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Il passo del gambero PDF Stampa E-mail
venerdý 29 gennaio 2016
Il passo del gambero
La lenta agonia di Rifondazione,
la necessità di un partito rivoluzionario
 
 
 
 
di Adriano Lotito
 
 
 
gambero

La situazione politica e sociale in cui versa il nostro Paese oggi è senza dubbio straniante. Stiamo vivendo la più imponente controffensiva padronale degli ultimi trent'anni. Il governo Renzi, pur dibattendosi tra scandali, difficoltà e una ripresa economica annunciata ma ancora ben lungi dall'avverarsi, ha portato nei suoi quasi tre anni di vita alcuni attacchi che hanno prodotto un arretramento storico nei diritti e nelle condizioni materiali delle classi lavoratrici: il Jobs act, il Piano casa, la Legge di stabilità, la riforma della scuola, lo Sblocca Italia.
A fronte di una guerra sociale a tutto campo, il conflitto sociale stenta a decollare e quando pure sorgono alcuni significativi focolai di lotta questi faticano a generalizzarsi e a raggiungere una dimensione unitaria e solidale.
Il primo obiettivo delle sinistre politiche dovrebbe essere, in una situazione di questo tipo, cercare di unificarsi su un programma coerentemente rivoluzionario e costruire una direzione in grado di mettere assieme le diverse avanguardie di lotta che pure sui territori tentano di resistere, a volte con successo, agli attacchi padronali (un esempio lo troviamo nel settore della logistica, i cui lavoratori, organizzati dal Si Cobas, hanno dimostrato di saper ottenere importanti diritti e miglioramenti materiali con una lotta radicale e ad oltranza). L'opposizione sociale alle politiche di Renzi e dell'Unione europea dovrebbe e potrebbe ripartire dal conflitto, e su questo terreno costruire prospettive di alternatività e indipendenza di classe, fuori dai circhi elettorali e dai negoziati dietro le quinte che animano il ceto politico della socialdemocrazia, ormai ridotto sempre più al lumicino.
Ma ovviamente quel che rimane delle un tempo solide burocrazie della sinistra, si riconferma impegnato in progetti di tutt'altro segno, che ci sembrano, alla luce di numerose lezioni della storia passata, un parossistico tentativo, fallito già sul nascere, di replicare in piccolo tutto l'armamentario suicida che ha condannato questa stessa sinistra ad un ruolo del tutto marginale nell'attuale contesto sociale e politico. L'obiettivo è ricostruire un carrozzone elettorale privo di identità definita e affezionato al mito nostalgico del welfare state che fu: un esperimento che non vuole unire la classe per lottare e vincere su una base conflittuale e anticapitalistica, ma che vuole unire sulla base di tanti piccoli interessi burocratici che da un po' di tempo stentano a trovare soddisfazione.
Per questo riteniamo utile riepilogare la vicenda di un grande e impietosamente fallito progetto unitario quale fu Rifondazione comunista, comprendere le ragioni di questo fallimento e verificare quali siano dunque i destini storici del riformismo italiano alla luce della neonata Sinistra Italiana (SI). Dopodiché vogliamo, come compagni e compagne di Alternativa Comunista, lanciare una proposta diversa, che si smarchi da questi anacronistici tentativi di “unità” per poter costruire qualcosa di diverso e di cui si avverte un'insopprimibile esigenza.
 
Rifondazione comunista: “la lotta e il governo” e poi il disastro
La storia del Prc, dalle sue origini nel 1992, come risposta alla conversione liberista della burocrazia del Pci, fino alle percentuali a contagoccia delle ultime tornate elettorali è paradigmatica di come si possa svendere un patrimonio di migliaia e migliaia di compagne e compagni sull'altare del compromesso con le classi dominanti. Un compromesso a perdere che ha portato dei dirigenti “comunisti” a votare guerre, precarietà e sfruttamento, delegittimando la bandiera storica del movimento operaio agli occhi di interi settori della società.
Il deficit programmatico di Rifondazione si può rintracciare fin dalla sua fondazione: da quella fusione tra l'eclettismo di Democrazia proletaria e i “duri a morire” dello stalinismo più dogmatico e grigio di provenienza Pci, su un programma che non ha mai posto la questione della rottura con il capitalismo e non ha mai voluto affermare la propria indipendenza di classe rispetto alle istituzioni statali, fedele all'eredità conciliatoria di Togliatti e Berlinguer.
Ed è così che troviamo Rifondazione nella “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto schiantatasi contro l'emergente berlusconismo (1994), e successivamente con Prodi, ma questa volta direttamente sugli scranni del potere (1996). Nei due anni successivi i deputati di Rifondazione, tra i quali troviamo alcuni volti dell'odierna Sinistra Italiana (primo fra tutti quello di Vendola), votarono il "Pacchetto Treu", prima legge precarizzante del mercato del lavoro e primo tassello di quel processo distruttivo culminato nel Jobs Act, e la Legge Turco-Napolitano, che creava i centri di permanenza temporanea dove sarebbero stati detenuti migliaia di immigrati in condizioni disumane.
Alla segreteria del Prc si era già affermato il mito di Bertinotti, che con la formula magica del partito “di lotta e di governo” catalizzava l'entusiasmo militante della base e l'energia dei movimenti che si svilupparono di lì a qualche anno verso il consolidamento di posizioni di potere ad ogni livello istituzionale. Il ritiro “tattico” del sostegno al governo Prodi e la sua conseguente caduta con la svolta a sinistra di Rifondazione, non furono altro che tecniche di creazione del consenso e di pressione sul centrosinistra, sempre nell'ottica del ritorno al governo.
Agli inizi degli anni Duemila, sull'onda del movimento contro la globalizzazione capitalistica e di quello contro la guerra in Iraq, il Prc vide crescere il proprio radicamento sociale ma anziché utilizzarlo per creare un blocco sociale su posizioni indipendenti dallo Stato e dai poteri economici in esso incarnati, strumentalizzò il movimento stesso in funzione di un ritorno ai negoziati col centrosinistra. Al contempo si portava avanti un progetto di “rinnovamento” dell'armamentario ideologico marxista che lungi dall'attualizzarlo in senso profondo comportò una sua progressiva diluizione all'insegna della fusione del mood anarchico da centro sociale con la retorica pacifista della “non violenza” (in grado di accreditarsi agli occhi dei propri interlocutori “democratici di sinistra”).
Giungiamo così alla tragica esperienza del sostegno al secondo governo Prodi (2006-08), con Bertinotti presidente della Camera e Ferrero ministro del Welfare. Un sostegno ancora una volta giustificato sbandierando lo spauracchio di Berlusconi e del pericolo delle destre, a dimostrazione di come l'antiberlusconismo sia stato un subdolo e straordinariamente efficace meccanismo di copertura ideologica di politiche padronali ma “di sinistra”. E infatti le politiche del Prodi II, avvallate dal Prc, furono nettamente antipopolari, com'era facilmente prevedibile e come i compagni del Pdac sostennero al momento della loro rottura con Rifondazione, poco prima che il governo si formasse. Nessuna delle leggi antioperaie varate precedentemente fu eliminata, ma anzi la dose fu rincarata e ancora una volta il centrosinistra si distinse per la fiera difesa delle posizioni imperialistiche del Belpaese, inviando truppe militari in Afghanistan e in Libano. Un'esperienza tragica, perché mise fine a tutte le illusioni che un settore, minoritario ma consistente, delle masse popolari nutriva nei confronti di un partito che si definiva “comunista”.
Tutto questo, bisogna aggiungere, non incontrò quasi nessuna opposizione seria all'interno del Prc, nemmeno da parte di quelle aree che si collocavano nella sua sinistra interna, e che oscillavano tra un sostegno “critico” e l'opposizione alla maggioranza. Un esempio ne è l'area di Sinistra critica, uscita dal Prc alla fine del 2007 e spaccatasi in due nel 2013 (con la formazione di Communia e di Sinistra anticapitalista), che votò in diversi casi la fiducia a Prodi e anche l'invio delle truppe in Afghanistan (2006) prima dell'espulsione del suo leader, Turigliatto, dal gruppo parlamentare dopo che questi si oppose alla politica estera del governo (dopo averla sostenuta le volte precedenti). Rispetto invece all'area di Falcemartello, che successivamente fece parte anche della maggioranza di Rifondazione, sedendo con il leader Bellotti in segreteria nazionale, e si è decisa a uscire solo qualche settimana fa dal Prc, rinunciando però a intraprendere il percorso della costruzione di un partito indipendente, rimandiamo a un altro articolo sul nostro sito (1).
 
Dalla Sinistra arcobaleno all'Altra Europa: la diaspora del riformismo
A partire dalla caduta del Secondo governo Prodi, a seguito del ritiro della fiducia da parte della destra cattolica di Mastella, inizia quel percorso di progressiva entrata nell'anonimato di quella che fu Rifondazione comunista. Nelle politiche del 2008 la lista della Sinistra arcobaleno, presentatasi indipendentemente dal centrosinistra (per il fatto di esser stata scaricata), non giunse a superare la soglia di sbarramento. Per la prima volta la sinistra “nominale” rimaneva fuori dalle aule del potere. Il calo degli iscritti fu brusco. Nel giro di qualche anno un partito in grado di portare nelle piazze centomila manifestanti era ridotto a qualche migliaio di militanti realmente attivi. Le presunte “svolte a sinistra” ormai non riuscivano più a ingannare gli elettori, né la base degli attivisti.
Da allora la situazione non ha fatto che peggiorare. Con la scissione di Chianciano, e la nascita di Sel capeggiata da Nichi Vendola, a destra del Prc, il partito si divide di fatto in due tronconi, conservando le stesse prospettive e lo stesso vocabolario, con qualche differenza terminologica e simbolica di poco conto. Le elezioni del 2013 hanno visto Sel sostenere Bersani per il Partito democratico, su un programma di assoluta continuità con le politiche “lacrime e sangue” della Troika europea, mentre il Prc si è sciolto nella coalizione di Rivoluzione civile, diretta dal magistrato Ingroia, assieme all'Italia dei Valori e tra i quali candidati figurano personaggi di dubbio valore politico e morale, da ex-fascisti a speculatori dell'edilizia, su un programma trasudante giustizialismo reazionario, tutto interno ai limiti della compatibilità con l'ordine sociale costituito (2). Anche stavolta la soglia di sbarramento non è superata. Intanto il Prc continua ad allearsi con il centrosinistra a ogni livello istituzionale, comuni, province e regioni, e continua questa “doppia politica” tuttora, per quanto si atteggi a forza di opposizione alla sinistra del renzismo.
L'ultimo, ma purtroppo non definitivo, capitolo di questi tentativi di accozzaglia dei relitti del riformismo italiano si è avuto in occasione delle elezioni europee del maggio 2014, quando il Prc si è una volta di più sciolto in una lista priva di riferimenti realmente di classe: l'Altra Europa a sostegno di Tsipras. Per quanto sia riuscita ad eleggere una propria deputata all'Europarlamento, Eleonora Forenza, il fallimento di questo progetto e la sua natura puramente elettoralistica ha avuto conferma sia a livello nazionale che internazionale. Dapprima con il farsesco gioco di poltrone che ha coinvolto i candidati di Sel, Prc e gli intellettuali “civili” candidati nella lista, con Barbara Spinelli che ha soffiato il posto al sellino Furfaro, svelando la palese assenza di democraticità di tutto il percorso. In seguito, con la capitolazione su tutta la linea che Tsipras, il mito di questa rinascente (?) sinistra ha messo in atto nei confronti del popolo greco, piegandosi vigliaccamente ai ricatti dei banchieri tedeschi dopo aver simulato di voler sostenere gli interessi delle masse popolari.
Una volta di più si è resa evidente la totale assenza di prospettive autenticamente anticapitalistiche di una sinistra solo di nome ma non nei fatti.
 
Sinistra italiana: il Prc con le spalle al muro davanti all'ennesimo carrozzone
Giungiamo così all'oggi. Nel mese di novembre scorso, diverse organizzazioni, tra cui Prc, Sel e Possibile di Civati (nato da una scissione della sinistra del Pd), convocano un tavolo per mettere in piedi una nuova formazione politica di opposizione. Negli stessi giorni, i gruppi parlamentari di Sel e della sinistra del Pd guidata da Stefano Fassina, decidono autonomamente di creare un gruppo parlamentare comune, denominato Sinistra italiana, che di lì a poco annuncia di voler costituirsi come il partito alternativo alla sinistra del centrosinistra.
Diversi settori della base del riformismo si trovano così spiazzati. Laddove era stato prima annunciato un percorso “dal basso” e “partecipativo” per costruire la “nuova sinistra”, ci si ritrova davanti un progetto già confezionato. A dicembre, Sinistra italiana lancia il monito a Rifondazione: o si rinuncia al partito autonomo e si avvia uno scioglimento definitivo nel nuovo progetto, o non si ha la possibilità di partecipare. Il tavolo delle trattative si rompe. Ma è solo questione di tempo. Ferrero si trova in una posizione evidentemente scomoda, e per quanto non voglia sigillare l'autodistruzione del Prc, le cose vanno in una direzione inversa e che spinge chiaramente verso la fine ingloriosa di Rifondazione. Oltretutto su un programma che non fa che reiterare impunemente tutte le mostruosità che hanno caratterizzato i passati progetti "unitari", a partire dall'originario Prc: un programma che non propone nulla di seriamente alternativo, ma che ripete con i soliti refrain gli elogi verso un welfare state che non c'è più e verso un sistema keynesiano evidentemente sorpassato dalle stesse esigenze interne dello sviluppo capitalistico. Un programma conservatore, nella misura in cui intende conservare un modello di accumulazione che non è più adeguato agli interessi attuali delle classi dominanti. Il sogno utopico di un capitalismo senza sfruttamento e lotta di classe. Nostalgia e anacronismo: ecco cosa traspare da una simile prospettiva. E con il desiderio mai rimosso di tornare ad allearsi con il centrosinistra: cosa dimostrata dalle innumerevoli dichiarazioni di esponenti della nuova formazione che non fanno che ripetere che la loro opposizione al Pd non è “di principio” ma solo contingente (giammai!) (3).
 
Una proposta diversa per un partito diverso
Davanti al tragico esito della storia della riformismo italiano, la proposta che Alternativa Comunista avanza a tutte e tutti i compagni delusi dalle pregresse esperienze, è quella di costruire un progetto diverso e realmente alternativo alle sirene del capitalismo in crisi. E' necessario oggi più che mai recuperare la bandiera rivoluzionaria e costruire percorsi di opposizione che dall'interno delle lotte operaie, studentesche e dei movimenti, mirino all'unica soluzione storica ai disastri dell'attuale sistema economico e sociale: la presa del potere da parte della classe lavoratrice e l'espropriazione di una proprietà privata giunta al suo estremo stadio di barbarie e distruzione.
Ma per fare tutto questo è necessario costruire un partito di tipo particolare: il partito che ogni giorno, le compagne e i compagni di Alternativa Comunista cercano di costruire, nelle lotte, nelle scuole, nelle università e nei luoghi di lavoro. Un partito d'avanguardia, che unisca i settori più combattivi della classe su un programma anticapitalista e con parole d'ordine di rottura con l'attuale sistema economico e sociale. Un partito basato sull'indipendenza di classe dalla borghesia e dai suoi governi, che stia sempre al fianco dei lavoratori e rifiuti di vendere i loro interessi per una manciata di voti e di poltrone nelle istituzioni del potere borghese. Un partito internazionale e internazionalista, che si ponga la prospettiva di una rivoluzione mondiale senza subordinarsi al nazionalismo imperante nella sinistra odierna. Un partito trotskista, che rivendichi con orgoglio la sua appartenenza ad una tradizione di lotta che è sopravvissuta alle macerie del muro di Berlino perché, fin dall'inizio della controrivoluzione staliniana, si è sempre schierata al fianco del proletariato contro le sue direzioni burocratiche e i piccoli e grandi privilegi che hanno incancrenito la lotta operaia e macchiato la bandiera della rivoluzione. Un partito realmente democratico, dove il militante ha il dovere di partecipare alla discussione politica e alla costruzione quotidiana, e il diritto di esprimere la propria opinione e far valere le proprie posizioni nel confronto collettivo. Un partito diverso: diverso da tutte quelle formazioni opportunistiche che cavalcano l'onda dell'indignazione popolare per accaparrare consensi e accumulare privilegi.
 
Diventa un militante rivoluzionario: vieni a costruire Alternativa Comunista e la Lit
Alternativa Comunista non si considera il partito rivoluzionario di cui c'è assolutamente bisogno, ma vuole porre le basi per poterlo costruire. Per questo siamo presenti in tutte le lotte più radicali che sia pure con difficoltà e frammentazione, si sviluppano nel nostro Paese: dalle mobilitazioni del settore della logistica alle lotte studentesche (nelle quali stiamo costruendo i Giovani comunisti rivoluzionari), dalle lotte per i diritti degli immigrati alla lotta contro il maschilismo e la discriminazione delle donne, dalle mobilitazioni ambientali alla partecipazione, come unico partito della sinistra, al Comitato per la rivoluzione siriana, a sostegno delle masse popolari siriane che stanno eroicamente lottando contro il governo di Assad, gli eserciti di Putin e Daesh, e i bombardamenti delle potenze imperialiste.
Tutto questo in una prospettiva internazionale: siamo infatti la sezione italiana di un'organizzazione mondiale, la Lega internazionale dei lavoratori – Quarta internazionale, presente in oltre trenta Paesi del mondo, in tutti i continenti, in prima linea in alcune tra le più radicali mobilitazioni globali, e oggi alla testa delle lotte delle masse brasiliane in lotta contro il governo Roussef. Per questo l'appello che facciamo a tutti quei militanti onesti che non si identificano più nei vecchi rottami della sinistra nostrana, è di aderire ad un progetto nuovo e diverso, da costruire nel vivo delle lotte. Non promettiamo una strada facile e lo sappiamo, ma crediamo che sia l'unica possibilità per trasformare la giusta indignazione che proviamo nei confronti di questa società nella costruzione di un'autentica alternativa. Scorciatoie non ce ne sono. E la storia non può aspettare.
 
 
 
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