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SULLA LOTTA DEL POPOLO CURDO PDF Stampa E-mail
martedž 02 febbraio 2016

         SULLA LOTTA DEL POPOLO CURDO

 


 

di Alejandro Iturbe *

mujeres kurdas

 

Il mondo si è commosso per la lotta dei combattenti curdi della città di Kobane, situata in Rojava (nome con il quale questo popolo chiama la regione del Kurdistan siriano). Nonostante l’inferiorità militare, e con un’ampia partecipazione di giovani miliziane, hanno sconfitto due volte le truppe dello Stato Islamico e hanno ripreso il controllo della città.
Da un lato questa vittoria ha messo al primo piano della politica mondiale la storica lotta dei curdi per avere un proprio Stato. Dall’altro, diverse correnti internazionali presentano lo Stato che si sta costruendo in Rojava come una specie di “socialismo di base”, e altri come una messa in pratica dei principi anarchici (un Paese governato da un non-Stato)
In questo articolo, cerchiamo di affrontare in modo sintetico la storia moderna del popolo curdo e le sue lotte, la sua situazione generale nei Paesi nei quali è diviso, cominciando da un’analisi sul carattere di classe dello Stato del Rojava e da una breve analisi dei partiti e delle organizzazioni politiche che operano in ciascuna di queste regioni, specialmente il cosiddetto Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), che ha una forte influenza tra le popolazioni curde di Turchia e Siria.

 

Origine e divisione del popolo curdo

La storia dei curdi nella regione che oggi occupano è iniziata nell’antichità: si stabilirono in Asia Minore all'incirca nel mille a.C. Durante il Medioevo la regione fu dominata dall’impero arabo e, più tardi, dall’impero turco-ottomano. Durante questo periodo, nonostante abbiano conservato il proprio idioma, la maggioranza dei curdi adottò il ramo sunnita della religione musulmana, anche se un’importante minoranza mantenne la sua religione tradizionale (pre-cristiana): lo yazidismo.
Durante la Prima guerra mondiale (1914-1918), l’impero ottomano si alleò con i cosiddetti Imperi centrali (Germania e Austria-Ungheria) e venne sconfitto. Dopo questa sconfitta le potenze imperialiste vincitrici (Inghilterra e Francia) disintegrarono questo impero e lo divisero in aree sotto la loro influenza.
Nei decenni seguenti, in diverse di queste aree, concessero l’indipendenza a nuovi Paesi. Ma lo fecero con criteri arbitrari, cercando di mantenere un controllo su una regione molto ricca di petrolio. In alcuni casi “divisero per comandare”, separando territori che naturalmente avrebbero dovuto rimanere uniti, come nel caso di Siria e Libano, o della creazione del Kuwait (storicamente appartenente all’Iraq). In altri, crearono frontiere che contenevano nazionalità minori (alle quali non riconobbero il diritto ad avere uno Stato proprio).
Nel caso dei curdi, il Trattato di Sèvres (1920) riconosceva il loro diritto all’autodeterminazione e proponeva anche la creazione di uno Stato curdo (anche se solamente su un terzo dei territori rivendicati da questi popoli e dove sono maggioranza assoluta). Tuttavia questo trattato non entrò mai in vigore e venne rimpiazzato dal Trattato di Losanna (1923) secondo il quale il popolo curdo venne diviso in quattro Paesi (Turchia, Iran, Iraq e Siria), più un piccolo settore in Armenia e Azerbaigian (allora parte dell’ex Urss).

Da allora, i curdi hanno lottato da un lato contro l’oppressione che pativano in questi Paesi e, dall’altro, per conquistare un loro Stato unitario.

 

Territorio e popolazione del Kurdistan

Il territorio del Kurdistan storico abbraccia 400.000 km2 (190.000 in Turchia, 125.000 in Iran, 65.000 in Iraq e 15.000 in Siria). In questi territori si trovano una parte importante delle riserve petrolifere irachene e iraniane, e la quasi totalità del petrolio siriano.
Anche se non ci sono censimenti rigorosi, si stima che ci siano tra 30 e 40 milioni di curdi: 16 milioni in Turchia (12 nel Kurdistan turco e 4 in altre regioni del Paese), più di 8 milioni in Iran, 7 milioni in Iraq e 2 milioni in Siria. C’è inoltre una diaspora consolidata in altri Paesi di circa 2.000.000 (principalmente in Europa, dei quali 700.000 sono in Germania).

I curdi sono attualmente una della più grandi nazionalità al mondo senza uno Stato proprio, e sicuramente la più grande in Medio oriente. Nei Paesi nei quali vennero divisi, sono oppressi e discriminati, e quando lottano per le loro rivendicazioni storiche sono duramente repressi.

 

La lotta dei curdi e la repressione contro di loro

Ricordiamo alcune delle lotte condotte dai curdi:

·                     Nel XIX secolo ci furono varie insurrezioni contro l’impero ottomano, ma furono tutte sconfitte.

·                     Nel 1925 un’insurrezione venne sconfitta dalle truppe turche, già negli anni della Repubblica guidata da Kemal Ataturk.

·                     Nel 1946, in Iran, una lotta guidata da Mustafá Barzani (padre dell’attuale leader dei curdi iracheni) ottenne la creazione della Repubblica di Mahabad che durò meno di un anno. Venne sconfitta dall’esercito iraniano e i suoi capi vennero giustiziati.

·                     Negli anni ’70 ci fu un aumento della lotta armata nel Kurdistan iracheno e Saddam Hussein approfittò della guerra con l’Iran per lanciare attacchi con armi chimiche contro la popolazione curda.

·                     Negli anni ’90, come parte della repressione contro la lotta dei curdi, l’esercito turco distrusse 3.000 villaggi di questa popolazione.

I processi più recenti li vedremo nei punti successivi.

 

Perché sosteniamo il diritto dei curdi ad avere un proprio Stato unitario?

Storicamente la politica del marxismo rivoluzionario di fronte alle nazionalità oppresse (cioè quelle che soffrono un’oppressione all’interno di uno Stato dominato da una nazionalità oppressora, come accade in Spagna o con i ceceni in Russia) si basa su due premesse. La prima è appoggiare la loro lotta concreta contro l’oppressione che soffrono. La seconda e fondamentale è la difesa incondizionata del loro diritto di autodeterminazione. Cioè, difendere la possibilità da parte loro di decidere ciò che vogliono fare: se rimanere con pieni diritti nello Stato di cui fanno parte oggi (molte volte in modo forzoso) o rendersi indipendenti e creare un proprio Stato.
Come marxisti rivoluzionari non siamo a favore dell’atomizzazione degli Stati esistenti. Al contrario, lottiamo per la creazione di Stati plurinazionali e federali, costituiti liberamente, sempre più grandi. Ma se una nazionalità oppressa decide che vuole la sua indipendenza, appoggiamo e difendiamo incondizionatamente questa decisione. Non si tratta di un programma teorico, lo applichiamo anche quando siamo al potere e ci riguarda direttamente. Per esempio, nel 1917, il governo bolscevico guidato da Lenin e Trotsky accettò e rispettò al decisione del popolo finlandese di creare il proprio Stato e di non unirsi alla nascente Urss.

Il caso curdo è particolare: è evidente che si tratta di una nazione oppressa, ma non lo è da un solo Paese, dato che è divisa e oppressa da quattro Paesi. Per questo, l’unica forma di esercitare la sua autodeterminazione è rompere questa divisione e riunificarsi. Così, come punto di partenza, riconosciamo e difendiamo il diritto dei curdi a separare i loro territori storici dagli Stati di cui fanno parte e a costituire il loro Stato indipendente (e appoggiamo pienamente la loro lotta in questo senso). Crediamo che, in questo caso, non si tratterebbe di una atomizzazione degli Stati ma, al contrario, di una riunificazione di carattere progressivo.

Questa posizione non è nuova per la Lit-CI né per la sua organizzazione turca: è già stata espressa in varie edizioni della rivista Correo internacional negli anni ’90, nel quadro della lotta di questo popolo contro gli attacchi del regime di Saddam Hussein, in Iraq, e la feroce repressione dei vari governi turchi.

 

Un dibattito sulla “questione curda” in Siria

Nel quadro di questa analisi e della posizione che esponiamo, esiste un dibattito sulla “questione curda” in Siria. In un lavoro pubblicato alcuni anni fa, Salameh Kaileh (un noto intellettuale marxista siriano, oggi residente in Egitto) sostiene che la “questione curda in Siria” è totalmente differente che in Iraq (l’autore non analizza quello che succede in Iran né in Turchia): mentre in Iraq esistono territori storicamente curdi, così non sarebbe nel caso della Siria.
In questo lavoro, l’autore segnala che, al momento dell’indipendenza della Siria (nel 1946) “non c’era una zona propria dei curdi e il loro numero era molto limitato”, oltre ad essere distribuiti in zone distanti e isolate. Per questa ragione, “quando i leader curdi posero la questione curda alle Nazioni unite, nel 1947, non fecero riferimento alla Siria…”.

Kaileh pensa che la “questione curda” in Siria maturò “in un momento successivo, soprattutto alla fine degli anni ’50 del XX secolo, e anche oltre, a partire dagli anni ’60, cioè quando l’immigrazione curda in Siria è aumentata”. Anche se non lo indica in questo lavoro, questo fu conseguenza della brutale repressione che i curdi soffrivano in Turchia. A causa di questa immigrazione “il numero dei curdi aumenta sempre più, ci sono ora città totalmente curde e il popolo dei curdi siriani si concentra in una parte dei territori della Siria”.

Questa realtà “pone la questione di come si possa risolvere il tema: ignoriamo la storia e partiamo dalla situazione attuale?”. A questa contraddizione, Kaileh risponde: “si deve prendere in considerazione la storia. […] Per questa ragione, [il Rojava] non può essere considerato come se fosse una regione curda (o terra curda)”. A partire da questo criterio centrale, sostiene la rivendicazione dell'unità dello Stato-territorio siriano e, perciò, si oppone al diritto di autodeterminazione dei curdi di Siria.

Da questo punto di vista, non si dovrebbero incoraggiare “i conflitti nazionali che tutto ciò che fanno è aumentare la reciproca intolleranza”. Intolleranza che è stata fomentata anche dalla politica del regime degli Assad e del partito Baath (che denuncia soprattutto per aver sottratto la cittadinanza siriana ai curdi nel 1962).

Conseguentemente a questo, la sua proposta per risolvere la “questione curda” in Siria passa attraverso “l’istituzione di uno Stato civile [in Siria] che parta dalla consacrazione del principio di cittadinanza per tutti i siriani: arabi, curdi, turcomanni, ceceni, armeni ecc.”. Cioè il rovesciamento del regime degli Assad e l’instaurazione di pieni diritti democratici per tutti gli abitanti e le nazionalità all’interno dell’attuale territorio siriano. In questo quadro, oltre alla piena cittadinanza siriana, i curdi avranno “il diritto di parlare la loro lingua e di esprimere la loro cultura popolare, aprire scuole e insegnare la loro lingua in generale”.

In questo stesso articolo, Kaileh rivendica il diritto dei curdi a costruire il proprio Stato-nazione nei suoi territori storici. Ma questo diritto non si applica in Siria, perché non esistono tali “territori storici”.

Non concordo con la proposta di Kaileh, che considero politicamente sbagliata. Credo che questa posizione sbagliata sia il risultato dell’errore di metodo con il quale si guarda al problema curdo in Siria. Limita questo tema all’analisi interna alla nazione, Stato e territorio siriano e non lo pone nella sua vera dimensione: una lotta internazionale di un popolo diviso e oppresso in quattro Paesi arabi e musulmani. In questo senso, è una lotta che attraversa tutta la situazione regionale e internazionale, affrontando i regimi che governano questi Paesi e anche l’imperialismo.

È a partire da questa questione globale che si deve analizzare il tema della loro situazione in Siria. È una situazione eccezionale nella quale, dato che c’è stato un tardivo processo di popolamento, predominerebbe il diritto della nazione, Stato e territorio siriano su quello dei curdi? Crediamo di no. In primo luogo, questo processo di popolamento fu un sottoprodotto della situazione dei curdi in Turchia. In secondo luogo, come lo stesso Kaileh riconosce, esistono città e regioni totalmente curde che hanno una continuità geografica con il Kurdistan turco (nelle quali, d’altra parte, vive, senza nessuna discriminazione né persecuzione, una minoranza araba siriana, inclusi settori che sono fuggiti dalla guerra civile). Cioè, anche se non esistessero questi “territori storici”, durante il XX secolo sono sorti territori puramente curdi in Siria, la cui separazione può darsi senza pregiudicare il resto della nazione, Stato e territorio siriano.

Affrontando il tema solo dal punto di vista siriano, la “questione curda” si riduce a quella di una nazionalità “interna” oppressa alla quale Kaileh offre un programma di ampi diritti civili: cittadinanza siriana, uso della loro lingua, diritto ad avere proprie scuole e a sviluppare la loro cultura ecc. Ma questo programma democratico non arriva nemmeno a comprendere il diritto di autodeterminazione dei curdi della regione nella quale sono la maggioranza [Rojava].

Il dibattito, inoltre, deve rispondere a un problema molto concreto sul quale bisogna prendere una posizione: in Rojava è sorto nei fatti uno Stato curdo autonomo. Gli diamo il nostro sostegno e proponiamo che sia un punto d’appoggio per la riunificazione del Kurdistan? O, al contrario, proponiamo loro di retrocedere, che si integrino come province siriane e lascino la lotta per un Kurdistan unito ad un futuro indeterminato? Così come abbiamo indicato, abbiamo una risposta molto chiara e netta in questo senso.

 

Il Rojava (Kurdistan siriano)

I curdi occupano una piccola parte del nord della Siria (15.000 km2, 7% del territorio del Paese) e sono approssimativamente 2 milioni di persone (10% della popolazione). Sono distribuiti in tre cantoni o province, nei dintorni delle tre città principali: Afrin o Efrin (900.000), Jazira o Cezire (650.000) e Kobane (450.000). Questi cantoni non hanno continuità geografica all'interno del territorio siriano (Efrin è separata dalle altre due da un territorio non curdo). La continuità si stabilisce con il Kurdistan turco.
I curdi sono sempre stati molto perseguitati e discriminati in Siria. A tal punto che, oltre a non veder riconosciuta la loro lingua, dal 1962 fino a poco tempo fa non avevano nemmeno diritto alla cittadinanza siriana.

Nel 2012, nel quadro della guerra civile tra i ribelli e il regime di Bashar al Assad, si produsse una rivolta armata contro il regime. Avendo grandi difficoltà ad affrontarlo direttamente, Assad fece un accordo di fatto con la direzione dei curdi: li riconobbe come cittadini siriani e concesse loro un'autonomia di fatto, chiedendo in cambio che non si separassero dal Paese e che non si unissero ai “ribelli”. In questo momento inizia il processo che andiamo ad analizzare.

L’economia del Rojava non era molto sviluppata sotto il dominio siriano. La terra era proprietà dello Stato siriano e si dava in concessione per una virtuale monocultura di grano e la possibilità di allevare alcuni bovini da sussistenza. C’era anche l’estrazione del petrolio (di proprietà statale siriana), anche se i principali giacimenti sono al di fuori dei cantoni curdi (pur essendo nella loro area di influenza). Il quadro economico era completato dal commercio e da alcune piccole industrie manifatturiere. Le banche erano statali e anche i principali edifici e servizi. Settori della popolazione si videro obbligati a emigrare verso le città del sud della Siria per trasformarsi in lavoratori con bassi salari.
Quando la nuova amministrazione curda si fece carico di tutte queste proprietà, distribuì parte della terra a cooperative autorganizzate che stanno lavorando per espandere i profitti e per aumentare e diversificare le coltivazioni. Si è continuato ad estrarre del petrolio (i principali giacimenti e raffinerie sono attualmente nelle mani dello Stato Islamico, anche se con molte difficoltà operative a causa dei bombardamenti imperialisti), che viene raffinato in diesel di bassa qualità, si vende nel cantone stesso o viene distribuito alle cooperative o alle altre istituzioni. La produzione delle cooperative si vende al dettaglio o la compra l’amministrazione (che controlla tutto il processo e i prezzi). L’amministrazione fornisce ad ogni famiglia una razione di pane e di alimenti di base (informazione prese da “Rojava: una rivoluzione nella vita quotidiana” di Rebecca Coles).
A Kobane, e anche a Jazira, l’attacco dello Stato Islamico pose questo sistema sotto una “economia di guerra”, ma ad Efrin (non interessata da questi scontri) si continuò a sviluppare. In un'intervista sull’economia del Rojava (1), Amaad Yousef, ministro dell’Economia del cantone di Efrin, spiega che la regione è sempre stata caratterizzata dalla povertà, perché il governo centrale “non permetteva di aprire fabbriche, inibiva lo sviluppo, o qualsiasi forma di arricchimento della regione”. In questi anni hanno chiuso anche diversi piccoli e medi produttori di olive e di olio
A partire dall’esistenza del governo autonomo, oltre all’impulso delle cooperative agricole e della piccola produzione di diesel, nel cantone funzionano già “50 fabbriche di sapone, 20 di confezionamento di olive, 250 impianti di lavorazione di olio, 70 fabbriche di materiali edili, 400 fabbriche tessili, 8 calzaturifici, 5 fabbriche di nylon, 15 fabbriche di lavorazione del marmo”, alle quali si aggiungono due mulini (per lavorare il grano) e due hotel. Inoltre “si è costruito un pozzo per fornire acqua potabile”.
Durante questo processo la popolazione del cantone è raddoppiata, con curdi che venivano da Kobane o che ritornavano dalle città siriane, così come un settore di arabi non curdi (si stimano in circa 200.000). Secondo Yousef, al momento c’è la piena occupazione nel cantone.

Sul funzionamento finanziario spiega che utilizzano ancora la moneta siriana (libra), ma le banche statali siriane non operano più e sono state fondate entità bancarie curde nei cantoni. Il pagamento degli interessi è strettamente controllato, anche se dice che “la gente conserva i suoi soldi sotto il materasso”.

Infine, spiega che “il capitale privato non è proibito, tuttavia si accorda con le nostre idee e il nostro sistema. Stiamo sviluppando un sistema incentrato sulle cooperative e le comuni. Tuttavia questo non indica che siamo contro il capitale privato. Si completano a vicenda, si può aggiungere capitale privato morale a certe parti dell’economia”.

 

La Costituzione e le comuni del Rojava

Nel quadro della sua autonomia, la popolazione del Rojava ha approvato il suo Contratto sociale (Costituzione). Analizziamola sotto due aspetti: quello economico e quello relativo al sistema politico.
Rispetto all’economia e alla proprietà, si stabilisce che “le risorse naturali, sopra e sotto la terra, sono ricchezza pubblica della società. I processi di estrazione, gestione, licenze e altri accordi contrattuali legati a dette risorse saranno regolati dalla legge”. Inoltre “gli edifici e i terreni sono proprietà della società”, e “amministrati dal governo”. Dice anche che tutti abitanti hanno “diritto all’uso e al godimento dei loro beni privati”.

Afferma che “il sistema economico deve orientarsi a offrire benessere generale e, in particolare, si concedono finanziamenti per la scienza e la tecnologia. Avranno il fine di garantire le necessità quotidiane delle persone e di garantire una vita degna. Il monopolio è proibito per legge. I diritti lavorativi e lo sviluppo sostenibile saranno garantiti”. Infine, come abbiamo già visto nel rapporto del ministro dell’Economia di Efrin, “il capitale privato non è proibito, tuttavia si accorda con le nostre idee e il nostro sistema”.

In relazione al sistema politico, si parte dal presupposto di non costruire “uno Stato”, ma una “democrazia di base” (ciò che chiamano “confederalismo democratico”), strutturata in forma piramidale.

Alla base si situano le “comuni”. Ogni comune rappresenta 300 persone sulla base dei quartieri. Hanno un copresidente e vari comitati che intervengono nella risoluzione dei problemi concreti fino alla definizione dei problemi politici più generali. Da lì in su ci sono “coordinamenti di comuni” fino ad arrivare ai coordinamenti di ciascun cantone, che hanno anche loro copresidenti e vari comitati. A tutti i livelli ci sono comunità di donne.

Infine si arriva al livello del Rojava nel suo insieme, che comprende un parlamento e 22 ministeri. Finora queste cariche sono state designate con l’accordo di vari partiti e organizzazioni, ma, in futuro, dovranno essere eletti con voto popolare. I comandanti della forza militare (Ypg) sono designati dal comitato militare cantonale con l’accordo dei comitati di base.

La corrente maggioritaria nella struttura politica è quella del Pkk, che qui adotta il nome di Pyd (Partito dell’Unione democratica). Questo partito ha creato due istanze di coalizione per governare: il Tev-dem (Movimento per una società democratica) e il Kck (Gruppi di comunità del Kurdistan). Oltre al Pyd, esistono un’organizzazione chiamata Daf (Azione rivoluzionaria anarchica) e delle espressioni più dirette della base, senza carattere di partito.

 

Qual è il carattere di classe dello Stato del Rojava?

Su questo punto così importante, vogliamo essere particolarmente cauti, perché stiamo lavorando solamente con le informazioni giornalistiche e “dall’esterno”, senza una conoscenza diretta della situazione. È una discussione apertasi recentemente nella quale si lavora con ipotesi e possibili alternative.
Durante la dominazione siriana, non esisteva una borghesia curda in Rojava nel senso più stretto della parola. Per essere più precisi, diremo che era molto debole: quasi una proto-borghesia o una piccola borghesia agricola, commerciale e artigianale. Questo aspetto è molto importante nell’analisi della situazione attuale.

A partire dal 2012 nasce, nei fatti, uno Stato curdo in Rojava. Lo definiamo “Stato” perché (anche se non si rivendica indipendente dalla Siria né è riconosciuto internazionalmente come tale) ha un proprio governo autonomo e, centralmente, delle proprie forze armate (le milizie del Ypd). Questo Stato ha ereditato la terra e i servizi pubblici che prima erano proprietà dello Stato siriano. Diventa cioè proprietario delle principali risorse economiche e, allo stesso tempo, si basa su una struttura economica arretrata, quasi senza borghesia. Questa è, a nostro parere, la base oggettiva della situazione attuale.
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È una situazione molto particolare, quasi eccezionale nella storia moderna. Possiamo caratterizzare il Pyd come una direzione non operaia o piccolo-borghese che ha preso il potere e ora controlla uno Stato. Un evento con queste caratteristiche non è nuovo: è già successo in passato in paesi come la ex Yugoslavia, la Cina, Cuba, il Nicaragua… in queste situazioni, c’era una contraddizione acuta tra la sovrastruttura (regime e governo), che non era controllata dalla borghesia, e la struttura economica del Paese (che continuava ad essere capitalista).

Una contraddizione che poteva risolversi attraverso due alternative. Nella prima, questa direzione avanzava oltre le sue intenzioni originali nella sua rottura con la borghesia e l’imperialismo e li espropriava, cominciando così la costruzione di un nuovo Stato operaio (è stato quello che è successo nella ex Yugoslavia, in Cina e a Cuba); nella seconda, la direzione non avanzava nella rottura, né nella espropriazione, e ricostruiva uno Stato borghese “normale” (quello che è successo in Nicaragua). Non esistono alternative “intermedie”.

La situazione del Rojava presenta una differenza con quella dei Paesi ai quali ci siamo riferiti. Mentre in quelli esisteva un certo grado di sviluppo capitalistico e, per tanto, borghesie nazionali e imperialiste alle quali si poteva espropriare, in Rojava, a causa dello sviluppo storico precedente, le principali leve dell’economia rimasero nelle mani del nuovo Stato, che pianifica centralmente le attività economiche. Tuttavia si arriva a questa situazione senza che la direzione abbia dovuto favorire una politica di espropriazione.
Come elemento molto importante, dobbiamo considerare che si tratta di uno Stato molto piccolo e fondato su una base economica debolissima. Quello che è in discussione, quindi, è uno sviluppo quasi iniziale, diremmo una “accumulazione primitiva” (nel caso di Kobane anche di ricostruzione di questa base debolissima), per garantire il funzionamento economico elementare.
Per le condizioni oggettive attuale, la direzione del Pyd potrebbe avanzare in questa accumulazione primitiva attraverso la costruzione di un piccolo Stato operaio. Saremmo quindi in presenza di una variante molto particolare della “ipotesi altamente improbabile” indicata da Trotsky nel Programma di transizione. Anche in questo caso, non concordiamo con la definizione di “socialismo di base” che utilizzano alcune correnti. Essenzialmente perché, così come ci hanno insegnato i nostri maestri del marxismo, si può parlare realmente di “socialismo” solamente se si parte, come minimo, dal livello più alto di sviluppo economico raggiunto dal capitalismo. In ogni caso, saremmo di fronte ad uno stadio molto iniziale di una economia di transizione.

Tuttavia, con l’estrema cautela alla quale ci riferivamo all’inizio di questo punto, crediamo che non sia questo il progetto del Pkk-Pyd, né è quello che sta facendo. Ci pare che, al di là dell’ideologia e del linguaggio “ecosocialista” e del “confederalismo democratico”, quello che è in corso è la costruzione di uno Stato borghese “atipico”, un po’ differente da quelli che conosciamo abitualmente, tanto per le basi oggettive quanto per l’espressione parziale di questa stessa ideologia. A nostro modo di vedere, la Costituzione del Rojava e la politica del Pyd non fondano le basi di uno Stato operaio (vedere il riferimento all’accettazione del capitale privato) ma di uno Stato capitalista con molto intervento statale.
Questa realtà si spiega tanto per il carattere di classe piccolo-borghese della direzione del Pyd come per quello della sua base sociale (anche questa piccolo-borghese) senza che ci sia la pressione o l’azione del proletariato per le proprie rivendicazioni e per il proprio programma. Nè la necessità di un “controgolpe” contro una borghesia nazionale e un imperialismo che domina l’economia nazionale e attacca il processo (così come Che Guevara definì il processo cubano tra il 1959 e il 1961).
Una questione centrale da considerare nelle dinamiche possibili è il contesto regionale. Il Rojava è uno Stato piccolissimo con una base economica molto debole. Questo contesto è di grande instabilità e di profondo rischio. Da un lato è aggredito dallo Stato Islamico e isolato dalla Turchia. Una recrudescenza di questa situazione potrebbe spingere tutto il processo verso una “economia di guerra” (come è successo a Kobane). Dall’altro, contraddittoriamente, altri elementi di questa situazione regionale (come la guerra civile in Siria) “proteggono” il suo isolamento.
Come economia piccola e poco sviluppata, il Rojava può sopravvivere per un certo tempo (e fino a raggiungere un certo sviluppo) in modo isolato. Però, in una prospettiva più strategica, un piccolo Stato, questo piccolo Stato, non ha futuro. Che accadrà per esempio se lo Stato Islamico è sconfitto in Siria e Assad (con l’appoggio della Russia e dello stesso imperialismo) ne uscirà rafforzato? È un'illusione pensare che il dittatore siriano manterrà la tregua di fatto che oggi mantiene con i curdi e non vorrà tentare di avanzare per recuperare il Rojava e riunificare tutto il territorio dell’odierna Siria.

In questo senso, la politica internazionale favorita dalla direzione del Pyd è sbagliata e pericolosissima. Un’ala maggioritaria propone un’alleanza con Putin e la Russia (il cui asse centrale oggi è attaccare i ribelli anti-Assad). Un altro settore propone di approfondire l’alleanza con l’imperialismo yankee (secondo il modello del leader kurdo iracheno, Barzani). Sono politiche che congiunturalmente possono offrire alcuni vantaggi ma non considerano che, nel futuro, i curdi del Rojava diventeranno “moneta di scambio” per questi “alleati” nel gioco più grande dei loro interessi in Siria e in Medio oriente.

Il terreno conquistato in Rojava dai curdi potrà essere difeso realmente se, da un lato, si approfondisce l’alleanza con i ribelli siriani (che aiutò a sconfiggere lo Stato Islamico a Kobane) e si estende alla lotta per rovesciare Assad e, dall’altro, si utilizza come base per avanzare nella lotta per uno Stato curdo unitario. Il Rojava sopravviverà come parte di questa lotta regionale (e, più in generale, come parte della rivoluzione in Medio oriente) o, sfortunatamente, sarà condannata a perire.

 

Le ragioni della vittoria a Kobane

Il mondo è rimasto colpito quando le milizie curde di Kobane hanno sconfitto le forze dello Stato Islamico e le hanno cacciate dalla città. Finora (nonostante tutta la tecnologia militare usata dall’imperialismo e da Putin nella regione, e anche quelle utilizzate dal regime di Assad) è stata l’unica vittoria reale sullo Stato Islamico in Siria. L’impatto aumentava vedendo le immagini dei battaglioni con molte giovani donne curde combattenti, alcune delle quali a capo di questi battaglioni.
Eppure, la difesa di Kobane è sempre stata in inferiorità militare. Le forze dello Stato Islamico contavano su un armamento molto più moderno e pesante, preso dall’esercito iracheno o acquistato grazie agli introiti della vendita del petrolio delle zone che controllano. Inoltre, in questa battaglia hanno perso molti dei loro migliori combattenti, in gran parte molto esperti e provenienti dall’estero (i comandanti curdi hanno reso noto che, tra i caduti dello Stato Islamico, hanno identificato uomini provenienti da 27 Paesi).

Ma la storia ha già dimostrato in molte occasioni che la superiorità militare non basta per garantire la vittoria e che i fattori politici, come il morale e la convinzione dei combattenti, possono essere importanti quanto, o più, della “pura” questione militare. Basta vedere, per esempio, la lotta tra lo Stato di Israele e il popolo palestinese.

Quali sono stati, quindi, i “fattori politici” che hanno permesso questa vittoria delle masse popolari curde a Kobane? In primo luogo, i curdi (un popolo fortemente oppresso e storicamente combattivo) lottavano per la loro liberazione nazionale, per il loro diritto all’autodeterminazione e, nel caso di Kobane, per la loro stessa sopravvivenza. Avevano quindi una morale rivoluzionaria.

Le forze dello Stato Islamico venivano da una serie di vittorie facili in Iraq: molti dei battaglioni dell’esercito di questo Paese fuggivano senza dar battaglia e lasciavano sul campo grandi quantità di armamenti. Ma a Kobane si scontrarono con una resistenza feroce che contendeva loro casa per casa il dominio della città e che colpiva in modo efficacie con tattiche di guerriglia.

In queste condizioni, le stesse forze dello Stato Islamico (molti dei cui combattenti hanno ugualmente delle convinzioni ideologiche) cominciarono a demoralizzarsi. Un giornalista straniero nella regione informava che “l’aura di invincibilità di cui godeva lo Stato Islamico si è dissolta e ci sono anche informazioni che parlano di decine di jihadisti che abbandonano l’organizzazione di Abu Bakr al Baghdadi” (2). Ad aggravare ancora di più la demoralizzazione delle truppe dello Stato Islamico, li fatto che a sconfiggerli era non solo una milizia più piccola e peggio armata, ma anche composta in gran parte da donne, cosa che le colpiva nella loro ideologia reazionaria.

Le donne curde (in particolare quelle giovani) sono state le grandi protagoniste di questa vittoria. Perché? Un fattore, senza dubbio, è stato il loro destino personale se lo Stato Islamico avesse vinto e preso la città. Nel migliore dei casi le aspettava la morte, preceduta sicuramente dallo stupro. Nel peggiore essere trasformate in schiave e mercanzia sessuale, come era già successo in Iraq con le giovani della minoranza yazida. La storia della comandante Arin Mirkan, immolatasi in un attentato nel quale morirono numerosi combattenti dello Stato Islamico, è stata una prova dell’eroismo a cui erano disposte queste donne nella loro lotta.

Nei grandi fatti della lotta di classe del XX secolo, come le rivoluzioni e le guerre, quando i parametri culturali quotidiani vengono rapidamente demoliti, le donne hanno giocato un ruolo importante e decisivo. È stato così nelle rivoluzioni russa e cinese, nelle rivoluzioni e guerre civili in Messico e in Spagna, nella resistenza contro il nazismo durante la Seconda guerra mondiale ecc. In poco tempo si sono guadagnate spazi e ruoli che prima sembravano impossibili.

A questo dobbiamo aggiungere che l’ideologia del Pyd-Pkk è molto progressiva rispetto alle donne, e questo si esprime nell’organizzazione civile e militare. In una intervista Çınar Salih, rappresentante del cosiddetto Tev-dem (Movimento per una società democratica) spiegava che “la nostra rivoluzione è una rivoluzione delle donne. In Rojava non esiste nessun campo della vita nel quale le donne non assumono un ruolo attivo… Crediamo che una rivoluzione che non apra il cammino per la liberazione delle donne non è una rivoluzione” (3).

In questo modo, la lotta delle donne curde del Rojava si è trasformata in una luce brillante nella regione del Medio oriente, dove diverse forze reazionarie vogliono mantenere le donne in un ruolo arretrato e oppresso. Si è trasformata anche in un bellissimo simbolo per la lotta delle donne in tutto il mondo.

Così come abbiamo detto, i bombardamenti imperialisti sullo Stato Islamico sono stati un fattore totalmente secondario: dei 1.200 morti che sono stati stimati per lo Stato Islamico in questa guerra, quasi 1.000 sono morti nei combattimenti con le milizie del Ypg (che ebbero più di 3.000 morti, tra combattenti e civili).

Lo stesso portavoce del Pentagono, il vice ammiraglio John Kirby, ha riconosciuto che “la vittoria non sarebbe stata possibile” senza la partecipazione delle milizie curde. Allo stesso tempo, uno specialista statunitense sul tema curdo in Turchia e Siria sosteneva: “Nessuno di questi elementi [i bombardamenti aerei delle forze imperialiste] cambia il fatto che il ‘cuore’ di questa vittoria appartiene ai combattenti del Ypg che hanno opposto una resistenza molto forte sul campo, che ha impressionato il mondo intero” (4).

Infine, come altro fattore molto importante, le milizie di Kobane sono state appoggiate dai peshmergas, i miliziani provenienti dal Kurdistan iracheno (che fornirono le poche armi pesanti sulle quali si contava per la difesa della città), e da battaglioni di combattenti “ribelli” siriani. Realtà che rafforza le nostre proposte di rafforzare l’alleanza con i “ribelli”, da un lato, e di avanzare nella lotta per uno Stato curdo unitario.

 

Un dibattito con gli anarchici

Prima di avanzare nell’analisi della situazione dei curdi in altri Paesi, vogliamo soffermarci un po’ sulle caratterizzazioni di organizzazioni e intellettuali anarchici del Rojava e di altre parti del mondo. Con loro, siamo dallo stesso “lato”, in difesa delle masse popolari curde e in appoggio della loro lotta. Ma la loro concezione e le loro proposte politiche non corrispondono alle necessità attuali né a quelle future di questa regione e, se applicate, porterebbero a un cammino pericolosissimo verso la sconfitta.
Per questa corrente, in Rojava si stanno applicando le concezioni anarchiche: governare e difendere un Paese dalla base della popolazione senza che esista uno Stato. Crediamo che questa analisi sia sbagliata.

Da un lato, riflette il vecchio dibattito tra marxisti e anarchici rispetto al quale riaffermiamo la posizione dei nostri maestri: nelle attuali condizioni di sviluppo dell’umanità non si può governare e difendere un Paese senza uno Stato e le sue istituzioni.

Tuttavia, al di là del dibattito teorico, questa definizione non riflette la realtà. Affermiamo che in Rojava esiste uno Stato e che, in realtà, è molto forte in relazione alla dimensione del Paese. In primo luogo esiste una forza armata con un comando centralizzato (la Ypg), colonna portante di qualsiasi tipo di Stato. In secondo luogo ci sono istituzioni politiche le quali a loro volta si centralizzano in un parlamento e in un governo. Infine, questo Stato e questo governo giocano un ruolo determinante nella pianificazione e nello stimolo dell’economia.

Chiarito che c’è quindi uno Stato, bisogna definire il carattere di questo Stato. In primo luogo il suo carattere di classe (un problema concettuale che gli anarchici non considerano). Per noi, come abbiamo già analizzato, si tratta di uno “Stato borghese atipico”. In secondo luogo, i suoi meccanismi di funzionamento e quelli delle sue istituzioni.

Le definizioni di questa corrente partono da una premessa falsa: ogni Stato (indipendentemente dal suo carattere di classe) è lo strumento centrale dello sfruttamento e, pertanto, è antidemocratico. Come conseguenza, ogni struttura democratica costruita dal basso verso l’alto applica i principi anarchici.

Questa premessa falsa si basa su una doppia contrapposizione. Da un lato con le democrazie borghesi, nelle quali effettivamente la democrazia è tale nella forma e non nel contenuto dato che, come diceva Marx, è una forma mascherata di dittatura della borghesia. Dall’altro lato, con l’Urss burocratizzata dallo stalinismo, nella quale non esisteva democrazia politica per i lavoratori e le masse, e che fu presentata come il “modello del socialismo”. Ma questa Urss burocratizzata era in realtà (sul terreno delle istituzioni politiche) una caricatura profondamente sfigurata del vero modello istituzionale e di funzionamento dello Stato operaio che proponiamo per la transizione al socialismo.

Un modello messo in pratica tra il 1917 e il 1919, fino a che una durissima guerra civile (provocata dall’attacco congiunto di vari eserciti imperialisti e dei controrivoluzionari russi contro il giovane Stato operaio) obbligò a lasciarlo momentaneamente da parte. Questo modello sovietico si basa precisamente sui soviet (consigli di deputati operai e contadini) come istituzione centrale.

Costituisce una democrazia costruita dalla base: gli operai votavano i loro rappresentanti nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro, e i contadini nelle loro assemblee (cioè, milioni di persone intervenivano in modo diretto nella vita politica). Da lì in su si eleggevano i rappresentanti ai soviet distrettuali, provinciali e nazionale. I rappresentanti e deputati sovietici potevano essere revocati e rimpiazzati dalla loro base se non compivano il mandato votato nelle riunioni e nelle assemblee. Il governo centrale era eletto dal soviet nazionale che (ugualmente a quelli di livello inferiore) agiva contemporaneamente come organismo legislativo ed esecutivo (era il responsabile dell’applicazione delle risoluzioni approvate). Era uno Stato basato su una democrazia costruita dal basso verso l’alto e, allo stesso tempo, aveva un contenuto di classe: operai alleati con i contadini poveri. Non potevano né votare, né essere eletti ai soviet i borghesi e tutti quelli che sfruttavano la forza lavoro altrui e, allo stesso tempo, era destinato a reprimere i borghesi e ad eliminarli come classe.

Come elemento complementare, diciamo che la maggioranza delle correnti anarchiche russe dell’epoca si opposero a questa costruzione partendo dalla premessa della lotta contro ogni forma di Stato (anche se alcuni dirigenti operai anarchici lo appoggiarono in maniera individuale). Di fatto, si allearono con l’opposizione controrivoluzionaria e i settori più radicali organizzarono anche un attentato contro Lenin nel 1918.
Come abbiamo detto, il governo di Lenin e Trotsky ebbe la necessità di lasciare da parte momentaneamente questa piena democrazia a causa della guerra civile. Ma il progetto era di riprenderla completamente al termine di questa. Lo stalinismo fece “di necessità virtù” e avanzò qualitativamente nella burocratizzazione dello Stato e delle sue istituzioni, sostenendo che quello fosse “il vero modello”. Ma Trotsky e i trotskisti russi combatterono lo stalinismo e la burocratizzazione dell’Urss (e tentarono di difendere la democrazia sovietica); come trotskisti, noi non ci consideriamo responsabili della caricatura costruita e difesa dallo stalinismo, né del suo fallimento.
Vogliamo terminare questo dibattito con gli anarchici riferendoci a due questioni per le quali pensiamo che le loro proposte (oltre che utopistiche) siano molto pericolose. La prima si riferisce alla non definizione del carattere di classe delle istituzioni politiche del Rojava. Accettiamo che oggi esista in Rojava una “democrazia dal basso verso l’alto”. Ma, nella misura in cui si tratta di uno Stato borghese, cosa succederà a questa nella misura in cui si sviluppi una borghesia nella regione e che aumentino anche le pressioni dell’imperialismo, di Putin e della borghesia curda irachena in cambio del loro “aiuto”. Per noi, si va verso una contraddizione acuta tra la politica che potrebbe avere la direzione del Pyd (svuotare di contenuto questo funzionamento o eliminarlo apertamente) e il suo funzionamento attuale. In qualsiasi caso, la prospettiva sarà quella della necessità di lottare per difenderla. La politica degli anarchici disarma di fronte a questa possibile lotta e, per questo, porta alla sconfitta.

La seconda si riferisce alla questione militare, attualmente basata su gruppi di milizie popolari. Tanto la struttura delle milizie come le tattiche guerrigliere proprie di questo modello (ancora di più se c’è una morale rivoluzionaria e un appoggio di massa) possono essere molto efficaci se si tratta di una lotta difensiva contro un nemico che, anche se superiore militarmente, non ha base popolare.

Ma se il compito che ci si pone è superiore e offensivo, le milizie non possono essere lo strumento militare centrale (anche se possono essere un elemento complementare). Le milizie curde possono difendere Kobane dalle forze dello Stato Islamico, ma se si tratta di sconfiggerlo in modo definitivo serve uno strumento militare superiore: un esercito completo, con le sue divisioni, e un comando strategico centralizzato. Quanto abbiamo detto per lo Stato Islamico è ancora più vero se ci riferiamo al compito di rovesciare Assad (appoggiato da Putin e Hezbollah), e ancora di più se si tratta di lottare per uno Stato curdo unitario che dovrà affrontare, per esempio, l’esercito turco e quello iraniano.

Proporre le milizie popolari come forma eterna (perché questo è adeguato a un non-Stato) è idealismo utopistico che non prepara la costruzione dello strumento militare necessario per i compiti politici che sono posti nella realtà.

 

In Iraq c’è una borghesia curda privilegiata

Attualmente in Iraq, i curdi vivono una situazione particolare. In questo Paese occupano la parte nord, quello che si chiama Kurdistan iracheno o, secondo la denominazione di questo popolo, “Kurdistan del sud”, la cui città principale è Mosul. È una delle zone più ricche di petrolio della regione.
Negli anni ’80, durante la guerra Iraq-Iran, un’offensiva del regime di Saddam Hussein portò al “genocidio di Anfal”, con dure conseguenze per la popolazione, una parte della quale dovette fuggire dal Paese. Dopo la prima guerra del Golfo (1991), molti rifugiati cominciarono a tornare e la regione ottenne l’autonomia. Tra il 1994 e il 1997 si sviluppò una guerra civile nella quale si affrontarono le milizie del Pdk (Partito democratico del Kurdistan) e quelle dell’Unione patriottica del Kurdistan (Upk, una scissione del primo), che vide la vittoria del Pdk.

Quando ci fu l’invasione imperialista, nel 2003, la direzione del Pdk, guidata da Masud Barzani (figlio del fondatore del partito, uno dei leader della effimera Repubblica di Mahabad, in Iran), in cambio di promesse di maggiore autonomia si unì alla coalizione delle forze guidate dall’imperialismo, che invase l’Iraq e rovesciò il regime di Saddam Hussein.

A partire da questo accordo, la Costituzione del 2005 conferisce al Kurdistan iracheno il carattere di “entità federativa autonoma”, con diritto a eleggere il proprio governo e il proprio parlamento, ed anche ad avere delle relazioni estere proprie. Ci sono sempre stati rappresentanti curdi nei governi filo-imperialisti di tutto il periodo dell’occupazione. Jalal Talabani, un curdo, arrivò perfino a essere presidente del Paese.

Attualmente, nei fatti, il Pdk ha cominciato ad amministrare il proprio Stato, anche se formalmente continua ad essere parte dell’Iraq. Fino alle recenti vittorie delle forze sciite appoggiate dall’Iran (che hanno recuperato la regione di Tikrit), le milizie curde dell’Iraq erano le uniche che avessero combattuto efficacemente e che riuscivano a frenare lo Stato Islamico in questo Paese, mentre l’esercito iracheno fuggiva vergognosamente.

La borghesia curda migliorò notevolmente la sua situazione: passò dal ricevere il 13% al 30% del valore del petrolio estratto ed esportato. Cosa che, unita ad una buona produzione agricola, l’ha trasformata in una della più ricche dell’Iraq, con una economia molto solida. Questa è la base su cui poggia il Pdk che, oltre al suo carattere borghese, si è trasformato in una organizzazione chiaramente legata all’imperialismo. Un dato importante caratterizza questo partito e il suo governo: il Kurdistan iracheno è il principale esportatore di petrolio verso la Turchia, dove il governo di Erdogan opprime e reprime i loro fratelli.

Tuttavia, anche se il Pdk e la borghesia che rappresenta sono soddisfatti della situazione attuale, la situazione di questa regione presenta tratti più complessi. Perché, oltre alla sua alleanza politica, economica e militare con l’imperialismo yankee, e le relazioni commerciali con il governo turco, il governo di Barzani e la borghesia curda dell’Iraq sono soggetti anche alla pressione delle loro masse popolari. Per questo Barzani si è visto obbligato a inviare armi a Kobane (anche se attraverso gli aerei imperialisti) e a permettere che battaglioni di miliziani peshmergas andassero a combattere insieme con i loro fratelli di Siria.

Ma quello che non vuole Barzani è “dare un calcio al tavolo” e irritare l’imperialismo yankee (o il suo alleato turco). Per questo ora si limita a chiedere l’indipendenza del Kurdistan iracheno (anche se senza forzare la situazione). Questo obiettivo sarebbe, in sé stesso, progressivo, un passo avanti nella lotta di questo popolo, perché darebbe un punto d’appoggio se fosse posto al servizio della lotta curda nel suo insieme. Ma nelle mani di Barzani e del Pdk significa lasciare da parte la lotta per la costruzione di uno Stato curdo unitario e abbandonare alla loro sorte i curdi di Turchia, Iran e Siria.

 

Iran

In Iran, i curdi sono circa 8 milioni (10% della popolazione del Paese). Abitano fondamentalmente nel nordovest del Paese, nella zona di frontiera con l’Iraq. È una delle regioni meno sviluppate dell’Iran, dedita all’agricoltura e all’allevamento e con poche industrie. La principale città è Mahabad, con circa 300.000 abitanti. In termini generali, sono poco integrati nella società iraniana.
In questo Paese, nel 1946, si realizzò per la prima volta il sogno di una regione curda indipendente (la Repubblica di Mahabad), sconfitta in meno di un anno. Dopo la rivoluzione del 1979, la proclamazione della repubblica islamica sciita e l’installazione del regime degli ayatollah, la situazione dei curdi si aggravò per la questione religiosa, dato che la maggioranza sono musulmani sunniti. La guerra Iran-Iraq (1980-1988) venne utilizzata dal regime per aumentare gli attacchi a questo popolo.

I curdi affrontano una chiara discriminazione per accedere agli impieghi pubblici, a causa di un metodo di selezione conosciuto come “gozinesh”. Soffrono anche persecuzioni per ragioni strettamente politiche e, con l’avvento al potere di Ahmadinejad, nel 2005, la lotta all’opposizione venne accentuata e i partiti politici curdi la subirono ugualmente agli altri movimenti nazionali, agli oppositori politici e ai difensori dei diritti umani.

Recentemente (nel maggio 2015), i curdi si ribellarono in seguito alla morte di una giovane curda che tentava di sfuggire a uno stupro da parte di alcuni uomini delle forze di sicurezza del regime, in un hotel di Mahabad. Le proteste si estesero ad altre città curde nel giro di poche ore, e portarono all’arresto di centinaia di curdi.

In questo Paese opera il Partito per una vita libera nel Kurdistan (Pjak), fondato nel 2004. L’ala militare di questo partito è conosciuta come Unità di difesa del Kurdistan dell’est (Yrk), che periodicamente si scontra con le “guardie islamiche”. Il Pjak ha relazioni politiche con il Pkk e con i resti dell’Upk.

 

Turchia: il centro della questione del popolo curdo

In Turchia vive quasi la metà del popolo curdo (16.000.000, il 20% della popolazione totale del Paese) e i curdi sono l’assoluta maggioranza in circa un terzo del territorio turco (quasi 200.000 km2). La principale città di questa regione è Diyarbakir (in turco), chiamata Amed o Amet dai curdi, con quasi un milione di abitanti. Secondo i dati che abbiamo potuto raccogliere, 12 milioni sono nelle aree curde e 4 milioni sono emigrati verso le principali città del Paese, come Istanbul.
Già dai tempi di Kemal Ataturk (dopo una promessa non mantenuta di autonomia) i curdi sono stati fortemente oppressi, discriminati e repressi in questo Paese. Lo Stato turco non riconosce l’esistenza di una zona curda e la considera parte delle regioni dell’Anatolia orientale e sudorientale, non permette l’uso del curdo come lingua ufficiale o come seconda lingua. Inoltre li discrimina economicamente: la disoccupazione lì è cinque volte la media nazionale.

Le principali attività economiche sono l’agricoltura (grano) e l’allevamento (capre e pecore), oltre al commercio, l’estrazione mineraria (rame), la poca produzione turca di petrolio e il trasporto del petrolio dall’Iraq. Ci sono anche alcune attività industriali, specialmente a Diyarbakir e nella sua area di influenza, legate alla lana, al tabacco e ad altre produzioni (distillati).

In questo quadro, esiste una borghesia curda legata a queste attività economiche. Una delle sue espressioni politiche è il Partito popolare democratico o per la pace e la democrazia (Hdp), organizzazione legale che è riuscita a eleggere 80 deputati al parlamento turco.

Tuttavia, l’organizzazione politica di maggior influenza “alla base” è il Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan, guidato da Abdullah Ocalan), dichiarato illegale e considerato “terrorista” (analizzeremo il Pkk a parte).

Per lo Stato e la borghesia turca, la separazione del cosiddetto Kurdistan del nord sarebbe un colpo molto duro per la riduzione territoriale e di popolazione che significherebbe. Finora è stata negata qualsiasi discussione anche sull’autonomia (senza parlare di una possibile indipendenza).

Il processo del Kurdistan iracheno (controllato da Barzani e dal Pdk) non ha toccato il governo di Erdogan e la situazione in Turchia. Anzi, come abbiamo visto, questa regione gli fornisce il petrolio. Al contrario, il processo del Rojava è stato un fattore destabilizzante della situazione, tanto per la sua dinamica (ancora di più dopo la vittoria di Kobane) come per le relazioni tra le popolazioni e l’influenza del Pkk da entrambi i lati della frontiera. Per questo, la politica di Erdogan è stata quella di appoggiare lo Stato Islamico in Siria.

In questo quadro, dal 2012 si sono aperti negoziati tra il governo di Erdogan e il Pkk, in parte su pressione dell’Unione europea, che chiede una risoluzione della “questione curda” come condizione per l’ingresso della Turchia nell’Ue. Nel 2013, il Pkk ha dichiarato un cessate il fuoco unilaterale delle sue milizie. I negoziati non sono andati oltre o, per meglio dire, avanzano e retrocedono periodicamente.
Una contraddizione centrale è che il Pkk aspira ad un grado importante di autonomia del Kurdistan turco mentre il governo di Erdogan presenta un piano “di tipo colombiano”: abbandono delle armi e integrazione nella vira politica, così il Pkk, sommato all’Hdp, otterrebbe municipalità e amministrazioni regionali. Questa proposta ha anche un aspetto economico: l’offerta alla borghesia curda di intermediazione nell’importazione del petrolio dall’Iraq, ampliando così la base dei suoi affari.
Questa politica di Erdogan e del suo partito si dava in un momento in cui l’Akp si indeboliva elettoralmente. Nelle elezioni del giugno scorso, questo partito ha anche perso la maggioranza parlamentare e c’era la possibilità della formazione di una coalizione parlamentare dei partiti laici (Partito repubblicano del popolo, partito del kemalismo storico, e il Partito di azione nazionalista) con l’Hdp, che avrebbe potuto formare un nuovo governo. Questa congiuntura si è conclusa: nelle elezioni dello scorso novembre l’Akp ha ottenuto la maggioranza e Erdogan si è rafforzato, per cui indurirà la sua posizione verso i curdi.

Oltre a questo aspetto congiunturale, le relazioni con le organizzazioni curde della Turchia sono permanentemente avvelenate e interrotte dalla politica del governo dell’Akp verso il Rojava: il suo appoggio allo Stato Islamico, la chiusura armata della frontiera con questa regione e l’ostilità verso i rifugiati (ora si parla della possibile creazione di un “cordone sanitario” che separi ermeticamente il Kurdistan turco dal Rojava).

Un altro fatto in questo senso è stato il cosiddetto “massacro di Suruç”, in cui i terroristi dello Stato Islamico hanno attaccato un accampamento di giovani turchi solidali con Kobane (espressione di un movimento molto ampio esistente nel Paese) e ne hanno uccisi 30 (con la connivenza del governo o di una parte di esso). In questo modo, la tregua dichiarata dal Pkk è stata infranta più volte e ci sono stati scontri tra le sue milizie e le forze militari turche.

Per tutto questo, i negoziati che stavano incorrendo tra il governo di Erdogan e il Pkk (con anche visite di rappresentanti del governo a Ocalan nella sua cella) oggi si sono interrotti, senza che sia chiaro se riprenderanno e quando.

Questa realtà pone fortissime contraddizioni al progetto di rafforzamento elettorale e parlamentare, e di accordo con il governo, dell’Hdp. E ancora di più al Pkk che, da sinistra, accompagnava sempre più la politica dell’Hdp.

 

Il Pkk, il suo cambio di ideologia e il suo progetto attuale

Attorno al processo del Rojava e al Pkk-Pyd (ancora più dopo la vittoria di Kobane) comincia a costruirsi una corrente internazionale che rivendica questo processo, promossa da settori che provengono dal castro-chavismo e dall’anarchismo, che presentano questo processo come un “nuovo socialismo”. Si tratterebbe di un riferimento alla realtà molto più attrattivo di Cuba o del Venezuela attualmente. È importante, quindi, affrontare l’analisi e la caratterizzazione di questa organizzazione.
Il Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan) è stato fondato in Turchia nel 1978 da studenti curdi attivisti. A partire dal 1984 inizia la lotta armata contro lo Stato turco. Il suo principale dirigente è Abdullah Ocalan (detto “Apo”), che attualmente ha 66 anni. Nel 1999, Apo è catturato dalle forze di sicurezza turche e condannato a morte, ma nel 2002 questa condanna fu commutata in ergastolo.

L’ideologia originaria del Pkk combina l’adesione a concetti politici e organizzativi del maoismo con il nazionalismo curdo. Dal maoismo ha preso la concezione della rivoluzione a tappe, l’alleanza di classe con settori borghesi nella prima tappa e la costruzione del socialismo in un solo Paese. Non ha mai avuto una concezione della rivoluzione mondiale, ma nel suo programma originario rivendicava la costruzione di uno Stato curdo unitario.

La sua struttura organizzativa adottò le forme delle correnti maoiste più radicali: una stretta disciplina burocratica, il “culto della personalità” del dirigente (Apo), e della sua struttura guerrigliera, il metodo di dirimere le differenze politiche con l’assassinio degli oppositori (una parte del Cc originario venne eliminata da Apo).

In prigione, Ocalan intavola una relazione con un dirigente anarchico che lo convince rispetto ad alcune idee. A partire da lì, inizia una svolta ideologica verso una concezione che chiama “confederalismo democratico” (Cd). Vediamo alcuni concetti centrali di questa ideologia (5):

·                     Si oppone allo Stato-nazione classico, che considera “un'entità strutturata militarmente in maniera centralizzata” e che, per questo, nasce da eventi militari e conduce alla “militarizzazione” e alla “centralizzazione” della società.

·                     A questo contrappone “l’autodifesa” della società, che considera non solo una questione militare, ma che “presuppone anche la preservazione della propria identità, della propria coscienza politica e di un processo di democratizzazione”.

·                     Questo si esprime nella “autoamministrazione” politica, nella quale i “gruppi centrali, regionali e locali” si equilibrano, rappresentando la composizione contraddittoria della società (con le sue differenze di genere, etnia, età ecc.). Pensa che ogni centralismo statale non solo finisce per essere controllato dai monopoli, ma entra anche in contraddizione con la struttura eterogenea della società.

·                     Dice che “in certe circostanze, la coesistenza pacifica (del Cd) è possibile sempre e quando lo Stato-nazione non interferisca con le questioni fondamentali dell’autoamministrazione”.

·                     In campo economico, parla di una “economia alternativa” e “antimonopolistica” con una “base ecologica”, che incrementi le risorse naturali e non le distrugga, e che soddisfi le necessità della società.

·                     Promuove un ruolo di rilievo per le donne. In un'intervista Çınar Salih, rappresentante del cosiddetto Tev-dem (Movimento per una società democratica) del Rojava spiegava: “la nostra rivoluzione è una rivoluzione di donne. In Rojava non c’è nessun campo della vira nel quale le donne non abbiano un ruolo attivo… Crediamo che una rivoluzione che non apra la strada per la liberazione delle donne non è una rivoluzione” (“Le Comuni e i Consigli del Rojava”, reportage di Janet Biehl).

 

Sulla questione curda a livello internazionale (6)

·                     Il diritto di autodeterminazione delle nazioni era interpretato come il diritto ad instaurare uno Stato-nazione.

·                     Il sistema degli Stati-nazione, tuttavia, si è trasformato in un serio ostacolo per lo sviluppo della società, della democrazia e della libertà dalla fine del XX secolo.

·                     L’unica maniera di uscire da questa situazione è instaurare un sistema democratico confederale il cui sviluppo sia direttamente legato al popolo e non alla globalizzazione basata sugli Stati-nazione.

·                     Per il Kurdistan, il confederalismo democratico è un movimento che non interpreta il diritto di autodeterminazione come l’instaurazione di uno Stato-nazione ma come lo sviluppo della sua stessa democrazia, al di là delle frontiere politiche. Una struttura curda si svilupperà attraverso la creazione di una federazione di curdi in Iran, Turchia, Siria e Iraq. Più tardi, per l’unione ad un livello più alto, si formerà un sistema confederale.

Non possiamo affrontare in questo articolo il dibattito sui differenti aspetti teorici, storici e politici di queste concezioni di Ocalan e del Pkk. Vogliamo concentrarci su due aspetti politico-programmatici centrali.
Il primo: con questo cambiamento ideologico, Ocalan e il Pkk hanno abbandonato la lotta per la dittatura del proletariato e per la costruzione di uno Stato operaio (anche se in una seconda tappa della rivoluzione). Come abbiamo già segnalato, pensiamo che, al di là dell’ideologia e del linguaggio “ecosocialista” e “confederalista democratico”, si nasconde il progetto di costruire uno Stato borghese “atipico”.

In secondo luogo, una questione centrale per l’analisi e la proposta affrontata da questo testo: Ocalan e il Pkk hanno abbandonato la lotta per uno Stato curdo unitario. Al suo posto, si avanza la rivendicazione di autonomia federative nei quattro Paesi già citati (senza rompere le frontiere attuali) e una proposta simbolica di integrazione futura.

Questa posizione esprime, da un lato, un adattamento a una realtà che è già accettata dall’imperialismo: l’autonomia esistente in Iraq e la più recente ottenuta in Rojava. Dall’altro (anche se ora i negoziati sono interrotti), ho l’impressione che il principale messaggio è diretto alla borghesia e al governo della Turchia (e all’imperialismo), dato che lì risiede la popolazione curda più numerosa e la base principale del Pkk. Sarebbe qualcosa come “possono inquadrarci se ci danno uno spazio nostro e, in questo caso, non rovesceremo il tavolo”.

Questo è il risultato inevitabile della svolta a destra di una direzione piccolo-borghese e burocratica che (come espressione curda dell’alluvione opportunista) ha abbandonato qualsiasi prospettiva di lotta per il socialismo. La “soluzione” quindi può darsi solo dentro agli “scenari possibili” che esisteranno nel capitalismo.

La rivendicazione della costruzione di uno Stato curdo unitario non è una rivendicazione socialista ma democratico-borghese. Ma che si trasforma in una favolosa proposta transitoria di mobilitazione perché, da un lato, è una aspirazione profondamente sentita da milioni di curdi e, dall’altro, potrà concretizzarsi solamente con una durissima lotta internazionale contro le borghesie nazionali dei Paesi che li opprimono e contro lo stesso imperialismo che, da decenni, nega loro questo diritto.

Rispetto a questa rivendicazione, si produce una situazione simile a quella della “Palestina laica, democratica e non razzista in tutto il suo territorio storico”, abbandonata da quasi tutte le direzioni palestinesi. Anche le direzioni curde (come il Pkk-Pyd, l’Hdp e il Pdk) abbandonano la lotta per uno Stato curdo unitario. Al contrario, noi dobbiamo portarla avanti, come proposta programmatica e come appello alla lotta.

È certo che già esistono due autonomie curde, in Iraq e in Siria: dobbiamo rivendicarle come conquiste delle masse popolari curde. Ma non possono trasformarsi in un obiettivo in sé stesse, ma devono essere poste al servizio della continuità della lotta per uno Stato curdo unitario.

 

Un breve abbozzo del nostro programma per il Kurdistan

Con la stessa cautela con cui deve essere considerato il complesso di questa elaborazione (fatta sulla base di informazioni e materiali, e non con la conoscenza diretta della realtà) vogliamo concludere con un breve abbozzo del programma per il Kurdistan.
Questo programma deve partire, in primo luogo, dalla difesa del popolo curdo di fronte all’oppressione, alla repressione e alle aggressioni militari che subisce nei diversi Paesi. Questo include l’appoggio incondizionato alla loro lotta.

In secondo luogo, come abbiamo già detto, sosteniamo il diritto a costruire un loro Stato unitario (e a rendersi indipendenti dai territori degli Stati che li opprimono) per il raggiungimento della loro autodeterminazione.

In questo senso, pensiamo che le autonomie ottenute in Iraq e Rojava sono un passo in avanti in questa direzione e, per questo, devono essere difese. Ma non devono essere considerate come “l’obiettivo finale", bensì devono essere poste al servizio della lotta per ottenere uno Stato curdo unitario.

Nel caso della Siria, dobbiamo favorire il rafforzamento dell’alleanza con i ribelli per avanzare nella lotta per il rovesciamento della dittatura di Assad.

Per tutto questo, non diamo nessun appoggio, né invitiamo ad aver fiducia nelle direzioni curde attuali, sia per il loro carattere di classe (borghese o piccoloborghese), sia per la politica che portano avanti (come l’abbandono della lotta per uno Stato curdo unitario). Questo significa che, stando dalla parte della lotta del popolo curdo, le combattiamo politicamente, facendo appello a lottare contro le loro politiche che sono contrarie alla lotta unitaria dei curdi (come gli accordi con l’imperialismo e con Putin) e li sfidiamo ad applicare politiche che stimolino questa lotta. Nel caso dell’autonomia in Iraq, si pone inoltre, in modo immediato, la lotta di classe del proletariato curdo contro la borghesia curda rappresentata da Barzani.

Nel quadro di questo processo di lotta, facciamo appello a costruire nuove direzioni curde che siano disposte a portare questa lotta fino alla fine. In modo specifico, crediamo che vi sia le necessità urgente di costruire un partito operaio, rivoluzionario e socialista curdo che, oltre a stimolare e a intervenire attivamente in queste lotte, ponga la costruzione di uno Stato curdo unitario come parte dei compiti per avanzare verso una federazione di repubbliche socialiste del Medio oriente.

 

 

Note:

 

1) Pubblicata originariamente in Özgür Günden e riprodotta parzialmente nell'articolo di Leandro Albani, che integra un'edizione speciale del bollettino Resumen Latinoamericano   “Incógnitas, desafíos y realidades – La economía en Rojava, territorio liberado kurdo”.

 

2) Las milicias kurdas echan al Estado Islámico de Kobane, Andrés Mourenza, Estambul, 28/1/2015, Agencia CET.

 

3) “As Comunas e Conselhos de Rojava”, reportage di Janet Biehl (preso da Resumen Latinoamericano y del Tercer Mundo, envío del 20/12/2014).

 

4) “Kobani: How strategy, sacrifice and heroism of kurdish female fighters beat ISIS”, Mutlu Civiroglu (KurdishQuestion.com)

 

5) Estratto del testo “Confederalismo Democrático” di Abdulah Ocalam, preso dalla traduzione in spagnolo del materiale già citato di Resumen Latinoamericano.

 

(6) Estratto da: To the kurdish people and the international community- Declaración del Confederalismo Democrático en Kurdistán, 20/03/2005.

 

 

 

* Dal sito della Lit-Quarta Internazionale (www.litci.org). Traduzione di Matteo Bavassano

 
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