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Referendum metalmeccanici: 70 mila ragioni per continuare a lottare PDF Stampa E-mail
giovedì 29 dicembre 2016

Referendum metalmeccanici:

70 mila ragioni per continuare a lottare

 

di Max Dancelli e Alberto Madoglio

Tra il 19 e il 21 dicembre si è svolto il referendum sull’ipotesi di rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici, siglato da Federmeccanica, Fim, Uilm e, a differenza del precedente  contratto del 2012, anche dalla Fiom.
La segreteria dei metalmeccanici della Cgil, una volta venuta a conoscenza dei risultati, ha emesso un comunicato in cui si parla di “grande prova di democrazia, di ascolto dei lavoratori […] la grande prevalenza dei SI, oltre 80%, sono la prova del valore del contratto quale strumento di tutela […] di tutta la categoria”.

 

Un contratto che spiana la strada a ulteriori attacchi

Pur prendendo atto dell'esito del voto, non possiamo riconoscere il dato scaturito dall’approvazione di un pessimo contratto nazionale (nessun aumento salariale, premi erogati in benefit e welfare aziendale, aumento flessibilità, applicazione job act) che assesta un colpo a una categoria di lavoratori che con le loro lotte hanno segnato la storia del movimento operaio in Italia da un secolo a questa parte. Né sottovalutiamo le conseguenze che questo contratto avrà sui rinnovi di altre categorie, rappresentando una potenziale regressione generale per le condizioni di milioni di lavoratori nel Paese.
Allo stesso tempo nessuno, nemmeno noi, si era illuso che il risultato potesse essere differente. In un precedente articolo apparso sul nostro sito, spiegavamo il modo assolutamente autoritario e antidemocratico in cui è stata organizzata la consultazione, fatta in fretta e furia e senza dare la giusta agibilità alle ragioni dei contrari, unitamente al fatto che i firmatari dell’accordo godevano dell’appoggio di governo e grandi organi di informazione, dal Sole 24Ore al Corriere, da Repubblica a LaStampa e Messaggero.
In questa partita gli apparati delle burocrazie sindacali di Cgil, Cisl e Uil hanno profuso uno sforzo immenso per ottenere il risultato sperato. Specialmente Landini ha giocato, per così dire, la partita della vita. Dopo anni di accordi che non aveva sottoscritto, doveva dimostrare di avere il controllo dei lavoratori. Inoltre con questo contratto e la sua approvazione, il segretario della Fiom scommetteva sulla possibilità di entrare a far parte della segreteria confederale del sindacato di Via del Corso.

 

Dalle grandi concentrazioni operaie un voto contro le burocrazie

Dall’analisi del voto possiamo affermare che l’entusiasmo manifestato da parte di Landini e soci non è molto giustificato. Il SI all’ipotesi di contratto ottiene l’80 %, i NO il 20%. Se però consideriamo la platea di lavoratori che era coinvolta (circa 680.000 operai), la percentuale dei votanti (63,27%), le schede bianche e nulle, risulta che effettivamente solo il 40% dei lavoratori ha approvato il contratto.
Un risultato quindi non certo entusiasmante per Landini. Si può allo stesso tempo immaginare che i NO siano arrivati per la maggior parte tra gli iscritti alla Fiom e che quindi dagli iscritti sia arrivata una forte opposizione alla capitolazione di Landini e soci ai diktat di Federmeccanica.

Entrando ulteriormente nel dettaglio notiamo dei risultati clamorosi a favore del NO.

A Genova, città a forte concentrazione operaia, il NO trionfa col 66,51 % (52 in tutta la regione) con percentuali vicine all'unanimità in realtà che hanno vissuto recenti lotte per il rinnovo dei rispettivi accordi aziendali. Accordi indigesti che hanno dovuto accettare a malincuore a causa del ricatto e del tradimento delle proprie direzioni sindacali, come successo alla Fincantieri. A Gorizia, realtà dove sono presenti industrie dei cantieri navali, col 75,18 %; Legnano-Magenta, nell’hinterland milanese, 51,99%.
Altri risultati significativi si hanno a Trieste (45,63%), Napoli (32,28%) Massa (43,10%), Pisa (35,63%), La Spezia (31,02%), Parma (28,45), Terni (40,83%), Messina (33,64%).
Delle decine di fabbriche dove il NO vince, o dove perde di misura, le più significative sono: Same e Tenaris a Bergamo (in quest’ultima gli operai respingono per la prima volta un contratto nazionale), GKN a Firenze, Ex Avio di Pomigliano, ILVA di Genova, Ansaldo, ST Microelectronics, Fincantieri, Electrolux, Piaggio a Pontedera, alle Acciaierie Arvedi di Cremona ecc.
Significativo anche il caso della Ast di Terni. Qui gli operai, che due anni fa sono stati protagonisti di una lunga lotta contro l’azienda e che alla fine sono stati traditi come gli operai genovesi da Landini firmatario di un accordo truffa, hanno dato al NO il 55%. A dimostrazione che le sconfitte parziali non sempre creano disillusione, ma possono talvolta rovesciarsi in nuova rabbia e voglia di rilanciare la lotta.

 

Le decine di migliaia di no all’accordo: base potenziale per una ripresa delle lotte

Si tratta ora di non disperdere questo ingente patrimonio di opposizione operaia alla Unione Sacra di burocrati sindacali e padroni. I quasi 70.000 voti superano di gran lunga l’area di riferimento sia della sinistra Cgil (che allo scorso congresso aveva ottenuto circa 40.000 tra tutte le categorie della confederazione) sia del sindacalismo di base.
Per far ciò è necessario che la lotta continui. Sarebbe un errore se si considerasse chiusa la partita e si aspettasse un lontano futuro per riprendere e rilanciare la mobilitazione. Bisogna soprattutto superare settarismi e autoreferenzialità che hanno caratterizzato, anche in questa occasione, il comportamento della sinistra Cgil e del sindacalismo di base. Bisogna raccogliere la disponibilità alla lotta e il richiamo all’unità operaia che proviene da questo risultato. Unità che non deve però essere di facciata o di settori di apparato sindacale, piccoli o grandi che siano. Riproporre l’ennesima riunione di inter-gruppi in cui i vari leader si parlando addosso, sarebbe qualcosa che i lavoratori non perdonerebbero facilmente.

E’ indispensabile convocare assemblee in ogni realtà di fabbrica o di territorio in cui il NO ha vinto o ottenuto un importante risultato, con l’obiettivo finale di arrivare a indire una grande assemblea nazionale di rappresentanti dei lavoratori eletti democraticamente nelle fabbriche che si ponga l’obiettivo di coordinare le varie realtà combattive.

Da lì poi si potrebbe partire per organizzare e coordinare fra loro tutti i lavoratori che, al di là della loro collocazione lavorativa e di appartenenza sindacale, si sono resi protagonisti in questo periodo di lotte esemplari in molti casi vittoriose. Coinvolgere il Fronte di Lotta No Austerity, coordinamento che oggi raggruppa le migliori avanguardie della classe operaia nel Paese, potrebbe garantire il successo dell’iniziativa.

Per parte nostra ci impegneremo perché i 70.000 NO a Landini, Federmeccanica e governo, possano segnare l’inizio di una nuova stagione di lotte che finalmente vedano il proletariato, nativo e immigrato, protagonista e artefice del proprio destino.

 
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