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Alitalia: dopo la vittoria del No PDF Stampa E-mail
giovedì 11 maggio 2017
Alitalia: dopo la vittoria del No
Continuare la lotta fino alla nazionalizzazione
sotto controllo dei lavoratori della compagnia
 
 
di Matteo Bavassano
Tra il 21 e il 24 aprile scorso si è tenuta la consultazione referendaria che chiamava i lavoratori Alitalia a decidere sul pre-accordo siglato dai sindacati confederali con la direzione aziendale per scongiurare il fallimento della compagnia: un piano di lacrime e sangue per i lavoratori che, ovviamente, non andava a toccare gli stipendi e i bonus milionari dei manager. Per i dipendenti Alitalia erano previsti oltre 1.500 esuberi, tagli di stipendi, tagli di ferie, senza contare poi gli aumenti dei ritmi di lavoro per il personale di terra. 
Padroni, governo dei padroni e sindacati complici avevano indetto il referendum secondo uno schema di ricatto che ormai conosciamo bene: far credere ai lavoratori che, per salvare il loro posto di lavoro, non vi è niente altro da fare che accettare le condizioni di lavoro semi-schiaviste proposte dai padroni.
 
Ma i lavoratori dicono No!
Solo che questa volta i lavoratori non si sono fatti ingannare: da tempo i sindacati di base (Cub in particolare, ma non solo) portavano avanti una dura lotta contro il peggioramento delle condizioni lavorative in Alitalia (e nell’intero settore del trasporto aeroportuale, uno di quelli che più ha subito negli ultimi quindici anni), come prova il riuscito sciopero del 20 marzo. Anche grazie a questa lotta, oltre che alla evidente incompetenza della dirigenza Alitalia nel gestire la compagnia (soldi buttati in divise e aggiornamenti software che, peraltro, danno più problemi di quello usato in precedenza) e alla mancanza di un reale piano di rilancio della compagnia che andasse al di là dei tagli ai salari e ai diritti dei lavoratori, i dipendenti hanno risposto un colossale No ai progetti dei padroni-ladroni. A riprova, se mai ce ne fosse bisogno, che il referendum era un gioco (sulla pelle di lavoratrici e lavoratori) a cui la borghesia non pensava avrebbe perso, nei giorni successivi al referendum, la segretaria della Cisl ha dichiarato che convocarlo è stato un errore, un cedimento al "populismo sindacale"».
 
La campagna della borghesia
Gli organi di stampa borghese avevano già fatto partire tutta una campagna contro i lavoratori e le lavoratrici Alitalia, come fanno ciclicamente ad ogni rischio di fallimento dell’ex-compagnia di bandiera, seminando falsità su presunti compensi stratosferici per piloti e assistenti di volo, sulla cassa integrazione data dopo la privatizzazione del 2008 (come se fosse stata un regalo ai lavoratori e non agli speculatori che si sono comprati la compagnia). In realtà i dati evidenziano che il costo del lavoro, nel bilancio di Alitalia, è in linea con (o addirittura più basso di) quello dei suoi competitor europei. Questo clima da "caccia al privilegio" (occultando in realtà il privilegio dove realmente c’è) funzionale a creare l’accettazione sociale del ridimensionamento della compagnia, della sua svendita o addirittura del suo eventuale fallimento, si fa sentire nella vita quotidiana dei lavoratori e delle lavoratrici Alitalia, che vengono sempre più spesso gratuitamente insultate dagli "ospiti" (come Alitalia impone di chiamare, con involontaria ironia, i propri passeggeri) al minimo disservizio o ritardo (inevitabile in un settore come quello del trasporto aereo).
 
Un primo passo: proseguire con la lotta!
I dipendenti Alitalia hanno dunque vinto contro padroni, governo, sindacati pubblici e un’opinione pubblica aizzata contro di loro.
Ma la vittoria del No è solo il primo passo e non risolve i problemi di Alitalia né toglie il rischio di svendita o smembramento della compagnia, casi in cui ovviamente a pagare sarebbero comunque i lavoratori. La compagnia è ora commissariata e sopravvive grazie a un "prestito ponte" statale. 
I dipendenti devono continuare la lotta, anche durante la stagione estiva, anche arrivando a bloccare voli ed aeroporti: la sola soluzione è costringere lo stato a ri-nazionalizzare la compagnia, ovviamente senza nessun indennizzo per gli speculatori. 
In questi anni la compagnia è andata avanti grazie allo Stato, la realtà è questa, e non c’è nessuna ragione per cui lo Stato non possa farsene nuovamente carico anche ufficialmente. Senza contare che tutte le compagnie aeree vengono sovvenzionate con soldi pubblici, anche le low cost, che hanno accordi con le istituzioni locali e gli aeroporti per portare voli e passeggeri, quindi verrebbe a cadere un’altra delle balle che ci hanno sempre raccontato. Ma, per evitare i soliti ladrocini dei politici borghesi, i lavoratori devono avere un controllo diretto della compagnia, un controllo su tutte le scelte strategiche: solo così Alitalia potrà ripartire. 
Questa lotta deve essere supportata da tutti i dipendenti del settore del trasporto aereo: dal salvataggio e dal rilancio di Alitalia dipendono tantissimi posti di lavoro in tutta Italia, e questa nazionalizzazione deve essere solo il primo passo di una lotta più generale che porti, in prospettiva, alla fine della liberalizzazione dei servizi aeroportuali, vera sciagura che ha permesso alle compagnie (sia aeree che di handling) di spremere come limoni i lavoratori. 
Solo con l’unità di tutte le lotte e dei lavoratori degli altri settori possiamo permettere ai lavoratori di Alitalia di vincere e porre le basi per un miglioramento delle condizioni di tutti i lavoratori del trasporto aereo.
 
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