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Appoggiare Bernie Sanders? PDF Stampa E-mail
marted́ 01 marzo 2016

Appoggiare Bernie Sanders?

Un nuovo (e lungo) passo di ampi settori della sinistra

sulla strada della capitolazione

 

 

di Alejandro Iturbe

foto sanders

 

 

Sono cominciate le elezioni primarie negli Stati Uniti, un processo con voto popolare mediante il quale i due grandi partiti della borghesia imperialista statunitense scelgono il loro candidato per le prossime elezioni presidenziali. L'elezione finale di entrambi i candidati si realizza, in effetti, indirettamente, attraverso rispettive convention nelle quali votano non solo i delegati eletti nelle primarie ma anche i rappresentanti dei comitati delle direzioni nazionali e degli statti di entrambi i partiti.

Sebbene fino ad oggi [15 febbraio, NdT] si sono realizzate le primarie solo in due piccoli Stati che inviano pochi delegati alle convention (Iowa e New Hampshire), già hanno un ruolo di primo piano due figure che non appartengono agli apparati centrali dei due partiti: Donald Trump per i repubblicani e Bernie Sanders per i democratici.

Come riflesso di una situazione economica che non riesce a prendere il volo, e di un deterioramento delle condizioni di vita dei lavoratori e delle masse (oltre alla delusione di molti degli elettori di Obama), la tendenza sembra destinata a una polarizzazione dell'elettorato (o almeno di un settore significativo).

In questo modo, Donald Trump, con il suo discorso xenofobo e di destra, assume un ruolo di leader tra i repubblicani, e Bernie Sanders, con un discorso più radicalizzato del solito, lotta alla pari con Hillary Clinton nelle primarie democratiche. Questo ultimo fatto, un candidato che guadagna peso e sostegno popolare con un discorso che alcuni qualificano come “socialista”, ha generato molte aspettative e allegria in numerosi attivisti nel Paese e nel mondo. Queste aspettative sono giustificate? Chi è veramente Sanders?

Per cominciare a rispondere, segnaliamo che, nel caso dei democratici, è abituale che ci siano all'interno del partito figure più “radicalizzate”, e rappresentanti dei sindacati e delle minoranze etniche. Per esempio, il grande dirigente della lotta antirazzista per i diritti civili degli anni 60, il pastore nero Martin Luther King, è stato per molti anni membro del partito democratico e ha aiutato a canalizzare questa rivolta all'interno delle istituzioni, evitando che la maggioranza degli attivisti neri fuggisse verso posizioni più radicalizzate e contestatarie come quelle espresse da Malcolm X, Stokely Carmichael o le Pantere nere. "Dobbiamo trasformare il nostro movimento in qualcosa di positivo e creativo", diceva King quando dibatteva con le correnti nere più radicalizzate(1).

Né è una novità che i democratici cooptino attivisti dei movimenti di lotta: Bill Clinton era un assiduo partecipante alle marce contro la guerra in Vietnam. O che diano impulso a figure nuove e diverse quando situazioni complesse nel Paese e nel mondo lo richiedano. Fu questo il caso dell'impulso che i due “cervelli” del partito (Ted Kennedy e Zbigniew Brzezinski) diedero alla candidatura presidenziale del giovane senatore nero di Chicago, nell'Illinois, Barack Obama. Il partito democratico (diretto da un settore della borghesia imperialista statunitense) ha una vasta esperienza nell'elaborare tattiche e manovre di integrazione e contenimento dei settori sociali e politici, e evitare così che esondino e rompano con le “istituzioni”.

Tantomeno è nuovo il fatto che la grande stampa alzi i toni e presenti Sanders come un “radicale” o “socialista” contrario “al sistema”. Dopo tutto, è la stessa stampa che ha qualificato come “troppo di sinistra” i governi di Dilma Rousseff in Brasile o di Cristina Kirchner in Argentina, e caratterizzava Alexis Tsipras e Syriza come di “estrema sinistra”.


Argomenti che si ripetono

Il problema (e il dibattito) inizia quando vediamo che ampi settori della sinistra internazionale appoggiano Sanders e fanno appello (in modo esplicito o implicito) a votare per lui.

Questo è il caso del sito portoghese esquerda.net (che esprime le posizioni del Blocco di sinistra (Be); del Mes brasiliano (corrente interna del Psol), o del professore brasiliano Ruy Braga (che meno di un anno fa ha rotto con la sezione brasiliana della Lit, il Pstu).

L'argomento centrale che usano è “non si può restare fuori dai processi progressivi” (Pedro Fuentes, del Mes) e “dal movimento sociale (militanti sindacali, i giovani e gli attivisti neri) che danno impulso e sostegno alla sua campagna” (Ruy Braga). Anche l'organizzazione internazionale trotskista Comitato per un'internazionale dei lavoratori (Cwi in inglese) e la sua sezione negli Usa (Socialist alternative) supportano apertamente Sanders.

Sebbene il Mes e Ruy Braga non lo dicano esplicitamente, secondo loro l'orientamento corretto sarebbe fare una specie di entrismo in quel movimento e, a tal fine, ci si deve identificare con Sanders. Il Cwi e Socialist alternative, per parte loro, fanno appello a costruire il Movement4Bernie (Movimento per Bernie). Questo è particolarmente grave perché il Cwi ha negli Usa un'organizzazione di un certo peso, che di recente è riuscita a eleggere una consigliera nella città di Seattle (Kshama Sawant). Cioè, essi avrebbero la possibilità di condurre una politica rivoluzionaria indipendente.

Per queste correnti, al contrario, adottare una politica di critica e lotta contro Sanders (come propone la Lit-Quarta Internazionale ed è stato esposto chiaramente nell'articolo dei compagni della Voz de los trabajadores degli Usa(2)) sarebbe una nuova dimostrazione del nostro “incurabile settarismo”.

Sono argomenti (e dibattiti) che si ripetono in maniera ricorrente. In sostanza, sono gli stessi che sono stati usati di fronte al processo venezuelano e al chavismo, o con Alexis Tsipras e Syriza, in Grecia(3). Pedro Fuentes e il Mes si mobilitavano nel Forum sociale mondiale (Fsm) di Porto Alegre a sostegno del governo di Chavez e, più recentemente, tanto lui come Luciana Genro si presentavano dicendo “Siamo Syriza in Brasile”. È bene ricordare il disastroso risultato finale di queste esperienze.

Nuovamente, l'errore di questo ragionamento è confondere due livelli diversi della realtà. Da un lato, stanno i processi di lotta che si sono dati negli Usa (come Occupy, la lotta dei lavoratori in Wisconsin, Black lives matter, la campagna per i 15 dollari di salario minimo, ecc.) e la radicalizzazione politica che queste lotte (e il disincanto verso Obama) hanno prodotto negli attivisti e nella base. Questi processi sono immensamente progressivi (in questo siamo d'accordo tutti). Però, dall'altro lato sta chi riceve il sostegno elettorale e la fiducia degli attivisti come risultato di questa radicalizzazione: Sanders. Per noi, quest'ultimo è l'aspetto negativo e regressivo della combinazione che si da nella realtà e il quale pertanto deve essere combattuto affinché i processi progressivi (lotte e radicalizzazione della coscienza) avanzino. In altre parole, combattere le false illusioni delle masse come condizione indispensabile per un percorso progressivo del processo.

Ecco che arriva il nucleo centrale del dibattito. Che ruolo gioca Sanders di fronte ai processi progressivi che analizziamo: vuole sospingerli e svilupparli o frenarli e sterilizzarli portandoli sul binario morto delle elezioni e delle istituzioni? La risposta a questa domanda è l'asse che ordina un corretto orientamento. Per noi, chiaramente è vera la seconda opzione e da li ne discende un orientamento di chiara lotta politica contro Sanders.


Chi è Sanders?

Per chiarire il dibattito (cioè, definire quale sia l'obiettivo di Sanders), è necessario dare un'occhiata alla sua traiettoria politica e al segno della sua dinamica. Sanders ha 74 anni, studiò scienze politiche presso l'Università di Chicago, nei primi anni 60 fu un attivista della lotta per i diritti civili e entrò nella Lega dei giovani socialisti (Ypsl nel suo acronimo inglese), organizzazione giovanile del Partito socialista americano (socialdemocratico).

Abitante del piccolo Stato del Vermont, si legò al Lpu (Partito dei sindacati e della libertà). Negli anni Settanta, si oppose alla guerra del Vietnam e fu candidato di questo partito a diverse cariche (senza successo) fino a che, nel 1980, divenne sindaco di Burlington. Nel 1990, fu eletto deputato “indipendente” e, nel Congresso, agì di concerto con il gruppo democratico. Nel 2005, con il sostegno di questo partito, è stato eletto senatore e, poco dopo, è entrato formalmente in esso.

Si tratta, quindi, di una traiettoria che (al di là della retorica) non configura un processo di radicalizzazione e di rottura (come fu, ad esempio, l'ultimo anno di Martin Luther King), ma che va chiaramente da sinistra a destra, sempre più integrandosi nell'apparato democratico.

Ma ciò che esprime ancora più chiaramente questa dinamica verso la destra sono le leggi che ha votato come deputato e senatore, in chiara contraddizione con le sue posizioni a favore dei diritti civili e contro la guerra degli anni precedenti.

Queste includono leggi che avallavano:

- i bombardamenti dell'Iraq dal 1992 in avanti;

- le sanzioni economiche contro l'Iraq nel 1992;

- l'invio di truppe in Kuwait e Arabia Saudita per “difenderli dall'Iraq”;

- tutti gli interventi di truppe statunitensi da quando occupa il suo posto al Congresso: oltre all'Iraq, Somalia, Haiti, Bosnia, Liberia, Zaire, Congo, Sudan, Afghanistan e Serbia;

- numerose leggi a sostegno di Israele contro i palestinesi e i popoli arabi, dal sostegno dato nel 2006 all'invasione del Libano fino all'appoggio all'ultimo attacco di Israele alla Striscia di Gaza. Tutto in nome del “diritto di Israele all'autodifesa”. In questo è stato coerente: fin dalla sua giovinezza (quando si recò più volte in Israele per condividere la vita nei kibbutz), è stato pro-Israele;

- per quanto riguarda la legislazione interna, nel 1994 ha sostenuto il Federal crime bill (noto anche come Three strikes crime bill o Legge dei tre delitti) che è stato ampiamente utilizzato dalla borghesia e dalla sua “giustizia” per imprigionare in maniera sempre maggiore la popolazione nera e latina.

Cioè, al di là del suo discorso (e di alcuni aspetti del suo programma interno che, presi singolarmente, sono progressivi), quando sono in gioco le questioni centrali, come l'intervento militare dell'imperialismo statunitense all'estero e la repressione della masse popolari povere, Sanders vota senza esitazione con i “padroni del potere”. Qualcuno ha qualche dubbio su quale sarà il lato per cui giocherà quest'uomo nel processo in corso?


Strade sbagliate

Ma quando esponiamo questa realtà e traiamo le conclusioni politiche necessarie, Ruy Braga ci risponde con un “piccola” avvertenza: "Bernie Sanders non è socialista. Pertanto, non nutriamo illusioni nell'individuo o nelle sue motivazioni e aspirazioni personali". Ma subito dopo ci dice che "restare fuori" dal processo delle basi [dei movimenti] che lo sostengono è un "enorme errore politico".

Pedro Fuentes fà un passo molto più lungo, dimenticando completamente chi è Sanders e la sua carriera per “abbellirlo” in un maniera incredibile: "Sanders ha il programma. Sanders è socialista". La stessa strada percorre il portoghese Bloco de esquerda (Blocco di sinistra) che sul suo sito esquerda.net ha pubblicato un articolo intitolato "Un socialista alla Casa Bianca?".

Che siano “fiduciosi” o che abbiano “diffidenza”, entrambi ci propongono una strada sbagliata: quella della capitolazione a Sanders per “non restare fuori”. Una strada che già in Venezuela con il chavismo e in Grecia con Syriza si è mostrato che conduce al disastro.


Quale deve essere la politica dei socialisti rivoluzionari?

Rimane un aspetto centrale nel dibattito: è proprio vero che la lotta politica contro Sanders ci allontana (ci “lascia fuori”) dal dialogo e dal lavoro con gli attivisti e i militanti sindacali, con i giovani del movimento Occupy e gli attivisti di Black lives matter (il meglio dell'avanguardia che è sorta negli ultimi anni negli Usa) e ci condanna al propagandismo?

Il punto centrale è quale è oggi il compito principale di una corrente rivoluzionaria in processi che stanno nascendo e che sono incipienti. Per noi, il compito è appoggiarsi sui fattori progressivi e rivoluzionari (la mobilitazione e l'organizzazione delle masse, i progressi nella loro coscienza) per combattere l'elemento negativo e così aiutare le masse a fare la loro esperienza con Sanders e rompere con lui. Senza questo passo avanti nella coscienza e nella lotta, questi processi incipienti sono condannati alla sconfitta o al riflusso per mezzo della cooptazione nel Partito democratico (cosa che è già successa diverse volte in passato con molti movimenti progressisti). La linea dello “stare con le masse” (cioè, adattarsi alle loro false illusioni) ci porta sulla strada opposta: “abbellire” Sanders e aiutare a rafforzare la sua influenza sulle masse e, con ciò, la sua politica volta a frenare i processi e a cooptare i migliori attivisti.

Che cosa sarebbe accaduto in Russia dopo il febbraio del 1917 se Lenin, Trotsky e i bolscevichi avessero applicato la politica dello “stare con le masse”? Anziché portare avanti l'opera di “spiegazione paziente” sul fatto che la soluzione di fondo era che i soviet prendessero il potere (la dittatura del proletariato), dando impulso alla mobilitazione indipendente delle masse per “la pace, il pane e la terra”, e combattendo la politica delle correnti riformiste (menscevichi e socialisti rivoluzionari, che erano la maggioranza tra le masse all'inizio del processo)? Se avessero cioè sostenuto e fatto parte del governo provvisorio borghese, perché quello era il “livello di coscienza delle masse”? Semplicemente non ci sarebbe stata nessuna Rivoluzione russa ne sarebbe stato costruito il primo Stato operaio nella storia.

Di fronte a questo, è totalmente secondario sapere se si può crescere o meno in una costruzione politica. In primo luogo perché questa crescita sarebbe al costo di un impatto negativo sull'avanzamento dei processi progressivi. Inoltre la crescita e la costruzione si darebbero non come organizzazione rivoluzionaria, ma come “un'altra cosa”: come una “tendenza di sinistra” del Partito democratico.

Anche noi vogliamo “stare dentro" ai processi progressivi e dialogare con questa avanguardia, ma non per adattarci agli aspetti più arretrati della sua coscienza e alle sue false illusioni ma per andare sempre più avanti, nella misura in cui progredisce la sua mobilitazione e la sua organizzazione indipendente. Per questo compito, Sanders è chiaramente un nemico.

Si tratta di un percorso apparentemente più difficile (“settario e propagandista”, dicono i nostri critici), perché inizialmente – e durante tutto un processo di esperienza delle masse e degli attivisti – “saremo in minoranza” (come diceva Lenin), dato che ci scontriamo con le loro false illusioni. Ma questa è l'“unica strada possibile” se realmente vogliamo che il processo avanzi nella prospettiva strategica della presa del potere da parte dei lavoratori e delle masse.

Ciò non toglie che ci sono molte possibilità di proposte tattiche. Per esempio, mentre facciamo appello a non riporre alcuna fiducia in Sanders né a votarlo, proponiamo agli attivisti che confidano in lui che lo sfidino: se realmente egli vuole che si conseguano i punti progressivi del suo programma (come il salario minimo di 15 dollari o la difesa del diritto d'aborto), chiami a mobilitarsi per esso, invece di promettere che sarà lui (per via legislativa o presidenziale) a garantirlo.

Ci sono insomma anche tattiche possibili sul terreno delle illusioni elettorali delle masse. Ma esse partono dalla rottura con il Partito democratico e dalla necessità di una candidatura realmente indipendente dalla borghesia, che rappresenti le istanze della classe lavoratrice e parta dalla formazione di un partito operaio indipendente da ambedue le organizzazioni della borghesia imperialista, come proponevano Trotsky e il Swp negli anni Trenta. Ma anche per tutte queste proposte tattiche, Sanders è un nemico.

Per concludere, è necessario segnalare che tutte le correnti che sostengono Sanders e che abbiamo citato hanno capitolato a tutte le “false illusioni” e alla “propaganda ingannevole” che è apparsa in giro per il mondo negli ultimi anni: Chavez, Tsipras, Pablo Iglesias, Corbyn, ecc. Abbiamo combattuto duramente queste capitolazioni, anche quando tutta la sinistra capitolava a figure che come Chavez o Tsipras (almeno nei discorsi), dicevano di essere "contro l'imperialismo".

Ora queste correnti fanno un passo ancora più lungo (un salto, verrebbe da dire) su questa strada: la capitolazione è a un uomo che è parte di uno dei maggiori partiti dell'imperialismo statunitense, che è oggi al governo. Cioè, capitolano al partito che, come direzione dell'imperialismo, è oggi il principale nemico delle masse e dei lavoratori di tutto il mondo. Come diceva don Chisciotte al suo fedele scudiero: "Cosas veredes Sancho, que non crederes" (Vedrai cose, Sancho, che non ti sembreranno vere).


dal sito della Lit-Quarta Internazionale www.litci.org

(traduzione dallo spagnolo di Giovanni "Ivan" Alberotanza)



Note

(1) Martin Luther King, per la sua opposizione alla guerra del Vietnam, ruppe con il Partito democratico nel 1967. Fu assassinato nel 1968.

(2) Si veda http://litci.org/es/lit-ci-y-partidos/partidos/workers-voice-eeuu/bernie-sanders-el-candidato-independiente-de-los-trabajadores-o-una-trampa/

(3) Si veda rivista Correo Internacional n.13 e n.14.

 
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