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8 Marzo Giornata Internazionale della donna lavoratrice PDF Stampa E-mail
lunedě 07 marzo 2016
8 Marzo Giornata Internazionale della donna lavoratrice
Avanzare nelle lotte
contro maschilismo e sfruttamento
 

 
dichiarazione della Lit-Quarta Internazionale (*)
donne avanzare nelle lotte
 
 
In Argentina nel giugno 2013 più di mezzo milione di persone si sono mobilitate contro la violenza verso le donne, proprio come hanno fatto in centomila in Spagna lo scorso 7 novembre. Anche in Spagna in meno di tre giorni sono state raccolte più di 50.000 firme contro le manifestazioni convocate dagli “ultramaschilisti” a Barcellona e a Granada, a febbraio scorso, che sono state praticamente impedite. Le milizie di donne kurde, insieme alle milizie dei loro compagni uomini, continuano a lottare contro l’esercito reazionario di Daesh, noto anche come EI.
Le lavoratrici dell’istruzione sono state protagoniste di innumeroveli scioperi in vari Paesi, Brasile, Colombia, Italia, i lavoratori e le lavoratrivi statali hanno organizzato recentemente grandi mobilitazioni contro la politica antioperaia di Macri in Argentina. Due scioperi generali sono stati effettuati in Grecia finora quest’anno, contro i piani di austerità del governo Tsipras, durante i quali i settori dei servizi pubblici che contano una maggiore percentuale di donne, sono stati decisivi. Anche ad Atene le donne organizzano case per donne per poter solidarizzare tra loro, contro la disoccupazione e la fame. I professori palestinesi stanno conducendo un grande sciopero che vanta una forte composizione femminile, ed è uno sciopero al di fuori dei sindacati ufficiali, il che lo rende ancora più significativo. Questa lotta è parte della storica e coraggiosa lotta del popolo palestinese contro il governo sionista di Israele che li ha derubati del loro territorio e della loro libertà, nella quale le donne hanno mostrato un immenso coraggio.
Lo sfruttamento e l’oppressione si inaspriscono quali risultati della profonda crisi del sistema capitalista. Un sistema che approfondisce ogni giorno di più le disuguaglianze sociali. Ad una estremità una piccola minoranza di ricchi e potenti e dall’altra milioni di poveri sempre più sfruttati economicamente e oppressi politicamente, socialmente e culturalmente. Un sistema predatore della natura che sta producendo squilibri ambientali di tale portata che possono diventare irreversibili in breve tempo. Un sistema che, di crisi in crisi, ci nega persino il più elementare diritto al lavoro. Solo nei Paesi sviluppati ci sono 44 milioni di disoccupati, senza parlare dei Paesi semicoloniali.
I governi guidati da donne che difendono i piani imperialisti non ci rappresentano. Siamo accanto agli uomini e alle donne della classe operaia contro il maschilismo e lo sfruttamento per trasformare il mondo, e lottare per l’uguaglianza e la libertà effettive per le donne lavoratrici.
 
Le donne lavoratrici: le più sfruttate
Il rapporto dell’Oil sull’occupazione del 2015, conferma ciò che abbiamo detto. "Solo un quarto dei lavoratori di tutto il mondo ha un rapporto di lavoro stabile". Mostra che, nei Paesi in cui sono disponibili i dati (che coprono l'84 per cento della popolazione attiva in tutto il mondo), i tre quarti dei lavoratori sono impiegati con contratti temporanei o di breve durata, in occupazioni informali spesso senza contratto, come lavoratori autonomi o in attività familiari senza retribuzione. Prosegue mostrando come questo tipo di contratti colpisca soprattutto le donne:  "Un'altra tendenza attuale è l'aumento del lavoro a tempo parziale, in particolare tra le giovani donne. Nella maggior parte dei Paesi con dati disponibili, i posti di lavoro a tempo parziale sono cresciuti più velocemente dei posti di lavoro a tempo pieno tra il 2009 e il 2013”.
In effetti si tratta di una crescita, non di una novità. Negli anni '90 caratterizzati dal boom del neoliberismo, i capitalisti hanno trovato nella ristrutturazione dei contratti di lavoro una grande fonte di profitti. In questo modo, in migliaia di fabbriche di Paesi semicoloniali, gli impianti di lavoratori fissi sono stati via via modificati per raggiungere l’esternalizzazione, per invertire il rapporto percentuale. Un impianto minimo di fissi e uno enorme di lavoratori temporanei ai quali è stato più facile imporre salari da fame, zero prestazioni e zero stabilità come un ricatto permanente per impedire la loro organizzazione e la loro lotta. Le donne sono state banco di prova privilegiato di questo tipo di contratti. Circa il 73 per cento del deficit mondiale di posti di lavoro nel 2014 è stato causato da un calo di occupazione tra le donne, che costituiscono circa il 40 per cento della forza lavoro nel mondo, dice il rapporto dell'Oil.
Al di là della freddezza delle cifre, questa realtà ha colpito drasticamente le donne se si considera che oggi nel mondo è cresciuto in modo allarmante il numero di madri capi-famiglia, da cui dipende unicamente il mantenimento della casa e che esse devono fare una giornata lavorativa o il suo doppio, spesso per i contratti part-time o di lavoro a ore devono lavorare in due o tre posti, a cui si aggiunge la “giornata” aggiuntiva di lavoro domestico. Devono sopportare gli abusi dei padroni, le molestie lavorative e sessuali, la negazione dei permessi per motivi familiari e una serie di sofferenze infami. Nel settore dei servizi nel quale la manodopera femminile è il 70% o anche più, tutto ciò si manifesta con salari bassi, tagli ai diritti e legalizzazione dell’instabilità per mezzo di valutazioni continue per mantenere l'occupazione, come nel caso dell’istruzione.
 
Anche le più oppresse e vulnerabili
Dalla fine dello scorso anno, la stampa ha registrato la crescente epidemia del virus Zika, in diversi Paesi dell'America Latina, causata dalla puntura della zanzara Aedes Aegypti. Le agenzie sanitarie hanno scoperto che nelle donne in gravidanza può causare la microcefalia fetale. I governi hanno suonato l’allarme, ma al di là di semplici campagne di prevenzione o del fare appello alle donne di non rimanere incinta, non sono in grado di prendere le misure necessarie. Come sempre i settori più poveri della popolazione sono i più colpiti a causa delle condizioni igieniche spaventose in cui devono vivere e per le deplorevoli restrizioni nei servizi sanitari.
E' urgente avviare una campagna globale per il pieno diritto all’aborto legale per le donne che, a costo di questo enorme rischio della microcefalia, scelgono di interrompere la gravidanza.
Qui appare chiaramente l'ipocrisia della borghesia che, mentre si lacera le vesti sui giornali e in televisione, dicendo quanto sia "preoccupata", non esita a mantenere leggi restrittive in materia di diritto di aborto, o a mettere ogni sorta di ostacolo nei Paesi in cui la legge prevede questo diritto nei casi che riguardano la salute della madre o la malformazione del feto, e tutto ciò fa risaltare l'assenza di piani per migliorare l'accesso ai contraccettivi. Papa Francesco ha così dichiarato: la Chiesa permette l'uso di contraccettivi, in questo caso, ma mai il diritto all'aborto, perché lo considera un crimine. Alla chiesa non sembra un crimine condannare la donna e i suoi figli ad una vita di sofferenza.
 
Le donne immigrate: vittime del maschilismo e del razzismo
Ma non solo questo fatto dimostra l'oppressione della donna e il maschilismo che pervade la società. Secondo un sondaggio condotto da Amnesty International, tra le migliaia di immigrati e rifugiati che arrivano dall'Africa e dal Medio Oriente alle porte dell'Europa, nella crisi migratoria più grave dalla Seconda guerra mondiale, la maggior parte delle donne intervistate hanno detto di essere state vittime di qualche espressione di violenza maschilista. La suddetta organizzazione afferma che "le donne e le ragazze rifugiate subiscono violenza, abusi, sfruttamento e molestie sessuali in tutte le fasi del loro viaggio dalla Siria e dall’Iraq verso l'Europa, anche quando sono sul territorio europeo". Tutte le intervistate hanno riferito ad Amnesty di essersi sentite minacciate e insicure durante il viaggio, mentre hanno denunciato che, in quasi tutti i Paesi per i quali erano passate, i trafficanti, il personale di sicurezza o gli altri profughi le hanno sottoposte a maltrattamenti fisici e sfruttamento economico, le hanno palpeggiate o hanno fatto loro pressioni perché avessero rapporti sessuali con loro.
Tirana Hassan, direttrice del Programma di risposta alle crisi di Amnesty International, riferisce che "le donne e le ragazze che viaggiano da sole e quelle che sono accompagnate solo dai loro figli, si sentivano particolarmente minacciate nelle zone di transito e nei campi di Ungheria, Croazia e Grecia".
La situazione già di per sé terribile di migliaia di migranti, prodotto di circostanze collegate alla mancanza di lavoro, alla povertà, a situazioni di violenza estrema nei Paesi africani e alla guerra in Siria, rischiando la propria vita e quella delle loro famiglie, è aggravata dalle misure razziste dei governi e dagli apparati repressivi dei Paesi di destinazione. Le organizzazioni per i diritti umani che operano nella regione, denunciano come le donne e i minori di entrambi i sessi siano ricattati dalle mafie del traffico dei rifugiati che li vendono come schiavi sessuali. Non possiamo dimenticare come le donne in mezzo ai conflitti bellici siano utilizzate come un trofeo di guerra, violentate per umiliare il nemico.
Come se ciò non bastasse, dobbiamo anche confrontarci in modo deciso con gruppi di uomini che cominciano a organizzarsi, per fortuna ancora in modo molto parcellizato. Sono quelli chiamati "ultramaschilisti" che si autodefiniscono "il ritorno dei re" e che sostengono la legalizzazione dello stupro in privato, contro il diritto delle donne a lavorare, contro l’uguaglianza tra i sessi perché secondo loro non sono uguali, le donne sono stupide e, pertanto, non dovrebbero avere diritti politici.
E’ il maschilismo portato all’estremo, che in Europa va sempre insieme al razzismo: ultramaschilismo fa rima con fascismo!, senza ombra di dubbio. 
E poi ci sono anche coloro che sono stati definiti "postmaschilisti", che si definiscono vittime delle poche misure che gli Stati hanno adottato contro la violenza nei confronti delle donne.
 
Unità della clase operaia per opporsi alla crisi economica
In America Latina, la crisi è già iniziata. Le previsioni del Fmi per il 2016 e il 2017, annunciate a febbraio di quest’anno sono piuttosto buie, sono state corrette riferendosi a quelle dell’anno scorso, con una tendenza al ribasso, e nei Paesi sviluppati tutto indica che si possa avere una nuova recessione.
Mentre i capitalisti fanno i loro conti con decine di cifre, cifre enormi che non si adattano alla testa dei lavoratori, a noi tocca contare in monete e ricorrere ai salvadanai. Questa è la realtà, quando l’economia capitalistica cresce, cadono solo le briciole, quando cadono-, per la classe operaia e per gli sfruttati dal grande capitale. Quando arrivano crisi e recessione, ci chiedono di stringere di più la cintura. Allora, quello che possiamo aspettarci sono sempre di più le ricette note e attuate dai governi neoliberali in tutto il mondo. Disoccupazione, ribassi salariali, pessimi contratti di lavoro, riforme fiscali che abbassano le tasse ai capitalisti e alzano quelle legate ai consumi come l'IVA, revisione dei piani per l’aumento delle tasse sul reddito, tagli al budget per la salute e l’istruzione, tagli dei servizi sociali per la maternità e per la cura dei bambini, degli anziani e dei disabili, che gravano nella doppia giornata delle donne, aumento delle tariffe dei servizi pubblici e dei trasporti, aumento dell’età e dei contributi per il sistema pensionistico, ecc.
La nostra risposta deve essere l’unità della classe operaia e dei disoccupati per rispondere con la lotta, lo sciopero e la mobilitazione, a questi piani.
Non c’è via d’uscita nel sistema capitalista. Apriremo nelle lotte quotidiane una via d’uscita operaia per una nuova società nella quale  metteremo fine una volta per tutte allo sfruttamento e a ogni tipo di oppressione. Un società socialista.
Perciò il nostro grido di battaglia come parte della classe operaia deve essere “Che la crisi la paghino i ricchi! Basta coi piani di austerità, ne abbiamo abbastanza! Basta sfruttamento! Basta oppressione e violenza contro le donne e gli oppressi! Basta con i contratti infami, per un piano di impiego stabile per le donne!  Per il pieno diritto alla salute riproduttiva e all’aborto! Per un piano di impiego totale per la classe operaia!
 
 
(traduzione dallo spagnolo di Laura Sguazzabia)
 
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