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Gramsci tradito PDF Stampa E-mail
giovedě 27 aprile 2017
1937 - 2017. A ottant'anni dalla morte del dirigente comunista
Gramsci tradito
Ottant'anni di falsificazioni di stalinisti, riformisti e liberali
 
 
 
 
di Francesco Ricci
 
gramsci
 
In occasione dell'ottantesimo anniversario della morte di Gramsci (aprile 2017) pubblichiamo questo saggio già comparso su Progetto Comunista alcuni anni fa.

Sta facendo molto discutere il libro di Franco Lo Piparo L'enigma del quaderno (1). Ma è una discussione surreale in cui i tanti (di fatto la maggioranza degli storici di tutti gli orientamenti) che respingono lo studio e l'ipotesi di Lo Piparo fingono di perdere di vista il fatto che da ottanta anni l'azione e l'opera di Gramsci sono sistematicamente falsificate da stalinisti, socialdemocratici e liberali in un'operazione gigantesca iniziata da Togliatti, e che va ben oltre il caso del quaderno forse scomparso. Ma partiamo dall'inizio.
 
La ricerca di Lo Piparo
Franco Lo Piparo, filologo (2), ha svolto una indagine meticolosa e intelligente, avvalendosi del contributo di storici e di grafologi. Il suo denso libretto, che si legge come un giallo (ma che è documentatissimo e tutt'altro che "fantasioso", a differenza di quanto hanno scritto la gran parte dei recensori), rivela falsificazioni certe operate da Togliatti e dal Pci sugli scritti di Gramsci e, sulla base di prove e indizi, avanza la ragionevole ipotesi che uno dei Quaderni di Gramsci, scritto nella clinica Quisisana, dove Gramsci (uscito dal carcere fascista dopo dieci anni) rimase dall'agosto del 1935 fino alla morte nell'aprile 1937, sia stato fatto scomparire da Togliatti e dunque mai pubblicato. Quel quaderno, secondo Lo Piparo, o è stato distrutto o rimane ancora fra le carte di Togliatti o di Piero Sraffa (che fu uno dei due "angeli custodi" di Gramsci, insieme alla cognata Tania) o chissà dove.
 
Gli indizi
Nelle 150 pagine del libro, Lo Piparo accumula una tale serie di indizi che se pure, ovviamente, non assicurano per certo l'esistenza di questo quaderno scomparso, comunque appaiono sufficienti, a nostro avviso, per ritenere l'ipotesi avanzata non solo possibile ma anche probabile.
Non possiamo elencare tutte le scoperte fatte da Lo Piparo nel suo accurato lavoro filologico. Basti qui dire che in svariate lettere, tra cui quelle di Sraffa a Togliatti, di Togliatti al dirigente russo Manuilski (non destinate al pubblico), si parla sempre di "trenta" quaderni (mentre noi ne conosciamo solo ventinove, più quattro quaderni di traduzioni); che l'indagine fatta sulle copertine dei quaderni di Gramsci e sulle etichette e scritte apposte sulle copertine dimostra inequivocabilmente che etichette e scritte non sono solo di Gramsci e di Tania (la cognata che lo assisteva in Italia e che numerò i quaderni alla morte del dirigente comunista) ma vi sono segni inequivocabili di manipolazioni, rinumerazioni, grafie successive dei "curatori".
 
Le reazioni alla scoperta di Lo Piparo
La maggior parte degli studiosi, come dicevamo, ha respinto l'ipotesi di Lo Piparo (in parte già anticipata nel precedente libro di Lo Piparo, uscito un anno fa). Qualcuno cercando (senza riuscirvi) di argomentare circa l'impossibile esistenza di un altro quaderno, qualcuno facendo dell'ironia sbrigativa.
I più accaniti sono stati chiaramente gli storici ex stalinisti o ancora oggi stalinisti o comunque transitati nel Pd ma sempre fedeli alla versione liturgica della storia del Pci tramandata dal togliattismo e dalla scuola di Paolo Spriano.
Guido Liguori, autore peraltro di testi interessanti (vedi il riquadro bibliografico), ha liquidato il libro di Lo Piparo parlando sul manifesto di "un castello di congetture" (3). Sempre sul manifesto (che difende con fervore la versione del Togliatti curatore fedele), Luigi Cavallaro (4) riprende la cantilena del Togliatti "raffinato giocatore di scacchi" che si limitò a fingere di sostenere lo stalinismo per poi meglio allontanarsene con la "svolta di Salerno" (che in realtà, come è stato ampiamente dimostrato da decenni fu decisa a Mosca in piena sintonia tra Stalin e Togliatti) e così intraprendere liberamente la "via italiana al socialismo" che ha consentito la nascita di questa nostra bella Repubblica fondata sulla santa Costituzione ecc. ecc.
E' questo il leitmotiv anche dei dirigenti del Pd. D'Alema (5) liquida tutto dicendo che si tratta di un pretesto per attaccare le lontane radici del Pd.
Il quotidiano Repubblica ha dato ampio spazio alla vicenda ma tendendo a sostenere la tesi ufficiale, cioè quella del Pd e dell'Istituto Gramsci e del suo direttore (Gramsci anti-stalinista perché, con Togliatti, padre delle varie giravolte che hanno portato il Pci da partito stalinista a partito socialdemocratico e infine all'approdo liberale col Pd), Giuseppe Vacca (6). Il quale ultimo, peraltro, a fronte della evidenza degli indizi trovati da Lo Piparo ha ritenuto necessario avviare una commissione d'inchiesta (di cui fa parte lo stesso Lo Piparo): a indiretta conferma, appunto, che non si tratta di pure fantasie liquidabili con un sorriso.
Innumerevoli sono stati gli interventi di vari altri storici e studiosi, vari oggi di area Pd e diversi di loro con trascorsi stalinisti (qualche volta non ancora superati): Angelo D'Orsi (7), Gianni Francioni (8) ma soprattutto Alexander Hobel e vari altri del medesimo orientamento che si sono sfogati sul sito Marx XXI (animato dalla corrente ex-Ernesto di Sorini ecc., passata dal Prc al Pdci, sempre mantenendosi fedele nei secoli al togliattismo).
Si distingue in questo caso soltanto un togliattiano convinto come Luciano Canfora (10), che riconosce validità all'ipotesi di Lo Piparo, pur non condividendone le conclusioni (che peraltro Lo Piparo tiene ben distinte dall'analisi scrupolosa dei fatti), e cioè che nel quaderno scomparso potrebbero esserci le prove di un abbandono da parte di Gramsci del "bolscevismo" (termine col quale Lo Piparo mette insieme Stalin e Lenin).
A fronte degli elementi di indagine portati da Lo Piparo, difficilmente confutabili nel merito, il leitmotiv dei suoi avversari è uno solo: perché mai Togliatti avrebbe pubblicato i Quaderni di un Gramsci eretico? avrebbe potuto semplicemente buttarli tutti. Se conosciamo Gramsci, concludono inesorabilmente tutti (Liguori, Cavallaro, Francioni, D'Orsi, ecc.), "lo dobbiamo a Togliatti".
In realtà l'argomento è risibile: Togliatti fece con Gramsci quanto Stalin aveva fatto con Lenin: lo imbalsamò per meglio deformarne e canonizzarne l'opera, usandola come un solido piedistallo su cui ergere nella realtà la propria azione cioè il rovesciamento speculare di un pensiero che si andava mettendo sotto la teca di vetro.
 
Il vero caso Gramsci
Ovviamente gli avversari della tesi di Lo Piparo hanno un punto enorme a loro favore: siccome questo eventuale quaderno scomparso non è stato ritrovato, non ve ne è prova: manca, infatti, il corpo del delitto. Dunque, sostengono, l'onere della prova spetta a Lo Piparo e a chi sostiene che ci sarebbe un quaderno scomparso. Il ragionamento in sé non fa una grinza: se non fosse che Lo Piparo mette in fila, ripetiamolo, un numero tale di prove di falsificazioni sicuramente avvenute sui quaderni di Gramsci conosciuti e assomma una serie tale di altri elementi inspiegabili diversamente, che nell'insieme siamo di fronte a qualcosa di ben più consistente di una semplice ipotesi. E nessuno dei suoi contestatori (almeno a nostra conoscenza) è stato finora in grado di fornire spiegazioni diverse agli indizi di Lo Piparo. Per questo concludono tutti ripetendo che "è grazie a Togliatti se conosciamo le opere di Gramsci".
Ma attraverso quale lavoro Togliatti ci ha "messo a disposizione" le opere di Gramsci? Vale la pena di ricordarlo.
 
Il lavorio di Togliatti attorno alle opere di Gramsci
Gramsci muore, ricordiamolo, nel 1937. La prima edizione delle sue lettere (in apparenza i testi più innocui e per anni presentati come tali, cioè come semplice testimonianza di una esperienza umana) è stata pubblicata da Togliatti (che le custodiva gelosamente) soltanto nel 1947. Cioè dieci anni dopo la morte di Gramsci!
Non solo: come è risultato evidente dopo altri vent'anni la prima pubblicazione delle Lettere era falsificata e monca. Solo nel 1964 Togliatti mette a disposizione di Elisa Fubini e di Caprioglio nuovi materiali per una pubblicazione "accresciuta" delle lettere di Gramsci per l'editore Einaudi (edizione del 1965). Nella nuova raccolta compaiono ben 119 lettere che non figuravano nella prima edizione e vengono infine ripristinati riferimenti che nell'edizione del 1947 erano stati cancellati. Si tratta in particolare di riferimenti di Gramsci a Bordiga, a Rosa Luxemburg, a Lev Trotsky (degli ultimi due chiedeva di avere in carcere diverse opere) o alla vicenda della lettera di Grieco (su cui torniamo più avanti).
Dunque il Togliatti che secondo i suoi sostenitori di ieri e di oggi "ci ha fatto conoscere Gramsci" ha prima aspettato dieci anni dalla sua morte per pubblicarne le lettere (certo, ci ripetono: "c'era la guerra e altre cose a cui pensare"); poi ha atteso altri venti anni per far uscire lettere tenute nascoste e consentire la pubblicazione integrale, non mutilata, delle prime apparse (e qui la scusa della guerra non c'è più). E non è finita: bisognerà infatti attendere il crollo dello stalinismo e vari anni ancora per arrivare alla pubblicazione - nel 1997! - delle risposte di chi corrispondeva con Gramsci, e in particolare delle lettere di Tania. L'edizione completa di questo carteggio, che ha gettato nuova luce sul reale significato di molte lettere di Gramsci, chiarendo allusioni e frasi che parevano politicamente insignificanti, è stato fatto, ribadiamolo, nel 1997 (da Daniele e Natoli - 9): cioè sessant'anni dopo la morte di Gramsci.
E tutto sommato l'amorevole cura riservata dal Pci alle Lettere è poca cosa rispetto a quella dedicata ad altri scritti ancora più direttamente politici. Gli scritti di Gramsci sull'Ordine Nuovo, che per la loro chiarezza non davano spazio ad "interpretazioni", sono stati ripubblicati solo nel 1966!
Quanto ai Quaderni dal carcere, anche ammettendo che siano tutti (e dunque che non esista un ulteriore quaderno occultato), è bene ricordare che la prima edizione "tematica", curata da Felice Platone e personalmente da Togliatti, fu fatta tra il 1948 e il 1951 (e qui torna la scusa della guerra che impediva di occuparsene). Ma fu un'edizione talmente manipolata da rendere incomprensibile gran parte dei testi. Si dovettero aspettare quasi altri trent'anni perché finalmente, nel 1975, fosse preparata una edizione dei Quaderni così come erano stati scritti, curata da Valentino Gerratana per Einaudi. Rispetto alla prima edizione, tra l'altro, furono anche qui (come per le Lettere) ripristinati interi passaggi che erano stati censurati. E' lo stesso Gerratana (storico peraltro di stretta ortodossia togliattiana) ad ammetterlo in varie occasioni (quando ormai queste cose si potevano dire con più facilità). Ad esempio in un'intervista del 1987 (10) Gerratana confrontando l'edizione da lui curata con quella di Platone-Togliatti concede che nella prima edizione dei Quaderni "(...) talune affermazioni furono espunte, altre delimitate, altre temperate. Gli apprezzamenti di Trotsky, laddove non c'era anatema, furono tolti (...)."
Riassumendo: sappiamo per certo che le Lettere furono per anni in parte tenute negli archivi del Pci e infine pubblicate con tagli e censure; che la stessa sorte conobbero i Quaderni. Eppure tutto questo - che è cosa nota da ben prima che Lo Piparo iniziasse la sua indagine su questo ipotetico quaderno scomparso - è rimosso dai critici stalinisti o ex stalinisti, riformisti o liberali di Lo Piparo. Tutti pronti a escludere per principio che Togliatti abbia potuto nascondere un quaderno di Gramsci e tutti impegnati a ripeterci la storiella secondo cui è grazie a Togliatti se conosciamo Gramsci...
Ma non fu forse Togliatti, come riporta Lo Piparo, a scrivere il 31 aprile del 1941 a Dimitrov (11) "(...) i quaderni di Gramsci, che io ho già quasi interamente studiato con cura, contengono talvolta un materiale che può essere utilizzato solamente dopo un'accurata redazione. Senza una tale redazione il materiale non può essere utilizzato e addirittura alcune parti, qualora fossero utilizzate nella forma attuale, potrebbero non giovare al partito. Perciò ritengo che sia necessario che il materiale rimanga nel nostro archivio e che qui venga lavorato. [in modo che (...)] tutto sia utilizzato come è opportuno e necessario."?
E' forse il caso di aggiungere che il candore con cui i vari Liguori, Cavallaro e compagnia guardano alla storia del Pci e dello stalinismo rimuove alcune cose che sono certe e provate da oltre ottant'anni e che non richiedono studi filologici sullo stile di quelli che Lo Piparo sta dedicando ai Quaderni di Gramsci.
E' certo e provato da tempo che lo stalinismo (di cui Togliatti fu tra i massimi e convinti dirigenti) falsificò regolarmente atti, documenti e storia del movimento operaio. Il primo falso fu probabilmente quello operato direttamente da Stalin sul Testamento di Lenin (ne abbiamo parlato diffusamente nel numero 2 della rivista Trotskismo oggi - 12). Furono falsificati i libri di storia, attribuendo a Stalin un ruolo che mai ebbe nella rivoluzione. Furono falsificate persino le fotografie. Su un cumulo di menzogne e di falsificazioni furono costruiti i Processi di Mosca nei quali, a metà degli anni Trenta, furono accusati di essere agenti "fascio-trotskisti" i principali dirigenti della rivoluzione d'ottobre. Bisogna forse ricordare a Liguori e agli altri che Togliatti aveva l'incarico di propagandare all'estero la giustezza di questi processi (contro coloro che definiva nei suoi articoli: "agenti del fascismo in seno al movimento operaio") e che continuò a farlo con così tanto zelo che ancora nel 1956, a due anni dalla morte di Stalin e nel pieno della cosiddetta de-stalinizzazione, continuava a difendere la sostanziale correttezza di quelle mostruose falsificazioni che portarono al massacro di centinaia di rivoluzionari, definendoli "terroristi"?
Noi non sappiamo se la tesi di Lo Piparo sul quaderno scomparso troverà mai verifica: se cioè il quaderno sarà mai ritrovato. In ogni caso è utile rammentare che se esistente esso sarebbe stato scritto da Gramsci nell'ultimo periodo della sua vita quando, nella clinica Quisisana, si intratteneva con Sraffa (fu Sraffa a testimoniarlo a Leonetti) sui Processi di Mosca e ne parlava con disgusto per le false "confessioni" estorte (con la pistola alla tempia dei familiari) a grandi rivoluzionari che "confessavano" inesistenti complotti orditi insieme ai fascisti e a Trotsky contro la Russia.
 
La rottura tra Gramsci e Togliatti
Decine di documenti emersi dagli archivi russi dopo il crollo dello stalinismo e centinaia di studi storici hanno reso possibile conoscere da anni alcuni fatti certi, che persino gli storici che vogliono cercare in qualche modo di tutelare Togliatti hanno dovuto ammettere.
Non possiamo ricostruire qui, per ragioni di spazio, questo enorme lavoro di vero e proprio scavo archeologico che è stato necessario fare per portare alla luce almeno in parte la storia reale del Pci che è in tante parti ben diversa da quella che si trova nella storia ufficiale di Paolo Spriano e degli altri storici stalinisti autorizzati. Proviamo a riassumere alcune cose ormai appurate e incontestabili.
 
La lettera del 1926
Nel 1926, poco prima di finire in carcere, Gramsci assunse una posizione critica nei confronti dei vertici del Partito comunista russo e per questo ebbe un duro scontro con Togliatti. Il 14 ottobre del 1926 scrisse, a nome della direzione italiana, al Comitato Centrale del Pc russo. Quella lettera non indica per nulla (a differenza di quanto ha voluto sostenere chi ha cercato di accreditare l'immagine di un Gramsci più o meno trotskista in quel periodo - 13) che Gramsci abbia in quei giorni preso posizione contro Stalin. Al contrario, in quella stessa lettera (e nel successivo scambio con Togliatti) Gramsci sostiene che sulla linea generale la ragione è dalla parte della maggioranza russa contro Trotsky. Tuttavia, nel fare questo, Gramsci: a) critica aspramente i metodi impiegati contro l'opposizione (all'ora diretta da Trotsky, Kamenev e Zinovev); b) scrive alla direzione di Stalin che con simili metodi che inibiscono il dibattito (e che condurranno, aggiungiamo noi, dopo poco all'espulsione dagli organismi dirigenti e poi dal partito degli oppositori) "(...) voi oggi state distruggendo l'opera vostra, voi degradate e correte il rischio di annullare la funzione dirigente che il Pc dell'Urss aveva conquistato per l'impulso di Lenin"; c) indica in Trotsky, Kamenev e Zinovev (cioè quelli che già vengono dileggiati e trattati come nemici) come "i nostri maestri", coloro che "hanno contribuito potentemente a educarci per la rivoluzione". Soprattutto, nel pieno dello scontro sulla pseudo-teoria della "rivoluzione in un Paese solo" (che serve da copertura alla burocrazia per mettere al riparo i propri privilegi burocratici dallo sviluppo di una rivoluzione internazionale che li avrebbe spazzati via), Gramsci arriva a criticare Stalin perché "(...) ci pare che [dimentichiate] che i vostri doveri di militanti russi possono e debbono essere adempiuti solo nel quadro degli interessi del proletariato internazionale."
Ripetiamolo: Gramsci, nello scrivere tutto ciò (14), si schiera comunque esplicitamente (e ciò non va dimenticato nel giudizio complessivo sulla sua figura, su cui arriveremo tra poco) con la maggioranza (cioè con Stalin) ma lo fa in un modo così critico che certo non può già più essere accettato in una Internazionale comunista in cui la pratica della libera discussione interna, normale ai tempi della direzione di Lenin e Trotsky, veniva cancellata.
Non è un caso che Togliatti, che è a Mosca e riceve la lettera, si rifiuta di inviarla al Comitato Centrale russo. Da qui scaturisce uno scambio di lettere tra Togliatti e Gramsci in cui mentre il primo (lettera del 18 ottobre 1926) spiega perché non è opportuno permettersi di criticare la direzione di Stalin rischiando di apparire equidistanti nello scontro russo tra opposizione e maggioranza (alla quale, viceversa, bisogna "aderire senza limiti"), il secondo risponde (lettera del 26 ottobre 1926) che questo atteggiamento di Togliatti gli ha fatto "un’impressione penosissima" e l'intero ragionamento di Togliatti gli appare "viziato di burocratismo".
E' la prima rottura di fatto tra i due. Gramsci poco dopo (8 novembre del 1926) viene arrestato e incarcerato da Mussolini.
 
Il dissenso di Gramsci in carcere
Gramsci in carcere non condivide per niente le scelte dell'Internazionale e in particolare dissente sicuramente sulla linea del "terzo periodo" (o "socialfascismo").
Su questo esistono ormai ampie prove che si aggiungono alle testimonianze dirette: c'è il rapporto di Athos Lisa (in carcere con Gramsci) indirizzato alla direzione del Pci (15); c'è la testimonianza di Gennaro Gramsci (il fratello) rilasciata nel 1966 al biografo di Gramsci, Giuseppe Fiori (16), in cui Gennaro sosterrebbe (il condizionale è dovuto al fatto che Gennaro morì poco dopo aver parlato con Fiori e non ci sono prove di questa conversazione) che nell'inviare il proprio rapporto al Pci (17) dopo aver fatto visita a Gramsci in carcere nel giugno 1930 egli (Gennaro) avrebbe mentito nascondendo al partito il dissenso di Gramsci che si era con lui espresso su posizioni simili a quelle dei "tre" (Tresso, Leonetti, Ravazzoli) che si batterono in quegli anni all'opposizione di Togliatti e in concordanza con le posizioni di Trotsky. Gennaro avrebbe, secondo Fiori, mentito per evitare a Gramsci di essere espulso dal partito come già accadde appunto ai "tre" (e a tanti altri). La storiografia ufficiale del Pci non ha mai preso per buona la versione di Fiori.
Non vi è un atto di espulsione di Gramsci dal partito, ma è certo che gli altri carcerati comunisti ne chiesero l'espulsione proprio per il dissenso con la linea ufficiale che manifestava nei colloqui con loro. Dunque come minimo si deve ammettere - e lo fa persino Valentino Gerratana, storico del Pci e curatore dell'edizione del 1975 dei Quaderni - che Gramsci era "piuttosto emarginato" in carcere (18). Se Gramsci non fu espulso fu solo, come sostiene giustamente Antonio Moscato (19), perché era chiaro che non sarebbe mai sopravvissuto al carcere e si preferiva tenere nascosto il suo dissenso.
Gramsci manifesta il suo dissenso non solo nei colloqui con gli altri comunisti incarcerati ma anche cerca di fare conoscere la sua opinione agli altri dirigenti del Pci. Ad esempio lo fa in una lettera del 1 dicembre 1930 (20) alla cognata Tania (che trasmetteva tutte le lettere a Togliatti). Qui Gramsci critica duramente il "carattere rozzo" del marxismo che è "diventato imperante" nell'Internazionale dominata da Stalin.
Togliatti sa del dissenso di Gramsci, e cosa fa? All'epoca chi dissentiva veniva, nel migliore dei casi, espulso dal partito; più normalmente inviato in un gulag o ucciso. Solo uno storico di parte (stalinista) come Paolo Spriano potè avere l'impudenza di scrivere che Togliatti, pur sapendo del dissenso di Gramsci, lo rispettava in quanto "Togliatti ha come norma di non drammatizzare il dissenso" (21).
 
La "strana" lettera di Grieco
Nel febbraio del 1928 Grieco (braccio destro di Togliatti) scrive tre strane lettere a Gramsci, Terracini e Scoccimarro, che sono in carcere.
Si tratta di lettere su cui gli storici non hanno finora trovato un accordo se non sul fatto che sono quanto meno "strane", sembrano quasi delle provocazioni, sicuramente non facilitano la posizione dei prigionieri.
C'è chi ha scritto che la lettera di Grieco a Gramsci fu un atto di "leggerezza" (è la tesi di Aldo Natoli - 22); chi ha ipotizzato che possa essersi trattato di un falso della polizia fascista o persino che Grieco stesso fosse un infiltrato dei fascisti (è la tesi di Canfora - 23). La preoccupazione tanto di Natoli come di Canfora è quella di togliere a Togliatti ogni responsabilità per questa lettera dannosa. Altri, in particolare Giuseppe Vacca, hanno con facilità dimostrato come una tesi a lungo sostenuta da alcuni, e cioè che la lettera avrebbe compromesso la posizione processuale di Gramsci, confermandolo come principale dirigente del Pci, è infondata, in quanto i fascisti già conoscevano l'organigramma (ovviamente segreto all'epoca) del Pci e soprattutto perché la lettera arrivò quando l'istruttoria del processo era ormai conclusa.
Infatti: ma il punto è un altro. E' ormai certo che i sospetti di Gramsci a proposito di questa lettera erano riferiti non al processo ma ai tentativi di sua scarcerazione. E' infatti suffragato da numerose prove (lo riconoscono anche Vacca e Rossi - 24) che Stalin non fece nulla per ottenere la liberazione di Gramsci (e, aggiungiamo noi, anche in ciò vi era totale sintonia con Togliatti e il Pci).
In ogni caso, ciò che importa è che Gramsci si convinse che la lettera di Grieco fosse stata scritta volutamente per far saltare il tentativo di sua scarcerazione perché, venendo letta dai suoi carcerieri (a Gramsci fu esibita dal suo giudice, che ironizzava sugli "amici" che lo compromettevano in quel modo), spezzava l'esile filo che Gramsci stava intessendo. Ciò perché nella lettera si presentava l'eventuale scambio di prigionieri non come una "concessione" di Mussolini a Mosca (in un rapporto tra Stati) ma come una vittoria strappata furbescamente dal Pci (cosa che, ovviamente, non poteva che indisporre Mussolini inducendolo a interrompere ogni trattativa).
Non solo: Gramsci era convinto che il vero mandante di quella "strana" lettera fosse Togliatti. In una lettera a Tania del 5 dicembre 1932 Gramsci scrive che la lettera è stata scritta da uno "irresponsabilmente stupido" (Grieco) ma che è convinto che "qualche altro, meno stupido, lo abbia indotto a scrivere" (il riferimento evidente è a Togliatti, da cui Grieco dipendeva gerarchicamente nel partito).
E' da quel momento che la rottura con Togliatti, iniziata nel 1926, diventerà definitiva. Gramsci rimarrà convinto (lo testimoniano tutte le lettere purgate dalla prima edizione curata da Togliatti) che Togliatti volesse in ogni modo lasciarlo in carcere a causa delle sue posizioni in dissenso con quelle dominanti nell'Internazionale, cioè le posizioni di Stalin e Togliatti. E' per questo che raccomandò alla cognata Tania (la cosa è riportata da Tania alla sorella Giulia, moglie di Gramsci, in una lettera del 5 maggio 1937), uscendo dal carcere per andare in clinica, che i suoi quaderni non fossero in alcun modo affidati a Togliatti che definì "ex amico" e che (v. lettera del 27 febbraio 1933) includeva in quell'"organismo molto più vasto" di "condannatori" che si unì al Tribunale speciale fascista per non fargli mai più respirare un'aria senza sbarre.
 
Gramsci stalinista? liberale? trotskista?
Alla morte di Gramsci, su Lo Stato operaio, organo del Pci, si scrisse che nelle opere (allora ancora inedite) elaborate da Gramsci in carcere si sentiva l'influsso esercitato su di lui dallo studio delle opere di Stalin. Abbiamo visto la profonda falsità di questa affermazione. Eppure da ottant'anni il pensiero di Gramsci viene conteso (e tradito) non solo dagli ultimi stalinisti rimasti ma anche da socialdemocratici e liberali. Ognuno cerca di accreditarsene l'eredità.
In risposta a queste forzature e falsificazioni, vari autori che si sono in qualche modo richiamati al trotskismo hanno inclinato il bastone in senso opposto. Abbiamo già detto dei tentativi di Livio Maitan specialmente per accreditare l'idea di un Gramsci che, una volta guadagnato alle posizioni di Lenin e Trotsky e alla battaglia contro l'ultrasinistrismo di Bordiga, sarebbe rimasto sempre di fatto un trotskista più o meno inconsapevole, passando in modo lineare dalla lettera del 1926 al dissenso di inizi anni Trenta fino alla morte.
Molto più ponderata ci sembra l'analisi che fece a suo tempo Roberto Massari nell'introdurre e pubblicare i Bollettini della Nuova Opposizione Italiana (Noi) di Tresso, Leonetti e Ravazzoli. Massari (v. bibliografia) giustamente evidenzia le diverse posizioni di Gramsci e distingue tra un Gramsci che a Vienna, agli inizi del 1924, appena tornato da un lungo soggiorno a Mosca (durato dal 1922 al novembre 1923) dove è stato fortemente influenzato dall'incontro con Trotsky, prende inizialmente le difese della nascente opposizione russa allo stalinismo; un Gramsci che per il resto del 1924 e fino al 1926 sostanzialmente si disinteressa dello scontro in atto in Russia e con un'ottica nazional-comunista si preoccupa solo della sua battaglia in Italia contro Bordiga; il Gramsci che scrive nell'ottobre 1926 per dare un debole e critico e non argomentato sostegno alla maggioranza di Stalin, pur rivendicando il suo "maestro" Trotsky; il Gramsci che in carcere sviluppa posizioni oggettivamente ostili alle varie giravolte della politica staliniana fino a collocarsi nei fatti fuori dal partito di Togliatti.
Non ci convincono le conclusioni di Massari, che tende a ridimensionare i gravi errori di Gramsci (pur riconoscendoli) e che finisce con il sostenere, pur con argomenti ben diversi da quelli di Maitan, che in sostanza la stessa Noi, e cioè la prima forma di trotskismo in Italia, nacque sotto il segno di Trotsky e Gramsci. Conclusione zoppicante perché Tresso e gli altri fecero appunto ciò che Gramsci non fece (forse, non lo escludiamo, anche perché il carcere limitò la sua capacità di comprendere fino in fondo la situazione): cioè si schierarono con Trotsky e dunque proseguirono con lui la "ultima battaglia di Lenin", quella contro la degenerazione burocratica dell'Internazionale comunista.
Tuttavia di grande importanza è questa differenziazione tra vari periodi di Gramsci su cui Massari ha richiamato l'attenzione per primo. Importantissime (e spesso sottovalutate) sono allora le lettere di Gramsci a Togliatti, Terracini ecc. scritte nei primi mesi del 1924 da Vienna. Qui (25) Gramsci scrive che nel 1917 "Lenin e la maggioranza del partito era passato alle concezioni di Trotsky" (sulla rivoluzione permanente) mentre all'opposizione di questa linea (cioè della linea che portò alla vittoriosa rivoluzione) stavano Kamenev e Zinovev che sfiorarono la scissione. Dunque Trotsky si preoccupa a ragione, scrive Gramsci, "di un ritorno alla vecchia mentalità" (cioè alle posizioni di Kamenev e Zinovev del 1917) "che sarebbe deleteria per la rivoluzione". Ricordiamo al lettore che nel 1924 Kamenev e Zinovev sono ancora alleati con Stalin.
E' agli inizi del 1924, dunque, che Gramsci si dice d'accordo con Trotsky: eppure è indubbio che a queste parole non corrisponderà nel cruciale periodo successivo una sua effettiva partecipazione alla lotta condotta dal bolscevismo autentico contro Stalin: anzi, nella già citata lettera del 1926 si limiterà a dei distinguo da Stalin o, per meglio dire, a sostenerlo, seppure molto criticamente. Perché? Una incomprensione di quella che era la vera posta in gioco? Un gigantesco errore di valutazione? E' difficile dirlo.
Resta il fatto - è giusto riconoscerlo - che a schierarsi apertamente con la battaglia internazionale di Trotsky per un certo periodo fu in Italia soltanto Amadeo Bordiga. E lo fece a partire dal VI esecutivo allargato dell'Internazionale, nel marzo 1926, quando chiese un incontro della delegazione italiana con Stalin e lo attaccò pesantemente: al che Stalin gli rispose "Dio vi perdoni di averlo fatto". Non ci è dato sapere se dio perdonò Bordiga risparmiandogli l'inferno cui siamo destinati tutti noi comunisti: certo Stalin non lo perdonò.
Fu dunque Bordiga a sostenere Trotsky, quello stesso Bordiga contro cui Trotsky aveva armato da un punto di vista teorico Gramsci nel 1922-1923 affinché, tornato in Italia, sviluppasse quella necessaria lotta politica per liberare il Pci dai mali dell'ultrasinistrismo che ne avevano paralizzato l'azione nei suoi anni iniziali (lotta culminata nella vittoria schiacciante di Gramsci al Congresso di Lione del 1926, condotta anche con metodi non esattamente democratici). Bordiga peraltro negli anni seguenti non darà corso a questo breve avvicinamento a Trotsky e riprenderà, coi suoi seguaci, un cammino che giustamente Trotsky definirà essere quello di "una morta setta" che spera "che l'avanguardia del proletariato si convinca da sola, attraverso lo studio (...) della giustezza delle loro posizioni" (26).
E Gramsci? Gramsci in carcere sviluppò, è vero, su alcune posizioni un atteggiamento simile a quello dell'opposizione trotskista ma maturò anche posizioni che, seppure non furono di dileggio di Trotsky, come ha cercato di far credere il Pci, certo non convergevano con il programma della rivoluzione permanente. Molte sono infatti le ambiguità delle posizioni ultime di Gramsci, molti sono i concetti che si ha difficoltà ad annoverare come uno sviluppo del marxismo sulle sue basi. Non possiamo qui dedicare lo spazio che sarebbe necessario per analizzare oltre alle scelte politiche (come qui abbiamo fatto) anche i testi di Gramsci: ci ripromettiamo di farlo in un futuro articolo.
A una certa canonizzazione di Gramsci e a una sopravvalutazione dei Quaderni ha contribuito non solo lo stalinismo (che aveva solo l'intento di falsarlo) ma anche tanti anti-stalinisti che cercavano in qualche modo di recuperare Gramsci sotto le incrostazioni della falsificazione stalinista.
Lo studio sulla figura di Gramsci e su quanto della sua opera possa ancora oggi servire ai rivoluzionari va proseguito, senza tacerne i gravissimi errori centristi e tra essi specialmente il non essersi schierato nel momento decisivo con Trotsky e con l'opposizione bolscevica. Tuttavia, ed è questa la conclusione di questa nostra lunga riflessione, resta fuori di dubbio che, a prescindere dall'esistenza o meno del quaderno ipotizzata da Lo Piparo, la figura di Gramsci non può essere in alcun modo rivendicata né dagli stalinisti né dai riformisti né dai liberali. Gramsci ragionò sempre con la sua testa e, a differenza di Togliatti, non si piegò mai a sostenere per opportunismo burocratico posizioni che non condividesse. Per questo, di là dai suoi errori centristi, fu un rivoluzionario non assimilabile, per quanti sforzi hanno fatto e faranno i suoi "interpreti" disonesti, a qualsivoglia difesa dell'ordine di cose esistente e alla collaborazione di classe.
 
Note
(1) F. Lo Piparo, L'enigma del quaderno. La caccia ai manoscritti dopo la morte di Gramsci (per questo e per gli altri libri citati nelle note gli estremi bibliografici precisi, se qui non riportati, si trovano nella Nota bibliografica pubblicata più sotto).
(2) Lo Piparo si è già occupato di Gramsci in vari precedenti lavori: alcuni dedicati a questioni linguistiche e uno, recente, dedicato alla prigionia di Gramsci (v. Nota bibliografica).
(3) Guido Liguori è tornato più volte sul tema: si vedano: "L'invenzione di un teorico liberale. Antonio Gramsci secondo Franco Lo Piparo" (manifesto, 2 febbraio 2012) e "Un revisionismo storico in nome del bene assoluto" (manifesto, 2 marzo 2012), a proposito del libro antecedente di Lo Piparo, e poi "Una spy story colma di congetture irrisolte" (manifesto, 19 febbraio 2013) che si riferisce al libro di Lo Piparo di più recente uscita (v. nota 1).
(4) L. Cavallaro, "Gramsci, mille e una eresia" (manifesto, 11 gennaio 2012).
(5) Vedi B. Gravagnuolo, "D'Alema: falsità su Gramsci per delegittimare i partiti", l'Unità, 8 giugno 2012.
(6) Si vedano vari articoli di Simonetta Fiori su Repubblica e in particolare "Gramsci: manca un pezzo?" (2 febbraio 2013); "Il quaderno di Gramsci? E' solo voglia di scoop" (10 febbraio 2013), intervista al gramscista Joseph Buttigieg che ridicolizza il tutto (ma senza uno straccio di argomento) parlando di un gioco di fantasia.
(7) Di D'Orsi si veda "Gramsci nella guerra dei mondi" su La Stampa, 15 marzo 2012.
(8) Gianni Francioni (su l'Unità del 2 febbraio 2012) riferendosi al libro di Lo Piparo sui "due carceri di Gramsci" (in cui veniva anticipata la tesi sul quaderno scomparso) cerca, arrampicandosi sugli specchi, di dare una spiegazione delle diverse etichette discordanti sulle copertine dei quaderni. Ma il 5 febbraio 2012 Lo Piparo (sempre su l'Unità: "Quaderno 32, il mistero c'è") gli risponde con argomenti sensati e convincenti (peraltro ulteriormente sviluppati e col suffragio di prove e perizie nel libro appena uscito e dedicato al tema: v. nota 1).
(9) A. Gramsci, T. Schucht, Lettere 1926-1935, a cura di A. Natoli e C. Daniele.
(10) Intervista di Eugenio Manca a Valentino Gerratana in Gramsci, le sue idee nel nostro tempo, ed. l'Unità, 1987).
(11) Si veda la lettera riportata da Lo Piparo a p. 115 del suo L'enigma del quaderno e riprodotta anche nella versione originale (in tedesco) nell'appendice al medesimo libro.
(12) Si veda il nostro articolo sul Testamento in appendice al saggio: "L'attualità di un partito di tipo bolscevico", Trotskismo oggi, n. 2, giugno 2012.
(13) Una lettura di questo tipo si riscontra nei testi soprattutto di Livio Maitan e di Antonio Moscato: si vedano i rimandi nella scheda bibliografica.
(14) Questa lettera rimarrà a lungo sconosciuta. Sarà pubblicata per la prima volta da Angelo Tasca nel 1938, in Francia, e per la prima volta in Italia nel 1954, da Bandiera Rossa (organo dei trotskisti italiani).
(15) Il rapporto di Athos Lisa, riservato a Togliatti, "Rapporto sulla situazione personale di Gramsci", 13 febbraio 1933, è riportato anche in Spriano, Gramsci in carcere e il partito, pp. 150-154.
(16) Si veda G. Fiori, Vita di Antonio Gramsci.
(17) Il rapporto di Gennaro Gramsci è stato ritrovato da Silvio Pons (dell'Istituto Gramsci) nel luglio del 2003 negli archivi del Comintern. Lo si può leggere nell'appendice al libro di Vacca-Rossi che indichiamo nella scheda bibliografica.
(18) Si veda l'intervista già citata alla nota 10.
(19) Si vedano, sul sito antoniomoscato.altervista.org, vari testi di Antonio Moscato dedicati alla ricostruzione della storia del comunismo falsificata dallo stalinismo. Pur non condividendo spesso le conclusioni di Moscato su Gramsci (come su altri temi), pensiamo che i suoi testi siano comunque fonte di valide indicazioni perlomeno dal punto di vista storico.
(20) Vedi A. Natoli, Antigone e il prigioniero (p. 150).
(21) L'incredibile riconoscimento a Togliatti di Spriano è nel libro di Spriano del 1977 citato in bibliografia (alla p. 53 dell'edizione del 1988).
(22) Vedi A. Natoli, op.cit.
(23) Canfora torna sulla "strana" lettera di Grieco sia nel suo La storia falsa (Rizzoli, 2008) sia nel più recente Gramsci in carcere e il partito.
(24) Sugli sforzi fatti (o non fatti) da Mosca per ottenere la liberazione di Gramsci si veda il libro di Rossi e Vacca (v. bibliografia). Gli autori scrivono che: "Evidentemente Stalin non aveva interesse a chiedere la sua liberazione (...) la liberazione di Gramsci, critico della politica dell'Urss fin dal 1926, avrebbe rappresentato un problema in meno per Mussolini e un problema in più per Stalin."
(25) Ampi stralci della lettera si trovano nell'antologia curata da Massari sulla Nuova Opposizione Italiana (v. bibliografia).
(26) L. Trotsky, Scritti sull'Italia (a p. 177 dell'edizione citata in bibliografia).
 


Indicazioni bibliografiche
 
La bibliografia di studi su Gramsci annovera migliaia e migliaia di testi. Ci limitiamo qui a indicare alcuni tra i testi più importanti che abbiamo utilizzato per scrivere questo articolo e in particolare vari testi usciti negli ultimi anni che hanno portato nuova luce su fatti controversi.
Per quanto riguarda le letture non staliniste di Gramsci segnaliamo quattro testi: Livio Maitan, Il marxismo rivoluzionario di Antonio Gramsci (Nei, 1987); Antonio Moscato, "Togliatti e Gramsci. Tra Bucharin e Stalin", in Il filo spezzato. Appunti per una storia del movimento operaio (Adriatica, 1996) e, sempre di Moscato, "Mito e verità nell'azione di Togliatti" in Sinistra e potere (Sapere 2000, 1983); ma soprattutto (per i motivi spiegati nel nostro articolo) l'ottima introduzione di Roberto Massari ad AA.VV., All'opposizione nel Pci con Trotsky e Gramsci (ed. Controcorrente, 1977, poi ristampato da Massari editore, 2004).
Per approfondire la questione delle Lettere e delle varie edizioni e manipolazioni sono utili: Antonio Gramsci, Tania Schucht, Lettere 1926-1935, a cura di Aldo Natoli e Chiara Daniele (Einaudi, 1997); e Aldo Natoli, Antigone e il prigioniero (Editori Riuniti 1990).
Per avere un'idea della lettura giustificazionista di Togliatti si veda l'ultimo lavoro di Paolo Spriano: Gramsci in carcere e il partito (Editori Riuniti, 1977; ristampato con nuove appendici nel 1988 da l'Unità). Una lettura relativamente più critica è in Giuseppe Fiori, Gramsci, Togliatti, Stalin (Laterza, 1991) oltre che nella classica biografia di Fiori: Vita di Antonio Gramsci (Laterza, 1966, ristampata anche di recente dalla stessa casa editrice).
Nell'articolo facciamo anche riferimento a: Gramsci a Roma, Togliatti a Mosca. Il carteggio del 1926, a cura di Chiara Daniele, con un saggio di Giuseppe Vacca (Einaudi, 1999) e ad Angelo Rossi, Giuseppe Vacca, Gramsci tra Mussolini e Stalin (Fazi editore, 2007).
I libri più recenti e più interessanti su questi temi sono: Giuseppe Vacca, Vita e pensieri di Antonio Gramsci, 1926-1937 (Einaudi, 2012); la riedizione del 2012 (aggiornata) di un libro del 1996 di Guido Liguori, Gramsci conteso. Interpretazioni, dibattiti e polemiche 1922-2012 (Editori Riuniti, 2012); i due libri di Luciano Canfora apparsi nel 2012 per i tipi di Salerno editrice: Gramsci in carcere e il fascismo e Spie, Urss, antifascismo. Gramsci 1926-1937.
Infine lo spunto di questo articolo nasce dai due libri di Franco Lo Piparo di recente pubblicazione: I due carceri di Gramsci. La prigione fascista e il labirinto comunista (Donzelli editore, 2012) e L'enigma del quaderno. La caccia ai manoscritti dopo la morte di Gramsci (Donzelli editore, 2013).
Per ultimo (ma non certo per importanza) suggeriamo la lettura degli Scritti sull'Italia di Lev Trotsky (ed. Controcorrente, 1979; ristampati anche in tempi più recenti da Massari editore; nell'articolo abbiamo citato l'edizione del 2001) in cui si trovano i primi scambi tra Trotsky e i bordighisti e tra Trotsky e la nascente opposizione trotskista in Italia.
 
 
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