorsero al salvataggio pubblico delle banche e al saccheggio della periferia, e iniziarono pesanti attacchi alle conquiste sociali in alcuni Paesi centrali come la Gran Bretagna. 

I Paesi debitori della periferia, su intervento della troika, furono sottoposti a una cura da cavallo. I loro bilanci pubblici furono espropriati e furono loro imposti dei selvaggi piani di accomodamento e delle controriforme che hanno prodotto un nuovo modello di sfruttamento e hanno accentuato la loro dipendenza, fino ad arrivare all'estremo di modificare lo statuto nazionale di Paesi come Grecia e Portogallo, ridotti a semicolonie dell'imperialismo tedesco ed europeo. 

 

Crisi strutturale e offensiva contro la classe lavoratrice e la periferia

Ma la spoliazione della periferia non fu sufficiente. La ripresa nei Paesi imperialisti centrali dell'UE era anemica e tutti i problemi di fondo persistevano, con l'economia europea intrappolata nell'ondata discendente apertasi nel 2008, con crescite deboli e speculative e recessioni profonde.Perciò, il grande capitale europeo, mentre manteneva l'offensiva contro la periferia, ha dovuto attaccare frontalmente la classe lavoratrice dei Paesi centrali, incominciando dalla Francia. Questo è il significato della riforma del codice del lavoro del governo Hollande, che Macron vuole portare ancora più lontano, con l'obiettivo di cambiare il modello di sfruttamento della classe lavoratrice francese. In questo quadro rientra anche la raffica contro il “modello sociale belga”, il pesante attacco contro i diritti dei lavoratori in Italia e l'offensiva capitalista in Gran Bretagna (col servizio sanitario nazionale e i servizi municipali duramente colpiti e con milioni di “contratti a zero ore”)
 
L'ampliamento del divario tra i differenti Paesi ha prodotto un grande salto nella disuguaglianza sociale in ogni Paese. Frattanto, dall'introduzione dell'euro, la Germania si è convertita nella grande potenza industriale e finanziaria europea ed ha riaffermato la sua schiacciante egemonia politica e istituzionale.
In questo processo, l'UE si è mostrata come una macchina di guerra del capitale finanziario europeo contro la classe lavoratrice e le masse popolari europee. La sua azione politica rispetto alla crisi dei rifugiati e dei migranti, e le sue misure nei Paesi periferici, in particolare la Grecia, fanno parte della storia dell'infamia.
La sua azione più recente è l'imposizione (con la complicità di Tsipras, contro il cui governo si è da poco realizzato il sesto sciopero generale) del cosiddetto “quarto memorandum” greco: l'ultimo e brutale pacchetto di misure imposto dalla troika che include un'ulteriore sforbiciata alle pensioni pubbliche (e sono già 13!), un nuovo carico di imposte, che colpisce in pieno i settori più disagiati, e nuovi tagli alle prestazioni sociali e ai diritti dei lavoratori. La spoliazione si completa con ulteriori vendite a prezzo di saldo di ciò che rimane del patrimonio pubblico nazionale e il trasferimento a “fondi avvoltoio” stranieri dei crediti morosi delle banche greche.
Il neoeletto presidente francese, Macron, ha annunciato che intende approvare prima dell'estate, per decreto, senza dibattito né approvazione nell'Assemblea nazionale, una nuova riforma del lavoro e altre misure di attacco alla classe lavoratrice francese. 

 

Brexit e Trump: è tutto sottosopra

Il grande capitale europeo, guidato dalla Germania, ridisegnò il suo progetto davanti alla crisi accentuando la strategia applicata fino a quel momento. La “relazione dei cinque presidenti” del 2015 parlava di “rifondare” l'UE in 10 anni, accentuando la centralizzazione, ostacolando eventuali “deviazioni” da parte di qualsiasi governo, sottomettendo completamente la periferia. Questa politica si accordava col TTIP, il trattato di “libero commercio” da firmare con gli Usa, volto a eliminare le restrizioni all'accesso delle multinazionali europee e americane ai servizi e contratti pubblici, e a blindare i loro diritti nei tribunali privati.
Ma la Brexit e la vittoria di Trump hanno mutato lo scenario. Il referendum britannico, frutto di uno scontro interborghese, si svolse nel mezzo di una profonda crisi sociale, con disoccupazione massiccia nelle città del Nord, un alto grado di precarizzazione del lavoro e attacchi profondi ai servizi pubblici fondamentali. Raccogliendo un voto molto eterogeneo, la maggioranza si pronunciò per la Brexit, assestando un duro colpo all'Ue e mettendone a nudo la fragilità: l'uscita dall'UE ha smesso di essere un tabù.
Da parte sua, la vittoria di Trump mette in crisi la strategia di appoggio alla “costruzione europea” promossa a partire dalla seconda guerra mondiale dall'imperialismo nordamericano e appoggiata su un'alleanza privilegiata con la Germania. Trump preferisce trattare individualmente con ogni singolo Paese piuttosto che con un'Europa tedesca.
Nel 60° anniversario del Trattato di Roma, l'UE vive il suo momento storico peggiore, con una crisi che minaccia la sua stessa esistenza. 

 

Governi e regimi in crisi

La crisi dell'UE non è solo la crisi del progetto centrale del grande capitale europeo ma è anche quella del regime politico di Paesi decisivi, nei quali si è aperto un periodo di grande instabilità politica. È il caso della V Repubblica francese, in piena crisi, coi principali partiti borghesi che l'hanno sostenuta, il partito socialista e quello gollista, duramente colpiti, con un esteso rifiuto popolare verso un regime nel quale la voce delle masse popolari non conta e una polarizzazione sociale che si è espressa nel voto all'ultradestra del Front National e a Melénchon. La vittoria di Macron è una boccata di ossigeno temporanea, ma non ferma questa crisi.
È anche il caso dell'Italia, dove Renzi ha perso il referendum costituzionale e ha dovuto dimettersi. Il suo Partito democratico, erede del vecchio Pci e di settori della Democrazia cristiana, principale partito borghese del Paese, si trova sommerso in una grave crisi, così come il partito di Berlusconi, con i sondaggi che danno Grillo come vincitore se oggi si svolgessero le elezioni, sebbene con l'attuale legge avrebbe grandi difficoltà a formare un governo.
La situazione è la medesima per quanto riguarda la Spagna, dove il governo Rajoy vive avvolto in un mare di scandali di corruzione. In minoranza, governa grazie al supporto del Psoe e dei sindacati ufficiali. Si affronta, inoltre, la questione dell'indipendentismo catalano, un conflitto che mette in discussione il cuore stesso del patto di transizione che diede luogo all'attuale regime monarchico.  

 

La resistenza dei lavoratori

Abbiamo vissuto poderose lotte di resistenza, con picchi come le grandi mobilitazioni contro i tagli in Spagna tra il 2012 e il 2014, la grande lotta in Grecia, col suo momento culminante nel referendum del luglio 2015 e, più di recente, la battaglia della classe operaia francese contro la legge di riforma del lavoro di Hollande nel primo semestre del 2016.
Queste mobilitazioni, che hanno avuto un forte impatto sul continente, non furono unificate e rimasero isolate nazionalmente. La burocrazia sindacale svolse un ruolo decisivo per ostacolare l'unificazione delle lotte in scioperi generali che, legati a una mobilitazione su scala europea, avrebbero reso possibile il ritiro degli attacchi, l'abbattimento dei governi e la sconfitta dell'UE e della troika. Quest'azione nefasta della burocrazia sindacale andò a braccetto con quella della maggioranza della sinistra politica europea: qualcuno si immagina i partiti “amici del Pasok” e “amici di Tsipras” fare appello a una mobilitazione europea in appoggio alle masse popolari greche?
Tuttavia, le mobilitazioni hanno dimostrato la capacità di lotta della classe lavoratrice europea e hanno evidenziato che, al di là delle differenze nazionali, questa non è disposta a rassegnarsi e ad accettare l'offensiva del capitale e che, nonostante i colpi ricevuti, non è stata sconfitta e torna a mobilitarsi per contrastare i nuovi attacchi. 

 

Riformismo e neoriformismo: gli amici del Pasok e gli amici di Tsipras

Si assiste a una crisi acuta e a una decadenza dei vecchi partiti socialdemocratici, tempo fa convertiti in partiti social-liberali, corresponsabili dell'offensiva capitalista contro la classe lavoratrice europea. Il caso recente più evidente è quello del Psf di Hollande, con chiari sintomi di “pasokizzazione”: abbandonato dalla sua base, affossato dal discredito popolare per la sua belligeranza contro le conquiste operaie e con la sua ala destra passata con Macron.
L'ascesa di Corbyn in Gran Bretagna ha riflettuto una crisi del partito laburista che viene da lontano, che include scontri dell'apparato del partito con la burocrazia sindacale e, soprattutto, il ripudio di gran parte della classe lavoratrice e della gioventù britannica verso il “New Labour” instaurato da Blair. Tuttavia, nonostante abbia recuperato l'appoggio di settori importanti di giovani e lavoratori, Corbyn, da quando è stato eletto leader del Labour, si è rifiutato di rompere con l'ala destra del partito, ampiamente egemonica nel gruppo parlamentare e nelle cariche municipali.
Il suo programma elettorale prospetta di ricostruire parzialmente il welfare state aumentando le imposte ai più benestanti e proponendo alcune nazionalizzazioni limitate, ma dicendo molto poco sulle migliaia di milioni di sterline saccheggiate dai servizi municipali. Tutto, ovviamente, senza mettere in discussione la proprietà delle banche e delle grandi imprese, né il regime politico britannico e le sue istituzioni, né i patti e gli impegni internazionali del capitalismo inglese (come la NATO o il dispiegamento imperialista di truppe britanniche nel mondo) e nemmeno l'armamento atomico. Rispetto all'UE, cerca una sistemazione amichevole nel quadro del mercato unico e dell'unione doganale. È un programma alla ricerca di un “capitalismo (imperialista) dal volto umano” che si vorrebbe applicare in maniera “pragmatica e ragionevole”, debitamente “sotto la supervisione dell'Ufficio di responsabilità sul bilancio”.
Ma finché il grande capitale controlla le principali fonti economiche e statali non solo i punti sociali del programma di Corbyn non avranno possibilità di realizzazione ma, nel caso in cui fossero imposti sotto la pressione sociale, la loro sopravvivenza avrebbe i giorni contati. In realtà, non c'è modo di recuperare le conquiste del welfare state senza che la classe lavoratrice espropri il capitale ed assuma il potere. Del resto, se si riuscì ad ottenere il welfare state dopo la seconda guerra mondiale fu perché la borghesia aveva paura della rivoluzione sociale.
Ad ogni modo, la cosa più sorprendente è l'allineamento incondizionato della sinistra britannica con Corbyn, che è venuto a salvare il Labour. Da Left Unity e Trade Unione and Socialist Coalition (Tusc), passando per il Socialist Party e il Socialist Workers Party, tutti hanno rinunciato ad avanzare un'alternativa rivoluzionaria indipendente. Per tutti loro, come dice Left Unity: “la ricostruzione del Partito laburista come partito socialdemocratico di massa è vitale”.
Ma dove l'evoluzione è stata più folgorante è con Tsipras-Syriza, che il grosso della sinistra europea (Podemos, Izquierda unita, il Bloco portoghese, Mélenchon, Die Linke…) aveva presentato come eroi della lotta contro l'austerità e come modello di riferimento di fronte ad una socialdemocrazia al servizio della troika e in caduta libera. Tuttavia, arrivati al governo, Tsipras e Syriza dall'essere la “sinistra radicale contro austerità” e la “frusta” del Pasok si sono trasformati nel suo sostituto. Hanno tradito le masse popolari greche in occasione del referendum e si sono trasformati nei nuovi esecutori della troika, nei gestori della politica criminale dell'UE contro i rifugiati.
In Portogallo, il Bloco de esquerda (insieme al Pcp e alla burocrazia della Cgtp) fa parte della base parlamentare del governo del Psp, con l'argomento che sarebbe l'unica politica possibile per ostacolare la svolta a destra. In questo modo il Bloco avalla la politica di austerità della troika applicata da Antonio Costa, anestetizza la mobilitazione ed alimenta la falsa illusione che sia possibile una soluzione per il Paese nel quadro dell'UE e della vie parlamentari.
In Germania, Die Linke governa già col Spd nei lands della Turingia e del Brandenburgo e aspira a trasformarsi nel suo socio minore in un improbabile governo federale. In Spagna, Podemos, che ha già spento buona parte delle illusioni che aveva risvegliato, si mostra come un apparato elettorale che lega la sua futura entrata al governo a una coalizione col Psoe. In Francia, il programma di Melénchon, ex ministro di Jospin e candidato della “Francia Indomita”, evidenzia una distorsione nazionalista (comprese dichiarazioni xenofobe e una torsione imperialista in relazione alla Guyana francese nelle passate elezioni presidenziali), non tocca la proprietà delle grandi imprese e delle banche, né rompe con la politica imperialista francese.
Nessuno di loro, Melénchon, Podemos, il Bloco de esquerda, Die Linke e Syriza,  prospetta la rottura con l'UE. Semmai propongono di “modificare i trattati” per una sua “rifondazione”.

 

Avanzare una risposta internazionalista all'offensiva capitalista, lavorare per costruire un'alternativa alla burocrazia sindacale

Se c'è qualcosa che non deve più ripetersi è che, in situazioni come il referendum greco o la mobilitazione contro la legge sul lavoro in Francia, non ci sia una risposta europea del movimento operaio, benché per il momento sia minoritaria.
Adesso abbiamo il “quarto memorandum” greco ancora caldo, ci sono i decreti annunciati da Macron per il mese di luglio (per radicalizzare la controriforma del lavoro e attaccare altre conquiste basilari del movimento operaio francese) e le aggressioni in corso in altri Paesi.
Per questo motivo è urgente che dal sindacalismo combattivo si mettano in moto i preparativi per convocare una giornata europea di lotta che dia una risposta unitaria all'offensiva dell'UE, sostenga la classe operaia francese e le masse popolari greche e unifichi in ogni Paese le lotte in corso, in confluenza coi movimenti unitari di lotta esistenti.
Bisogna dare tutto il supporto al sindacalismo combattivo e agli organismi unitari di lotta che sorgono in diverse parti dell'Europa, come le Marce della dignità in Spagna o il Fronte di Lotta No Austerity in Italia. È necessario rafforzare i sindacati combattivi che si raggruppano nella Rete sindacale internazionale di solidarietà e lotta. Bisogna lavorare senza sosta per avanzare un'alternativa sindacale alle centrali burocratiche.
Abbiamo bisogno di una risposta solidale contro le riforme che distruggono i diritti dei lavoratori e sindacali e si scagliano contro il sistema pubblico delle pensioni; per non pagare un debito illegittimo; in difesa di servizi pubblici gratuiti e di qualità; per l'istituzione di un salario minimo europeo dignitoso; per piani di contrasto alla disoccupazione basati sulla ripartizione del lavoro senza diminuzione di salari; per le rivendicazioni della donna lavoratrice; contro la repressione alle lotte ed in difesa delle libertà democratiche sotto attacco. 

 

Costruire un'Internazionale rivoluzionaria in Europa

Per noi della Lega Internazionale dei Lavoratori (Lit-Qi), la lotta per organizzare una risposta internazionalista europea è indissociabile dalla lotta per costruire un'alternativa di direzione rivoluzionaria in Europa. Questa è il nostro impegno, questa è la nostra battaglia.
Tsipras ha dimostrato che se uno si sottomette all'Unione Europea e all'Euro, per quante promesse e per quanti discorsi faccia in apparente opposizione a essi, non appena arriva al governo si trasforma nell'esecutore della troika. Ripudiamo questo neoriformismo che non va oltre le elezioni e le istituzioni borghesi e che si copre con frasi vuote sulla “radicalizzazione” della democrazia e la “rifondazione” dell'UE…per poi finire a governare per il capitale sulla pelle delle masse oppresse.
La lotta e l'impegno della Lit sono volti alla costruzione di un raggruppamento militante indipendente dalla borghesia, dalla socialdemocrazia e dal neoriformismo, dagli amici del Pasok e dagli amici di Tsipras. Un raggruppamento classista e internazionalista contrapposto ai governi della troika, siano questi formati da partiti di destra, da Hollande o Gentiloni, da Costa in Portogallo o da Syriza in Grecia. Un raggruppamento per la rivoluzione socialista europea, dove il lavoro istituzionale sia solo un elemento ausiliare della lotta extraparlamentare. Un raggruppamento la cui strategia passi per la rottura con l'UE e per l'avanzamento verso un nuovo regime politico e sociale basato sulla democrazia operaia e sulla proprietà sociale dei grandi mezzi di produzione, per una Europa dei lavoratori e delle masse popolari, cioè per gli Stati uniti socialisti d'Europa. 

 

Partito di alternativa comunista (Pdac), Italia

Corriente roja, Spagna

Em luta, Portogallo

Ligue communiste des travailleurs (LCT-CWB), Belgio

International socialist league (ISL), Gran Bretagna

 
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