di Fabiana Stefanoni
Mentre scrivo, non accenna a placarsi la straordinaria lotta
dei giovani francesi contro il Cpe. Anche dopo la grande manifestazione del 18
marzo, che ha visto scendere in piazza circa un milione e mezzo di persone (più
di 300 mila nella sola Parigi), le proteste continuano: sono pressoché
quotidiani i cortei organizzati dagli studenti, sia universitari che liceali,
in tutte le città della Francia, seguiti e sostenuti da migliaia di giovani
lavoratori e disoccupati che non intendono accettare un futuro di precarietà
permanente. Martedì 28 marzo sarà un'altra giornata di mobilitazione nazionale:
De Villepin non intende per ora ritirare la legge, come comunicato ai sindacati
nell'incontro del 24 marzo.
Una mobilitazione che viene da lontano
Il Cpe (Contrat
première embauche), il cosiddetto contratto di primo impiego, subito ribattezzato
dai manifestanti "Contratto di precarietà eterna" (Contrat precarité eternelle), è una tipologia di lavoro precario
annunciato dal primo ministro francese De Villepin il 16 gennaio 2006. Subito hanno
avuto inizio le proteste, concretizzandosi in frequentissimi cortei e
manifestazioni: nella sola giornata del 7 febbraio centinaia di migliaia di
giovani sono scesi in piazza in tutta la Francia contro la precarizzazione del lavoro. Il
7 marzo, all'indomani della discussione in Senato avente a tema il Cpe, oltre
un milione di persone hanno manifestato con immensi cortei nelle principali
città della Francia, mentre scuole, trasporti e pubblico impiego davano vita ad
uno sciopero di 8 ore. Non solo: sulla base di alcuni sondaggi e per stessa
ammissione della stampa borghese la maggioranza dei francesi (l'80 %) è
contraria al Cpe.
La scintilla è scaturita dagli studenti, liceali e
universitari, che hanno fatto sentire la loro voce con proteste spontanee e
occupazioni: da gennaio 38 università in tutta la Francia sono in lotta,
nelle scorse settimane il numero degli atenei occupati o presidiati dagli
studenti è salito a 85 (più di 60 resistono ad oltranza). Anche la Sorbona di Parigi, per la
prima volta dopo il maggio del '68, è stata occupata per più giorni da
centinaia di studenti. All'alba di sabato 11 marzo, col consenso del rettore,
le principali sedi occupate (le sedi di Parigi I, IV e V) sono state
brutalmente sgomberate dalla polizia: gli occupanti hanno posto resistenza alla
polizia al grido di "Polizia nazionale, milizia del capitale!". Numerosi
studenti sono stati feriti.
In tutta la
Francia si respira un clima da nuovo Sessantotto e,
nonostante gli sforzi grotteschi di emeriti sociologi che cercano di spiegarci
che la lotta dei giovani di oggi è destinata al fallimento "perché, a
differenza del maggio francese, nasce dalla disperazione e dall'assenza di
certezze lavorative per il futuro", l'unica cosa certa è che oggi il governo
francese vive un momento di profonda crisi. È vivissimo il ricordo delle
banlieues in fiamme, delle proteste del proletariato delle periferie parigine
contro un sistema che offre, in riposta alla disoccupazione, solo repressione e
discriminazione razziale. Ma brucia ancora anche l'esito del referendum sulla
Costituzione europea, che ha visto la maggioranza dei francesi farsi beffe
delle indicazioni di voto di Ump, Udf, Ps e Verdi.
L'instabilità sociale e politica della Francia è l'altra
faccia della brutalità del sistema capitalistico che scarica sui giovani e sui
lavoratori la propria crisi congiunturale: il taglio al costo del lavoro -
nelle forme della precarizzazione, della liberalizzazione e dello
smantellamento dello stato sociale - sta creando in Francia non solo un aumento
della disoccupazione (pari al 22,2%, comunque meno del 24% di casa nostra), ma
anche un malcontento diffuso a causa della difficoltà per i giovani di trovare
un posto di lavoro relativamente stabile e l'impossibilità per la gran parte
delle famiglie di arrivare a fine mese per la combinazione di inflazione e
salari miserrimi.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso
Dopo meno di un mese dalla fine delle proteste nelle
benlieues, l'annuncio dell'entrata in vigore, a partire dalla prossima estate,
del Cpe è stato percepita dai giovani francesi come l'ennesima beffa di governo
e padronato. Si tratta, come è noto, di un contratto che estende alle aziende
con più di 20 operai la possibilità di licenziare - senza necessità di
preavviso né giustificazione ed entro un periodo di ben due anni -
i neoassunti di età inferiore ai 26 anni. Per un biennio, trattandosi, in base
alla legge, di un periodo di "consolidamento dell'impiego", quello che è un
licenziamento di fatto non lo è invece sul piano giuridico: per il padronato si
tratterà di una semplice "rottura del periodo di prova". Anche per questo
l'indennità è miserrima.
Nulla di radicalmente nuovo in realtà: in Francia è già in
uso un parente stretto del Cpe, il Contratto di nuovo impiego o Cne (Contrat nouvelle embauche) che prevede
le stesse modalità di ben servito per il lavoratore, con la differenza che è
rivolto solo alle aziende con meno di 20 dipendenti e non si limita ai soli
giovani under 26: in vigore dal 2005, riguarda quindi le piccole e medie
imprese. In altre parole, i giovani francesi hanno già avuto modo d'assaporare
il gusto amaro di tali tipi di contratto ed è per questo che, insieme ai
giovani delle banlieues che in questi giorni sono tornati in piazza a fianco
dei loro coetanei, fanno sentire con forza il loro no alla precarietà.
Ma il lavoro precario non spunta dal cappello della destra
di governo: il Cpe non è che l'ultimo atto di un processo che ha visto
camminare fianco a fianco Droite e Gauche plurielle: dal 1997 al 2002 il
governo Jospin ha avviato un piano di liberalizzazioni e flessibilizzazione del
lavoro che ha aperto la strada alle nuove tipologie di contratto volute da De
Villepin. Non solo: la prima forma di lavoro precario in Francia, antecedente
immediato di Cne e Cpe, è stato il Cdd (Contrat
a durée déterminée, cioè a tempo determinato), ancora in uso e introdotto
nelle forme attuali nel 1990. La durata massima per il Cdd varia da 18 a 24 mesi e viene
utilizzato in alternanza con il cosiddetto Intérim,
l'equivalente grossomodo del nostro lavoro interinale. Nei 5 anni di governo di
centrosinistra queste tipologie di contratto non solo non sono state messe in
discussione ma, anzi, sono state presentate alle aziende come la contropartita
della legge sulle 35 ore; da qui, l'utilizzo su larga scala del lavoro precario
proprio negli anni della Gauche plurielle.
Non è un caso se le uniche dichiarazioni del Ps - il partito
socialista di Jospin - in relazione alle proteste di piazza vertono da un lato
sulla condanna della violenza, dall'altro sul timore che "il Cpe possa
rimpiazzare non solo il contratto a tempo indeterminato ma anche il Cdd": è
evidente che l'unica preoccupazione dei socialisti francesi è quella di sostituire
la destra nella gestione degli interessi del capitalismo francese e di
presentarsi agli occhi del padronato come i garanti della pace sociale. Esiste
una evidente coincidenza tra le dichiarazioni di dirigenti del Ps e quelle del
Medef (la Confindustria
francese): anche gli industriali, da bravi difensori dei propri interessi,
hanno colto il carattere esplosivo della protesta e suggeriscono a De Villepin
correzioni alla legge, come la reintroduzione della giusta causa e la riduzione
da due a un anno del periodo di prova.
Il Pcf (membro con il Prc della Sinistra europea), che ha
fatto parte del governo Jospin e ha quindi avallato privatizzazioni e
liberalizzazione pagando caramente in termini di risultato elettorale, si
limita oggi a una battaglia di facciata: mentre le proteste incendiano le
città, il Partito comunista francese diserta le piazze e si dedica a edulcorate
petizioni per il ritiro del Cpe, fantasticando su un'impossibile bocciatura in
parlamento.
La radicalità dei giovani, l'opportunismo delle burocrazie
sindacali
I giovani studenti francesi - universitari e non -, già
tartassati dai pesanti tagli della cosiddetta legge sulla scuola e dalle misure
repressive di Sarkozy, non hanno dubbi: sull'onda delle giornate di radicale
protesta delle scorse settimane occorre subito uno sciopero generale che
blocchi la Francia. Tra
il 19 e il 20 marzo gli studenti - che si sono dati un'organizzazione nazionale
(di tipo "consiliare", con delegati eletti e revocabili) e dotati di strutture
in grado di coordinare sulla base di una piattaforma comune le proteste degli
atenei e istituti delle varie città - hanno sottoscritto un appello ("appello
di Digione") col quale chiedono alle organizzazioni sindacali l'indizione
immediata dello sciopero generale.
Le rivendicazioni studentesche non si fermano alla messa in
discussione del solo Cpe: si chiede il ritiro di tutta la legge, cioè, tra
l'altro, l'abolizione dell'apprendistato e delle misure volte ad arginare le
proteste nelle banlieues
(con penalizzazioni per le famiglie di studenti "indisciplinati");
l'aumento dei posti per gli insegnanti; l'amnistia per i giovani delle periferie
condannati a novembre; il ritiro della legge sull'immigrazione di Sarkozy. Significativo
è il fatto che la burocrazia studentesca della Unef - un'organizzazione vicina
a Cgt e Ps - nonostante il tentativo di arginare la rivolta è invece travolta e
azzittita dalla piazza: nelle aule occupate si discute di piattaforme comuni
coi giovani delle banlieues e di organizzazione del servizio d'ordine per
rispondere alle cariche della polizia, alla faccia dei teorici della
nonviolenza. In un'intervista riportata sull'Espresso al presidente dell'Unef si legge un imbarazzante "noi
condanniamo le violenze sotto ogni forma"; sopra e nelle pagine prima, le foto
della protesta: auto che bruciano, vetrine rotte, polizia in assetto di guerra,
lacrimogeni lanciati ad altezza d'uomo.
Ciò che occorre ora, per dare la spallata definitiva al
governo, è la discesa in campo della classe operaia: come già successo con
governo Juppe, solo lo sciopero generale ad oltranza fino alla cacciata di De
Villepin e Chirac, stavolta in una prospettiva anticapitalista, potrà dare uno
sbocco e una risposta alle proteste dei giovani francesi.
Ma l'appello dei giovani studenti e lavoratori è caduto nel
vuoto. Se all'indomani della manifestazione del 18 marzo, costrette dalla forza
della piazza, le burocrazie sindacali avevano fatto la voce grossa con un
"ultimatum farsa" in cui chiedevano il ritiro del provvedimento entro 48 ore
pena l'indizione dello sciopero generale, successivamente, paventando il
"pericolo" dello sciopero "insurrezionale", hanno presto ritirato le buone
intenzioni: nel tentativo di smorzare la protesta, si sono limitati ad indire
una giornata di mobilitazione per il 28 marzo, senza sciopero generale
(per ora è previsto solo uno sciopero nelle ferrovie).
Mentre i giovani nelle piazze chiedevano la cacciata di De
Villepin, i segretari generali e i presidenti delle 5 confederazioni sindacali
- Cgt (la principale, quanto a consensi), Cfdt, Cftc, Cfe-Cgc, Cgt-Fo -
sedevano al tavolo delle trattative con lo stesso De Villepin, chiedendo il
ritiro del Cpe in cambio della garanzia di concertazione ("dialogue", recitano
i comunicati ufficiali) nella negoziazione sull'impiego. Le responsabilità, in
particolare della Cgt - particolarmente forte tra gli operai dell'industria e
storicamente legata a Pcf, ora gamba sinistra della gauche di governo - sono enormi: basterebbe proclamare, come
chiedono gran voce i giovani, lo sciopero generale per costringere il governo
non solo a ritirare il Cpe ma anche ad andarsene a casa sconfitto dalla forza
della piazza. Ma Cgt e Cfdt preferiscono prendere le distanze dalle violenze e
sperare che la protesta si smorzi un po', al fine di ridurla a mero strumento
di contrattazione con governo e padronato.
Ma anche i partiti della sinistra "estrema", Lcr e Lutte
Ouvrière, non si stanno mobilitando come potrebbero: giustamente criticano Pcf
e Cgt per la mancata richiesta dello sciopero generale ma non mobilitano i loro
militanti che sono delegati sindacali della Cgt al fine di costruire comitati
nei luoghi di lavoro e ottenere con la forza di assemblee operaie lo sciopero
generale che le burocrazie non vogliono convocare. Non solo: né Lcr né Lo
chiedono a chiare lettere la cacciata del governo, ma si limitano a
sottolineare la necessità del ritiro del Cpe.
Per l'alternativa anticapitalista
Quello che sta succedendo in Francia non è altro che una
rivolta contro una realtà - quella del lavoro precario - che riguarda anche i
giovani degli altri stati europei. Da tre anni è in vigore in Italia un
contratto d'inserimento che è paragonabile al Cpe francese. Non solo: grazie al
Pacchetto Treu - varato dal primo governo Prodi con il voto a favore del Prc -
è stata introdotta in Italia una varietà infinta di tipologie di contratto
precario, funzionali a meglio sfruttare le giovani generazioni operaie. La
funzione dei vari contratti di apprendistato, tirocinio o stage, di
collaborazione (ora "a progetto", dopo la legge Biagi), part-time, interinale,
a termine, in appalto ecc è esattamente quella del Cpe: sgravare il padronato
dai vincoli del lavoro a tempo indeterminato, far pagare ai lavoratori i costi
della ristrutturazione capitalistica. Non è scorretto affermare che il colpo
inferto alla classe operaia con il Pacchetto Treu in Italia, con l'avallo delle
burocrazie sindacali e del Prc, è stato ben più pesante delle leggi di De
Villepin. Se si considera che l'Unione non porterà modifiche sostanziali a
questa realtà di fatto - limitandosi, probabilmente, alla semplice revisione di
quelle tipologie di contratto previste dalla legge 30 scarsamente utilizzate
dal padronato (lavoro a chiamata e job
sharing) - appare in tutta la sua ipocrisia l'apparente sostegno del Prc
alle proteste francesi, proprio mentre si appresta ad entrare nel governo di
banche e Confindustria. In Francia ciò che ancora manca è un partito
rivoluzionario in grado di porsi alla testa delle mobilitazioni: è una lezione
che facciamo nostra, ora che Progetto Comunista - Rifondare l'opposizione dei
lavoratori avvia il processo costituente di un partito comunista e
rivoluzionario in Italia. Per un governo dei lavoratori in Francia come in
Italia! Per un'Europa socialista!
26/3/2006
sommario
Rifondazione comunista:
epilogo di una morte annunciata
I compiti dei comunisti per la
salvaguardia dell'opposizione di classe
di Valerio Torre
Con l'ingresso di Rifondazione Comunista,
con propri ministri, nel governo borghese della settima potenza imperialista
mondiale, si esaurisce un ciclo storico, un ciclo che ha segnato gli ultimi
quindici anni della vita politica italiana da quando la mattina del 3 febbraio
1991 un pugno di delegati al XX ed ultimo congresso del Pci abbandonò la platea
e, in conferenza stampa, annunciò la volontà di non entrare nel nascente Pds
aprendo così la strada alla costituzione del Prc.
Il percorso politico del partito non è
mai stato lineare, ma comunque sempre improntato alla compromissione negoziale
con la borghesia progressista espressa dal centrosinistra, nella prospettiva dell'inserimento nella
maggioranza di un cosiddetto "governo riformatore": di volta in volta, o che Rifondazione
Comunista fosse in maggioranza o che fosse temporaneamente collocata
all'opposizione, l'obiettivo dei gruppi dirigenti che si sono alternati alla sua
guida è stato sempre quello di un "compromesso sociale" con la socialdemocrazia liberale.
E così,
alternando fasi che lo hanno visto stringere accordi di coalizione (il polo dei
progressisti del 1994 con la ... "gioiosa macchina da guerra" di Occhetto; il
sostegno alla maggioranza Prodi dal 1996 al 1998) a fasi in cui si è
ricollocato all'opposizione, o controvoglia (governo Dini e governo D'Alema), o
perché spintovi dalla generale avanzata della destra (governo Berlusconi del
2001), il Prc ha sempre rifiutato di costruirsi come un'organizzazione che
intendeva guadagnare nelle lotte l'egemonia sulla classe operaia in alternativa
alle vecchie direzioni.
Dopo Genova: la
preparazione di un percorso governista "di movimento"
Nel mese di
ottobre del 2001 - quando i fatti di Genova del precedente mese di luglio
avevano reso evidenti le potenzialità del movimento antiglobalizzazione che, a
partire da Seattle, trovava anche in Italia alimento per la sua affermazione
raggiungendo proprio nelle giornate
di Genova l'apice del suo sviluppo - il gruppo dirigente di maggioranza di Rifondazione
approvò un documento precongressuale che conteneva le linee generali di quelle
che sarebbero poi state le tesi presentate al 5° Congresso.
Era l'epoca in cui Liberazione commentava l'esperienza della gauche plurielle francese e di Jospin titolando "Un socialista
s'aggira per l'Europa" e cantando le lodi delle 35 ore in terra transalpina
(pur guardandosi bene dallo svelare quale sorta d'imbroglio quella legge fosse
per i lavoratori).
Ebbene, c'era un passaggio di quel
documento che già lasciava intravedere, sia pure in un quadro diverso, il
percorso che il partito avrebbe negli anni portato a termine: la ricomposizione
politica con il centrosinistra per un accordo programmatico al fine di
preparare l'ingresso del Prc in un governo borghese con tanto di ministri e
sottosegretari (come è poi accaduto dopo le vittoriose elezioni del 9 aprile
scorso).
Dunque, diceva quel documento: "C'è una
dura considerazione-previsione da fare. Non avremo per i prossimi anni una
sinistra politica comparabile con quella dell'Italia... di quest'ultimo
dopoguerra (...) Questo non significa che non si possa costruire una sinistra
plurale, in Italia e in Europa, capace di proporsi il tema della conquista
della maggioranza dei consensi e della candidatura al governo ai fini di
realizzare un programma riformatore, ma vuol dire che per arrivarci bisogna
battere strade diverse da quelle della tradizionale politica unitaria, in primo
luogo facendo irrompere, nell'intero campo delle sinistre e dei rapporti tra di
loro, la novità e la rottura del movimento".
Quando denunciammo le intenzioni sin
troppo trasparenti della maggioranza del partito - spendere cioè nella negoziazione
con il blocco borghese liberale la rendita di posizione acquisita all'interno
del movimento, subordinando però il movimento stesso al centro moderato; quando
dicemmo che la prospettiva della sinistra plurale era questa volta perseguita
da un versante di movimento allo scopo di far apparire Rifondazione più
radicale, ci venne risposto che facevamo il processo alle intenzioni.
Eppure, è proprio ciò che è accaduto.
Bertinotti ed il suo stato maggiore hanno preparato il percorso che disloca il
Prc sul versante della borghesia italiana attraverso tappe intermedie che sono
state magnificate come "svolte".
Le tappe del percorso
Nel gennaio 2001, in un discorso
tenuto a Livorno per commemorare gli 80 anni dalla nascita del Partito
Comunista di Gramsci, Bertinotti proclamò la "rottura con lo stalinismo". In
realtà, dietro la vuota facciata di questa solenne dichiarazione si cela un
vero e proprio "imbroglio" storico ed intellettuale che passa per l'artificiosa
assimilazione fra il bolscevismo e lo stalinismo stesso.
In quel discorso, Bertinotti sostenne
che, se si voleva rifiutare alla radice lo stalinismo, era necessario rimuovere
e respingere la tematica stessa del potere politico e della sua conquista.
In realtà, quella forzata assimilazione
costituisce un grossolano falso storico, poiché lo stalinismo era esattamente
la negazione del bolscevismo di Lenin e non invece la sua continuazione: la
presa del potere dei bolscevichi era ispirata e sorretta dall'aspirazione alla
liberazione delle masse, mentre l'ottusa conservazione di un potere svuotato da
tutti i principi della democrazia sovietica da parte della burocrazia
staliniana era la chiave di volta della sua autoconservazione e della sua
perpetuazione.
Peraltro, è curioso notare che l'abiura
dello stalinismo non ha mai implicato per Bertinotti il rifiuto di quello che
era un asse portante della stessa costruzione stalinista, quantomeno a partire
dal VII Congresso dell'Internazionale Comunista: le alleanze di governo dei
comunisti con le borghesie progressiste. Anzi, proprio quella svolta strategica
governista che Stalin impose al movimento comunista internazionale - e che ebbe
le sue prime e tragiche applicazioni nelle esperienze di Fronte popolare in
Francia ed in Spagna nel 1936 - ha da sempre costituito e costituisce il nucleo
centrale del bertinottismo e della sua teorizzazione della collaborazione di
classe.
Nel dicembre 2003, poi, la "svolta" della
non violenza concretizzò lo sviluppo di quell'elaborazione teorica. Anche qui,
la ripulsa della conquista del potere attraverso l'azione di forza delle masse
era congeniale alla rappresentazione di un partito comunista ripulito da tutta
la paccottiglia novecentesca e reso affidabile agli occhi della borghesia
progressista. E, non a caso, proprio da quest'ultima vennero le più sperticate
lodi all'indirizzo della "Bad Godesberg" di Bertinotti, finalmente accolto nei
salotti buoni dei poteri forti italiani e promosso a pieni voti sui banchi del
governo.
La teorizzazione della non violenza da
parte di Bertinotti non era affatto una scelta "innocente", ma rappresentava un
ulteriore passaggio verso l'alleanza col centrosinistra ulivista e verso il
governo borghese. Voleva significare l'offerta alla borghesia dell'abiura della
lotta di classe in nome del compromesso sociale da parte di un partito che pure
vuol mantenere la denominazione di "comunista" e che si è candidato a portare
in dote sul tavolo dell'accordo di governo la rappresentanza dei movimenti in
funzione della sterilizzazione del conflitto sociale e del contenimento delle
dinamiche di massa, offrendo di sé un'immagine tranquillizzante ed affidabile:
insomma, rivestendo una funzione classicamente socialdemocratica. Lo stesso
Bertinotti non si è fatto scrupolo di dichiararlo nel recente confronto
televisivo pre-elettorale con Maroni: "stiamo tentando un'opera di inclusione,
portare anche le forze più radicali dentro i confini della democrazia. Quello
che fece il Pci".
Infine, la
svolta della costituzione del partito della Sinistra europea, la cui edificazione è nel segno
complessivo di un impianto neoriformista e poggia su scelte politiche non di
alternativa anticapitalistica rispetto ad un'Europa dominata dal capitalismo
imperialista e tecnocratico dell'UE, ma sull'affastellamento di mere petizioni
di astratti principi e valori "progressisti": solidarietà, ambientalismo, pace,
democrazia, giustizia sociale, libertà, eguaglianza di genere, rispetto per la
natura; senza mettere assolutamente in discussione la stessa "costituzione
materiale" dell'Europa capitalistica; senza rivendicare un'alternativa di
potere della classe operaia e delle masse oppresse rispetto alle classi
dominanti che hanno costruito l'attuale Ue, anzi rivendicando uno "sviluppo bilanciato e sostenibile ... per
affrontare in termini nuovi le questioni della globalizzazione", fino
alla ... "stabilizzazione" del Patto di stabilità, che, insieme alle politiche ed
agli orientamenti della Banca centrale europea, dovrà essere tutt'al più "cambiato per lavorare ad altre politiche
sociali ed economiche", ma sostanzialmente mantenuto (e, con esso,
ovviamente, l'intero impianto capitalistico europeo).
L'epilogo:
l'ingresso del prc al governo e i nostri compiti
In questi
quindici anni, il Prc ha testardamente costruito il percorso che lo vede oggi
entrare a pieno titolo nel governo fortemente voluto da Confindustria e dalle
grandi banche. Questo esito non solo delude le speranze e le aspettative di
quanti si sentirono traditi dalla Bolognina e videro nella nascita di
Rifondazione Comunista la possibilità che venisse preservata un'opposizione
comunista e di classe in Italia; quanto pone il partito - e la sua mistica
evocativa dei movimenti - nell'insanabile contraddizione fra le ragioni che
questi ultimi hanno espresso negli scorsi anni e gli opposti interessi che la
borghesia incarna.
In questo senso,
il partito esaurisce e chiude un ciclo storico. Come tante altre volte abbiamo
sostenuto, la storia del Prc è la storia di una "rifondazione mancata".
Eppure,
in tutti questi anni, in cui veniva a compimento quella parabola, i marxisti
rivoluzionari hanno lavorato nel partito per uno sbocco del tutto diverso,
raggruppando intorno agli assi fondanti delle idee di Marx, Engels, Lenin,
Trotsky, Luxemburg e Gramsci, le migliori energie che albergavano nel Prc. Ed
oggi che quest'ultimo si disloca definitivamente sul versante delle classi
dominanti liberando così uno spazio enorme sinora indebitamente occupato, oggi
nasce il nuovo partito rivoluzionario, che, armato di un programma transitorio,
costruisca un reale intervento nella lotta di classe, per ricondurre ogni esperienza di conflitto, di movimento, ogni
obiettivo immediato, alla prospettiva rivoluzionaria.
Non quindi un partito più a sinistra degli altri, ma un partito
rivoluzionario. Un partito, come diceva il Manifesto di Marx, che deve costruire
nel presente, in ogni presente, il futuro della rivoluzione. È il compito che
Progetto Comunista - Rifondare l'Opposizione dei Lavoratori assume su di sé.
sommario
Cgil: il piede sinistro
sindacale di una delle tre gambe della concertazione
Le prospettive della lotta di classe dopo il
congresso Cgil
di
Francesco Doro e Antonino Marceca
"Quasi un anno fa, i dodici segretari confederali indirizzarono una
lettera a Romano Prodi esprimendo preoccupazione per la situazione del paese e
chiedendo un programma di radicale cambiamento. (...) Oggi che il programma
dell'Unione è stato varato, la
Cgil può dire di trovare una risposta positiva a quella
lettera". Queste righe della relazione di apertura del XV Congresso Nazionale
della Cgil fatta da Guglielmo Epifani il primo marzo esprimono l'essenza di un
congresso effettuato ad un mese dalle elezioni politiche: la maggioranza della
Cgil sceglie di stendersi ed investire su Prodi.
Epifani nella relazione traccia un quadro di quello che definisce il
"declino industriale" del paese, il cui inizio viene individuato nel 1996
quando "l'Italia aveva cominciato a perdere quote industriali nell'export
mondiale". Una crisi precipitata, secondo il segretario della Cgil,
"soprattutto per responsabilità dell'azione e delle scelte del governo". Il
giudizio di Epifani coincide con quello del direttore del Corriere della Sera, il maggior quotidiano della borghesia
italiana, Paolo Mieli: il governo "ha badato più alle sorti personali del
Presidente del Consiglio che non a quelle del paese". È stupefacente come
l'analisi tra i due coincida rendendo chiaro il ruolo della burocrazia
sindacale riformista come agente del pensiero borghese nel movimento operaio.
Manca nell'ideologia borghese, ma non poteva essere altrimenti, l'analisi
materialistica della crisi capitalistica, il suo contesto mondiale. Se, con un'operazione
ideologica, si sgancia il "declino italiano" dal contesto mondiale allora si
può lasciar sperare che il nuovo probabile governo dell'Unione possa fare gli
interessi generali del paese e non quelli personali del Presidente del
Consiglio, e uscire dal tunnel del "declino industriale". In quest'analisi, va
da sé, gli "interessi generali" del paese sono quelli della borghesia, delle
sue banche e dei suoi poteri.
Il ritorno della concertazione
Da queste premesse
consegue la proposta, fatta da Epifani e approvata dal XV Congresso Nazionale
della Cgil, di "un accordo di legislatura" con il "governo che uscirà dalle
elezioni". Un accordo da conseguire assieme a Cisl e Uil - a cui si propone
intanto una "comune carta dei valori e degli intenti" - che sarà finalizzato,
grazie alla "riduzione del costo del lavoro", a "reperire risorse da
destinare agli investimenti", in modo tale da invertire il declino industriale.
Nel suo intervento al congresso, Romano Prodi, in un gioco di sponda, ha
valorizzato il ruolo del sindacato nel contrastare "l'abbassamento del tasso di
crescita della produttività", che costituirebbe la manifestazione "più evidente
del declino". In questa prospettiva, continua il professore, "un sindacato
forte è indispensabile non solo per il sistema delle imprese, ma anche per il
governo del paese, per poter riattivare il prezioso strumento della
concertazione che con grande miopia e cinismo è stato accantonato". Nel
pensiero liberaldemocratico "un sindacato forte" che, assieme alla
socialdemocrazia, svolga una funzione di controllo e gestione dei conflitti
sociali è indispensabile alle imprese e al governo. Ecco il ruolo assegnato a
Cgil, Cisl e Uil e alla sinistra socialdemocratica e stalinista (Sinistra
Europea-Prc, sinistra Ds, Pdci).
Sul piano strettamente sindacale Guglielmo Epifani dopo aver
genericamente difeso i due livelli contrattuali ha aperto, almeno sul piano del
metodo, al confronto con Confindustria sul modello contrattuale, legandolo al
raggiungimento di una proposta unitaria con Cisl e Uil. Di fatto tutto è
rimandato in attesa di Prodi.
I 27 voti contrari e i 48 astenuti (tra cui Cremaschi) al
documento finale del XV Congresso Nazionale della Cgil esprimono un dissenso
che non si è concretizzato in un documento alternativo: un limite politico che
necessita di essere superato nella direzione di una coerente opposizione di
classe. Di passata rileviamo come la sinistra centrista (Grisolia-Manganaro)
dopo aver dichiarato che avrebbe presentato un ordine del giorno alternativo
non è stata, come sempre, conseguente. Di più: Manganaro, fedele esponente
sindacale ferrandiano della Fiom, sostiene l'ex sinistra sindacale di Patta.
Frattanto i contratti firmati degli Enti Locali e dei metalmeccanici non
difendono il potere d'acquisto dei salari, né riducono la precarietà dilagante.
L'assemblea nazionale della Rete 28 aprile che dovrebbe svolgersi prossimamente
sarà l'occasione per la sinistra di classe in Cgil di avanzare una piattaforma
programmatica alternativa alla linea uscita dal congresso.
Il referendum sul contratto dei metalmeccanici
La questione salariale e normativa, evidenziata dal
significativo dissenso espresso dai metalmeccanici al referendum sul contratto,
non ha trovato spazio nella relazione di Epifani. Gli esiti del referendum,
svoltosi il 15, 16, 17 febbraio, sul contratto firmato da Fiom, Fim e Uilm e
Federmeccanica hanno evidenziato la presenza di un largo dissenso tra i
lavoratori rispetto ad un accordo che determina un ulteriore arretramento della
categoria.
Il referendum sull'ipotesi di contratto ha visto la
partecipazione al voto di quasi mezzo milione di lavoratori su 762 mila presenti
nei luoghi di lavoro in quei giorni, il 64,2 % degli aventi diritto. Malgrado
l'estremo "impegno" della burocrazia sindacale riformista il 15,74 % dei
lavoratori, circa 76 mila metalmeccanici, ha espresso un parere negativo sull'accordo.
La grande parte dei dissensi si è verificata nelle fabbriche
che hanno dimostrato maggiore combattività e radicalità nella lotta durante la
vicenda contrattuale. Scorrendo l'elenco delle fabbriche in cui si è affermato
il No, emerge l'estrema importanza e significatività dei dati.
Nel gruppo Fiat la bocciatura dell'accordo ha prevalso
all'Alfa Romeo di Pomigliano, alla New Holland di Modena, alla Fiat di Melfi,
alla Ferrari di Maranello, mentre l'accordo è passato per pochi voti alla Fiat
Mirafiori, alla Sevel di Val di Sangro, alla Fiat di Termini Imerese, alla Fiat
Avio di Pomigliano il No ha raggiunto il 33%, che costituisce il valore più
basso di dissenso raggiunto nel gruppo. Nel gruppo Fincantieri il No
all'accordo ha raggiunto la significativa percentuale del 42%, di cui il 45% a
Genova, il 47,5% a Monfalcone (Go), il 39 % nelle ditte d'appalto, infine a
Marghera (Ve) il No ha raggiunto 41%. Nel gruppo Elettrolux il No ha raggiunto
il 35 % a Forlì, il 45% a Valle Moncello, il 37 % a Conegliano (Tv).
Alla Piaggio di Pontedera il No ha raggiunto il 33 %, alla
Bonfiglioli si è verificata una sostanziale parità, mentre alla Cnh di
Modena il contratto è stato respinto con
il 62,5 % di No. Risultati significativi si sono verificati anche nelle medie
industrie del Veneto: alla Stefan di Vicenza, del gruppo Scm di Rimini, il No
ha raggiunto il 48 %, alla Fin-all di Padova, del gruppo Fin-alluminio, il 73 % di No all'accordo. Rispetto al
precedente referendum in entrata sulla piattaforma il dissenso dei lavoratori
sul contratto si è approfondito e in alcune situazioni raddoppiato.
L'azione necessaria del partito dei comunisti
I comunisti rivoluzionari d'Italia che proprio in questi
giorni stanno, con coraggio e determinazione, rifondando il loro partito
indipendente, a partire dalla lotta intrapresa nel Prc da Progetto Comunista -
Rifondare l'Opposizione dei Lavoratori, sono coscienti che, dopo che i
pronostici elettorali sono stati confermati, ci troviamo di fronte ad un
governo liberale, comunque antioperaio, sostenuto o votato dalle sinistre
centriste e socialdemocratiche (Ferrando, Bellotti e Bertinotti), staliniste
(l'Ernesto e il Pdci) e dai sindacati concertativi. A tutte queste forze della
sinistra politica e sociale Progetto comunista - Rifondare l'opposizione dei
lavoratori ha chiesto e chiede di rompere con la borghesia e con il centro
liberale, di non sostenere politicamente (dopo averlo fatto elettoralmente)
l'Unione di centrosinistra. Ai comunisti, alle avanguardie operaie e di lotta,
di aprire una fase costituente per la rifondazione comunista rivoluzionaria.
Non possiamo infatti rinunciare all'opposizione di classe
contro il nuovo governo dell'Unione e le conseguenti politiche antioperaie
annunciate, non possiamo lasciare alle forze della destra reazionaria e
fascista il monopolio dell'opposizione al governo di centrosinistra con il
reale rischio di un loro ulteriore rafforzamento, come sempre è successo nella
storia.
Peraltro i dati del recente referendum dei metalmeccanici
sul contratto dimostrano la disponibilità alla lotta dei lavoratori e
confermano come questa frazione della classe operaia non è stata ancora piegata
dal padronato né dalla burocrazia sindacale riformista. La campagna iniziata il
10 marzo per il ripristino della scala mobile dei salari che vede unite le
forze di un ampio schieramento che comprende il sindacalismo di base e la
sinistra della Cgil apre un quadro di confronto unitario e di lotta che deve
essere valorizzato ed esteso. La lotta dei lavoratori precari che comincia con
enormi difficoltà ad organizzarsi ha bisogno di una reale sponda sindacale di
classe ma anche del sostegno politico generale dei comunisti.
A fronte di questo quadro, la costruzione di una sinistra di
classe in Fiom e in Cgil, il coordinamento di tutto il sindacalismo di classe -
del sindacalismo di base e della Cgil - per una lotta generale ed unificante
contro il padronato e il governo, qualunque esso sia in regime capitalistico,
rimane un obiettivo prioritario per il partito dei comunisti rivoluzionari.
sommario
Bocciato
l'accordo a pomigliano: scattano i licenziamenti
Le burocrazie sindacali dettano la linea. La Fiat esegue
di Pasquale Cordua
Gli operai di Pomigliano conoscevano bene il contenuto
dell'accordo-truffa e la volontà dei sindacati di tenere la solita assemblea
che ratificasse la loro vergognosa subordinazione agli interessi padronali. E
così il giorno di S. Valentino, per alzata di mano e all'unanimità, nel
piazzale della Fiat gli operai hanno votato contro; e prima di questa lezione
di democrazia hanno anche insegnato ai burocrati sindacali che non possono
presentarsi impunemente a raccontare bugie. Niente di grave: qualche uova e
qualche slogan preciso, ma questo è bastato ai bonzi per chiamare la vigilanza.
Non contenti di questa prodezza, e dovendo difendere
distacchi e poltrone, e non certo valori ed idee, non hanno voluto capire la
lezione ed hanno convocato ugualmente un referendum truccato. Anche qui non
l'hanno spuntata: 1900 no contro 400 sì. A questo punto è scattata la
rappresaglia. La Direzione
ha emesso il licenziamento mirato di otto operai, tutti dello Slai-Cobas, su
segnalazione dei vertici sindacali e col più originale dei motivi: aver
disturbato l'assemblea sindacale.
Subito i professorini de Il
manifesto hanno scritto di "un'assemblea impedita da persone estranee allo
stabilimento", alla maniera di Pisanu che vede anarchici ed infiltrati ogni
volta che c'è una manifestazione (ad esempio contro la Tav, lasciando intendere che
invece gli indigeni non desiderano altro che sentir sfrecciare treni
superveloci). Ancor più chiaro il Pdci che, per bocca di Di Palma, della locale
federazione, ha sostenuto su Cronache di
Napoli (16 febbraio): "Non condividiamo assolutamente i metodi che sono
stati utilizzati (dagli operai, ndr) che possono essere definiti da squadristi
... e non ci appartengono in alcun modo". Sullo stesso giornale, il Prc si
dichiara "al fianco della Fiom impegnata in questi giorni con i lavoratori
metalmeccanici in assemblee e referendum". "Il Prc - si legge in una nota
diffusa dalla federazione di Napoli e dai Circoli di fabbrica Prc di Pomigliano
- esprime un giudizio complessivamente positivo sulla conclusione dell'ipotesi
di accordo ... che sconfigge le posizioni oltranziste ... della Confindustria" (sic!). Ma senza vergogna, e con un
opportunismo da campione, il Segretario provinciale De Cristofaro, candidato
alla Camera, propone al suo Comitato politico un ordine del giorno che chiede
il ritiro dei licenziamenti, condanna la Dirigenza Fiat,
dichiara giuste le rivendicazioni degli operai e li invita a mobilitarsi per
aumenti salariali, per abolire il pacchetto Treu (votato anche da Rifondazione)
e la legge 30 (opera del Centrosinistra). Solo che questa ipocrita
dichiarazione viene inviata dopo quindici giorni alla sede dello Slai-Cobas
mentre quelle di prima sono apparse subito sui principali giornali.
L'opportunismo senza vergogna, ormai generalizzato nel Prc e particolarmente
radicato nella federazione napoletana, meriterebbe una contestazione molto più
radicale di quella che gli operai di Pomigliano hanno offerto ai burocrati
sindacali. Ascoltiamo cosa dice Mimmo Mignano, operaio licenziato, della Rsu.
PC-Rol: Ad un mese
dai licenziamenti cosa si muove per il vostro rientro in fabbrica?
R.: I legali hanno depositato il ricorso, ma contiamo molto
sulle iniziative di lotta. L'assemblea del 10 a Milano ha dato un grosso impulso alle
nostre iniziative; il prossimo appuntamento sarà l'assemblea nazionale a Napoli
il 25 marzo ma è già rafforzata la convinzione che si può organizzare una
manifestazione nazionale a Roma all'indomani del 9 aprile, quando verificheremo
anche gli indirizzi del nuovo governo. I comunicati di solidarietà che abbiamo
ricevuto sono numerosi ma anche forti nei contenuti politici. Pensiamo che
questa vicenda debba mettere in evidenza i problemi del pacchetto Treu, della
legge 30 e della democrazia sindacale. La protezione costituita dalla quota di
rappresentanza del 33%, la possibilità di manipolare i referendum, la clausola
che impedisce a chi non è firmatario di contratto di intavolare trattative
aziendali, vogliono dire che non c'è democrazia e questo è ancora più grave
perché il sindacato è un'organizzazione di massa.
PC-Rol: Che posizione
hanno assunto le forze politiche sulla vostro caso?
R.: Nessuna azione di solidarietà. Gran parte della
cosiddetta sinistra ha sostenuto le menzogne della Fiom, almeno fino a quando i
filmati e le testimonianze non hanno mostrato le ragioni degli operai e la
giustezza della protesta. Quanto mai equivoco il ruolo di Rifondazione come hai
già detto tu. Quanto all'accusa di squadrismo la rispediamo al cossuttiano Di
Palma.
PC-Rol: E nel
sindacato si è aperta qualche contraddizione? Qualche delegato di base ha
manifestato dissenso verso la linea dei vertici?
R.: Nemmeno uno. Qui i rappresentanti sindacali spesso
assumono il comportamento dei "capi". Minacciano, sostengono la necessità di
lavorare il sabato, di lavorare di più. Sembra che abbiano più a cuore gli
interessi dell'azienda che i bisogni degli operai. È anche per questo che la
protesta nei loro confronti si esprime in maniera così decisa. Non era mai
accaduto che la loro linea venisse contestata così ampiamente. E nemmeno era
mai accaduto che una direzione aziendale fosse intervenuta così pesantemente in
quello che era un conflitto "interno" alle maestranze. Stavamo facendo
un'assemblea, non eravamo certo sulle linee di produzione e perciò questi
licenziamenti svelano la connivenza tra azienda e sindacato. Penso che un
episodio così rappresenti una novità assoluta nella storia delle lotte operaie
in Italia.
PC-Rol: Puoi dare un
giudizio sintetico sul contratto?
R.: Una busta paga di 1000 € dice tutto. Aggiungiamo
l'allungamento dell'orario di lavoro, la bella trovata della banca-ore che
annulla perfino il lavoro di sabato e lo straordinario portandoli in acconto
per quando l'azienda non ha bisogno di te, ed il quadro è completo. Gli aumenti
salariali sono ridicoli: un terzo livello (e siamo la maggioranza) prende 60 €
ma scaglionati in tre parti. I famosi 100 € li vedono solo i capi. E tutto
questo lo possiamo ridiscutere tra tre anni invece che due!
PC-Rol: Ai compagni
dello Slai-Cobas rinnoviamo la nostra solidarietà ed il nostro appoggio,
insieme all'auspicio di rafforzare i nostri contatti.
sommario
lotte e mobilitazioni
di Michele Rizzi
Melfi (Pz)
Il Tribunale di Melfi ha inviato
avvisi di garanzia al segretario regionale della Fiom - Cgil, Cillis, a sei
delegati sindacali della Fiom e a tre operai della Fiat- Sata di S. Nicola di
Melfi in relazione ai blocchi dei 21 giorni dell'aprile 2004. Le contestazioni
sono pesanti: dalla violenza privata al disegno criminoso in base all'art. 610
del codice penale. Ai sindacalisti e agli operai della Fiat di Melfi va la
solidarietà di Progetto - Rol, contro ogni tipo di repressione del padronato e
delle forze di repressione dello Stato borghese.
Saluggia (Vc)
Continua, con grande
partecipazione popolare, la protesta della comunità di Saluggia, contro la
volontà del governo di aprire una discarica per 230 litri di scorie
radioattive ad alta attività da smaltire nell'impianto Eurex. L'impianto è
gestito dall'impresa Sogin, di proprietà del Commissario delegato per
l'Emergenza nucleare, che dovrà decidere a chi assegnare i lavori con procedura
"secretata".
Milano
Dall'11 al 23 marzo, si è tenuta
una rassegna di iniziative politiche per ricordare Dax, militante del centro
sociale Orso di Milano, barbaramente ucciso dai fascisti. Dalla manifestazione
contro il corteo di Fiamma tricolore alla proiezione di video sulla guerra in
Irak, il tutto all'insegna del ricordo del compagno Dax. Pc Rol chiede
l'immediata liberazione dei giovani arrestati l'11 marzo e, al di là del
giudizio di merito sugli atteggiamenti politici, si oppone alla campagna
repressiva che si è sviluppata e che anche il Prc ha contribuito a fomentare.
Bergamo
Continua la mobilitazione di alcuni
militanti di sinistra contro l'arresto di alcuni attivisti che hanno
manifestato contro le carceri di Bergamo. Dopo il presidio del 14 marzo si
proseguirà ad oltranza fino alla scarcerazione dei compagni detenuti.
Milano
Il 6 marzo, tre lavoratrici
assunte con contratto a progetto sono state licenziate in tronco dalla Team
Promotion, proprietaria di un call-center, perché le lavoratrici con altre colleghe
si sono rese protagoniste di una vertenza per la trasformazione del loro contratto
di lavoro precario a tempo indeterminato. Il committente principale della Team
Promotion è la Elitel,
società salita agli onori della cronaca per le bollette a utenti ignari di aver
stipulato contratti telefonici con la stessa. Adesso la società taglia il
personale e mette sul lastrico delle ragazze che chiedono condizioni di lavoro
più dignitoso. Alle lavoratrici in lotta va la solidarietà della nostra
organizzazione.
Bologna
E' nato un comitato "verità per
Aldro" perché si faccia luce sull'uccisione del giovane di sinistra Federico
Aldrovandi da parte della polizia. Info: Caffè La Linea di Bologna.
Napoli
Continua la vertenza dei
lavoratori in lotta della ex Smartway di Napoli organizzatisi in Comitato di
lotta per garantire i propri diritti, nel passaggio dalla vecchia proprietà
alla nuova (Social Innovation Service). I lavoratori chiedono anche che i
contratti dei lavoratori precari siano trasformati in contratti a tempo
indeterminato.
Bari
Forte è la mobilitazione contro
l'apertura del Cpt di Bari che dovrebbe essere gestito dalla Misericordia di
Andria. L'apertura del nuovo centro di detenzione ha visto l'opposizione
irriducibile del movimento antagonista pugliese, di organizzazioni di
volontariato e di tutti coloro che rifiutano la logica di distruzione dei
diritti degli immigrati propria delle legislazioni in materia di immigrazione,
dalla Turco-Napolitano che ha istituito i Cpt, approvata in Parlamento dal
precedente governo Prodi (centrosinistra e Rifondazione comunista), alla
Bossi-Fini, approvata dal centrodestra. Progetto comunista - Rifondare
l'opposizione dei lavoratori di Puglia fa parte della Rete No Cpt pugliese che
si riunisce periodicamente a Bari e ha messo in campo varie iniziative di lotta
contro il nuovo Cpt, dalle manifestazioni alla propaganda a sostegno dei
diritti degli immigrati.
Firenze
Continuano le occupazioni delle
case a Firenze ad opera del Movimento di lotta per la casa. Il costo
esorbitante degli affitti rende impossibile la locazione di immobili alle fasce
più deboli della società fiorentina, così come in tutta Italia. Per questo una
quindicina di donne del Movimento di lotta per la casa hanno occupato una
palazzina ex-Inps.
Roma
La scure del licenziamento per
motivi politici si è abbattuta su di un macchinista, sindacalista dell'Orsa che
si era rifiutato di far partire un Eurostar per chiara mancanza di sicurezza
per sé e per i passeggeri. Dante De Angelis, rappresentante della sicurezza, si
aggiunge a una serie di licenziamenti che i vertici di Trenitalia sta attuando
per metter fine alla combattività dei ferrovieri. Oltre al confronto con
l'azienda sulle condizioni di lavoro, altro tema importante è quello della
sicurezza, soprattutto dopo il disastro di Crevalcore (Bo) ove morirono ben
diciassette persone. Pare che per Trenitalia sia venuto a mancare il rapporto
di fiducia che lo legava al De Angelis. Immediata la solidarietà degli altri
sindacati e la preparazione di una mobilitazione che porti al ritiro del
procedimento di licenziamento. Progetto comunista - Rol di Roma, oltre ad aver
espresso prontamente solidarietà nei confronti del lavoratore licenziato,
parteciperà direttamente ad ogni iniziativa che porti al reintegro di De
Angelis e quindi alla sconfitta dell'arroganza di Trenitalia.
sommario
Le olimpiadi della borghesia torinese
Contraddizioni di un evento sportivo snaturato dal
capitalismo
di Michelangelo Maffezzoni
Il ruolo delle
multinazionali
Le olimpiadi moderne rappresentano l'evento mass-mediatico
per eccellenza, capaci di monopolizzare l'attenzione di miliardi di individui
per due settimane. Nate nell'epoca classica, al tempo del dominio della Grecia
sul Mediterraneo come tributo in onore degli dei greci, evento in grado di
fermare anche le guerre in corso, nell'epoca del capitalismo hanno assunto
ormai le sembianze di fabbrica del profitto parassitario, di esposizione
pubblicitaria planetaria per le grandi multinazionali.
Simbolo dell'ipocrisia capitalistica e del finto buonismo
borghese, le sue olimpiche cerimonie ispirate alla pace nel mondo ed alla
fratellanza dei popoli nascondono dietro di loro gli interessi dei grandi gruppi
industriali e finanziari (Coca-Cola, General Electric, Kodak e naturalmente
Fiat), i quali, sfruttando l'immagine dei giochi olimpici, mistificano nei fatti
le loro caratteristiche di colossi del capitalismo del terzo millennio. Da una
parte si sponsorizzano i giochi, dall'altra si finanziano le guerre
imperialiste e le dittature. Così come tutte le manifestazioni dell'uomo, anche
l'evento sportivo diventa, per gli epigoni dell'ideologia dominante, un
apparato della sovrastruttura ideologica borghese volta al condizionamento
sulle masse, all'accettazione della società borghese come unica via per la
sopravvivenza della specie umana.
L'olimpiade di Torino, in questo senso, amplifica ancora di
più il concetto di mero strumento di esposizione pubblicitaria proprio perché
per la prima volta nella storia dei giochi olimpici invernali la città scelta
per ospitare i giochi non è una città di montagna. Sebbene sia successo già nel
passato recente, vedi le olimpiadi di Atlanta 1996, città nella quale ha sede la Coca-Cola - scandalo
ancora più grande visto che tutti si aspettavano Atene per celebrare il
centenario dei giochi - è impossibile non vedere come abbiano giocato un ruolo
fondamentale nella scelta di Torino il gruppo Fiat e soprattutto gli interessi
della famiglia Agnelli, impegnata ormai da anni a spostare il proprio
baricentro produttivo in altri settori a più alto tasso di profitto.
L'olimpiade di Torino doveva apparire come una specie di risarcimento alla
città per aver abbandonato strategicamente il settore auto. Il passaggio di
consegne da una città industriale a una città basata sui servizi e sul turismo,
doveva essere la prospettiva di fondo che i giochi olimpici potevano offrire a
Torino e al suo travagliato futuro. Il drammatico calo occupazionale dovuto
alla crisi del settore industriale non sarà certo bilanciato, nel breve
periodo, dalla conseguente spinta, per effetto dei giochi, negli altri settori
(edilizia, le telecomunicazioni o l'alta tecnologia).
Oggi organizzare un'olimpiade significa per una città, e più
in generale per una nazione, una vetrina di rilancio economico internazionale.
C'è in gioco la credibilità del paese di fronte all'opinione pubblica mondiale,
ed ecco perché immancabilmente, si assiste alla crescita esponenziale dei
costi. Basti pensare che lo stanziamento iniziale, nell'anno 1998, era di 1.091
miliardi di lire, fino ad arrivare a gennaio 2006 alla cifra di 5.421 miliardi,
pari a 2,8 miliardi di euro. Ma dietro le apparenze della magnificente e
costosa organizzazione di un evento sportivo di portata mondiale si cela, a
maggior ragione in questo caso, la problematica dell'impatto ambientale sul
territorio.
Scempio ambientale e
contestazione
Le varie organizzazioni e comitati spontanei di protesta
nati in questi anni attorno all'evento olimpico, hanno più volte manifestato
l'allarme davanti al possibile disastro idrogeologico che avrebbero portato i
giochi. La costruzione degli impianti e delle strutture e infrastrutture
circostanti ad una zona, gia sconquassata dalla vicenda Tav, ha ovviamente
implicato un disagio per le popolazioni montane e allo stesso tempo il pericolo
di un dissesto del quadro ambientale; difatti, la cronaca è piena di disagi
provocati ai comuni della zona alpina, con evacuazioni da zone ad alto tasso di
pericolo per continui rischi di valanghe e straripamenti dei fiumi. Invece di
realizzare un'olimpiade razionalizzando sulle risorse già esistenti nel
territorio, si è assistito invece, come accadde già nel 1990 con
l'organizzazione del mondiale di calcio, ad un vero e proprio assalto, per
l'assegnazione degli appalti, da parte delle grandi imprese di costruzione. Gli
enormi investimenti effettuati per costruire gli impianti, i quali faranno la
fine di mere cattedrali nel deserto visto il poco interesse attorno a questi
sport minori, avranno la conseguenza inevitabile di creare dei danni
irreparabili all'ambiente dimostrando come gli interessi del capitalismo, sistema
sociale basato sullo sfruttamento dell'uomo e della natura, siano superiori e
preminenti rispetto allo spirito sportivo e gioioso che le olimpiadi suscitano
nell'immaginario collettivo.[1]
Al di là del ritorno economico e d'immagine che la città di
Torino ricaverà, è chiaro come tutte le istituzioni politiche, dal Comune al
Governo, abbiano concentrato i loro sforzi per rendere la città più appetibile
di fronte agli occhi del mondo. Migliaia di turisti provenienti da tutte le
parti del globo, seppur in misura minore rispetto alle aspettative, dovevano
vedere una città "pulita". E così, con l'assenso e il silenzio dei media, dai
network nazionali a quelli locali, alcune zone della città che fino a qualche
anno fa erano semplicemente ghettizzate, o forse sarebbe meglio dire
abbandonate a se stesse, hanno subito un "cambio di look", per non parlare
delle intrusioni effettuate nei centri sociali. Lo stesso dicasi per le
manifestazioni di protesta avvenute durante i giorni dell'arrivo della fiaccola
olimpica in città, le quali hanno assunto in alcuni casi l'effetto di una pura
semplice azione dimostrativa e goliardica, senza dimenticare poi l'enorme
controllo effettuato durante i giochi dalle forze dell'ordine per il pericolo
attentati. Di contro si è visto il coinvolgimento dei cittadini torinesi
nell'evento, segno evidente di un ritrovato orgoglio e sentimento di rivincita
per una città da anni ormai considerata in declino per via delle note vicende
in casa Fiat.
Alcune riflessioni
Nonostante il risvolto amaro del connubio interdipendente
tra i giochi olimpici e gli interessi delle grandi multinazionali, le olimpiadi
sono un evento che racchiudono in sé lo spirito e il fascino della competizione
sportiva. Dal punto di vista dell'analisi marxista, per i comunisti qualsiasi
evento che la società borghese produce è figlia del suo tempo, è il risultato
del processo di cambiamento che in un determinato contesto storico si produce.
Lungi dall'essere estremisti di qualunque specie, non identificano la società
classista borghese tout court come il male assoluto proprio perché l'evolversi
della civiltà umana deve passare, secondo noi, per questa fase, la quale non è
altro che un periodo che anticipa il suo inevitabile superamento, l'avvento del
socialismo. Sarebbe veramente puerile e superficiale non riconoscere come il
proletariato, classe chiamata a sovvertire l'ordine esistente per instaurare la
società socialista, non potrà che prendere insegnamento da tutto quello che la
vecchia società aveva prodotto. In ultima analisi il proletariato userà le
conquiste dell'era capitalistica per i fini universali della civiltà umana e
non più per la pancia di pochi uomini.
Non contestiamo quindi le olimpiadi in sé, ma l'uso
strumentale che la società borghese, la società del profitto e dello
sfruttamento, ne fa. La liberazione dell'essere umano, scopo della rivoluzione
proletaria, deve passare necessariamente per la libertà di sviluppo di ogni
individuo, dal punto di vista spirituale e fisico. Ecco perché i giochi
olimpici sono e saranno una tra le manifestazioni che l'uomo dovrà sempre
conservare, come sfida ed eterna competizione contro i propri limiti, la natura
e leggi che la governano.
Oggi organizzare un olimpiade significa per una città, e più
in generale per una nazione, una vetrina di rilancio economico internazionale.
C'è in gioco la credibilità del paese di fronte all'opinione pubblica mondiale,
ed ecco perché immancabilmente, si assiste alla crescita esponenziale dei
costi. Basti pensare che lo stanziamento iniziale, nell'anno 1998, era di 1.091
miliardi di lire, fino ad arrivare a gennaio 2006 alla cifra di 5.421 miliardi,
pari a 2,8 miliardi di euro. Ma dietro le apparenze della magnificente e
costosa organizzazione di un evento sportivo di portata mondiale si cela, a maggior
ragione in questo caso, la problematica dell'impatto ambientale sul territorio.
[1] E' possibile, per avere un
quadro generale degli avvenimenti intercorsi durante l'organizzazione dei
giochi, visitare il sito ufficiale del comitato contro le olimpiadi:
www.nolimpiadi.8m.com.
sommario
Il partito leninista:
necessario per rifondare l'opposizione dei lavoratori
di
Ruggero Mantovani
Con l'entrata del Prc nel governo
liberale dell'Unione si è sancita definitivamente la scissione dell'apparato
bertinottiano e dei suoi satelliti destri (area Grassi, l'Ernesto) e sinistri (area Cannavò - Malabarba, Erre), dall'atto costitutivo della rifondazione comunista. L'esito
di questa scelta sciagurata è drammatico: l'azzeramento dell'opposizione di
classe e della rappresentanza sociale e politica del movimento operaio. Da qui
la necessità di costruire un nuovo soggetto politico (oggi rappresentato da
Progetto comunista - Rifondare l'opposizione dei lavoratori ) che si ponga il
compito storico di sviluppare il processo della rifondazione comunista e al contempo
di rifondare un'opposizione di classe.
Una scelta non certamente ideologica o
settaria, ma iscritta nelle condizioni oggettive e nella necessità di
rappresentanza del movimento operaio. I comunisti conseguenti non si
subordinano al corso degli avvenimenti determinati dalle leggi della
concorrenza borghese; non si abbandonano "alla pratica annosa del compromesso e
ad una tattica cretinamente parlamentarista"[1]
Se il Prc ha deciso di entrare nel
pantano del governo borghese dell'Unione, noi, per dirla con Lenin, ci sentiamo
obbligati di "combattere non solo contro quel pantano, ma anche contro coloro
che si incamminano verso di esso"[2]. In
definitiva la necessità di rifondare il partito rivoluzionario del proletariato
lungi dal giustificarsi con una necessità contingente, ha segnato tutta la
storia del movimento operaio internazionale di cui il bolscevismo è stato il
suo più autorevole interprete. "Dateci un'organizzazione di rivoluzionari e
capovolgeremo il mondo" ( scrive Lenin nel "Che Fare?"), ponendo la costruzione
del partito comunista come centrale per la costruzione del socialismo;
consapevole che la formazione di un partito d'avanguardia era (ed è tanto di
più oggi ) un processo complesso, lungo e spesso drammatico, che incontra
momenti di raggruppamenti, scissioni e incessanti prove prima di divenire il
partito della classe operaia. Un itinerario ripido e difficile ma assolutamente
necessario e decisivo, consapevoli che "nella lotta per il potere il
proletariato non ha altra arma che l'organizzazione". [3]Qui
sta tutta l'attualità della costruzione di un partito leninista come unica
risposta alla "crisi storica dell'umanità" e all'ennesimo tradimento del
movimento operaio.
Le caratteristiche essenziali del
partito leninista
Entrando nel merito della teoria leninista
del partito credo che sia corretto affermare che la stessa riprenda alcuni
elementi costitutivi del marxismo. Nel Manifesto del partito comunista è già
presente una concezione del partito, così come nell'esperienza della Comune di
Parigi: per Marx, in definitiva, l'emancipazione del movimento operaio è inseparabile
dalla costruzione di un partito autonomo dalla borghesia.
Con Lenin e con il bolscevismo si produce
un'innovazione dell'originaria teoria del partito. Nella II Internazionale convivevano
impostazioni molto differenti, vi erano ricompresi tutte le tendenze e i
programmi del movimento operaio: dal revisionismo di Bernstein, il quale
riteneva che la società borghese progredisse vero il socialismo; al centrismo
del primo Kautsky che combinava una pratica istituzionale ed elettoralistica a
riferimenti teorici rivoluzionari; fino alle posizioni di sinistra che, in
particolare con Lenin, saranno fondamentali per la costruzione dei partiti
comunisti.
Lenin tra tutti comprese che andava
reciso ogni legame con la vecchia forma partitica che aveva espresso la
socialdemocrazia: elettoralista, formale e istituzionalista. Occorreva la
costruzione di un nuovo partito internazionale del proletariato rivoluzionario
e il bolscevismo ha assolto pienamente questo compito storico. Ma un partito,
ricordava Lenin, può essere operaio per composizione, ma non proletario per le
sue tendenze, per il suo programma e la sua politica. Il partito di Lenin non è
stato l'esito di un processo chimico, ma si è misurato costantemente con la
realtà, ad iniziare dalle lotte economiche che in quegli anni si svilupparono
nel movimento operaio russo.
Nel 1898 i problemi delle condizioni di
esistenza degli operai acquistarono una grande importanza e così divenne
centrale l'attività rivendicativa dei circoli locali. Ma la destra del marxismo
legale aveva prodotto una deviazione della lotta rivendicativa, ritenendo che
gli operai dovevano interessarsi solo delle lotte economiche assegnando alla borghesia
liberale la lotta politica. Lenin si oppose tenacemente a questa impostazione,
spiegando che il movimento operaio per realizzare la dittatura del proletariato
doveva, a partire delle lotte economiche, costruire la propria egemonia
politica.
Il II congresso del Posdr (che si
celebrava a Bruxelles dal 17 al 30 luglio e poi a Londra dal 10 al 23 agosto
del 1903) ha rappresentato un momento centrale della costruzione del partito
del proletariato rivoluzionario. Lenin e gli iskristi, lungi dal sollevare
questioni di dettaglio, lottarono contro tutte le tendenze dell'opportunismo
socialdemocratico per superare il localismo dei circoli: non sarebbe bastato
costruire un partito autonomo nel suo programma e nelle sue finalità, ma
occorreva un'organizzazione all'altezza di quel compito, un'organizzazione che
rompesse con tutte le impostazioni revisioniste e piccolo-borghesi.
E' Lenin ad insistere sulle questioni
organizzative: "le divergenze (asserì) che dividono attualmente un'ala
dall'altra concernono soprattutto le questioni di organizzazione e non quelle
programmatiche e tattiche. Il nuovo
sistema di concezioni (...) è l'opportunismo nei problemi d'organizzazione. (...)
In sostanza, tutta la posizione degli opportunisti nelle questioni di organizzazione
ha incominciato a delinearsi già nel primo paragrafo: e la loro difesa di una
organizzazione di partito amorfa, non fortemente coesa; e la loro ostilità
verso l'idea (idea burocratica) dell'edificazione del partito dall'alto in
basso (...); e la loro tendenza di andare dal basso in alto (...) la loro ostilità
verso il "formalismo" che esige da ogni membro del partito l'appartenenza ad
una delle organizzazioni riconosciute dal partito; e la loro inclinazione verso
la mentalità dell'intellettuale borghese, pronto a riconoscere solo platonicamente
i rapporti di organizzazione; e la loro tendenza all'autonomia contro il
centralismo (...)"[4]
Il Partito bolscevico fu anzitutto un partito
di attivisti e quadri.
Al II congresso si accese un ricco di
battito in cui i menscevichi (c.d. anti-iskristi ) ritenevano l'impostazione di
Lenin pericolosa, denunciando che non considerare membri del partito coloro che
fornivano un aiuto ( professori, studenti e scioperanti ) significava "buttare
a mare" - espressione di Axrlrod - il futuro stesso del movimento.
Lenin rispondeva che non si trattava di
"buttare a mare" le organizzazioni che sostenevano il partito, al contrario
asseriva: "più le nostre organizzazioni di partito comprendono dei veri
socialdemocratici più saranno forti, meno esitazioni e instabilità ci saranno
all'interno del partito e più estesa, più multiforme, ricca e feconda sarà
l'influenza del partito sugli elementi della massa operaia che lo circondano e
che sono da esso diretti (...) Non si deve confondere il partito reparto di
avanguardia con tutta la classe.[5]
Ma la posizione dei menscevichi non era
dettata da un'impostazione formale e organizzativa: la socialdemocrazia doveva
essere una cassa di risonanza delle lotte economiche, limitarsi a registrare la
spontanea evoluzione della coscienza politica delle masse. Ritengo che fosse
vero allora (e lo è tanto più oggi), che i comunisti devono stare nelle
lotte immediate e parziali ma per
mettere le proprie radici e conquistarne la direzione
La forma spontanea delle lotte istintive,
scaturiva - asseriva Lenin nel Che Fare?
- da "un'espressione emotiva di vendetta e di disperazione", che nel suo stadio
superiore emancipava e diveniva coscienza sindacale, determinando nella classe
operaia la necessità di unirsi in strutture organizzate. Questa costituisce il
livello massimo della coscienza spontanea, che assumeva forme non solo
rivendicative ma anche politiche, ma che non emerge mai a coscienza socialista.
La coscienza socialista non nasce mai spontaneamente ma proviene dall'esterno e
matura nelle masse nell'intensa lotta ideologica proprio contro la spontaneità.
Per questo occorreva anzitutto un partito
di attivisti e non semplicemente di iscritti o di sostenitori, capaci di
portare in ogni lotta, in ogni movimento una coscienza politica generale. E'
vero che la concezione della "coscienza
esterna" ha prodotto mille equivoci. Ma portare dall'esterno una coscienza politica generale nel movimento
operaio ha significato per il bolscevismo: sviluppare un'analisi marxista dei
rapporti di classe; portare un progetto complessivo di trasformazione sociale;
avere un rapporto con l'esperienza storica e custodire la memoria delle lotte
per trasmetterla alle generazioni future.
Tutto questo patrimonio poteva essere (e
può oggi essere) il portato spontaneo delle lotte? Evidentemente no! Era (ed è)
semmai il prodotto e la selezione di un'avanguardia cosciente del movimento
operaio che si organizza in partito e
che a partire dalle lotte economiche e
parziali guadagna alla prospettiva socialista la maggioranza dei lavoratori.
Per questa finalità occorreva non solo il
partito degli attivisti ma anche dei quadri, per dirla con Lenin nel Che Fare?: occorrevano i tribuni popolari.
I quadri, i dirigenti del partito, non devono limitarsi ad essere attivisti, a
mettere radici nelle lotte, ma a loro è affidato il compito di legare
continuamente l'obbiettivo immediato alla prospettiva socialista: elaborare nel
vivo dello scontro sociale la transitorietà delle parole d'ordine che legano il
contingente al generale.
Di conseguenza il partito d'avanguardia,
per Lenin, era inscindibile da una politica di massa. Non c'è nessuna
contraddizione tra l'organizzazione d'avanguardia e lo sviluppo di una politica
di massa. Contrariamente a quanto ha sostenuto il togliattismo per decenni con
l'idealizzazione del "partito di massa", vi può essere un partito che ha tanti
iscritti, definito erroneamente di massa, ma settario perché non si occupa del
conflitto sociale ma dell'insediamento istituzionale. Viceversa, vi può essere un partito di attivisti e quadri, che
al di là dell'aspetto quantitativo, partecipa in prima fila alle lotte,
cercando di guadagnarne la direzione: questo è il partito leninista, di massa
perché proiettato alla conquista della maggioranza dei lavoratori politicamente
attivi.
Il partito di Lenin (e per un breve
periodo di Gramsci in Italia), è stato proiettato costantemente alla conquista
delle masse e ciò non nell'astrattezza dell'ideologia ma nel rapporto anzitutto
con i Soviet e con i sindacati. Lenin, a differenza dei menscevichi,
riconosceva ai sindacati una loro autonomia organizzativa, poiché non riteneva
che fossero un'appendice burocratica legata con una cinghia di trasmissione al
partito. Ma al contempo non gli riconosceva alcuna autonomia politica, giacché
se i sindacati non sono egemonizzati dai comunisti divengono strumenti della
borghesia e persino della reazione.
Lo stesso principio si è riproposto per i
Soviet. Malgrado Lenin più volte esaltò i Soviet come la forma più alta di
democrazia operaia, embrione naturale del governo delle masse lavoratrici, non
ne aveva una concezione feticista. In assenza dell'egemonia e della direzione
politica dei comunisti, anche la forma organizzativa più qualificata della
classe si sarebbe trasformata in un pericoloso strumento in mano ai riformisti
e ai centristi. I Soviet, ricordiamo, furono diretti dai menscevichi fino
all'agosto-settembre del 1917 assumendo anche posizioni reazionarie,
sottoscrivendo ad esempio la repressione dei bolscevichi nell'agosto 1917.
Di più, un partito di attivisti e quadri,
per le sue peculiarità collettive ed organiche è anche democratico: maggiore è
il livello di preparazione e di coinvolgimento alla vita politica del partito e
minore sarà il formarsi di pratiche verticistiche e burocratiche. Il partito di
Lenin fu democratico e al contempo unitario e centralizzato, due concetti come
vedremo non in contraddizione tra loro, da cui nascerà l'arcinota definizione
del "centralismo democratico",
la più equivocata nella storia del movimento comunista.
Quale la sua origine storica? Il
centralismo nasceva da un principio elementare: al partito bisognava assicurare
il controllo sui comitati locali per evitare che la frammentazione della
prassi, dei metodi di lotta, producesse una menomazione del programma e della
stessa teoria rivoluzionaria. Costruire il partito dall'alto verso il basso
(centralismo democratico) non ha mai rappresentato come asserivano gli
opportunisti una visione autoritaria, ma voleva indicare l'unità nella visione
generale (teoria rivoluzionaria, programma transitorio, generalizzazioni
tattico-strategiche), rappresentata da un gruppo dirigente democraticamente
eletto e sempre sottoposto a revoca.
La democrazia interna è stata, in
definitiva, la vera contropartita del centralismo leninista. Alcuni esempi possono testimoniarne il senso più di
qualsivoglia colta teorizzazione.. Nel 1904 dopo il II congresso Lenin è in
maggioranza ma il partito è in clandestinità, in una situazione del genere
l'unità ferrea doveva essere assolutamente la regola. Eppure Lenin riteneva di
dover "garantire nello statuto del partito i diritti di ogni minoranza (...). Tra
tali incondizionate garanzie annoveriamo la concessione di un gruppo
pubblicistico, con diritto di rappresentanza ai congressi e con piena libertà
di parola e la più ampia garanzia per quanto concerne la stampa di partito".
E ancora, è bene ricordare che la stessa
rivoluzione russa fu realizzata dai bolscevichi grazie all'aspra battaglia di
tendenza che primo tra tutti esercitò Lenin con le "Tesi di aprile", senza le
quali gran parte dei bolscevichi sarebbero rimasti prigionieri o del governo
provvisorio, o di uno sterile estremismo che avrebbe compromesso l'esito della
rivoluzione.
Ma anche dopo la presa del potere nel
1919, in merito ai trattati di pace con la Germania, a Bucharin, che allora
militava nell'opposizione di sinistra, fu tollerata persino la critica esterna
al partito. In definitiva, il partito bolscevico è stato caratterizzato da un'unione
liberamente scelta di donne e uomini. Un partito, tanto più oggi, necessario
per ricostruire quel filo spezzato dallo stalinismo e dagli innumerevoli
tradimenti della socialdemocrazia. Un partito che ancora una volta assuma nel
suo orizzonte strategico il socialismo come unica alternativa alla barbaria del
capitalismo.
(Sulle divergenze tra bolscevichi e
menscevichi a proposito della rivoluzione e della forma che questa avrebbe
assunto si vedano, tra i molti scritti di Lenin, i seguenti: Due tattiche; Proletariato e democrazia Borghese; Il proletariato e i contadini; La
socialdemocrazia e il governo rivoluzionario provvisorio; La dittatura democratica del proletariato e
dei contadini; I compiti democratici
del proletariato rivoluzionario; Due
Tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica; La rivoluzione russa e i compiti del
proletariato; Prefazione a Forze motrici e prospettive della
rivoluzione russa di K. Kautski).
[1] A.Gramsci Scritti sull'
Ordine Nuovo
[2] V.I. Lenin " Che fare ?"
Editori Riuniti Opere scelte
[3] V. I, Lenin, " Un Passo
Avanti e due indietro" Editori Riuniti Opere scelte
[4] V.I. L " Un Passo Avanti e
due indietro" Editori Riuniti Opere scelte
[5] V.I. L " Un Passo Avanti e
due indietro" Editori Riuniti Opere scelte
sommario
Le lotte operaie in Sardegna
Appunti per una storia del movimento operaio sardo
di Federico Angius
I primi passi
Le prime esperienze di lotta nell'isola
sono legate ad un proletariato ancora connotato da una forte componente sociale
contadina che si confronta con gli strumenti dello sfruttamento capitalista
ancora attraverso i metodi dello spontaneismo istintivo e di reazione. Ogni
ribellione non reca con sé il segno di una guida organizzata e politica.
L'ostacolo maggiore era rappresentato dal proliferare di casse di mutuo
soccorso, soprattutto cattoliche e padronali, che servivano a calmierare il
livello di conflittualità e a instradare il malcontento verso forme
solidaristiche e pietistiche per tenere lontano da forme organizzate che
intaccassero i rapporti di classe.
Persino i socialisti, che intorno
al 1895 contavano poche centinaia di militanti, a Cagliari faticavano ad
ergersi come guida rivoluzionaria; sia perché appunto ne rifiutavano il ruolo e
anche per la mancanza di dirigenti. Si dovette infatti fare arrivare da Torino
un giovane studente, Giuseppe Cavallera, che fu indirizzato ad organizzare i
battellieri di Carloforte. Qui lo stesso riuscì a strutturare una Lega dei
Battellieri che prese l'avvio grazie al suo ibridismo a metà tra le casse di
mutuo soccorso (per la non specifica posizione di classe) e un embrionale
apparato di rivendicazione socioeconomica. Prese comunque piede e diede vita, nel
novembre del 1897, allo sciopero per l'adeguamento salariale e dell'orario dei
battellieri. Prima d'allora non vi furono scioperi organizzati e guidati, ma
solo astensioni dal lavoro spontanee, come nella miniera di Monteponi nel 1880;
il 7 gennaio del 1881, a
Buggerru, a Rosas nel 1896 (Narcao, nel Sulcis) e anche in seguito lo
spontaneismo portò in piazza i minatori a Lula nel nuorese (1899). Ad ogni modo
la fine del secolo sanciva una debolezza di fondo del movimento sindacale
sardo, incapace di superare il carattere episodico e non di classe, ma di mera
richiesta migliorativa. I riformisti che guidavano gli operai, si richiamavano
alla riforma sociale della proprietà e rifiutavano, nella teoria e nella
prassi, il concetto stesso di lotta di classe, stroncando sul nascere ogni
possibilità rivoluzionaria.
All'alba del nuovo secolo
Agli inizi del ‘900 il quadro peggiora
con l'inquadramento capillare all'interno delle amministrazioni comunali del
personale dirigente delle miniere. Notissimo il caso dell'ing. Castoldi eletto
in parlamento e principale soggetto politico del territorio minerario
meridionale, che stravinse su Andrea Costa con percentuali bulgare, ottenute
proprio nel bacino minerario del Sulcis. Intanto prosegue senza sosta lo
sfruttamento capitalistico di uomini e natura. Le falde acquifere di
Montevecchio furono inondate dai residui inquinanti e la malnutrizione e la
tubercolosi operavano indisturbate il genocidio di uomini donne e bambini impegnati
nell'estrazione mineraria.
Continuavano gli scioperi (1901 a Guspini e
Montevecchio) ma i socialisti non riuscivano o non volevano innalzare il
livello delle strutture tanto da dovere ricorre ancora alla costituzione di
numerose leghe di resistenza nel territorio minerario. A funzionare come
ulteriore nuovo fattore antagonista di esteso ed unitario movimento sindacale
era anche la nascita di sindacati di comodo padronali, veri e propri organi di
controllo dei lavoratori, che in qualche modo anticiparono il corporativismo
fascista. Nel 1903 scioperarono gli scalpellini della ditta Picchi di
Villasimius e gli operai della Società di esportazione dei graniti di La Maddalena, e ancora a
Montevecchio pochi mesi dopo il congresso regionale del Psi ad Iglesias.
L'eccidio di Buggerru nel settembre del 1904 scatenò un'ondata di proteste e
scioperi in tutta Italia, mentre in Sardegna nemmeno a farlo apposta erano,
quasi sempre, di natura spontanea. I socialisti continuavano imperterriti a
seguire la strada del dialogo e del sostegno al governo.
I tumulti del 1906 partivano da
Cagliari e si propagavano verso il Sulcis incontrollate ed incontrollabili. I
socialisti pretendevano che esse si svolgessero ordinatamente e in maniera
malcelata non mancarono di condannare gli estremismi. Essi erano ormai avulsi
dalle reali esigenze delle masse lavoratrici che chiedevano una guida e si
ritrovavano dei controllori. Insomma le elucubrazioni gradualiste non bastavano
più il moltiplicarsi incontrollato e osteggiato dalle stesse leghe era lì a
dimostrarlo. Per sgonfiare il malcontento si ricorse a farlo sfociare, per
quanto possibile, nel cooperativismo per attenuare gli effetti dello
sfruttamento drogando i lavoratori con la solita ricetta solidaristica. Ma
all'enorme sviluppo del cooperativismo si accompagnò il totale collasso delle
prime leghe ormai in rotta coi lavoratori stessi. Ormai i socialisti erano un
partito essenzialmente elettorale. Prova ne sia l'eccellente risultato che
portò, nel 1913, Cavallera, il fondatore delle prime leghe, in parlamento e
numerosi consigli comunali nel 1914, sotto l'egida socialista. Ma nello stesso
anno (1914) un'ondata di licenziamenti (6000 su 18000 occupati) vide il Psi
impossibilitato a reagire anche minimamente. All'avvio del primo conflitto
anche in Sardegna lo scontro con i massimalisti si fa aspro sui temi del
neutralismo e dell'interventismo. Nel campo massimalista la Federazione dei
Minatori esercitava un forte contraltare rispetto al moderatismo del Psi ma la
guerra portò comunque con se il peggioramento evidente delle condizioni dei
lavoratori e ancor più drammatiche evidenze disorganizzative. Durante il
biennio rosso ripresero le agitazioni e qualche apprezzabile risultato venne
raggiunto, con la creazione delle commissioni interne dei minatori, e subito
svenduto, con un accordo generale con i padroni che preparò una fase di stallo
sindacale, prima dell'avvento dello squadrismo fascista. Si accettò infatti una
riduzione del 25% dei salari come presa d'atto della crisi del mercato dei
metalli: fu l'inizio della fine.
Da Livorno ad oggi...
La scissione di Livorno non ebbe
apprezzabili esiti nell'isola. La strada al fascismo era spianata grazie alla
collaborazione tra forze dell'ordine, borghesia e padronato e grazie al
silenzio riformista. Il fascismo armato dai padroni smantellerà pezzo per pezzo
le già esili strutture sindacali dei lavoratori innestandosi in ogni più
piccolo centro nevralgico di lotta con violenze e sopraffazioni. Tuttavia,
specie negli anni trenta, nuclei di comunisti soprattutto minatori comunisti
davano vita a forme di lotta clandestina confezionando manifesti e candelotti
antifascisti nel cuore del Guspinese. Non stupisce che proprio qui alla fine
della guerra si instaurò il primo comitato di liberazione nazionale sardo. Nel
Dopoguerra le camere del lavoro si confrontarono subito con i nuovi/vecchi
nemici di sempre: i padroni. Cambiava il cane ma il guinzaglio lo tenevano
sempre loro. Nei primi anni dalla liberazione si ebbero straordinarie
manifestazioni di occupazione delle terre e i conflitti si moltiplicarono. Ma
la crisi del secondo dopoguerra costrinse la Sardegna nelle spire
dell'emigrazione. L'industrializzazione forzata degli anni successivi porterà i
poli di sviluppo industriale, e di sfruttamento, e di lotta anche dura. Ancora
negli 60/70 lo spontaneismo delle prime esperienze prenderà il sopravvento
scontrandosi con sindacati responsabili e moderati, ma chiudendosi nel vicolo
cieco dell'episodio. Dagli anni ottanta in poi è discesa totale senza freni
verso il muro dei profitti e il tema in argomento diventa, via via sempre meno
nitido fino a sfumarsi nella chiusura o svendita graduale odierna di tutto il
complesso industriale residuo, senza la benché minima reazione sindacale (anche
se di connivenza non mancano prove) o senza la reale assistenza di un polo
rivoluzionario di classe; qua in Sardegna sempre storicamente mancato. Fino ad
oggi... speriamo!
sommario
Il papismo di Fausto Bertinotti
Tra ministri, papi e cardinali
di Ruggero Mantovani
La propensione che Fausto
Bertinotti in questi ultimi anni ha mostrato per il papato, tale da far
ritenere che dopo l'elezione dell'ex porporato Raztigen il nuovo papa si ponga
in continuità con Wojtyla, lungi dal rappresentare una categoria dello spirito,
travalica il livello teologico ed irrompe prepotentemente nel mondo profano del
manovrismo politico: l'accordo programmatico con l'Unione e l'entrata nel
governo Prodi. La patina di suggestive dissertazioni sulla spiritualità mostra
il suo autentico profilo: accreditarsi quale forza responsabile nei salotti
della borghesia italiana e agli occhi di quel potere ecclesiastico che di
quegli interessi materiali ne è il suo "aroma
spirituale".
Una chiave di lettura,
quest'ultima, che rende più lineare la rifondazione socialdemocratica di Fausto
Bertinotti, secondo cui la nonviolenza sarebbe lo strumento per vincere la
globalizzazione e la regressione di civiltà, la conquista del potere da parte
della classe operaia un male da estirpare alle radici e la religione, non
rappresentando più l'oppio dei popoli, diviene un efficace viatico per
accreditarsi alle forze dell'imperialismo.
Le vere cause del "revisionismo"
bertinottiano
Una posizione, quella del
segretario, non certamente personale, ma interna al processo di revisione del
marxismo che ha caratterizzato il movimento comunista nel novecento e che,
tanto più oggi, rischia di sbiadire persino quella tenue percezione simbolica che
il Prc riflette su ampi settori di massa. Non è un caso che il nuovo papa
Benedetto XVI, subito dopo la sua elezione, sia stato omaggiato dal gotha
politico dell'Unione: Rutelli, enfaticamente, annunciava "un rigoroso protagonista della nuova era"
e Prodi, leader dell'Unione, ha giudicato
addirittura Ratzinger " un teologo
illuminato e fecondo".
Un clima di forte attenzione per
il nuovo papa, che non è venuto meno in questi mesi neanche da parte del
segretario del Prc Fausto Bertinotti, il quale, essendo come ha dichiarato più
volte un "uomo in ricerca", ha
fatto sapere di confidare nel concetto cristiano dello "stato di grazia", convinto ormai da tempo che la religione non
rappresenta più l'oppio dei popoli e che occorra un "riavvicinamento con i grandi temi della spiritualità". Un
riavvicinamento giudicato necessario, a detta dei nuovi esegeti del
cattolicesimo in salsa bertinottiana, perché questa chiesa avrebbe dimostrato
attenzione ai problemi del terzo mondo, al tema della pace e alla critica del
capitalismo.
Ma le cose di questo mondo e
tanto più la nuova enciclica di papa Benedetto XVI, in linea con ciò che l'ex
cardinale Ratzinger ha espresso per oltre vent'anni in funzione di capo della Congregazione
per la dottrina della fede (vero pilastro del pontificato woitjliano),
dimostrano che le oniriche visioni spirituali di Bertinotti s'infrangono
clamorosamente contro la realtà.
In una nota intervista su
Repubblica del novembre 2004 il porporato Ratzinger confessava che la
"denatalità e l'immigrazione mutano la composizione etnica dell'Europa",
ritenendo che nella "società multiculturale s'annidi un'inquietante insidia per
la fede cristiana". Inoltre, impugnando come una spada templare l'enciclica Humanae Vitae e il pontificato di
Giovanni Paolo II, l'attuale papa Benedetto VXI ha lanciato strali contro una
modernità che avrebbe, a suo dire, "sganciato la sessualità dalla fecondità
cambiando profondamente il concetto della stessa vita umana (...) l'atto sessuale
ha perso la sua intenzionalità e finalità, finendo per equiparare omosessualità
ed eterosessualità, introducendo elementi distruttivi per la famiglia e la
società".
Malgrado
questa summa capita del pensiero reazionario, la disperata tensione
spirituale di Fausto Bertinotti non si arrende, speranzoso nello "stato di
grazia" che dovrebbe ispirare papa Benedetto XVI nel ritrovare un punto di
saldatura con il cosiddetto anti-liberismo di Wojtyla e il progressismo
dell'era conciliare.
La
funzione del Vaticano nel capitalismo
Ma
è bene ricordare che papa Giovanni XXIII, passato alla storia e (ahinoi!) su Liberazione come il "papa
rivoluzionario", nel 1961, molto più modestamente, con l'enciclica Mater et Magista dichiarava una "opposizione radicale tra il comunismo e
cristianesimo" e, in piena continuità con i papi reazionari, riconosceva
la proprietà privata come "diritto naturale". Le fantomatiche aperture del
pastorato di Wojtyla alle istanze sociali o antiglobalizzazione e la critica
all'assolutismo del mercato non possono essere ricercate in un immaginario anticapitalismo
(come pretenderebbe Bertinotti), ma in un antimaterialismo ideologico che, se
da un lato si pone in aperta concorrenza e lotta al marxismo sul terreno della
conquista delle masse oppresse, dall'altro si è espresso nelle posizioni reazionarie
del papato sul terreno dei diritti civili, dell'autodeterminazione della donna,
dell'istruzione e dei diritti degli omosessuali e delle lesbiche, da ultimo sul
referendum sulla fecondazione assista.
L'esaltazione
dei presunti "anticapitalismo" e "pacifismo" del papato di Wojtyla, riflessi
con massicce campagne massmediologiche propinate su Liberazione e
concepiti in una logica di comune ricerca, non tiene conto della funzione
materiale del Vaticano nell'ordine capitalistico. Una funzione che emerge
dall'intreccio tra le gerarchie ecclesiastiche e la proprietà capitalista nel
settore finanziario, immobiliare e terriero e che costituisce la base materiale
del potere temporale del Vaticano.
Per
i marxisti l'essenza della religione sta nell'affrontare il rapporto di
dipendenza tra l'uomo e dio, nel lottare contro l'alienazione delle libertà
umane, che si traduce nell'ordine capitalistico nella sottrazione della
ricchezza alla forza lavoro e nel conflitto tra lavoro e capitale. Direbbe
Marx: "spieghiamo la soggezione
religiosa dei liberi cittadini con la loro soggezione terrena. Affermiamo che
essi sopprimeranno la loro limitatezza religiosa non appena avranno soppresso i
loro limiti terreni"[1]. Per
il marxismo la critica della religione è il presupposto di ogni critica, poiché
"la religione è la teoria generale di
questo mondo, la sua logica in forma popolare (...). La religione è il sospiro
della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore (...). Essa è
l'oppio del popolo "[2].
Se
per Fausto Bertinotti occorre ricongiungersi ai grandi temi della spiritualità,
per Marx questi principi hanno "giustificato
la schiavitù antica, glorificando il servaggio medioevale, approvato
l'oppressione, magari con aria non poco contrita. I principi sociali del cristianesimo
dichiarano che tutte le infamie commesse dagli oppressori contro gli oppressi
sono il giusto castigo imposto da Dio alle anime salvate".
I
compiti dell'opposizione comunista
Non
si tratta certamente di rivendicare un partito ideologico, poiché lo stesso
marxismo deve essere concepito come programma di trasformazione, come una guida
per l'azione e non come un culto civile. Di conseguenza un'autentica
opposizione comunista non può attestarsi alla ricerca di un presunto
anticapitalismo della chiesa in una logica di ricerca comune, rinunciando ad
una battaglia anticlericale e ritenendo persino "dannoso un laicismo che pretenderebbe di togliere il crocefisso dalle
scuole"[3].
Un'opposizione
comunista ha il compito di recuperare una coerente proposta programmatica sullo
stesso terreno delle lotte democratiche, con l'apertura, ad esempio, di una
campagna di massa per l'abolizione del concordato tra stato e chiesa,
smascherando il potere del papato e delle gerarchie ecclesiastiche.
Un'opposizione comunista deve assumere come finalità la conquista di settori di
massa del mondo cattolico e far emergere le enormi contraddizioni tra le
esigenze progressiste e la natura reazionaria della chiesa.
Un'autentica
rifondazione comunista ha il dovere di costruire un "fronte unico" con i
settori avanzati e radicali del mondo cattolico, ma sul terreno delle
rivendicazioni democratiche, per costruire le forme e il potere di un blocco
sociale alternativo, che si ponga l'obiettivo transitorio di privare il
fenomeno religioso dei suoi legami con la chiesa e il suo potere temporale e
far regredire il culto collettivo ad
un'opzione personale.
Il
marxismo non è una fede che abolisce la religione, ma assume il compito di
superarla a partire dai settori più coscienti del mondo religioso, per
costruire quel nuovo ordine sociale che non dovrà più ricorrere all'oppio della
superstizione. Una prospettiva storica che orgogliosamente chiamiamo comunismo
e che il manovrismo riformista di Fasto Bertinotti non eliminerà con l'entrata
nel governo Prodi. I comunisti non defletteranno da quest'orizzonte e non
permetteranno che il movimento operaio sia privato di una forza comunista nel
nostro paese: è questo il senso della nostra battaglia oggi.
[1] K. Marx, La Questione ebraica.
[2] K.Marx, Per la critica della filosofia del diritto
di Hegel.
[3] Intervista a Bertinotti su Liberazione (novembre 2003).
sommario
Il nostro 25
aprile: antifascista e antistalinista!
Contro il revisionismo, per la
rivoluzione socialista!
di
Francesco Fioravanti
La retorica del 25 aprile
Anche quest'anno, nel giorno di
commemorazione della liberazione del territorio italiano dall'occupazione
militare delle truppe nazi-fasciste, ci apprestiamo ad essere invasi da fiumi
di retorica pronti a celebrare in pompa magna il 25 aprile come data
fondamentale nella rinascita democratica del paese. L'attenzione di
commentatori e "addetti ai lavori" sarà posta, come sempre, sull'importanza
dell'unità politica raggiunta dalle forze "democratiche" e "progressiste",
grazie alla quale, secondo loro, è stato possibile cacciare il brutale invasore
nazista. Ma cosa fu realmente quel processo al quale viene dato il nome di Resistenza?
Come lo vissero milioni di lavoratori italiani? Con chi e come si schierarono
le forze egemoni del movimento operaio in una fase in cui l'esigenza di un
cambiamento sostanziale era avvertita dalle classi oppresse come impellente e
non più derogabile?
Sicuramente il periodo compreso
fra il 1943 e il 1945 segnò in Italia uno dei punti più alti di protagonismo
delle masse nello scorso secolo. La storiografia ufficiale ci presenta quegli
anni come anni di grandi lotte patriottiche, alla stregua di un "secondo Risorgimento
italiano". Ma per gli operai, gli studenti e i contadini che vissero in prima
fila quella gloriosa stagione politica, la cacciata dei tedeschi e la
demolizione del regime fascista volevano rappresentare solamente il primo passo
verso la costruzione di una società liberata dallo sfruttamento e dall'
oppressione capitalista. Perché questo grande movimento di massa, che riuscì a
coinvolgere ampi strati della popolazione italiana, non raggiunse l'obiettivo
storico del superamento del sistema capitalistico? Per rispondere a questa
domanda può essere utile narrare brevemente le vicende fondamentali che
segnarono quegli anni, mettendo in evidenza il ruolo apertamente
contro-rivoluzionario della direzione stalinista di quelle lotte: negli anni
'40, come 20-25 anni dopo, il Pci rappresentò il più grosso ostacolo ad una
radicale trasformazione economico-sociale del nostro paese.
La caduta del fascismo e la nascita della Resistenza
Nella primavera del 1943
scoppiarono in Italia i primi violenti scioperi, a dimostrazione della
rinnovata volontà da parte di settori d'avanguardia della classe operaia di
modificare lo stato di cose esistenti e battersi: non solo per un miglioramento
delle condizioni di lavoro, ma anche per un cambiamento di regime politico. Il
via ad una vasta serie di agitazioni venne, in marzo, dagli operai della Fiat
di Torino, al quale seguirono le mobilitazioni dei lavoratori delle fabbriche
milanesi. Successivamente, molti altri centri del settentrione presero parte a
quella che può senz'altro considerarsi una "nuova primavera" del movimento
operaio italiano.
Dopo questa vasta agitazione il
governo si trovò costretto a cedere sul terreno delle richieste economiche,
chiaro sintomo di una debolezza che dal campo militare stava investendo tutti
gli ambiti in cui il regime fascista operava. La borghesia italiana, cosciente
di questo, e timorosa per la stabilità dell'ordine politico e sociale del
paese, iniziò ad allentare il legame che la vincolava al regime, cercando allo
stesso tempo una soluzione di continuità che permettesse di mantenere un regime
autoritario in grado di frenare le pressanti richieste delle classi subalterne.
In seguito allo sbarco alleato in Sicilia, il 10 luglio, Vittorio Emanuele III
si accordò con il maresciallo Badoglio e i gerarchi dissidenti, pronti a
defenestrare Mussolini e prendere in mano le redini del paese. Di fatto sarebbe
iniziato in Italia un brevissimo periodo di dittatura militare funzionale a
scongiurare qualsiasi possibilità invertire i rapporti di forza fra le classi,
naturalmente sfavorevoli al proletariato dopo vent'anni di corporativismo e
dittatura fascista. L'8 settembre, con la firma dell'armistizio, il
disfacimento dell'esercito e la successiva penetrazione sul suolo italico delle
truppe naziste, rappresentò la data fondamentale che andrà ad influire
pesantemente nelle vicende degli anni a seguire.
Operai e contadini cercarono, da
subito, di organizzarsi armi in pugno per tentare di opporre una tenace
resistenza all'invasore nazista, consapevoli che la lotta contro le truppe di
Hitler e dei suoi lacchè italiani non poteva essere slegata dalla lotta per una
trasformazione che investisse l'intera società, a partire dalla sua struttura
economica. Diversi però erano i piani del Pci, che andrà progressivamente ad
affermarsi come forza egemone nel movimento operaio, vista anche
l'inconsistenza numerica e politica di altre formazioni che si richiamavano al
marxismo e al movimento comunista dei primi anni ‘20. Il partito guidato da
Togliatti non poteva e non voleva porsi il compito di guidare le masse
verso la rivoluzione socialista e l'instaurazione della dittatura proletaria.
Tutto il suo operato in quegli anni sarà funzionale a contenere le spinte
rivoluzionare del movimento di massa all'interno del quadro delle compatibilità
capitalistiche. La svolta di Salerno, con la quale il Pci s'impegnava a
sostenere attivamente il governo Badoglio, insieme agli altri partiti
antifascisti riuniti nel Cln, rappresenterà la concretizzazione materiale della
natura contro-rivoluzionario del partito stalinista. Ancora una volta, il
movimento che ruotava intorno alla figura di Stalin, svendeva letteralmente gli
interessi della classe per conservare i privilegi di un ristretto numero di
burocrati di partito.
Il tradimento della rivoluzione
italiana era manifesto. Ecco, secondo Togliatti, quale dovesse essere il
compito dei comunisti in quella fase: "non possiamo oggi ispirarci ad un
sedicente interesse ristretto di partito, o ad un sedicente interesse ristretto
di classe (...) E' il partito comunista, è la classe operaia che deve impugnare
la bandiera degli interessi nazionali che il fascismo e i gruppi che gli
diedero il potere hanno tradito". Coerentemente con queste dichiarazioni il Pci
lavorerà incessantemente per minare la forza del movimento rivoluzionario.
Tutto il suo operato nel biennio 1944/45 starà a dimostrarlo: nonostante il
lavoro per la preparazione di uno sciopero generale per il marzo del '44 che
coinvolgesse l'intera classe operaia - sciopero che di fatto avvenne, in
condizioni difficilissime per i lavoratori del paese - il partito di Togliatti
si rifiutò sempre di saldare le agitazioni operaie nelle città con il movimento
partigiano che nel frattempo si era spostato nelle montagne. Anzi, il Pci fece
il possibile affinché il maggior numero di partigiani venisse trasferito
lontano dai centri industriali. Per esso, la volontà rivoluzionaria del
proletariato era solamente un oggetto da usare nella contrattazione con gli
altri partiti componenti il Cnl e le forze alleate che nelle zone "liberate"
amministravano - nei loro interessi - il territorio.
Anche l'indizione dello sciopero
generale fu funzionale ad acquisire forza negoziale da spendere nella
contrattazione con gli altri partiti del Cnl e della borghesia italiana. Le
insurrezioni che vi furono per liberare definitivamente le città del nord nel
marzo e nell'aprile del 1945 non modificarono un quadro generale ormai
acquisito. Il movimento di resistenza verrà successivamente costretto dalle
forze riformiste a deporre le armi. Il varo dei lavori dell'Assemblea
costituente sancirà definitivamente la stabilizzazione del paese in senso
democratico-borghese.
Quali insegnamenti per il movimento operaio?
L'assenza di un partito rivoluzionario condizionò
senz'ombra di dubbio le sorti della resistenza, a dimostrazione di quanto si
importante lavorare alla costruzione di un soggetto in grado di guidare la
mobilitazione - spesso spontanea - delle masse popolari. "La crisi dell'umanità
coincide con la crisi della direzione politica del proletariato" scriveva Lev
Trotsky qualche anno prima delle vicende narrate in questo breve articolo. Gli
sviluppi e le dinamiche della resistenza hanno dato ulteriore validità a
quell'affermazione. Se in futuro non si vuol far sì che burocrati e
opportunisti di varia specie blocchino sul nascere qualsiasi tentativo di
trasformazione sociale condotto dal proletariato, è necessario mettere
all'ordine del giorno la nascita di un soggetto politico conseguentemente
marxista-rivoluzionario. Farsi trovare nuovamente impreparati sarebbe un
crimine storico imperdonabile per coloro che credono che l'emancipazione
dell'umanità passi inevitabilmente per il superamento del sistema
capitalistico.
sommario
Neofascismo e repressione: strumenti dell'alternanza
capitalista
A proposito delle alleanze tra neofascisti e Cdl:
l'attualità dell'antifascismo
di Mirko Seniga
Il clima di tensione che ha
accompagnato la campagna elettorale è direttamente collegato alla crisi
economica che attanaglia da anni il nostro paese e alle conseguenti lotte su
tutti i fronti: il lavoro, la scuola, le mobilitazioni contro la guerra,
movimenti che raggruppano fasce sociali sempre più larghe. Fette di popolazione
costrette a vivere in condizioni di povertà e precarietà, in lotta per
rivendicare il diritto alla casa e a uno stato sociale dignitoso. Entrambe le
coalizioni hanno fatto accordi scandalosi in funzione di una vera e propria
caccia al voto. Lo stesso Berlusconi, pur di vincere, si è alleato con i
neofascisti e i neonazisti lanciando una "crociata anticomunista". Nel quadro
elettorale la destra di governo, con l'ingresso nella Cdl di Alternativa
Sociale, si presenta completa anche nelle sue frange più estreme.
Fascisti vecchi e nuovi
Nella coalizione voluta dalla
nipote del Duce, Alessandra Mussolini, vengono ufficialmente riabilitati i
peggiori protagonisti degli anni più neri della storia italiana. Ricordiamo,
infatti, il Sessantotto e tutti gli anni settanta italiani quando i grandi
movimenti studenteschi e proletari univano le loro lotte contro il sistema
capitalista in crisi, che colpiva ogni rivolta e i suoi rappresentanti con la
violenza quotidiana perpetrata sia dai fascisti - di nuovo arruolati con
l'amnistia - sia dalle forze dell'"ordine" in divisa.
Il governo ha usato le stragi
fasciste per manipolare l'opinione pubblica, legittimando così una repressione
sistematica che, come sappiamo, ha usato due pesi e due misure. Dopo decenni di
indagini, depistaggi, processi e prescrizioni, la "strategia della tensione" si
è chiaramente rivelata riconducibile ad aree dell'eversione nera. Queste aree
sono state fondate da persone legate alla massoneria, le indagini fecero
emergere un nome a noi noto: Silvio Berlusconi iscritto alla P2 di Licio Gelli,
la loggia della quale facevano parte i golpisti agli ordini di Borghese e del
Fronte nazionale di Stefano Delle Chiaie.
Delle Chiaie e Adriano Tilgher,
esponente dell'attuale Fronte Sociale Nazionale, fondavano Avanguardia
nazionale nel 1970. Tilgher nel '75 venne arrestato e condannato per
ricostituzione del Partito fascista; uscito di galera, venne accusato
nuovamente per aver partecipato alle stragi dell'Italicus e della stazione di Bologna,
accusa dalla quale fu poi scagionato.
Tramite la Mussolini anche Forza
Nuova, guidata da Roberto Fiore, entra a far parte della "Casa delle Libertà". Fiore
è stato promotore alla fine degli anni settanta di Terza Posizione, poi fuggì a
Londra nel 1980 inseguito da un mandato di cattura con la condanna a 5 anni e 6
mesi per associazione sovversiva e banda armata, nell'ambito delle indagini
sulla destra eversiva, seguite alla strage di Bologna del 2 agosto 1980. Dopo
la latitanza Fiore è rientrato in Italia fondando nel 1997 Forza Nuova; nel
2001 è stato indagato per l'attentato al quotidiano Il Manifesto, infatti la bomba fu innescata da Andrea Insabato già
militante di TP.
Tilgher e Fiore sono entrambi
passati per il Msi-Fiamma tricolore di Pino Rauti fondatore di Ordine Nuovo, da
dove proviene anche il leghista Borghezio. Assieme a Rauti con l'attuale Mis (Movimento
idea sociale) fa parte della Cdl anche Luca Romagnoli attuale segretario
nazionale del Msi-Fiamma tricolore, nonché europarlamentare, noto per il suo
intervento su Sky (il 22 febbraio scorso); con quelle frasi ha difeso tutte le
forze che negano la Shoah.
Il suo movimento raccoglie le maggiori realtà naziskin (detti
comunemente "bonehead") italiane, a partire dal Veneto Fronte Skinheads fondato
da Piero Puschiavo, anch'esso più volte denunciato per istigazione all'odio
razziale, attualmente cooptato nella segreteria della Fiamma assieme a Maurizio
Boccacci del Movimento Politico del Lazio.
Le responsabilità del
centrosinistra
Questo scenario, che andrebbe
approfondito, serve sicuramente per aprire diverse riflessioni, in particolare
sulle responsabilità che ha il centrosinistra, Rifondazione compresa, per aver
sempre saputo dell'evolversi delle situazioni predette, tanto che i dati sono
tratti da materiale ufficiale raccolto da esponenti di Ds e Prc; ma solo in
campagna elettorale, approfittando dello scandalo alleanze, si ricordano del
passato di alcuni personaggi che in questi anni sono rimasti impuniti e liberi
di poter praticare il loro più becere revisionismo, spesso in sale comunali o
spazi pubblici forniti proprio dalle giunte di centrosinistra.
In precedenza (Progetto Comunista agosto 2005) abbiamo già scritto del problema legato alla
crescita di fenomeni di pura violenza squadrista riconducibili alle formazioni
dei soggetti in precedenza descritti. Nel 2005, infatti, sono stati confermati
ben 71 casi di violenza nazifascista (centri sociali e sedi del Prc e dell'Anpi
colpiti da atti vandalici, spesso incendiari, compagni aggrediti ed
accoltellati). In questi ultimi mesi si sono verificati già diversi casi di
attacchi di matrice fascista, che continuano, anzi s'intensificano. Questa
situazione ha come reazione la mobilitazione spontanea di movimenti
antifascisti e antirazzisti che puntualmente vengono repressi e
strumentalizzati dallo Stato, in funzione elettorale.
Ricordiamo alcuni dei casi più
recenti: il 21 gennaio un ragazzo viene aggredito a Milano in metropolitana da
alcuni boneheads solo perché in tasca
ha una copia del Manifesto; il giorno
seguente a Roma due compagni vengono accoltellati fuori dal C.s.o. ricomincio
dal faro; la sera dell'11 marzo il Coordinatore dei Giovani Comunisti di Pavia
e la sua compagna vengono inseguiti per le strade della loro città da una
squadraccia armata di coltelli, nello stesso giorno in cui a Milano ha sfilato
una parata nazifascista, ad una settimana dal terzo anniversario della morte di
Dax.
Rifondazione dopo aver di fatto
abbandonato i movimenti sventola la nonviolenza come unica forma accettabile di
protesta e si prepara ad entrare nel governo dell'Unione come garante per la
pace sociale, per rivestire la funzione di ammortizzatore delle lotte abbandonando
la rappresentanza di classe propria di un partito comunista. Questa svolta rende
Rifondazione una componente di quell'alternanza di governo capitalista che il
programma di Prodi ha già preannunciato, la renderà complice delle repressioni
che il capitalismo sferrerà nei confronti dei lavoratori e dei movimenti che si
opporranno ( ricordiamo Napoli nel 2000).
Bisogna combattere uniti lottando
contro il sistema capitalista che utilizza i fascisti per poterci liberare
dalla barbarie che tuttora continuano ad insanguinare la nostra storia. Ma
quale non violenza, ora e sempre resistenza!
*Portavoce del Comitato
Antifascista Permanente del territorio cremonese
sommario
Il caso
"Acquedotto pugliese"
Tra
rivoluzione gentile ed interessi speculativi
di
Andrea Valerini
"L'acqua è stato uno dei pochi punti nel programma del
centrosinistra sul quale la divisione delle forze in seno all'Unione è stata
netta e si è risolta non con un compromesso ma con una vittoria dei partiti
opposti alla privatizzazione e alla liberalizzazione (Prc,
Pdci e Verdi)".
Queste le parole del presidente di Acquedotto Pugliese (Aqp) Spa Riccardo Putrella - membro del Comitato
internazionale per il contratto mondiale dell'acqua, nonché ex militante di Attac Italia - apparse nelle settimane scorse su Liberazione.
Una prima riflessione en passant
merita il discorso sul programma del centrosinistra: se avrete fatto
l'esperienza di dare una veloce scorsa alla summa fattane di recente su Liberazione, probabilmente avrete avuto l'impressione di
trovarvi di fronte ad un programma di transizione verso il socialismo, e non a un fumoso esempio di compromesso di classe (naturalmente a
favore di quella dominante). Suppongo che ciò sia dovuto
alla forbice tra parole e fatti creata ad arte dai compagni del nostro quotidiano
ufficiale: la sintesi del programma dell'Unione è un esempio di mistificazione
e/o comunicazione biforcata (e biforcuta) cucito ad arte per il lettore medio
di Liberazione.
Laddove Rifondazione è già al governo regionale (si veda il caso Puglia) emergono
in maniera più evidente le contraddizioni del partito, stretto tra il suo
dichiarato "movimentismo" e le "necessità di
governo".
Acquedotto pugliese: un business
privato
Veniamo alla
vicenda dell'Acquedotto Pugliese.
Il presidente Petrella
sceglie di disertare il quarto World
Water Forum di Città del Messico del 22 marzo, denunciandolo come
"iniziativa privata voluta dalla Banca mondiale, da imprese multinazionali, da
organizzazioni come Onu, Fao,
Unesco e organizzazioni internazionali scientifiche"
(intervista al Corriere del Mezzogiorno - Edizione "Lecce e
Puglia"- 26/02/06, p. 13); si duole di non poter
partecipare all'invito "degli amici latino-americani che stanno organizzando un
contro-Forum" perché in questi giorni partiranno gli appuntamenti relativi al centenario dell'Acquedotto Pugliese; dichiara
l'inutilità per Aqp di partecipare ad appuntamenti quali quello ufficiale di
Città del Messico, salvo poi essere smentito dal giornalista che gli fa
presente che Acquedotto Pugliese sarà presente al Forum, nella persona
dell'amministratore delegato Renato Scognamiglio
(piazzato in quota Ds).
Affermare e difendere il carattere
pubblico della Spa Acquedotto Pugliese è intento
senza dubbio lodevole, ma certo manchevole se nasconde il
fatto che, anche dietro una gestione apparentemente pubblica, si nascondono interessi privati di non
poco conto. Progetto Comunista - Rifondare l'opposizione dei lavoratori di
Puglia vuole far emergere il colossale business
privato che si nasconde dietro un'opera pubblica fondamentale, il collegamento
dei Comuni pugliesi ai collettori (e relativi depuratori) per la fognatura
nera. Appalti per milioni di euro, che sicuramente
fanno gola a capitalisti grandi e piccoli, locali ma non solo.
La
voracità dei soggetti in campo nella gestione dei collegamenti fognari è emersa
anche perché siamo ormai giunti all'ultimo anello del cosiddetto "ciclo dell'acqua", quello che collega
i collettori principali dei Comuni alle utenze domestiche. Anche in questo caso
chi fa affari sui servizi pubblici si è ben guardato
dal "pudore" di lucrare sull'anello più debole e scoperto della
catena, praticando costi da usura per i pochi metri di collegamento, dalle case
al collettore stradale.
Ne è derivato un
movimento di protesta che qualche effetto ha sortito: una delibera di Aqp e Ato Puglia, che fissa, a lavori ben ampiamente avviati
(marzo 2005), la tariffa a euro 850 per il servizio di collegamento (ad una
nostra indagine complessiva tale tariffa non sempre è rispettata)... senza dire però una sola parola su chi era stato nel frattempo
truffato, visto che aveva pagato tariffe che si aggiravano mediamente sui
1500 euro. Nei fatti i costi insostenibili, sommati ai ritardi
congeniti, hanno creato in Puglia una situazione "a macchia di leopardo"
rispetto alla congiunzione agli impianti di depurazione, dalle evidenti
ricadute ambientali.
Abbiamo
organizzato una vertenza popolare e crediamo che la protesta, se non ha alla spalle un partito solido e con una chiara linea
politica, è destinata ad essere strumentalizzata e riassorbita, è insomma
inevitabilmente incanalata verso la frustrazione e la sconfitta. Dove sono andati a finire i circa 650 euro pro capite (1500-1850) di profitto
indebito? Perché non è stata aperta nemmeno un'inchiesta amministrativa su
tutto questo? E soprattutto, dov'era Rifondazione
Comunista pugliese mentre si lucrava sugli allacciamenti fognari? Tra affaristi
pescecani e topi di sottogoverno il Prc si sta ancor più
svendendo e chi, all'interno delle cosiddette "aree critiche" di
Rifondazione, non ha da difendere o da sperare in carote bertinottiane
(cioè poltrone o medaglie burocratiche) dovrebbe rifiutare di essere
connivente - anche solo con il proprio silenzio - con una tale linea politica.
Il
vero volto della giunta Vendola
Scopriamo
l'acqua calda affermando che ovunque ci siano beni pubblici (l'acqua e il suo
ciclo) e connesse aspettative di profitto, trovano
spazio interessi, legittimi e non, che si scontrano. La corruzione diventa
allora non un male individuale, ma sistema. Le ecomafie
esistono, ma non hanno soltanto una connotazione meridionalistica. L'ambiente,
insieme alla sanità pubblica, diventa uno degli ambiti prediletti dietro cui impresari avvoltoi spolpano le casse pubbliche. Gli enti
pubblici diventano perciò le naturali cinghie di trasmissione dello
sfruttamento di classe.
Avevamo ripetutamente e
inutilmente chiesto, come Progetto Comunista Puglia e come circolo locale del Prc di Monteroni di Lecce, un
incontro con i referenti politici e istituzionali preposti, per esporre le
problematiche emerse nella fase sopra citata di realizzazione dei collegamenti
delle utenze domestiche alla fognatura nera; per denunciare le iniquità
lampanti, per prospettare le zone d'ombra nella gestione dell'appalto, o
quantomeno per un risarcimento parziale del mal tolto. La richiesta è stata
avanzata nell'ordine: al massimo responsabile provinciale di Acquedotto
Pugliese, ad alcuni consiglieri regionali di Rifondazione Comunista,
all'assessore regionale all'Ambiente (di Rifondazione) M. Losappio,
al presidente Vendola e all'Ufficio di Presidenza
dell'Aqp. Nessuna risposta, convocazione o comunicazione
ufficiale: ecco gli effetti della sbandierata "democrazia dal basso" del nuovo
corso di centrosinistra alla Regione Puglia. Le vertenze scomode, o
perché toccano profitti già riscossi o perché non fanno audience, come le sbandierate levate di scudi in una difesa di
facciata del carattere pubblico di Aqp, vengono
rimosse dal dibattito politico. Questo mentre i rappresentanti del governo Vendola si spendono in estenuanti riunioni di maggioranza
alla ricerca del miglior bizantinismo che eviti, nella legge regionale sui
servizi sociali, la blasfema espressione "unioni di fatto". La quale molto
sarebbe dispiaciuta al presidente della Cei pugliese
Cosmo Francesco Ruppi; personaggio quanto meno discutibile, ma molto influente
e blandito, sia da destra che da sinistra, nonostante le vicissitudini (anche
giudiziarie) del suo fidato braccio destro, legate al Cpt "Regina Pacis" di San Foca.
Francamente, ne abbiamo
le tasche piene delle pie donne che si stracciano le vesti contro la global-mondializzazione, che ci raffigurano con sagacia
retorica "rivoluzioni gentili", ma che localmente deludono giorno per giorno le
aspettative degli sfruttati. Costoro siedono ormai soltanto in consessi
accademici, laccati dai soldi del capitale nazionale o degli enti a cui
appartengono. Ecco i bocconi amari del compromesso di classe che Bertinotti ha sancito, a livello
nazionale, con le elezioni politiche del 9-10 aprile 2006. Ecco
la necessità e l'urgenza di "Rifondare l'opposizione dei lavoratori".
sommario
Il Friuli Venezia Giulia crocevia delle ristrutturazioni globali
Logistica, intermodalità, corridoi europei
di Fulvio Zorzenon
L'obiettivo della Regione Friuli Venezia
Giulia, governata dall'Unione e presieduta da Riccardo Illy, industriale del
caffè e comandante ad honorem della base Usa di Aviano (con buona pace
del Prc, disponibile e composto alleato di Illy), è quella di trasformare
l'intero sistema regionale delle infrastrutture (i porti di Trieste, Monfalcone
e Porto Nogaro, le reti ferroviaria e autostradale, l'aeroporto di Ronchi dei
Legionari, gli autoporti di Fernetti, Gorizia e Pontebba, l'interporto di
Cervignano, il centro merci di Pordenone) in un sistema
integrato dell'intermodalità e della logistica che funga da piattaforma verso l'Europa centro-orientale,
in grado di alimentare il nuovo incremento nei flussi di traffico, di favorire
la ripresa e/o conversione delle situazioni di crisi di settore.
Infrastrutture e interessi della borghesia
Il Friuli Venezia Giulia gode
di un'infrastrutturazione superiore alla media nazionale e, nelle province di
Trieste e di Gorizia, è leader per intensità di infrastrutture (fascia costiera
che confina con il Veneto e Pontebbana verso nord). La Regione è interessata da
importanti direttrici di traffico in transito (le nuove rotte merci fra l'Asia
e l'Europa, passando dal canale di Suez e sbarcando in Italia, risparmiano
almeno cinque giorni rispetto allo scalo di Rotterdam): rappresenta da sempre il principale collegamento di accesso, a sud delle
Alpi, tra l' Europa occidentale e l' area centrale e balcanica. Elemento
di debolezza: il sistema di infrastrutture e dei relativi servizi è frammentato
nell'operatività e nella gestione, tanto da far perdere di vista l' insieme
regionale.
Paradossalmente
(ovviamente il paradosso è solo apparente) è proprio questo lamentato deficit
di sinergia e di interconnessione che garantisce margini di profitto validi
agli operatori, sfruttando ognuno i faux frais dell'altro e tutti
insieme facendo pagare queste perdite d'economia ai lavoratori: contrazioni
occupazionali, esternalizzazione, dilatazione dell'orario di lavoro, questione
della sicurezza (due infortuni mortali al Porto di Monfalcone in poche
settimane). A ciò si aggiunga il ricatto del dumping salariale (specie dopo l'entrata della Slovenia nella Ue). La
razionalizzazione di una formazione economica non è propria del modo di
produzione capitalistico.
E'
proprio questa redditività di nicchia a far proseguire con ritmo singhiozzante
la marcia di realizzazione dei tanto decantati megaprogetti di integrazione
logistica regionale e transfrontaliera. Quest'ultimi sembrano sempre più il
terreno di concorrenza tra la giunta regionale di centrosinistra e la destra
per aggiudicarsi il titolo di miglior progettista di sistemi intermodali per lo
sviluppo economico. Non a caso negli ultimi due anni si è assistito al
diffondersi di una pubblicistica proclamatoria su questa tematica che ha avuto
come finalità la promozione mediatica di politici e amministratori regionali e
locali.
La spinta
all'estensione del campo d'investimento favorisce la costituzione di alleanze
tra imprese, specie di fronte alla liberalizzazione dei servizi e all'apertura
dei mercati est europei forti di 75 milioni di abitanti. Ma vi è troppa varietà
d'interessi perché la borghesia del Nord Est raggiunga quel sufficiente quadro
di coesione. C'è anche una questione strutturale. La maggioranza degli
operatori economici del settore orientato all'import/export è rappresentato da
imprese di piccola-media dimensione, a bassa capitalizzazione e ristretta base
proprietaria. Ognuna di queste ha condiviso il periodo di crescita grazie alla
svalutazione della lira e ai benefici fiscali (e alle franchigie sindacali)
dovuti a questioni settoriali e geo-politiche. Oggi, con il venir meno di tali
elementi sistemici, e di fronte al rallentamento generale dei mercati, la
tendenza è quella di rinchiudersi nella difesa delle proprie rendite di
posizione. A questo si aggiunge, ma non meno importante, la mancanza di un
quadro politico amministrativo di riferimento adeguato a gestire la
molteplicità di situazioni coinvolte. La Democrazia cristiana in queste zone è rimpianta a
viva voce da più parti. Inoltre l'entrata nella Ue dei paesi dell'Europa
orientale ha determinato un acuirsi della concorrenza che vede gli operatori
sloveni favoriti dalla massiccia presenza di capitali statali. Esemplare il
caso di Luka Koper, società mista che gestisce il porto di Capodistria ed
autentico trust dell'economia istriana.
Poli
finanziari e concentrazioni capitalistiche
Intanto
si susseguono le iniziative da parte dei governanti della regione e dei poli
finanziari (che annusano meglio di chiunque altro l'appetibilità della torta)
per incentivare le imprese verso forme di centralizzazione decisionale e di
concentrazione proprietaria: formazione di autorità direzionale unica per i
cluster, aperture di linee di credito favorevoli per associazioni d'imprese
import/export operanti in Estremo Oriente in netta concorrenza con le rotte
genovesi (è il caso di Eurasia Logistics), progetti di integrazione delle
strutture di garanzia (Congafi e altri consorzi fidi).
L'interesse
della Giunta Illy è ovviamente quello di aumentare il Pil regionale a fronte
dei minori trasferimenti da parte dello Stato e di acquisire maggiori margini
di negoziazione con partenariati economici e politici. Non a caso Illy, in
merito ai futuri assetti politici, si è presentato come interlocutore
privilegiato sia a Prodi che a Berlusconi senza rinunciare ad iniziative in
prima persona. E' il caso dell'Euroregione (collegata sia alla logistica che al
settore multiutility) dove ha stretto alleanza con il presidente del Veneto
Galan e il governatore della Carinzia, il neonazista Haider. Anche sul versante
del Corridoio 5 (collegato alla direttrice Ac/Av Lione-Torino) è sempre Illy il
più attivo a cercar di smuovere l'impasse del quadro politico sloveno
frammentato dallo scontro tra i vari settori della borghesia locale in
conseguenza dei processi di privatizzazione nella ex repubblica jugoslava e
dell'entrata nella Ue.
Illy
rappresenta sicuramente la parte più "internazionalista" dell'Assindustria
regionale e la sua "autonomia" dal centrosinistra la dimostra anche attraverso
l'appoggio ad iniziative elettorali locali indipendenti (i "Cittadini per il
presidente").
Il
fatto che lo sviluppo della logistica, e in particolare dell'intermodalità dei
porti, possa rappresentare terreno di captazione per risorse finanziarie (vedi
gli stanziamenti per il progetto europeo Autostrade del mare) e di potere negoziale
ha spinto le province marittime a raggrupparsi in seno all'Upi rivendicando la
revisione della L. 84/94 (sulle autorità portuali) e a candidarsi a coordinare
le aree inerenti infrastrutture, lavoro, formazione. E' stato questo il senso
della prima assemblea delle "Province di mare" del Nord Est tenutasi a Trieste
nei giorni 8-9 febbraio.
Di
fronte a questi elementi mobili del quadro politico-economico spicca la piena
subalternità del soggetto vero produttore di ricchezza: la classe lavoratrice.
Le concentrazioni capitaliste non sono negative nell'ottica di sviluppo della
lotta di classe. Anzi, possono esserne un viatico importante. La questione
dell'internazionalizzazione dei processi capitalistici deve essere accompagnata
dall'azione di organizzazione e coordinamento della classe lavoratrice del
gruppo aziendale o dell'intero settore economico interessato. L'assenza di un
soggetto politico internazionale dei lavoratori, capace di veicolare tale
azione, è aggravata dalla persistenza di burocrazie sindacali conservatrici
ripiegate sul collateralismo padronale e sulla concertazione aziendale
(emblematico l'appoggio dato dai sindacati dell'Autorità portuale di Trieste
alla presidente Monassi, di Forza Italia, nella disputa con Illy sulla
legittimità della sua elezione). Le espressioni più "radicali" della sinistra
concertativa avanzano la prospettiva di un'impossibile riforma "democratica" e
"sociale" dell'integrazione imperialista europea. A maggior ragione per le
correnti marxiste conseguenti la costruzione di una piattaforma strategica è
imprescindibile da una valutazione attenta dei nuovi processi di
internazionalizzazione economica.
sommario
Il caso Ferrando: una lezione per i marxisti
La questione del parlamentarismo, la lezione di Trotsky
di Massimiliano Di Donato
Conclusa la parabola tanto breve
quanto triste del caso Ferrando, invece di addentrarci in una serie di inutili
polemiche, credo sia il caso, da marxisti, trarre insegnamento dai fatti che
tutti conosciamo. La questione rimanda direttamente al problema del
parlamentarismo.
Troppo spesso ci sentiamo
ripetere da qualsiasi pappagallo che ha letto l'Estremismo che bisogna partecipare ai parlamenti borghesi, usarli
come cassa di risonanza per le posizioni rivoluzionarie, ecc. Cose senz'altro
vere ma sembra che questo precetto sia stato assolutizzato da molti compagni ed
inteso come una finalità da perseguire a tutti i costi: un mezzo trasformato in
fine.
Va da sé che la questione della
partecipazione al parlamento è per i comunisti una questione tattica, non
strategica, e proprio per questo sottoposta alla contingenza del momento. Se
non si ha una propria forza organizzativa, un'autonomia sotto il profilo sia
finanziario che politico non si può nemmeno pensare di andare al parlamento
altrimenti inevitabilmente si viene ad essere fagocitati. Se è la stessa
borghesia che offre ai comunisti un posto in parlamento è ovvio che vuole in
cambio qualcosa e pretende una subordinazione.
Così Trotsky nel 1920 al II
congresso dell'IC rispondeva agli antiparlamentaristi: "La questione cardinale
è lì: è la questione del partito. Se avete un partito veramente comunista, non
temerete mai di mandare uno dei vostri uomini nel parlamento borghese, perché
egli agirà come un rivoluzionario ha il dovere di agire. Ma, se il vostro
partito è un miscuglio in cui il 40 % è composto di opportunisti, è certo che
questi elementi si intrufoleranno nei gruppi parlamentari, dove si trovano più
a loro agio (non a caso sono quasi tutti dei parlamentari), e voi non potrete
assolvere i vostri compiti di comunisti rivoluzionari in parlamento".
Se poi si pretende di andare in
parlamento per finanziare la costruzione di un partito rivoluzionario che
ancora non c'è, con i soldi che la borghesia ci dà tramite l'istituzione
parlamentare si fa un grande errore di ingenuità politica: anche sotto questo
aspetto bisogna avere già una propria autonomia, tramite l'autofinanziamento
che i militanti e i simpatizzanti fanno, per non trovarsi poi con le mani
legate. In poche parole se l'unica o la principale fonte del finanziamento di
un partito è quella che viene tramite le istituzioni borghesi è ovvio che poi
per poter sopravvivere bisogna restarci a tutti i costi e stare attenti a
seguire le masse che a loro volta seguono le sirene ideologiche prodotte dalla
classe dominante in un determinato momento. Esempio lampante è la visione su
Nassiriya; oppure al tempo in cui Cofferati appariva, agli occhi dei
lavoratori, come il grande difensore dei loro interessi, ci si sarebbe dovuti
ben guardare dal denunciarne l'opportunismo; posizione, allora impopolare, che
avrebbe fatto correre il rischio di non essere rieletti e addio partito.
Sarebbe questa l'avanguardia?
Il compagno Ferrando, con queste
condizioni non sarebbe andato molto lontano, in pochi anni avrebbe sacrificato
le ragioni di cui si è fatto portatore sull'altare della borghesia oppure
sarebbe stato eliminato politicamente (in fondo per l'emancipazione della
classe operaia non fa molta differenza), la sua fine è stata solo anticipata
dalla sua dabbenaggine. È stata proprio la mancanza di un partito
rivoluzionario ad impedire a lui e la sua area di essere conseguenti.
Ma lasciamo Ferrando ed i suoi
seguaci al loro destino, per noi non è cambiato nulla, solo un'esperienza da
cui trarre (se ce ne fosse stato bisogno) insegnamento e cioè che la strada per
l'emancipazione della classe operaia non prevede scorciatoie. La conferma,
inoltre, che nei mesi precedenti abbiamo agito bene e che è indispensabile
realizzare il compito che da anni ci siamo posti, cioè quello di costruire il
partito rivoluzionario, lavorando tra le masse per trovarvi l'avanguardia, e
radicarlo in esse: "se i partiti
affiliati all'IC sono dei veri partiti comunisti, che non ospitano nelle loro
file dei riformisti e degli opportunisti; se questa selezione è già avvenuta;
avremo la garanzia che il vecchio parlamentarismo ha cessato di esistere,
cedendo il posto a un vero parlamentarismo rivoluzionario come metodo sicuro di
abbattimento della borghesia, dell'intero apparato statale borghese, e del
sistema capitalistico". Costruire un
partito di quadri e radicarlo tra le masse quindi; un compito impegnativo ma
possibile che richiede volontà e passione rivoluzionarie.
sommario
Iran: questione nucleare? Questione di classe!
La crisi diplomatica e le contraddizioni dell'imperialismo
di Leonardo Spinedi
La cosiddetta "questione nucleare", ovvero l'annosa problematica
dell'utilizzo dell'energia nucleare da parte di alcuni paesi o ai fini della
produzione di armi di distruzione di massa o semplicemente dell'utilizzo
pacifico, è un argomento che è tornato sorprendentemente di moda negli ultimi
tempi, prestandosi agli utilizzi strumentali più disparati; il "caso Iran",
esploso nelle scorse settimane, costituisce un esempio lampante in questo
senso.
Utilizzata come pretesto dall'imperialismo nordamericano e dai suoi
lacchè progressisti e reazionari, come "elemento di forte preoccupazione" da
parte di quella sinistra che ha trovato nel pacifismo lo strumento migliore per
evitare di "sporcarsi le mani" nella lotta antimperialista salvo tenerle ben in
pasta nei governi borghesi europei, lo spauracchio della bomba atomica è
senz'altro un'ottimo strumento persuasivo utilizzabile nelle modalità più
disparate per calare il sipario sulla verità.
Il lavoratori nella tagliola
Una lettura corretta dei fatti deve innanzitutto poggiare su
un'analisi complessiva della situazione mediorientale in relazione alle
contraddizioni dell'imperialismo: la politica di guerra del governo Bush
rappresenta in realtà una risposta capitalista tra le più classiche alla crisi
economica che ha investito gli Usa nel 2000 dopo un decennale trend economico positivo, puntando sul
controllo politico-militare del Medio Oriente, delle sue potenzialità
geografico-strategiche e delle sue risorse economiche (petrolio, forza lavoro,
appalti per la ricostruzione, ecc).
E' una risposta neocoloniale già sperimentata nel corso
della storia, che si trova però a dover fare i conti con le borghesie nazionali
dei paesi dominati, non sempre propense a spartire i profitti con
l'imperialismo. Nella fattispecie le borghesie nazionali hanno puntato - finora
con un discreto successo - sul fondamentalismo religioso, cavalcando i
sentimenti di oppressione e di autodeterminazione dei popoli mediorientali per
riequilibrare e consolidare il proprio dominio, in contrapposizione o in un
ottica di collaborazione più equilibrata con l'imperialismo made in Usa; è ciò
che è successo in Iraq con la direzione islamica della resistenza, è ciò che è
successo in Palestina con Hamas ed è ciò che è successo in Iran con Ahmadinejad,
che appoggiato dalle classi dominanti iraniane è riuscito ad attirare su di se
un consenso di massa proprio in virtù della sua fraseologia anti-occidentale ed
anti-Usa, oltre che al suo sfrenato populismo .
In questo quadro si inseriscono la crisi diplomatica del
nucleare ed i suoi protagonisti: da una parte l'imperialismo statunitense, che
ha tutto l'interesse a proseguire nella conquista selvaggia del Medio Oriente
sulla pelle dei popoli arabi, dall'altra il fondamentalismo religioso del
governo, ovvero la risposta della borghesia clericale nazionale.
Per l'appunto, una micidiale tagliola per il proletariato
arabo ed iraniano.
Guerra all'Iran?
L'allarmismo circa la possibilità di un disastro nucleare in
Medio Oriente non appare immediatamente giustificato e, cosa più grave,
contribuisce a buttare fumo negli occhi occultando la realtà vera dei fatti: il
programma nucleare e di arricchimento dell'uranio in Iran, al di là delle
apparenze, non è la causa prima della
crisi diplomatica: questo programma era infatti già stato reso noto dal
precedente governo Kathami, come programma energetico e pacifico che non
puntava alla costruzione dell'atomica (le stesse indagini dell' Aiea hanno verificato la realtà di
questo dato, affermando che la capacità dell'Iran di produrre armi di sterminio
di massa dipende dalla sua capacità di portare avanti un programma segreto di
armamento). L'avvento al governo di Ahmadinejad è stata la scintilla che ha
fatto esplodere questa crisi, che dunque affonda le sue radici non nel problema della bomba nucleare
(sarebbe del resto molto facile elencare i paesi fedeli all'imperialismo Usa
che la possiedono) ma nei problemi di relazione tra il nuovo governo iraniano e
l'amministrazione Bush, che vede parzialmente minacciati dal nuovo governo gli
interessi economici del capitalismo americano in questo paese.
Di un possibile attacco militare statunitense contro l'Iran
si era cominciato a parlare già immediatamente dopo l'inizio della guerra in
Iraq; si tratta del resto un' ipotesi che ha suggestionato non solo parte dell'opinione
pubblica di sinistra, ma anche le opposizioni piccolo-borghesi al regime
iraniano. Questa tesi, che pur trova elementi di conferma parziale - come
l'inserimento dell'Iran nella lista degli stati canaglia e da ultimo la stessa
crisi diplomatica - non tiene tuttavia conto di alcuni fattori assai rilevanti
che vanno sottolineati: in primo luogo, è evidente che l'imperialismo americano
è interessato a garantire i suoi interessi in Iran (sfruttamento della forza
lavoro iraniana, delle risorse petrolifere di questo paese e della sua valenza
geopolitica) in maniera pacifica e concordata con il regime, una strada che del
resto è stata battuta con successo anche nel recente passato, fino alla
vittoria elettorale di Amadinejad; si tratterà dunque di verificare fino a che
punto il nuovo governo sarà interessato e capace di collaborare con gli Stati
Uniti, e fino a che punto sarà in grado di conciliare gli interessi economici e
politici imperialisti con quelli della borghesia locale (tenendo conto,
peraltro, che la creazione di un "capitalismo moderno" in Iran è uno dei primi
punti dell'agenda della stessa borghesia locale, che dunque vedrebbe con favore
una rinnovata cooperazione economica con gli Usa). Del resto la stessa
Condoleeza Rice ha escluso in più occasioni nell'arco degli ultimi mesi che
l'attacco militare all'Iran sia sull'agenda del governo americano, aggiungendo
che "sono ancora molti i canali diplomatici da esplorare per cercare di
risolvere la questione del programma nucleare".
In secondo luogo i rapporti di forza determinati dal
precipitare della situazione irachena, che si sta dimostrando un vero e proprio
pantano e sta diventando sempre più ingestibile sul piano militare, non sembrano
consentire un ulteriore sforzo bellico agli Usa, che necessitano di concentrare
tutte le loro energie nella prospettiva-ogni giorno più lontana- di portare a
compimento almeno una parziale normalizzazione del paese invaso.
Dunque, una chiave di lettura diversa anche di questo
"episodio" è necessaria: non si tratta di auspicare vie di uscita
"diplomatiche" da una crisi pericolosa per l'intera umanità, in nome della
"pace" e del rifiuto della guerra; si tratta di comprendere come le
contraddizioni tra le borghesie di paesi dominanti e dominati siano all'ordine
del giorno nel capitalismo nella fase imperialista, che produrrà guerra, morte
e distruzione finchè non sarà spazzato via dalla faccia della terra. Ancora una
volta, dunque,l'alternativa storica è tra socialismo e barbiarie. A partire dal
Medio Oriente.
Per una risposta
operaia e socialista; i nostri compiti
La situazione politica mediorientale va assumendo un carattere
sempre più esplosivo e drammatico da un punto di vista di classe: si fa sempre
più urgente la costruzione di un soggetto politico in grado di strappare
l'egemonia sulle masse arabe all'islamismo politico, e di convogliare la
domanda di autodeterminazione nazionale dei popoli iracheno e palestinese in
una lotta conseguentemente antimperialista ed anticapitalista sulla basa
dell'unità di classe dei lavoratori del Medio Oriente. Si tratta probabilmente
di uno dei più gravi ritardi nel lavoro, lungo e difficile, di raggruppamento
dell'avanguardia di classe a livello mondiale per la rifondazione
dell'Internazionale rivoluzionaria; un lavoro di cui la nostra nuova
organizzazione intende farsi carico da subito con impegno e determinazione,
consapevoli del fatto che rifondare la
IV internazionale non può essere un esercizio retorico
autocelebrativo (come di fatto è per alcune sette perniciose più o meno piccole
ed autocentrate), ma una necessità reale ed urgente che riguarda in questa fase
particolarmente le classi oppresse dei paesi arabi.
sommario
Le guerre del centrosinistra
La politica estera secondo l'Unione
di Alberto Madoglio
Una delle principali ragioni che hanno spinto il Partito
della Rifondazione Comunista a entrare a pieno titolo nell'alleanza di centrosinistra
che ha vinto le recenti elezioni, riguarda il presunto carattere pacifista che
questa alleanza avrebbe sviluppato negli ultimi mesi. Il tema dell'opposizione
alla guerra ha avuto in Europa e in Italia un ruolo eccezionalmente importante
a partire dalle manifestazioni contro la guerra all'Irak del 2003, alle quali
Rifondazione ha partecipato con grande investimento politico.
Era indispensabile quindi, per il Prc, far credere che,
sulla questione della guerra, l'Unione avesse rotto non solo con la politica
del governo precedente, ma con la stessa posizione assunta fino a quel momento
dal centro sinistra sulla politica estera. Leggendo però con attenzione le
oltre duecentocinquanta pagine del programma politico dell'Unione, firmato
solennemente dai partiti politici che la compongono, Rifondazione compresa, non
c'è un solo passaggio che possa far credere che questa svolta pacifista si sia
realmente attuata.
Nel paragrafo che riguarda la politica estera, si dice
esplicitamente che le operazioni di "polizia internazionale" (neologismo usato
per sostituire il termine "guerra", non politicamente corretto) sono possibili
con mandato dell'Onu per garantire la terzietà rispetto ai contendenti. Se a
questo si aggiunge la proposta di una modifica in senso democratico (!) delle
Nazioni Unite, ecco pronta la ricetta che garantirà la pace per le future
generazioni.
Al di là di queste fumose dichiarazioni, risulta evidente
che la politica internazionale dell'Unione non rompe con le scelte belliche del
passato: si tenta solamente di dare un'illusione pacifista ad una politica
volta a garantire gli interessi strategici dell'imperialismo italiano.
Tutto ciò non ci stupisce, ci saremmo semmai dovuti
sorprendere di una posizione opposta.
Un po' di storia dell'imperialismo italiano
Anche l'Italia ha partecipato in maniera più attiva alla
competizione tra le varie potenze imperialiste, che si è riaccesa dopo il
crollo del Muro di Berlino e la dissoluzione dell'Unione Sovietica, facendo
dimenticare ben presto il clima illusorio di concordia che aveva caratterizzato
l'epoca successiva alla fine della seconda guerra mondiale. Questa
competizione, come si è sempre verificato storicamente, è avvenuta su due piani
strettamente connessi e interdipendenti: il primo prevalentemente economico e
il secondo militare (o viceversa, tanto era ed è profondo il loro intreccio).
Nello stesso periodo in cui comincia l'epoca delle
privatizzazioni e dello smantellamento dello stato sociale in Italia, si
accentua simultaneamente la proiezione militare dell'imperialismo nazionale.
Insieme alla privatizzazione delle banche sotto controllo statale (1993), si ha
la partecipazione italiana alla aggressione militare della Somalia, avvenuta
per portare la pace in quel martoriato paese, e che al contrario ebbe il
risultato di farlo precipitare nel caos più totale, situazione dalla quale non
è ancora uscito oggi.
Nella seconda metà degli anni novanta, mentre il processo di
restaurazione del capitalismo nei paesi dell'est europeo offriva la possibilità
alle imprese e alle grandi istituzioni finanziarie private italiane (Fiat,
Telecom, Unicredit, Generali, per citare le più importanti) di trovare nuovi
sbocchi di mercato, allo stesso tempo si vedeva l'intervento massiccio
dell'esercito in quella strategica area geografica. La scusa era sempre la stessa:
riportare l'ordine dove questo non c'era. Iniziarono così le operazioni di "peacekeeping" nei Balcani. La guerra
alla ex Jugoslavia, che ha visto l'utilizzo massiccio di armi non
"convenzionali" (proiettili con uranio impoverito), ha permesso la creazione di
due veri e propri protettorati dell'imperialismo in Bosnia e Kosovo.
In Albania si è avuto l'esempio più evidente del ruolo
reazionario dell'imperialismo nostrano. Era il 1997 e, per porre fine a un
movimento rivoluzionario che rischiava di far cadere il nuovo ordine
capitalista che le potenze occidentali stavano tentando di costruire nella
zona, ("È la rivoluzione, non la mafia", titolava in quei giorni il Corriere della Sera, riferendosi alle
vicende albanesi) l'Italia inviò navi e truppe per sedare la rivolta. Fu il
governo di centrosinistra guidato da Prodi a prendere quella decisione, ma il
fatto veramente criminale fu che Rifondazione Comunista, dopo avere solo
formalmente protestato contro quella decisione, arrivò ad esprimere un voto di
astensione nella votazione parlamentare che deliberava il proseguimento della
missione.
Così, per tutti gli anni novanta fino ad oggi,
l'imperialismo italiano interviene militarmente ogni volta che se ne presenta
l'occasione, o in maniera simbolica (Timor Est), o in maniera più concreta
(Afghanistan).
L'aggressione all'Irak
Si arriva così ai giorni nostri e alla questione della
guerra in Irak. Il centrosinistra, sulla spinta delle mobilitazioni pacifiste e
tenuto conto che non avendo responsabilità di governo poteva garantirsi un
margine di manovra su un tema così delicato, per mesi è andato affermando che
sulla questione irachena era necessaria una svolta radicale (con differenze di
sfumature: una posizione formalmente più netta contro l'intervento da parte del
Prc, una lunga serie di "se" e di "ma" da parte delle forze borghesi del
centrosinistra, che si rendevano conto dell'interesse strategico che quel paese
ha per la borghesia italiana): oggi si vedono quali sono i veri intenti da
parte di un'alleanza che governerà il paese per i prossimi anni.
Si sostiene che in quella situazione è necessario, invece
del protagonismo egoista degli Usa, un intervento "multilaterale", che non
lasci cioè alle nazioni militarmente più deboli come l'Italia, solo le briciole
del saccheggio del paese; e che un eventuale ritiro dovrà essere diluito nel
tempo e comunque concordato col governo di Baghdad, un governo fantoccio,
frutto di elezioni farsa. Tutto ciò avviene proprio nelle settimane in cui
l'imperialismo lancia nel paese una nuova offensiva su vasta scala (più
precisamente nell'area di Samarra).
La capitolazione del Prc all'imperialismo e la prospettiva
dei comunisti
Come affermavamo all'inizio, non si tratta in realtà di una
svolta, ma di continuità con una politica che ha visto i vari governi di centrosinistra
sempre più convinti sostenitori, per tutti gli anni '90, della politica di
"potenza" dell'Italia, in una fase storica in cui, lo ripetiamo, la concorrenza
tra i vari paesi per trovare nuovi sbocchi alle merci e ai capitali, è sempre
più feroce.
Per queste ragioni, un esecutivo che, al di là della stantia
retorica sulla concordia e sull'unione nazionale, governerà nei prossimi anni
in nome e per conto della grande borghesia imperialista italiana, evidenzia il
suo carattere reazionario ed oppressivo specialmente in politica estera. Con la
decisione di sostenere il governo Prodi, Rifondazione Comunista rende palese
alle masse popolari nel paese e all'estero, il suo definitivo e irreversibile
tradimento di classe. Come accaduto altre volte in passato, questo tradimento
non si è verificato repentinamente, ma si è via via sviluppato nel tempo.
Ciò che prima era chiaro solo a ristrette avanguardie
politiche, ora lo è per milioni di persone. Per questo non è assolutamente esagerato
parlare di "4 agosto" di Rifondazione. Se il 4 agosto 1914 segnò la fine di
ogni illusione di riforma della socialdemocrazia tedesca e internazionale, oggi
finisce ogni illusione sulla natura progressista del partito di Bertinotti. Oggi
come allora è indispensabile che si venga a creare un'opposizione di classe a
queste politiche guerrafondaie.
A chi in maniera meschina afferma che la pace (imperialista)
deve passare per il massacro e lo sfruttamento dei deboli e degli oppressi, i
comunisti devono ribattere che il vero progresso dell'umanità passa per la
completa e definitiva sconfitta della borghesia e del capitalismo.
È per questa prospettiva che abbiamo deciso di rompere con
il partito di Bertinotti. Sappiamo che la strada sarà lunga e tortuosa, ma
siamo assolutamente consapevoli delle nostre ragioni e del sostegno che
troveremo tra i lavoratori, i giovani e i disoccupati nel paese.
sommario
La forza incendiaria delle caricature di Maometto
La necessità di
un'altra direzione, marxista rivoluzionaria
di Antonino Marceca
La pubblicazione il 30 settembre 2005 sul Jyllands
Posten, giornale della destra danese, delle dodici caricature di
Maometto, raffigurato con un turbante di bombe o un coltello in mano, ha
innescato un processo di indignazione, prima tra gli immigrati di religione
musulmana in Danimarca e poi, alcuni mesi dopo, nei paesi arabi e nei paesi a
maggioranza musulmana (dal Nord Africa all'Indonesia).
Non c'è dubbio che la pubblicazione di queste vignette sul Jyllands
Posten, così come la provocatoria maglietta del ministro Calderoli,
hanno un'evidente natura razzista. Queste provocazioni provenienti da paesi
presenti in armi sul territorio iracheno, a difesa dei propri interessi
imperialistici, non potevano non innescare una ribellione tra le masse arabe e
islamiche.
Il contesto regionale
Questa ribellione si inserisce in un contesto caratterizzato
dagli effetti della crisi capitalistica mondiale che ha portato disoccupazione,
povertà e miseria: una regione in cui l'imperialismo, sempre più impantanato in
Irak, accentua la sua morsa sull'Iran, paese fortemente determinato a portare
avanti la sua politica nucleare, e sui quei paesi ad esso direttamente o
indirettamente legati come la
Siria, la
Palestina, dopo la vittoria elettorale di Hamas, il Libano
con le determinanti milizie di Hezbollah.
Il combinato disposto di crisi economica ed intervento
imperialistico vede gli epigoni del nazionalismo arabo al potere nel Nord
Africa e in Medio Oriente - espressione di una burocrazia corrotta e di una
borghesia asservita all'imperialismo - mantenere il potere attraverso un feroce
controllo militare e poliziesco. Infatti le attuali direzioni cosiddette
"islamico moderate" al potere nei vari paesi, al di là del regime
istituzionale, monarchie o repubbliche presidenziali, si reggono sempre più
grazie al sostegno dell'imperialismo da un lato e sugli apparati repressivi
dello Stato dall'altro.
La sinistra stalinista di questi paesi (Irak, Siria, Libano,
Palestina, Egitto, Algeria, ecc), essendosi in larga parte legata strettamente
e in modo subalterno a questi regimi nella fase ascendente del nazionalismo
laico, a partire dagli anni settanta, è stata trascinata nella sua crisi. Dopo
la restaurazione capitalistica nell'Urss, come in tutto il mondo, molti dei
partiti stalinisti arabi hanno raggiunto la socialdemocrazia, ma per questa
strada non sono riusciti a sollevarsi dal loro declino.
L'islamismo politico, corrente politica reazionaria
espressione della piccola e media borghesia, del clero e dei proprietari
terrieri, le cui origini risalgono al 1928 quando sotto la direzione di Hassan
al-Banna venne fondata in Egitto l'organizzazione dei Fratelli musulmani, dopo
essersi diffuso in tutti i paesi a maggioranza musulmana, attraverso un lungo
percorso di opposizione ai regimi nazionalisti laici al potere, ha acquisito
una forza considerevole.
L'egemonia delle sezioni nazionali dei Fratelli musulmani è
stata favorita, oltre che dall'assenza di un'opposizione di classe, dagli
ingenti finanziamenti ricevuti dalle monarchie reazionarie dei paesi del Golfo
e dalle confraternite. Infatti, grazie all'ingente denaro affluito nelle loro
casse, hanno costruito uno stato sociale islamico (ospedali, scuole,
assistenza) che è andato a sostituire il decrescente intervento dei governi.
E i risultati si sono visti: in Egitto, dove alle ultime
elezioni i Fratelli Musulmani hanno ottenuto il 20 % dei seggi in Parlamento,
un risultato inferiore al loro reale peso nella società; in Palestina, dove
Hamas ha vinto le elezioni; in Giordania. Nel contempo, in tutti i paesi arabi
la sinistra socialdemocratica e stalinista è ormai ridotta ad un livello
residuale, mentre manca un polo di aggregazione marxista rivoluzionario, anche
se segnali positivi in questo senso sono presenti in Egitto e in Algeria.
La Libia
di Gheddafi
Approfittando dell'indignazione popolare per le caricature
di Maometto, i regimi al potere - prima il regime nazionalista laico siriano di
Bashar el-Assad, poi il regime libico del colonnello Gheddafi - hanno tentato
di cavalcare la rabbia popolare incanalandola per via istituzionale, per
rafforzarsi.
Inizialmente Gheddafi aveva autorizzato la protesta in
risposta al provocatorio atteggiamento del ministro Calderoli, nell'evidente
tentativo di strumentalizzare l'avversione del popolo libico nei confronti di
un paese, l'Italia, che si è resa responsabile di una delle più cruente,
barbare e brutali repressioni durante la trentennale occupazione coloniale in
terra libica, dal 1911 al 1943.
Il mausoleo di Omar Mukhtar, eroe della resistenza libica,
si trova nella stessa via del consolato italiano di Bengasi assaltato durante
la rivolta. La regione della Cirenaica - che vanta una storica opposizione sia
nei confronti del governo monarchico senussita che contro il governo
nazionalista di Gheddafi - è stata il centro della resistenza anticoloniale,
resistenza piegata dopo l'assassinio di Omar Mukhtar, il 16 settembre 1931. Tra
i caduti nella repressione poliziesca ci sono anche egiziani e palestinesi che
assieme ad altri compongono il proletariato libico.
Non c'è dubbio che i Fratelli Musulmani, particolarmente
radicati nella zona di Bengasi, si siano inseriti nella protesta egemonizzandola
e spostandola contro il regime. La stessa operazione non è riuscita a Tripoli e
in altre località in cui la protesta si è svolta secondo le modalità stabilite
dal regime.
Proprio in quei giorni, 18 e 19 febbraio, a Palermo era in
corso il Forum economico del Mediterraneo organizzato dalla Confindustria con
la partecipazione di oltre 250 imprenditori provenienti dal Nord Africa e dal
Medio Oriente. E, tempestivamente, Montezemolo ha lanciato un appello
all'Unione Europea per favorire l'integrazione dell'area e salvaguardare gli
interessi di Eni, Telecom e Finmeccanica in terra libica. Di qui le inevitabili
dimissioni del ministro leghista Roberto Calderoli dal governo Berlusconi.
Gheddafi, cosciente di questi interessi dell'Europa e dell'Italia in Libia e
del ruolo a quest'ultima affidato nel controllo dei flussi migratori,
utilizzerà i fatti di Bengasi per rilanciare le rivendicazioni libiche relative
alle riparazioni coloniali, sempre promesse dai governi italiani ma mai
realizzate, per riverniciare un'immagine nazionalista sbiadita.
Quale prospettiva
Le masse arabe cercano un risposta politica alla crisi che
attanaglia i loro paesi ed oggi apparentemente lo trovano nell'islamismo
politico, mentre le sinistre staliniste e socialdemocratiche non solo non danno
nessuna risposta all'altezza della situazione, ma non traggono neppure le
conseguenti riflessioni dai gravi errori che hanno attraversato la loro storia.
Dopo aver sostenuto ed essersi integrati in modo subalterno
nei fronti nazionali con la borghesia nazionalista laica, adesso sembra
arrivato il turno di continuare la stessa fallimentare politica con la
borghesia islamista. Questa politica è stata portata avanti dalle
organizzazioni staliniste, con effetti drammatici, nel corso della rivoluzione
islamica in Iran, quindi nella resistenza in Irak; e stava per realizzarsi in
Palestina.
Infatti, il 20 febbraio scorso, Qais al-Ghoul, dirigente del
Fronte Popolare per la
Liberazione della Palestina (Fplp), dichiarava la
disponibilità della sua organizzazione a partecipare al governo palestinese con
Hamas, sotto la guida dell'islamista Ismail Haniyeh. Rileviamo favorevolmente
che, invece, l'organizzazione della sinistra palestinese non è entrata nel
governo a guida Hamas costituito il 19 marzo. Tale rinuncia è stata motivata da
parte di Jamis al-Majdalawi, uno dei dirigenti del Fplp, in quanto Hamas non ha
voluto inserire nel programma di governo il riconoscimento dell'Organizzazione
per la Liberazione
della Palestina (Olp) quale "rappresentante più alto del popolo palestinese".
Pertanto, la motivazione ufficiale adottata non riguarda la natura borghese di
Hamas ma il ruolo dell'Olp, un fronte interclassista da sempre egemonizzato da
Al Fatah. In ogni caso, la collaborazione del Fplp con Hamas permane a livello
comunale sia a Ramallah che a Betlemme.
Le stesse modalità del banditesco sequestro subito il 14
marzo da Ahmed Saadat, segretario del Fplp, ad opera dell'esercito israeliano
con la collaborazione dell'imperialismo inglese e statunitense, evidenziano la
natura coloniale dell'Anp. La partecipazione al governo dell'Anp da parte del
Fplp non ne avrebbe cambiato la natura. Inoltre, su questa via non si
costruisce un polo di classe indipendente dai due schieramenti della borghesia
nazionale araba: in questo modo si subordinano i lavoratori arabi alla
borghesia laica o islamista.
La borghesia araba ed i suoi partiti hanno fallito nella
lotta per l'indipendenza nazionale e per l'unità araba. Alla fine - e non
poteva essere altrimenti - si è integrata all'imperialismo. Anche gli islamisti
hanno seguito e seguiranno lo stesso percorso.
Solo un'altra direzione, marxista rivoluzionaria, della
classe operaia nei paesi del Nord Africa e del Medio Oriente può portare a
termine le rivendicazioni democratiche delle masse arabe, curde, persiane.
Si tratta di avanzare nel corso stesso della resistenza
all'imperialismo e al colonialismo, che noi comunque sosteniamo, un'altra
prospettiva corrispondente agli interessi degli operai e dei contadini poveri:
un governo operaio e contadino.
Solo in una prospettiva di rivoluzione permanente, che
coinvolga sotto la direzione della classe operaia le masse popolari e contadine
dell'insieme dei paesi della regione, è possibile sconfiggere l'imperialismo e
aprire la strada alla Federazione Socialista del Medio Oriente.
In questa prospettiva potrà avere soluzione - come entità
statale unica, laica e socialista - la questione palestinese e con essa i
diritti democratici delle popolazioni di origine ebraica.
I comunisti rivoluzionari d'Italia che proprio in questi
giorni stanno, con coraggio e determinazione, rifondando il loro partito
indipendente, a partire dalla lotta intrapresa da Progetto Comunista -
Rifondare l'Opposizione dei Lavoratori, sono coscienti che solo nel quadro di
una Quarta Internazionale rifondata potrà costituirsi quella direzione che fino
ad oggi è mancata alle masse oppresse di tutto il mondo.
sommario