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Sinistra Cgil: la necessità di una svolta PDF Stampa E-mail
sabato 22 ottobre 2016

Sinistra Cgil: la necessità di una svolta

Un'ulteriore deriva burocratica nell'area

Il Sindacato è un'altra cosa

 

 

di Massimiliano Dancelli e Alberto Madoglio

 

L’assemblea nazionale dei sostenitori della sinistra Cgil (Il sindacato è un’altra cosa), tenutasi a Bologna lo scorso 7 ottobre, poteva essere il momento in cui rilanciare l’azione di un’area che, nelle intenzioni, vorrebbe essere un’alternativa di classe alla linea concertativa e capitolarda della maggioranza Cgil. Ci rincresce dover riconoscere che invece è stata l’ennesima occasione sprecata.

 

Una situazione di crisi interna

 

L’area della quale chi scrive fa parte fin dalla sua fondazione (e ancor prima quando si chiamava Rete 28 Aprile), ha subito negli ultimi due anni importanti defezioni. In primis l’uscita di quello che per lungo tempo era stato il suo portavoce nazionale ed esponente maggiormente riconosciuto, Giorgio Cremaschi; poi, questa primavera, l’uscita del nuovo portavoce nazionale Sergio Bellavita, di alcuni dirigenti nazionali dell’area, e cosa più significativa, dei delegati Fca delle fabbriche di Melfi e Termoli, che avevano partecipato a un coordinamento dal basso di delegati sindacali di differenti sigle (Fiom e sindacati di base), coordinamento che aveva organizzato una riuscita mobilitazione contro l’imposizione aziendale del sabato lavorativo. Il tutto a seguito della durissima “caccia alle streghe” lanciata da Landini e da tutto il gruppo dirigente nazionale della Fiom.
Ciò ha causato, a partire dalla precedente riunione nazionale di Firenze dello scorso luglio, l’emergere di tutta una serie di tensioni e differenziazioni politiche che da tempo covavano all’interno dell’area. In quell'occasione, sono state avanzate diverse proposte, sintetizzate in quattro documenti presentati alla discussione

Uno presentato, insieme ad altri, da chi scrive; un secondo presentato da alcuni compagni per la maggior parte del Lazio e di Roma; un terzo dai compagni di Sinistra Classe e Rivoluzione (che, al di là di critiche avanzate da tempo, nei fatti hanno sempre avuto un ruolo di primo piano e dirigente nell’area); infine, quella dei compagni Eliana Como e Luca Scacchi, già dirigenti dell’area da molto tempo, responsabili quindi del profondo stato di crisi in cui si trova e che, avendone mantenuto il controllo anche dopo l’uscita di Bellavita, portano la pesante responsabilità di aver avanzato una proposta politica organizzativa che non potrà far altro che accentuarne la deriva burocratica auto referenziale.

Per parte nostra, abbiamo sottolineato, insieme con altri compagni, la necessità di aprire una fase congressuale dell’area, viste le uscite di numerosi suoi dirigenti storici e al fine di coinvolgere attivisti e lavoratori della base in un reale percorso di discussione. Discussione tanto più necessaria, considerata l’incapacità di rappresentare una vera alternativa al gruppo dirigente della Cgil, in una fase in cui i tradimenti da esso perpetrati nei confronti dei lavoratori sono sempre più evidenti col passare del tempo.

A questa richiesta, che in qualche modo era sostenuta da entrambe le altre aree critiche, il nuovo auto-nominatosi gruppo dirigente ha risposto, prima a Firenze e poi con più forza a Bologna, con una chiusura funzionale solo a blindare il nuovo assetto di potere nell’area. Tra gli aspetti più gravi, vedremo, vi è il fatto che un reale percorso congressuale e democratico dell'area è stato sostituito con accordi ai vertici tra gruppi politici, funzionali a spartirsi i posti nei nuovi organismi dell'area ed escludere tutte le voci critiche.

 

L'assemblea di Bologna

La relazione introduttiva dell’assemblea tenuta dalla compagna Eliana Como, è stata una condivisibile ma assolutamente generica elencazione di tutto quello che non va nella Cgil, rispetto all’attacco che il governo Renzi sta lanciando al mondo del lavoro. Ha poi ricordato tutta una serie di episodi volti a dimostrare che anche in Italia la lotta di classe non è scomparsa pur essendo episodica, atomizzata ecc. Infine ha concluso ribadendo l’intenzione di presentare un documento alternativo al prossimo congresso della Cgil.
E’ stato l’intervento di Luca Scacchi quello che ha avuto il merito, per così dire, di mettere in prosa la poesia astratta della relazione di apertura. Rispondendo ad alcuni interventi, tra i quali il nostro, che criticavano pesantemente la nuova struttura organizzativa dell’area (sulla quale torneremo più avanti) ha difeso tutto l'assetto, in particolare la nuova organizzazione interna, affermando che sarebbe funzionale allo stato in cui siamo: un’area in via di costruzione, non omogenea politicamente, non equamente distribuita sul territorio, in alcuni casi funzionante in maniera più o meno regolare, in altri presente solo sulla carta e limitata alla critica durante le riunioni degli organismi sindacali.

Tutte queste argomentazioni, secondo noi, lungi dal giustificare le scelte fatte, vanno nel senso diametralmente opposto.

Ma vediamo nel dettaglio la struttura della nuova organizzazione. Sono stati previsti 4 livelli decisionali, almeno sulla carta. Un coordinamento allargato di 129 membri, un coordinamento nazionale di 66, un esecutivo di 24 e infine un gruppo operativo, vero centro decisionale, politico e organizzativo, di 7. L'appartenenza a questi “organismi” dell'area è basata, così come la partecipazione al voto nell’assemblea in questione,  sulla presenza negli organismi nazionali, di categoria o di confederali dell'apparato burocratico Cgil! Sono quindi escluse, in automatico, tutte le realtà più combattive dell'area, quelle che, magari per la loro opposizione alle manovre burocratiche, sono state emarginate all'interno dell'apparato.

Chi non è negli organismi della Cgil non può essere nemmeno in quelli dell’area, ma non essere in questi ultimi impedisce che le posizioni differenti (e più combattive) possano essere rappresentate e dibattute

Non ci dilunghiamo qui sugli argomenti pretestuosi che sono stati utilizzati per giustificare una proposta di questo tipo. Ci limitiamo solo a dire che, per spiegare il mancato coinvolgimento della base dell'area nelle decisioni, è stato utilizzato un argomento imbarazzante: che è impossibile “contattare” tutte le migliaia di iscritti Cgil che hanno votato il documento alternativo allo scorso congresso... Come dire: dato che ci siamo sempre rifiutati di intraprendere un percorso in grado di coinvolgere realmente la base, il risultato è che non la conosciamo affatto... e quindi siamo legittimati ad ignorarla! Un capolavoro di ipocrisia.

Dovendo la nostra area fondarsi sulla militanza sindacale attiva e non sul semplice voto passivo a ogni assise congressuale quadriennale, si sarebbero potute indire assemblee locali (città o provincia, non è importante) in cui gli attivisti si sarebbero potuti esprimere sulle differenti opzioni in campo. Alla fine di quel percorso si sarebbero formati organismi dirigenti dell’area che avrebbero tenuto conto del dibattito (senza tra l'altro che questo escludesse in linea di principio una presenza di delegati eletti nei vari livelli decisionali della Cgil).

Come si vede gli ostacoli insormontabili, o presunti tali, per organizzare una discussione di tipo congressuale della nostra area, sarebbero stati facilmente superabili. La verità è un’altra. Si portano a pretesto questioni organizzative per coprire in realtà obiettivi politici.

 

Manovre e manovrine politiche

 

Riteniamo che il vero scopo di questa manovra burocratico-conservativa sia quello di permettere a compagni di note organizzazioni politiche di mantenere il controllo ferreo dell’area ben al di là della loro reale consistenza: per questo ogni percorso democratico, di reale partecipazione della base, viene osteggiato con tanta forza.
Ci riferiamo in primo luogo ad alcuni dirigenti del Partito comunista dei lavoratori (Pcl) e a Sinistra anticapitalista. Se guardiamo ai nomi che compongo l’organismo di sette membri che da qui in poi avrà in mano il controllo della sinistra Cgil, quattro appartengono a queste due piccole organizzazioni (due a testa), altri due fanno riferimento a Sinistra Classe e Rivoluzione. Solo il settimo è un indipendente che però sostiene la posizione dei due gruppi maggioritari nell'organismo.

Se scorriamo la lista dell’organismo più largo, i delegati che sono riconducibili a quelle due organizzazioni rappresentano una infima minoranza, che non giustifica in nessun modo la loro rappresentazione nel gruppo ristretto nazionale.

Comprendiamo quindi la ritrosia di questi partiti ad accettare una libera, franca e aperta discussione politica: dopo un reale percorso democratico l'esito sarebbe stato ben diverso e i gruppi politici non sarebbero riusciti a spartirsi, così come hanno fatto, gli organismi dell'area. Avrebbero dovuto, magari, lasciare il posto a qualche operaio rappresentativo di reali realtà di lotta...

 

Egemonia reale ed egemonia burocratica

 

Non ci scandalizza il fatto che partiti, movimenti, organizzazioni della sinistra, anche se di piccole dimensioni, possano organizzare il loro intervento all’interno delle strutture sindacali in una battaglia per l’egemonia politica. Chi in questi anni, purtroppo anche all’interno della sinistra Cgil, ha combattuto la presenza di partiti di classe in nome di una malintesa indipendenza sindacale in realtà ha capitolato di fronte all’ideologia dominante, che mette sullo stesso piano tutti i partiti (borghesi, riformisti, centristi o comunisti), lasciando così dominio completo, anche nei sindacati, ai partiti della borghesia.
Al contempo contestiamo con fermezza il modo burocratico e auto referenziale in cui questa presunta egemonia viene imposta nell'area della sinistra Cgil Il Sindacato è un'altra cosa. Contestiamo le frasi fatte, le petizioni di principio, i richiami alla democrazia operaia, all’unità delle lotte, alla lotta contro le burocrazie, quando l’azione concreta va in tutt’altra direzione. Che cosa ha in comune la nuova organizzazione della sinistra Cgil con le migliori esperienze di democrazia operaia che abbiamo avute in passato? Che cosa è la lotta alla burocrazia Cgil e alla sua volontà di reprimere o non riconoscere il dissenso se lo stesso avviene tra le nostre fila? Come si può essere credibili nella critica alla Cgil e alla Fiom senza fare un serio bilancio dell’appiattimento sulle posizioni di Landini nel 2010 all’epoca dell’attacco sferrato da Marchionne ai lavoratori Fca, posizione che ha preparato la disfatta del sindacalismo combattivo nelle fabbriche ex Fiat, e che ha avuto come corollario la sigla dell’accordo della vergogna del 10 gennaio 2014 (accordo criticato dal gruppo dirigente passato e presente dell’area ma nei fatti accettato nelle elezioni rsu)?

Come si può parlare della necessità di unire le varie mobilitazioni oggi presenti in Italia, superare la frammentazione rappresentata dai due scioperi generali convocati in date differenti dal sindacalismo di base, e poi guardare con superficialità e disprezzo all’unica realtà che oggi cerca concretamente di superare questa divisione, cioè il Fronte di Lotta No Austerity? Al quale tra l’altro importanti realtà combattive che fanno parte della base non considerata di questa area, hanno aderito o hanno aperto a una collaborazione, come alcuni lavoratori della Ferrari o della Pirelli di Settimo Torinese

Certo, ci si può accontentare del fatto che, a fronte di uscite di molti dirigenti del Sindacato è un’altra cosa, lo stesso non è avvenuto tra la base. Forse perché in realtà gli oltre quarantamila voti presi al congresso sono per la stragrande maggioranza rimasti sulla carta, tranne poche lodevoli eccezioni (Same di Bergamo, Gkn a Firenze e poche altre).
Se la responsabilità maggiore ricade sulla direzione Cgil e sulle sue disastrose scelte politiche, senz’altro  l'assenza oggi di una reale opposizione alle nefandezze della Camusso ricade anche su chi non è riuscito e non ha voluto rappresentare una reale alternativa, di classe e anticoncertativa, nel momento di più bassa credibilità del sindacato confederale tra le avanguardie di lotta.
Da parte nostra, continueremo a lottare per costruire una differente sinistra sindacale, basata sulla mobilitazione dei lavoratori, sul rifiuto (in ogni istanza, di fabbrica, locale o nazionale) dell'accordo della vergogna, sulla necessità di una reale partecipazione della base alle decisioni, sul sostegno alle lotte (indipendentemente dalle sigle sindacali che le promuovono). Chi si riempie la bocca di parole d'ordine rivoluzionarie ma poi avalla le peggiori manovre burocratiche non pensiamo potrà dare alcun contributo a un percorso di questo tipo: potrà forse accontentarsi di qualche piccola rendita di posizione negli apparati, finché la lotta di classe langue. La strada che vogliamo percorrere noi non prevede scorciatoie burocratiche: è la strada dell'unità di classe e della democrazia operaia. Una strada difficile, ma imprescindibile per rispondere con la lotta agli attacchi di padroni e governo.

 

 

 

 

 
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