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La rivoluzione siriana fa parte di noi PDF Stampa E-mail
mercoledě 21 dicembre 2016

La rivoluzione siriana fa parte di noi

 

di Johannes Waardenburg

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un contributo, scritto alcuni mesi fa, di Johannes Waardenburg, attivista a favore della rivoluzione siriana, con cui collaboriamo.

 

Nessuno dubita che il vecchio ordine in Siria sia terminato. Ciò che nessuno sa è quale sarà il futuro del paese. L’importante comunque, per quanto riguarda noi attivisti internazionalisti, è determinare in modo chiaro il quadro attraverso il quale sarà possibile per le siriane e i siriani perseguire la loro lotta per la liberà, l’uguaglianza e la giustizia sociale.

 

La rivoluzione siriana: una lotta con dei confini?

Centrale a tale quesito vi è una domanda che alcuni siriani tentano semplicemente di negare, ovvero: il futuro di questo popolo si realizzerà nella cornice dei confini attuali della Repubblica Araba Siriana? In realtà non siamo i soli a chiederci se il territorio, lo Stato nazionale e l’economia anteguerra della Siria possano garantire una soluzione al paese. La borghesia nazionale, che ha attraversato diverse fasi di transizione e di dura rivalità interna, anch’essa si è interrogata su questo punto. In realtà essa concludeva già che la Siria, come l’abbiamo conosciuta, non sarebbe stata più il quadro normativo della vita della sua gente.

Per essere precisi, da un punto di vista politico ed economico, ciò si era già avverato da tanto tempo. E’ risaputo che storicamente la dittatura degli Asad ha consolidato la propria forza basandosi su compromessi siglati con i grandi attori internazionali che operavano nella regione: Israele, Francia e Stati-Uniti . Ad esempio gli accordi di Ta’if del 1989 istituirono un protettorato siriano sul Libano, e lo scopo era quello di contrastare la crescente influenza dell’Iraq. Al contempo, forte dei vari partenariati internazionali, il regime poté reprimere qualsiasi forma di opposizione: all’interno dell’esercito, dentro al Paese, fino ad operare in tutta la regione (sottomettendo i Palestinesi e le forze libanesi progressiste, e contrastando la sezione irachena del Partito Ba’th – più ricca).

Se qualcuno avesse tentato di abbattere il governo Asad, questo avrebbe portato ad una reazione globale per mantenerlo al potere. Ed è esattamente ciò a cui stiamo assistendo dal marzo 2011.

Al di là di tutto ciò, l’integrità territoriale siriana stessa era stata sacrificata in due occasioni da questa famiglia regnante: nel giugno 1967 quando HafIz Al-Asad ordinò alle sue truppe di ritirarsi dalle Alture del Golan – benché disponessero là di potenti batterie difensive; e nel dicembre del 2004 quando Bashar al-Asad riconobbe legalmente l’annessione da parte della Turchia della Provincia di Alessandretta (territorio che fu occupato dai turchi nel lontano 1938).

Sia Asad figlio che il padre hanno dunque compromesso il futuro della Siria a livello istituzionale, hanno prosciugato l’economia del paese e incatenato il suo popolo, con la scopo di realizzare interessi di parte.

Nel 2011 però i siriani hanno spezzato le loro catene, tuttavia ciò ha avuto un costo altissimo: in quanto sono stati distrutti il patrimonio culturale siriano e molte delle loro città. Attualmente milioni di siriani vivono come profughi: questo perché il loro nemico non era solo il regime dittatoriale, bensì l’intero sistema mondiale basato sull’oppressione e la repressione. Il regime iraniano e l’ordine neo-tsarista russo hanno diretto in primo luogo, insieme con lo Stato d’Israele, la campagna militare per impedire che l’apparato siriano crollasse; ed è evidente che questo ricorso ad una violenza senza freni non avrebbe avuto luogo senza l’approvazione degli Stati-Uniti.

 

Lo scossone al sistema mondiale: rivelando la vera natura di oppressione delle istituzioni globali

Perciò non è avventato dire che il processo rivoluzionario avviato dai siriani abbia provocato rapidamente onde d’urto a livello planetario: questo non tanto per rivendicazioni economiche – come vorrebbe la visione tradizionale della propagazione dei processi rivoluzionari – ma precisamente perché ha scardinato il sistema istituzionale globale che per decenni si era rifatto al regime degli Asad per garantire che il Mashriq arabo – area instabile per eccellenza e al contempo fortemente strategica – non venisse rivoluzionata. Inoltre, il susseguirsi degli eventi in Siria dal 2011 in poi ha portato alla dissipazione di quanto rimanesse di legittimità morale all’organizzazione delle Nazioni Unite. Sta chiaramente ai veri internazionalisti, e alle loro organizzazioni, accrescere il loro raggio d’azione ora che lo scenario istituzionale globale è totalmente in rovina.

Spesso i Siriani stessi non sono consapevoli delle implicazioni profonde che le loro richieste elementari di libertà e giustizia hanno avuto per il sistema mondiale, nonostante siano pienamente consapevoli che questo stesso sistema  stia operando contro di loro. Essi per altro hanno perso ogni speranza in un sostegno arabo o islamico che potesse mettere loro in salvo da questa atroce disgrazia.

Nonostante ciò, tenendo comunque fede alla sua lotta di liberazione il coraggioso popolo siriano è stato capace di fare corpo con altre realtà rivoluzionarie nella regione e conseguentemente di avviare la rimozione dei confini artificiali eretti in Medio Oriente, quasi cento anni fa, dalle potenze coloniali europee. Ad esempio, molti siriani esiliati presero parte al processo rivoluzionario in Egitto, almeno fino a quando il generale Abd al-Fattah al-Sisi non rimosse, nel luglio 2013, il governo conservatore di Mohamed Morsi. I siriani che ora si trovano in Grecia, stanno spalla a spalla con la popolazione locale, strangolata dalle organizzazioni finanziarie mondiali. Infine, hanno fatto rinascere la speranza tra i Palestinesi che la libertà non è una mera utopia. Va riconosciuto, però, che sfortunatamente all’interno dell’ampio movimento sociale che ha scosso la Turchia tra il maggio e l’agosto del 2013 (incentrato sulle proteste del Gezi park) l’agenda politica dei sostenitori del regime di Asad aveva il sopravvento in tema esteri.

 

La rivoluzione siriana all’estero: come distinguere gli internazionalisti dai sciovinisti?

Sostenere la rivoluzione siriana come internazionalisti significa lavorare su almeno quattro fronti: aiutare gli sfollati e i rivoluzionari in loco; estendere geograficamente e politicamente il terreno della lotta – attraverso l’intensificarsi delle relazioni dei siriani con le altre popolazioni e le altre categorie sociali – che consenta a tutti di costruire il futuro che desiderano per le proprie comunità; rivelare pubblicamente la complicità nel genocidio attualmente in corso in Siria della comunità istituzionale mondiale, e conseguentemente chiederne la riforma radicale. Infine, abbracciare i rivoluzionari siriani coraggiosi che denunciano la strategia ufficiale del compromesso – di cui si fanno invece portavoce gli inviati voluti dall’Occidente per parlare a nome della rivoluzione all’esterno della Siria.

Comunque, è un dato di fatto che lo spirito volenteroso della gioventù siriana, in prima linea nel processo rivoluzionario, si sia affievolito molto come conseguenza della totale mancanza di supporto politico e militare per rovesciare il regime. Dai mesi iniziali fino all’estate 2013, presso i siriani vi era la forte convinzione che, come avvenuto in Libia, la “Comunità Internazionale” non avrebbe permesso che una rivoluzione democratica venisse schiacciata con la violenza. Consapevoli comunque che ci sarebbe stata sicuramente un’agenda politica interessata delle potenze imperialiste occidentali sostenitrici. Invece, il regime e i suoi alleati non sono mai stati impediti di ricorrere a tutti i mezzi militari a loro disposizione per distruggere il paese e annientare il popolo siriano. Se una parte dei giovani siriani disillusi ha aderito a una forza controrivoluzionaria come quella di Daesh, questa è innanzitutto la conseguenza dell’impunità del regime dopo l’attacco chimico massiccio sferrato contro i quartieri periferici di Damasco il 21 agosto 2013.

 

Tendenze disfattiste

Va ricordato inoltre che tra i siriani emigrati vi è un numero discreto di esponenti della vecchia generazione che sostiene la rivoluzione con il solo scopo di ingrandire la loro autorità personale e tribale. Essi nutrono forti preoccupazioni per l’ autonomia e la libertà di azione delle nuove generazioni e delle donne in particolare; tentano perciò di imporre forme nuove di controllo sociale su questi veri attori del cambiamento. Chiaramente i rivoluzionari non sono intenzionati a sottomettersi a queste nuove pratiche oppressive, dopo tutto ciò che hanno passato dal 2011. Ciò porta a reali situazioni di tensione all’interno delle comunità siriane libere all’estero.

Peggio ancora, questi patriarchi nuovi – ma riciclati – rinnegano il diritto del popolo siriano all’autodeterminazione e all’autogestione operaia. Manca drammaticamente un loro manifesto politico rivoluzionario in tal senso infatti, per il periodo post-Asad – mentre avrebbero l’esperienza e la conoscenza per dare forma a tale proposte. Tutto ciò è una chiara indicazione dell’usurpazione della rivoluzione che vorrebbero attuare. Perciò dobbiamo stare molto attenti: quelle proposte, che ricevono anche l’attenzione dei media, per un periodo di transizione dall’attuale regime, verso la costruzione di una “Siria democratica”, vanno capito per quello che sono. E vanno denunciate senza mezzi termini in quanto tradiscono i valori essenziali della rivoluzione. In realtà quelle “soluzioni” rappresentano gli unici scenari che Israele e l’Occidente verrebbero di buon occhio.

Infine, c’è un pericolo concreto che devono affrontare ora gli attivisti siriani esiliati negli Stati opulenti d’Europa: rischiano di perdere l’iniziativa politica cruciale per il successo del processo rivoluzionario. Questi emigrati in realtà possono giocare un ruolo senza precedenti nella determinazione del futuro della Siria e del Medio-Oriente. Tutti sappiamo che l’Occidente, insieme con le istituzioni internazionali da esso create, vorrebbero rilegittimare i servizi di sicurezza del regime. Hanno infatti più volte tentato di sacrificare il volto politico del regime per realizzare tale obiettivo. Il dramma mediatico attorno alle esecuzioni registrate di Daesh ha lo scopo di preparare il terreno. In più tutta la messa in scena diplomatica che di tanto in tanto si ripropone a Ginevra vuole convincere il pubblico occidentale che questa sia l’unica soluzione possibile. Perciò il futuro del processo rivoluzionario siriano sarà determinato in gran parte in Occidente da chi sarà in grado di sfidare seriamente le istituzioni globali. Dunque iniziamo fin d’ora a pretendere che venga levata la costante e macabra attenzione mediatica su Daesh!

 

Non stringere mai la mano al tuo oppressore!

Come dato di fatto, molti dei giovani attivisti siriani non sanno come organizzare una vera rivoluzione socialista. Ciò di cui sono stati protagonisti è una travolgente rivolta per la democrazia e la giustizia sociale. Considerato però il fallimento della sollevazione militare, essi sono inclini a ricongiungersi con conoscenti pro-Asad, trascurando il fatto che è proprio ora che in Occidente è necessario insistere pubblicamente ch’è il regime di Asad a stare all’origine del dramma. Pensano ingenuamente di instaurare la pace in Siria sin da ora, stringendo la mano ai sostenitori di Asad mentre questi sono ancora al potere – avendo in mente una Siria di tutti i suoi cittadini. Capiscono che le potenze mondiali non permetteranno alla rivoluzione siriana di aver successo, perché c’è troppo in ballo; e a causa della loro inesperienza credono di dover optare per ciò che ora venga consentito loro cogliere.

In pratica quasi tutti hanno abbandonato il popolo siriano; secondo l’opinione di molti siriani la comunità istituzionale internazionale continuerà a sostenere Asad mantenendolo al potere. Capiscono perfettamente che il vero problema sta nell'enorme sostegno militare che il regime continua a ricevere. Loro dicono: se non siamo riusciti a rovesciare Asad come possiamo sperare di condizionare le Nazioni Unite?

Tutti noi dobbiamo prevenire però questo tradimento della rivoluzione siriana, e dimostrare al mondo intero la vera portata della solidarietà internazionalista. E’ davvero cosi difficile unirci a tale scopo e tornare a riaccendere le speranze dei siriani?

 
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