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Dopo l’8 marzo non spegniamo la lotta di classe PDF Stampa E-mail
mercoled 21 giugno 2017

Dopo l’8 marzo

non spegniamo la lotta di classe

 

 

di Laura Sguazzabia

Donne e uomini in ogni parte del pianeta l’8 marzo scorso hanno aderito all’appello internazionale lanciato dal movimento #NiUnaMenos per uno sciopero contro la violenza sulle donne. Anche in Italia migliaia di donne e di uomini hanno risposto all’invito di NonUnaDiMeno conquistando strade e piazze, dando vita ad una straordinaria mobilitazione durante la quale alle rivendicazioni contro i femminicidi, la violenza sulle donne, il maschilismo e l’oppressione, si sono sommate altre richieste: diritto pieno e gratuito all'aborto, a lavoro uguale salario uguale, contro i piani di austerità ed i tagli ai diritti delle lavoratrici e dei lavoratori.

 

Dalla mimosa allo sciopero

Lo sciopero dell’8 marzo scorso ha registrato nel nostro Paese una partecipazione talmente straordinaria da costringere la stampa borghese ad occuparsi di questa ricorrenza per la prima volta da anni in un modo totalmente diverso: niente più servizi od articoli sulle uscite in pizzeria o in discoteca, ma le riprese e le fotografie di cortei e manifestazioni. L’uso dello strumento di lotta dello sciopero per dire no alla violenza ha segnato, in parte, l’inizio del superamento dell’interclassismo connaturato ad iniziative precedenti ed ha impostato da un punto di vista di classe il problema, ponendo l’accento sul concetto che la lotta contro la violenza sulle donne è anche lotta contro il sistema economico e sociale che la genera, il capitalismo.

Questo 8 marzo è stato diverso perché ha segnato la rinascita di quelle temute parole che fanno tremare di paura la borghesia imperialista, lotta di classe, perché ha recuperato una ricorrenza che è nata in relazione alla lotta delle operaie, delle lavoratrici sfruttate ed oppresse dal capitalismo a partire dalla fine del XIX secolo e agli inizi del XX, una ricorrenza che nel 1917 ha dato inizio con uno sciopero di donne operaie a Pietrogrado, nella Russia zarista, alla rivoluzione operaia più grande della storia, una ricorrenza che la borghesia mondiale ha cercato di convertire in una giornata di business e marketing ideologico e materiale in cui regalare mimose e cioccolatini, disperdendo nel consumismo e nella distrazione mediatica il suo carattere combattivo e anticapitalista, il suo carattere di classe.

Questo 8 marzo è stato diverso e vogliamo che rimanga tale, che la lotta delle donne contro l’enorme disuguaglianza sociale che sono le prime a sperimentare, abbia un ulteriore sviluppo, quella lotta che sta crescendo in tutto il mondo insieme alla lotta degli sfruttati, dei più oppressi: le donne lavoratrici e povere, le popolazioni emarginate delle grandi città, i lavoratori immigrati, i neri, si uniscono in un solo insieme contro un nemico comune, l’imperialismo e i governi borghesi che in tutto il mondo seminano la barbarie.

Questo 8 marzo noi c’eravamo e siamo orgogliose di aver contribuito perché lo sciopero della produzione, totale o parziale in alcune imprese, fosse un dato di fatto. Lo abbiamo fatto col nostro impegno sindacale, lo abbiamo fatto nei posti di lavoro e di studio con raduni e assemblee e lo abbiamo fatto con un nostro appello unitario e la nostra partecipazione alle manifestazioni. Riteniamo tuttavia che questo successo sia solo il primo passo e che si debba ancora parlarne a lungo per evitare che la lotta per la nostra emancipazione si interrompa a metà strada.

 

Non fermiamoci a metà strada

Il movimento NonUnaDiMeno si è riunito in un’assemblea per delegate a Roma il 22-23 aprile scorsi. Si è trattato della terza assemblea nazionale a conclusione della quale sono stati prodotti documenti di sintesi e di proposte per ogni tavolo tematico di discussione. Abbiamo letto con grande interesse questi documenti nei quali la grande potenzialità del movimento, esplosa con lo sciopero dell’8 marzo, emerge dialetticamente ma, a nostro avviso, non concretamente. Il rischio, dal nostro punto di vista, è quello di canalizzare l’energia e la lotta del movimento in un percorso istituzionale di politiche di genere, mirate all’ottenimento di misure legislative che superino la parità giuridica formale o volte a sensibilizzare sui diritti già formalmente esistenti, non tanto ad introdurne di nuovi.

La forza di coesione che le donne hanno dimostrato in piazza l’8 marzo permette di chiedere molto di più che sedersi al tavolo dei governanti a raccoglierne le briciole.

Non chiediamo solo che uomini e donne condividano equamente i lavori domestici, ma esigiamo di socializzarli ed eliminarne la funzione di lavoro in proprio non retribuito.

Non chiediamo solo la corretta applicazione di una legge molto limitata come la 194, ma esigiamo l’abolizione dell’obiezione di coscienza perché, se un diritto deve prevalere sull’altro, che sia quello delle donne alla propria autodeterminazione.

Non chiediamo soltanto l’erogazione dei finanziamenti dovuti ai CAV (Centri Anti Violenza), ma esigiamo servizi e condizioni di vita e di lavoro che consentano alle donne una reale emancipazione ed indipendenza.

L’inserimento della donna nei processi produttivi dovrebbe rappresentare il punto di partenza per uscire dalla propria casa, gettando le basi per una sua emancipazione. Invece l’ha resa forza-lavoro da sfruttare - spesso ancora più dell’uomo perché più ricattabile e sottomessa – obbligandola a farsi carico della cura del resto dei lavoratori, possibilmente riproducendo altre braccia da lavoro nell’arco della propria vita. La progressiva distruzione dei servizi pubblici sovraccarica i compiti della donna lavoratrice, rinforzando le catene della schiavitù domestica, allo stesso modo la disoccupazione massiccia determinata da una crisi ormai decennale, non solo aggrava le condizioni di vita della classe lavoratrice, ma si accompagna al deterioramento delle relazioni umane. Ciò provoca ancor più violenza nella società e nella famiglia, violenza di cui le donne ed i bambini sono le principali vittime.

 

Uniamoci con la nostra classe per vincere!

L’esempio di lotta e di mobilitazioni che il movimento ha offerto l’8 marzo, non deve restare isolato, ma può e deve essere riprodotto perché giorno dopo giorno nel corso degli ultimi anni (e nella storia dei secoli scorsi), le donne in ogni angolo del pianeta hanno cominciato a porsi significativamente e proficuamente alla testa della resistenza, ci hanno insegnato come sconfiggere i piani dell’imperialismo, come resistere alle invasioni, come lottare per l’istruzione, come difendere ciò che si è conquistato, come reclamare l’uguaglianza salariale, come combattere per la propria vita, e così via. La nostra proposta è quella di continuare la lotta non avendo timore di ricorrere a scioperi o mobilitazioni: le donne rappresentano la metà della classe lavoratrice ed hanno dimostrato l’8 marzo scorso di poter mettere in crisi il sistema produttivo. Uniamo le lotte su un terreno di classe, non solo di genere: il capitalismo utilizza la differenziazione dei ruoli imposti dalla società patriarcale, per incrementare lo sfruttamento e per rompere l’unità tra i lavoratori. Ad ogni diritto che viene strappato alle donne lavoratrici, viene commesso un sopruso in più ai danni dei diritti di tutti i lavoratori e le rivendicazioni volte a migliorare le condizioni di vita e di lavoro delle donne devono essere riprese da tutta la classe lavoratrice. Per questo non ci stupisce la mancata copertura dello sciopero dell’8 marzo da parte della CGIL, anche se alla guida di questo sindacato c'è una donna: nella sua pratica Susanna Camusso ha dimostrato di essere pienamente inserita nel contesto capitalistico essendosi resa complice delle dinamiche di oppressione e di sfruttamento, e dunque con ogni suo atto, compresa la mancata convocazione dello sciopero, ha difeso la sua classe e ha tradito il suo genere e la classe che solo a parole finge di rappresentare!

Coordiniamo la nostra lotta con quella degli altri lavoratori, in un percorso articolato su punti chiari per dire no alla violenza rivendicando un pieno impiego contro ogni flessibilità e precarizzazione, salari uguali per uguali mansioni, controllo delle lavoratrici sui tempi e sugli orari di lavoro, nonché sul "rischio zero" negli ambienti di lavoro, un'istruzione di massa e pubblica senza discriminazioni di classe e secondo le vere inclinazioni di ognuna; per il mantenimento e il potenziamento dei servizi pubblici a supporto delle donne, come asili nido, lavanderie e mense sociali di quartiere, centri per anziani e disabili, consultori e ambulatori pubblici diffusi nel territorio, per sottrarle al doppio lavoro forzato di cura e liberare il tempo per le attività politiche, sindacali, culturali.

 
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