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25 novembre La lotta delle donne contro capitalismo e maschilismo PDF Stampa E-mail
martedž 24 novembre 2015
25 novembre
La lotta delle donne
contro capitalismo e maschilismo

Testo delle donne del Pdac.
E report sul II Incontro delle donne della Lit-Quarta Internazionale
 
  
 

Commissione Lavoro Donne - Pdac
In Italia ogni due giorni muore una donna ed una su tre è stata oggetto di violenza, fisica o psicologica, almeno una volta nel corso della vita. I dati Istat, recentemente pubblicati, non riescono tuttavia a quantificare le tracce e le conseguenze di questa violenza, che non si possono cancellare per il resto della vita. Confermano invece un aumento della violenza contro le donne, a dispetto di qualsivoglia legge per la sicurezza, secondo una tendenza mondiale già registrata dall’Onu. L’India ne è senza dubbio l’esempio più eclatante: ogni 20 minuti una donna viene violentata; soltanto una su 50 ha denunciato il fatto alla polizia, che d’altra parte nella maggior parte dei casi accusa la vittima o tende a considerare meno gravi aggressioni o umiliazioni inferte alle vittime in pubblico (ustioni con l’acido o denudazioni). In Argentina una donna viene uccisa ogni 32 ore. In Brasile si sono registrati più di 50.000 casi di stupro ed ogni giorno sono circa 15 le vittime di violenza domestica. In molti Paesi è addirittura impossibile quantificare i dati sulla violenza alle donne.
Il 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza sulle donne, è una data istituita per richiamare l'attenzione su questo problema (definito ormai come una vera e propria pandemia globale), dato che la situazione appare da tempo fuori controllo. Le istituzioni mondiali e i governi si sprecano in discorsi sull’uguaglianza e sulla parità, però non attuano nessuna azione concreta per ottenerle realmente. Infatti, tolte le dichiarazioni nelle quali formalmente si condanna la violenza, ci si scontra poi con gli atti dei governanti di tutto il mondo, atti che contribuiscono a fomentare questa violenza e che in qualche modo la giustificano. Il capitalismo si nutre infatti di questa disuguaglianza tra uomini e donne e la utilizza per trarne il maggior profitto. 
I piani economici di austerità, applicati da tutti i governi nei diversi continenti, che prevedono misure quali la flessibilizzazione e la precarizzazione dei contratti di lavoro; la riduzione drastica dei finanziamenti per la salute, la scuola, i trasporti, i programmi sociali; la privatizzazione e l’inevitabile peggioramento di tutti i servizi pubblici, toccano maggiormente le donne della classe lavoratrice. Sono infatti le donne a pagare un doppio prezzo per queste misure, da un lato perché maggiormente impiegate nei settori toccati dalle riforme (in Italia l’80% circa del personale impiegato nei servizi è femminile), dall’altro perché, spinte ai margini o fuori dal mercato del lavoro, sopperiscono nell’accudimento e nella cura di bambini, anziani e ammalati alle mancanze di uno Stato che non trova che belle parole per eguagliarle agli uomini. Il loro inserimento nel mercato lavorativo (le donne sono la metà della classe lavoratrice e della popolazione attiva a livello mondiale) è sempre all’insegna della disuguaglianza economica con gli uomini. A livello retributivo ricevono in media dal 20 al 24% in meno degli uomini e sono maggiormente impiegate in lavori esternalizzati, precari o in nero. In questo modo anche le loro aspettative di vita diminuiscono sia per quanto riguarda un minore introito pensionistico sia per il livello qualitativo della loro esistenza: nel mondo il 70% dei poveri sono donne.
Le conseguenze di questo sistema diseguale e ingiusto, non sono solo economiche per le donne. Molti diritti, conquistati in anni di dure lotte sono messi in discussione in molti Paesi (diritto all’aborto), in altri non sono riconosciuti (diritto all’istruzione). La mercificazione del corpo delle donne che le relega nel ruolo di oggetto sessuale, le rende in questa società degenerata moralmente, una merce da vendere e da comprare. 
Istituire un giorno per richiamare l'attenzione sulla crescente violenza contro le donne è importante. Ma non basta. Occorre lottare per dire basta alla violenza e al peggioramento delle condizioni di vita delle donne, che stanno reagendo a questi attacchi tesi a limitarne la libertà. Sono l’avanguardia della classe lavoratrice che si solleva in molti Paesi contro i regimi (Egitto, Tunisia, Siria), contro l’attacco dei diritti in Europa (Spagna), contro gli stupri (India), contro le manovre economiche (Brasile). Sono ancora le donne che spesso hanno promosso scioperi e mobilitazioni in varie parti del mondo: in Italia la nostra solidarietà va alle lavoratrici della cooperativa Mr. Job che hanno bloccato l’interporto di Bologna, alle lavoratrici di Melfi, alle tante lavoratrici stagionali, alle insegnanti, a tutte le donne in lotta per i loro diritti negati.
Il Pdac e la Lega Internazionale dei Lavoratori – Quarta Internazionale promuovono, appoggiano e si collocano alla testa di questa lotta contro ogni forma di violenza contro la donna. E’ necessario trasformare questa giornata in un momento di lotta contro le cause concrete della violenza, ma, soprattutto, contro il sistema capitalista che promuove guerre, genocidi e sfruttamento eccessivo contro i popoli, rendendo il mondo sempre più pericoloso per le donne, specialmente per le più povere, le nere, le immigrate e le lavoratrici di tutti i Paesi; si dovrebbe trasformarla in un giorno di lotta contro i governi che ingannano le donne con le loro politiche di empowerment e di welfare, lasciando credere loro che questa è la via per risolvere il problema dell’oppressione e della violenza, mentre scaricano sopra alle spalle dei lavoratori e dei poveri, i loro violenti piani di miseria e sfruttamento.
Le rivendicazioni volte a migliorare le condizioni di vita e di lavoro delle donne devono essere riprese da tutta la classe lavoratrice. È attraverso l'unità della classe lavoratrice sulla base di una comune posizione di classe indipendente da genere, razza od orientamento sessuale, e con la lotta per le mete comuni del socialismo che si abbatte il pregiudizio. Gli uomini lavoratori che praticano atti di maschilismo finiscono, più o meno consapevolmente, per difendere i padroni. Quando un lavoratore smette di praticare atti maschilisti e partecipa alle rivendicazioni delle donne proletarie contro l’oppressione, indebolisce l’obiettivo dei padroni di dividere la classe proletaria per continuare a sfruttarla. Ad ogni diritto che viene strappato alle donne, viene commesso un sopruso in più ai danni dei diritti di tutti i lavoratori. Per questo le rivendicazioni volte a migliorare le condizioni di vita e di lavoro delle donne devono essere riprese da tutta la classe lavoratrice. La lotta per il socialismo si basa sul potere dei lavoratori – non maschi o femmine, ma tutti i lavoratori. In questa lotta ogni lavoratore ha un ruolo fondamentale e una vittoria dei lavoratori di sesso maschile sarà impossibile senza una eguale lotta da parte delle lavoratrici. La rivoluzione per un mondo socialista non sarà possibile se una parte del proletariato ne è escluso: è indispensabile dunque che l’intero proletariato appoggi la lotta contro l’oppressione maschilista. Il sistema economico socialista rende impossibili le basi materiali per l'oppressione di genere, e la lotta per instaurarlo abbatterà i pregiudizi sessisti dimostrando nella prassi l'uguaglianza tra uomini e donne.
Il Partito di Alternativa Comunista, sezione italiana della Lega internazionale dei lavoratori, fa appello a tutti, lavoratrici e lavoratori, ad organizzarsi, a scendere in campo nella lotta non solo per dire no alla violenza sulle donne, ma per rivendicare un pieno impiego contro ogni flessibilità e precarizzazione, salari uguali per uguali mansioni, controllo delle lavoratrici sui tempi e sugli orari di lavoro, nonché sul "rischio zero" negli ambienti di lavoro, un'istruzione di massa e pubblica senza discriminazioni di classe e secondo le vere inclinazioni di ognuna; per il mantenimento e il potenziamento dei servizi pubblici a supporto delle donne, come asili nido, lavanderie e mense sociali di quartiere, centri per anziani e disabili, consultori e ambulatori pubblici diffusi nel territorio, per sottrarle al doppio lavoro forzato di cura e liberare il tempo per le attività politiche, sindacali, culturali.
 

L'oppressione delle donne nel capitalismo
Report del II Incontro internazionale
delle donne della Lit-Quarta Internazionale
laura e fabiana 
 
di Fabiana Stefanoni
 
Dal 30 ottobre al 2 novembre si è svolto a Madrid il secondo seminario internazionale delle donne della Lega Internazionale dei Lavoratori-Quarta Internazionale (Lit), con la partecipazione di circa cinquanta delegate e delegati delle principali sezioni europee: Spagna, Italia, Portogallo e Belgio. Presenti anche due compagne dal Sudamerica, precisamente dal Brasile e dalla Colombia, in rappresentanza, rispettivamente, del Pstu del Brasile e della Segreteria internazionale delle donne della Lit.
La quattro giorni, che ha visto alternarsi momenti di studio e riflessione in piccoli gruppi con momenti di discussione comune in plenaria, ha riprodotto - su scala europea e con tempi e tematiche ridotti (4 giorni anziché 10) - un seminario analogo svoltosi in Brasile nel dicembre del 2014, cui avevano preso parte delegazioni di quasi tutte le sezioni della Lit nel mondo. A Madrid ha partecipato dall'Italia una delegazione di compagne e compagni del Pdac.
 
Studiare la teoria per intervenire nelle lotte
Il seminario si è aperto con un ricordo, commosso, di Cecilia Toledo, militante del Pstu brasiliano (morta di recente dopo una grave malattia) che ha rappresentato un punto di riferimento imprescindibile per le donne della Lit. Autrice di un libro importante, Il genere ci unisce, la classe ci divide (parzialmente tradotto anche in Italia: è possibile leggerne alcuni estratti sul sito www.alternativacomunista.org), Cecilia ha dedicato tutta la sua vita, fino alla fine, alla lotta per i diritti delle donne della classe lavoratrice. E' stato proiettato un video che ha ricordato le tappe più importanti della sua militanza rivoluzionaria, seguito da un lungo applauso di tutte e tutti i presenti.
All'inizio dei lavori è stata anche ricordata la tragedia delle donne immigrate, esplosa in questi mesi con il dramma dei rifugiati. Si tratta di donne che stanno affrontando una dura lotta contro una tripla oppressione: sfruttamento, maschilismo e razzismo. Abbiamo voluto dedicare questo nostro seminario anche a loro.
I temi affrontati durante i quattro giorni di studio, basati sullo studio e la discussione di testi della tradizione marxista ma anche sulla lettura critica di testi del femminismo borghese, sono stati articolati in tre blocchi: il ruolo delle rivendicazioni delle donne in relazione al programma della rivoluzione permanente; il rapporto tra sfruttamento di classe e oppressione di genere (con la relativa discussione su lavoro produttivo e improduttivo); le differenze tra l'impostazione marxista e quella del femminismo interclassista (con la critica di concetti quali quello di "patriarcato" - inteso come struttura indipendente dal contesto capitalistico - fino alla recente teoria Queer).
 
La lotta contro il maschilismo e la critica del femminismo borghese
Lo studio e la discussione hanno, fin da subito, messo in evidenza la differenza tra la situazione della lotta di classe nei vari Paesi europei. Mentre in Italia ci troviamo ad affrontare, senza per ora una risposta di lotta e di massa da parte delle donne, la diffusione massiccia di teorie reazionarie e maschiliste - come quelle che hanno trovato espressione, la scorsa estate, nella manifestazione promossa dai settori più reazionari della Chiesa cattolica (il "Family day") - in altri Paesi, come la Spagna, il clima della lotta di classe è decisamente diverso.
Il 7 novembre, a Madrid, si è svolta una grande manifestazione di donne contro la violenza maschilista, che ha visto la partecipazione di centinaia di collettivi femministi. Da qui l'esigenza, fortemente sentita in particolare dalle compagne spagnole, di criticare l'utilizzo di concetti quali quello di "patriarcato", scandito e ripetuto negli slogan di queste manifestazioni. Un concetto che viene là utilizzato da numerose correnti femministe - che si pongono in continuità con le teorizzazioni degli anni Sessanta e Settanta (la cosiddetta seconda ondata femminista) - per giustificare l'esistenza di un sistema di oppressione della donna indipendente e autonomo dal sistema capitalistico. Si arriva così a giustificare sia il separatismo delle donne rispetto agli uomini della loro classe, sia l'unità tra le donne di classi diverse (proletarie e borghesi) nella lotta contro il maschilismo. Per questo, è emersa con forza, durante le giornate di Madrid, l'esigenza di ribadire alcuni concetti cardine del marxismo su queste tematiche: la necessità di organizzare le donne della classe lavoratrice contro l'oppressione di classe e di genere nell'indipendenza di classe dalla borghesia; la necessità dell'unità di classe tra proletari, donne e uomini, per abbattere il sistema capitalistico e l'oppressione di genere che lo caratterizza.
Si tratta, in entrambi i casi, di obiettivi che rimandano all'urgenza di rafforzare, anche all'interno delle organizzazioni del movimento operaio e della classe (sindacati e partiti), la lotta contro il maschilismo che, come il razzismo, divide la classe lavoratrice, a tutto vantaggio dei capitalisti.
Possiamo concludere citando le parole finali del resoconto del seminario scritto da Corriente Roja (Corrente Rossa, la sezione spagnola della Lit): il seminario si è chiuso con l'esigenza di "continuare ad approfondire lo studio e il dibattito di un tema così cruciale per noi, dato che l'oppressione maschilista e il superfruttamento che ne deriva riguardano la metà della classe lavoratrice".

 
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