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Progetto Comunista n° 1
(febbraio 2006)
Sommario con articoli leggibili
Nessun sostegno, politico o elettorale, al governo dell'Unione (e dei
banchieri)
editoriale di Francesco Ricci
Associazione Progetto Comunista: i motivi della divisione in due
frazioni, la nascita e la prospettiva di
PROGETTO COMUNISTA - RIFONDARE L'OPPOSIZIONE DEI
LAVORATORI
Lotte Movimenti
Sindacato
Dopo un anno di dure lotte, un accordo bidone
di Francesco Doro
Un primo parziale bilancio
di Antonino Marceca
LE RAGIONI NO-TAV
Grandi opere, ovvero socializzazione della
crisi
di Roberto Angiuoni
L'unione delle lotte per l'alternativa di
sistema
di Ingmar Potenza
Ripartiamo dalle mobilitazioni contro la revisione del diritto
d'aborto
di Pia Gigli
Quando la precarietà diviene un fulcro del ciclo
produttivo
di Marco Sandrin
Lotte e mobilitazioni in Italia
(rubrica a cura di Michele
Rizzi)
Il problema della casa in Italia
di Davide Margiotta
di Enrico Pellegrini
Cronache
locali
Breve viaggio nel sistema di potere della regione
Campania
di Pasquale Cordua
Le condizioni di vita e di lavoro nella metropoli
contesa
di Luca Prini
di Pasquale Gorgoglione
Teoria e
prassi
Ex Libris
(rubrica di recensioni librarie a cura di Fabiana
Stefanoni)
Classici del marxismo
(rubrica a
cura di Ruggero Mantovani)
MARX E LA COSTRUZIONE DEL
PARTITO
Giovani e
rivoluzionari
di Francesco Fioravanti
DOVE VANNO I GIOVANI
COMUNISTI?
Ancora un rinvio per la Conferenza nazionale
di Giuseppe Guarnaccia
Breve viaggio tra le norme di un sopruso chiamato
"democrazia"
di Giovanni Ivan Alberotanza
Economia
Verso un nuovo governo di banche e
Confindustria
di Enrica Franco
Economia e politica
(rubrica a cura di Alberto
Airoldi)
Internazionale
La vittoria di Hamas espressione dell'esasperazione per l'occupazione
imperialista
di Leonardo Spinedi
Cose dell'altro mondo
(rubrica a cura di Valerio
Torre)
La vittoria di Morales apre una fase nuova
di Valerio Torre
La strategia statunitense per il dopo elezioni: un governo di unità
nazionale
di Fabiana Stefanoni
Nessun sostegno, politico o
elettorale, al governo dell'Unione
(e dei banchieri)
RIFONDIAMO L'OPPOSIZIONE DI
CLASSE
di Francesco Ricci
Ministri e maggiordomi
Mister Algernon, una dei
più buffi personaggi di Oscar Wilde (1), dopo aver strimpellato al pianoforte
chiama il maggiordomo che sta nella stanza accanto e gli chiede: "Hai
sentito quello che suonavo, Lane?". E il cameriere: "Non mi è parso
corretto ascoltare, Sir."
Questo scambio di battute
di una pièce teatrale ci è tornato in mente sentendo Walter De Cesaris
al Comitato Politico di Rifondazione assicurarci che il programma di governo
dell'Unione (De Cesaris coordinava la rappresentanza del Prc ai "tavoli
programmatici") è in definitiva apprezzabile. Anche De Cesaris (e
Bertinotti) come il maggiordomo di Wilde finge, per educazione, di non
ascoltare la musica che sta suonando nella stanza a fianco Romano Prodi al
pianoforte. Per mesi ci hanno assicurato che il confronto a questi
fantasmagorici "tavoli programmatici" stava procedendo bene. Ancora
all'ultimo Cpn (novembre) Bertinotti faceva misteriose allusioni a "punti
di qualità" strappati dall'astuzia dei mediatori del Prc, pregandoci di
capire che su alcune questioni era meglio non esibire troppo i risultati, per
non guastare una trattativa ancora in corso. Poi è successo che l'inchiostro di
quel benedetto programma è stato infine rovesciato sulle 274 pagine di una
bozza, e tutti abbiamo potuto leggere, e tutti abbiamo potuto ascoltare la
musica che si suonava nel salotto dei padroni.
Altro che ricordare -come
ha fatto Bertinotti- che il programma di governo "è pur sempre il frutto
di un compromesso tra forze diverse" (2), il concedere qualcosa per
ottenere qualche cosa d'altro. Qui non siamo alla contrattazione in una fiera
di paese, ma alla "trattativa" con il grande capitale. E le regole
sono diverse: chi ottiene qualcosa è uno solo. Non tanto perché non si è
seguita una buona procedura negoziale (come sostiene l'area di Essere
Comunisti), non perché si è anteposto l'accordo alla trattativa (come dice
Claudio Grassi) ma per il semplice motivo che nel confronto tra i programmi di
due classi contrapposte non si dà luogo a una "sintesi superiore" ma
solo al prevalere degli interessi di una classe sull'altra. Di qui il programma
di politica estera di piena fedeltà "atlantica": proseguimento di
tutte le missioni imperialiste; "ritiro" dall'Irak concordato con il
governo fantoccio degli Usa e solo per aprire una "fase due", di rilancio
delle imprese italiane in un giro di affari e "joint-venture" già
avviato da Martino nella recente visita in Irak con codazzo di imprenditori e
manager (da Finmeccanica all'Eni, 3). Di qui la politica di sacrifici, con
Visco che già annuncia la necessità di una manovra aggiuntiva dopo le elezioni,
per "rispettare i parametri europei". Di qui, ancora, le
rassicurazioni alla Chiesa cattolica (prontamente confermate da Bertinotti in
una girandola di interviste) sul mantenimento degli impegni politico-economici
previsti dal Concordato. Di qui l'annuncio privo di ambiguità, in quelle 274
pagine, di nuove privatizzazioni dei servizi pubblici locali (per l'acqua si
prevede un mantenimento pubblico... della sola gestione; e solo
"inizialmente"). Tutto ciò, secondo De Cesaris, consente di parlare
di un risultato "moderatamente positivo" che andrà
"ovviamente" preservato mantenendo, anche una volta al governo,
"il baricentro fuori dal governo". Più o meno come quel tale che
diceva: se mai mi sposerò, cercherò di dimenticare la cosa.
In guanti bianchi
Certo, con una ulteriore
sistemazione agli aggettivi e ai segni di interpunzione, si può fare anche
meglio. In fondo l'idea che la lotta di classe possa essere sostituita da una
lotta sintattica non è nuovissima. Essa trova però, va riconosciuto, in Paolo
Ferrero un interprete d'eccezione. Ferrero, che molto tempo fa (davvero molto)
fu dirigente della sinistra interna al Prc (posizione scomoda che, come altri,
abbandonò per traslocare al terzo piano di viale del Policlinico, dove le
scrivanie sono più ampie) conserva di quella lontana esperienza l'abitudine di
parlare in modo popolare, come un autentico rappresentante dei lavoratori. Per
questo ci ha spiegato (4) che, certo, "le divisioni con l'Ulivo sono strategiche",
lui non è uno che si fa illusioni. E dunque? Classe contro classe? Per carità,
piuttosto "bisogna modificare i rapporti di forza e nel contempo costruire
i canali attraverso cui il confronto sociale possa incidere nella sfera della
politica." Questo sì che è parlare chiaro! Mentre Ferrero "costruisce
i canali" (che, si suppone, saranno fortificati dalla presenza di un paio
di ministri e un gruppetto di sottosegretari di Rifondazione nel governo che in
aprile sostituirà, verosimilmente, Berlusconi), la grande borghesia investe
(nel senso finanziario del termine) su quel governo, lavorando a ben più
concreti "canali" da cui passano le concentrazioni bancarie e flussi
di milioni di euro, mentre ai metalmeccanici si concede una mancia di qualche decina
di euro.
Quale sarà il ruolo di
Rifondazione, di Bertinotti e Ferrero dopo l'insediamento del secondo governo
Prodi? Quello di paracarri (della carreggiata di sinistra), di "agenti
della borghesia" nel movimento operaio, secondo una vecchia ma non sorpassata
definizione. Il compito di Rifondazione sarà cioè quello di convogliare ogni
lotta parziale non verso una sua crescita rivoluzionaria ma verso un tavolo
delle trattative. E' quanto il Prc sta già facendo con la lotta contro la Tav;
è quanto fa nel momento in cui celebra come una "vittoria" l'accordo
dei meccanici (5) (che viceversa è l'ennesimo bidone, come spieghiamo nelle
pagine interne di questo numero).
Per tornare a Oscar Wilde,
il maggiordomo Lane, dopo aver cortesemente ignorato le stonature del suo padrone,
si rimette i guanti bianchi per finire di preparare sul vassoio d'argento i
tramezzini al cetriolo per Lady Bracknell. I futuri ministri di Rifondazione
avranno gli stessi compiti. Anche senza guanti bianchi.
La critica delle aree
critiche in un punto critico
Dopo una lunga fase di
critica alla linea bertinottiana, anche per l'Ernesto ed Erre viene il momento
di chiarire quale è -se c'è- la proposta nella situazione reale. Come
dicevamo già in occasione del VI Congresso del Prc, la fase della critica alla
mancata "reale trattativa programmatica" (l'Ernesto) o la critica al
"distacco dai movimenti" (Erre) si sarebbe prima o poi dovuta
confrontare con la questione del governo. A poche settimane dalle elezioni,
infatti, appare poco convincente insistere su presunti errori: il non aver
piantato i paletti nel programma dei banchieri (proposta di Grassi e Burgio) o
l'aver poco insistito con il condizionamento sull'Unione dei movimenti (Cannavò
e Malabarba, fedeli in modo quasi cabalistico al bertinottismo della stagione
precedente). Avendo tutte le sinistre critiche scartato l'idea dell'opposizione
pregiudiziale (di classe) al prossimo governo liberale, il tiro si concentra
sulla questione dell'appoggio interno o esterno. La Seconda mozione suggerisce
una partecipazione alla maggioranza parlamentare, senza ministri (6). Erre
rilancia con la proposta di un accordo "solo" politico-elettorale con
l'Unione. Che poi tradotto, pare voler dire ancora un sostegno esterno, senza
ministri, da concordare di volta in volta, misura per misura (attenzione, il
marchio di questa idea è già registrato: fu Bertinotti a depositarlo all'epoca
del primo Prodi... anche se poi inevitabilmente il sostegno al governo fu
completo e almeno fino alla rottura si votarono tutte le finanziarie, i
"pacchetti Treu", ecc.).
Anche in questi due casi,
seppure con una gradazione critica certamente più accentuata che nella versione
di Ferrero, tutto si risolve nel decidere se sul pullman di Prodi si scelgono i
posti a sedere o quelli in piedi. Dimenticandosi che le fermate intermedie si
chiamano "sacrifici", "flessibilità",
"privatizzazioni", "nuove guerre" e al capolinea di quella
corsa c'è una nuova, enorme sconfitta per i lavoratori e per i giovani che
hanno lottato in questi anni.
Anche Ferrando nella gabbia
dell'Unione
Il progetto di Prodi -e di
una parte delle classi dominanti- è quello di proseguire le politiche di
"risanamento" del capitalismo facendone pagare i costi ai lavoratori,
costruendo per questo una nuova "pace sociale" (come fu con il primo
governo Prodi, quando le ore di sciopero calarono al minimo storico). Per
garantire che la guerra sociale la continuino solo i padroni, senza risposta
operaia, è necessario utilizzare come ammortizzatori del conflitto i sindacati
(a partire dalla Cgil di Epifani, in cui si è assorbita -con un'offerta in
poltrone- una parte della sinistra interna, quella di Patta); e anche
Rifondazione, cioè il partito che -di là dai progetti storici del suo gruppo
dirigente- ha rappresentato in questi anni un punto di aggregazione per settori
di avanguardia di lotta.
Il progetto di Bertinotti
converge con quello prodiano e trova nell'ipotesi di un futuro Partito
Democratico (in cui potrebbero confluire tutti i liberali
"democratici", da Fassino a Rutelli) una ipotesi di divisione dei
compiti: a D'Alema la rappresentanza del "centro", a Bertinotti
quella di una parte larga del movimento operaio, in una classica alleanza tra
liberali e socialdemocrazia che già molte prove ha fatto negli ultimi duecento anni
(senza un solo caso di progresso per i lavoratori). In questo quadro che fare
della sinistra interna? La polpetta avvelenata lanciata da Bertinotti è stata
ben cucinata. L'offerta di un posto in Senato a Marco Ferrando garantirà
intanto, durante la campagna elettorale, una copertura a sinistra, insieme alle
candidature "di movimento" (Caruso, ecc.), e servirà ad assicurare
alle aree più recalcitranti delle avanguardie e dei movimenti che davvero non
si può fare altro, piaccia o meno, non ci sono alternative al pullman prodiano,
tanto che, seppure sullo strapuntino, un posto lo accetta anche la sinistra
interna del partito. L'accettazione del "vincolo di maggioranza" nei
futuri gruppi parlamentari (il divieto, cioè, di votare in dissenso con il
gruppo, e dunque con Bertinotti), che implica il voto di fiducia al governo dei
banchieri e poi alle sue manovre finanziarie, è uno dei motivi per cui la
maggioranza dei rappresentanti in Cpn di Progetto Comunista -e con noi la
maggioranza dei quadri attivi dell'area- ha rotto con Ferrando. In un testo a
ciò dedicato, nelle pagine interne, torniamo in modo approfondito su questa
rottura. Resta invece qui da chiedersi, come molti compagni ci chiedono: ma
Ferrando voterà la fiducia o si farà espellere dal Prc? Dopo la deriva
lideristica che abbiamo conosciuto e contrastato in questi due anni, non ci
stupiamo più di nulla. Peraltro il movimento operaio ha visto voltafaccia di
dirigenti ben più importanti di Ferrando. E ogni volta, ognuno di questi
voltafaccia ha trovato il suo teorico. Anche in questa occasione, non ne
dubitiamo (perché lo abbiamo già visto all'opera nel dibattito sulle primarie),
Franco Grisolia, accanito lettore di classici del marxismo (e in particolare
delle quarte di copertina dei libri), saprà scovare qualche citazione per dare
una patina di autorità teorica a questa ritirata. E anche per il loro gruppo si
potrà trovare un posto, tra un'area critica e l'altra, alla coda del
bertinottismo.
Ma il punto è un altro. Il
fatto che Marco Ferrando non risponda con chiarezza ora al quesito:
"voterà la fiducia a Prodi?" (7), comunque vadano poi le cose, anche
nel caso di un ripensamento tardivo, implica appunto fare per tutta la campagna
elettorale il gioco di Bertinotti (e quindi di Prodi). Significa -per qualche
mese o per qualche anno- entrare in quella gabbia dell'Unione in cui il nostro
disegnatore (Alessio) tratteggiava qualche mese fa un gioioso Bertinotti.
Insomma, Bertinotti ha aperto il cancello della gabbia dell'Unione per far
entrare Ferrando.
Nuotare controcorrente
Ma Progetto Comunista -se
ne accorgerà Bertinotti- non è Marco Ferrando. E' un'Associazione di decine di
quadri, con intorno un'area di centinaia di militanti. La rottura con Ferrando
e Grisolia, precipitata nelle ultime settimane in termini visibili, in realtà
(come raccontiamo a pag. 2) ha alle spalle una battaglia politica
nell'Associazione Progetto Comunista durata due anni. In quella lotta politica
-contro una concezione di costruzione di un'organizzazione lassa e al contempo
raggruppata, come ogni setta, attorno a un "guru", a un leader- si
sono rafforzati tanti dirigenti giovani, gli stessi che costituiscono il fulcro
militante di Progetto Comunista (come si può vedere anche in questo numero del
giornale, lievitato a 20 pagine per ospitare tanti articoli, prodotto di reali
esperienze di lotta). Ai compagni e alle compagne che ci chiedono dunque che
cosa succede adesso, rispondiamo: noi siamo già oltre la polemica con Ferrando
e Grisolia (e lasciamo a loro certi toni grevi). Quello che ci interessa è
proseguire nella costruzione di un'organizzazione rivoluzionaria che ambisce a
costruire un'influenza di massa: cioè appunto lo scopo per cui è nato Progetto
Comunista.
Certo, la situazione non è
semplice. Si tratta di rimontare la corrente. Una corrente che pare dirigersi
senza incontrare ostacoli verso la conclusione ingloriosa di un Prc arruolato
definitivamente come forza di supplemento in un governo liberale. Prodi già
canta vittoria per le elezioni. Bertinotti può vantare una maggioranza nel
partito non seriamente contrastata dalle due aree critiche (l'Ernesto ed Erre),
prive di una prospettiva alternativa alla sua. Ferrando e Grisolia, storditi da
un'overdose di liderismo, assicurano di vedere "una larga maggioranza
della Terza mozione" seguirli con entusiasmo in una linea che contraddice
il senso stesso della Terza mozione.
Vedremo in conclusione che
fine faranno tutti questi... vincitori.
Non un uomo, non un voto
per il governo dell'Unione
Alle elezioni del 9 aprile
si confrontano i due blocchi dell'alternanza borghese. Quello dei due che
prevarrà, governerà per conto della borghesia e contro il movimento operaio per
i prossimi anni. Come abbiamo scritto da sempre su questo giornale, noi non
siamo per nulla indifferenti alla cacciata di Berlusconi e crediamo che vi sia
un aspetto sano nell'odio di classe che vasti strati di lavoratori e di giovani
hanno maturato contro l'attuale governo reazionario. Ma l'obiettivo per il
movimento operaio non può essere quello di cacciare Berlusconi per aprire la
porta a un altro governo antioperaio. Pagando -per di più- questa
"vittoria" con la rimozione di ogni opposizione politica e sindacale
alle politiche dei Montezemolo e dei De Benedetti che, in definitiva, come
abbiamo già sperimentato (in Italia, in Francia, ecc.) riaprirebbe la strada a
una nuova e più pesante vittoria delle destre. Senza l'indipendenza di classe
del movimento operaio dalla borghesia e dai suoi partiti liberali non c'è
nessuna prospettiva di progresso per i lavoratori. L'alternativa dei lavoratori
è un obiettivo che va perseguito necessariamente all'opposizione (nei
parlamenti, nelle piazze) dei governi liberali, di centrodestra o di
centrosinistra, due poli di una sola classe (come "bancopoli"
conferma). Non c'è mai stato nella storia -e non ci sarà ora- un'alternativa di
classe passata attraverso una partecipazione (diretta o indiretta) a un governo
della borghesia. Sulla collaborazione di classe si edificano solo nuove
sconfitte per i lavoratori. Per questo è necessario salvare l'opposizione di
classe in Italia e rilanciare il processo della rifondazione comunista di un
partito che concepisca l'ingresso al governo solo sulle macerie del sistema
dominante.
Per questo Progetto
Comunista - Rifondare l'Opposizione dei Lavoratori (questo il nome che ci siamo
dati) utilizzerà ogni spazio politico e dunque anche la campagna elettorale per
ribadire che bisogna costruire nelle lotte l'opposizione a tutti i governi
borghesi e rivendicare il rifiuto di ogni sostegno, interno o esterno, politico
o elettorale, all'Unione e al suo governo. Si tratta di una battaglia oggi
molto difficile ma che può trovare domani il sostegno e la partecipazione di
consistenti settori d'avanguardia, in un processo costituente di una
organizzazione comunista e rivoluzionaria.
(30 gennaio 2006)
Note
(1) Oscar Wilde, L'importanza
di essere onesto (1894).
(2) Fausto Bertinotti, Liberazione,
29 gennaio 2006.
(3) Sul viaggio d'affari di
Martino e degli imprenditori italiani v. l'Unità, 23 gennaio 2006.
(4) V. l'intervento di
Ferrero al Cpn di novembre del Prc (su Liberazione, 1 dicembre 2005).
(5) Definizione di Paolo
Ferrero, nel comunicato stampa della Segreteria nazionale Prc del 19 gennaio
2005.
(6) Almeno queste sembrano
essere le conclusioni dell'articolo di Grassi e Burgio, "Il Partito
democratico e la Terza Rebubblica", Liberazione, 20 gennaio 2006).
(7) Si veda l'intervista di
Aldo Cazzullo a Ferrando, sul Corriere del 24 gennaio 2006: il giornalista
chiede: "E lei Ferrando voterà la fiducia?", risposta: "Io spero
ancora che il mio partito ci ripensi. In ogni caso, Prodi dovrà fronteggiare
una forte opposizione sociale di sinistra, di cui saremo il referente
politico."
Vertenza dei metalmeccanici
Dopo un anno di dure lotte, un accordo bidone
di Francesco Doro
La vertenza dei metalmeccanici per il rinnovo della
parte economica del contratto nazionale è iniziata l'11 gennaio 2005 di fronte
a un padronato che vuole scaricare la crisi capitalistica di sovrapproduzione
totalmente sui lavoratori: quando l'azienda ha commesse da consegnare gli
operai devono lavorare con meno salario e faticando di più; quando i magazzini
sono pieni e la capacità produttiva è utilizzata al minimo li si mette in cassa
integrazione, in mobilità, li si licenzia. Gli esempi in questo senso sono
sempre più numerosi e si estendono in tutto il paese: ultimo annuncio per
gravità è il proposito della Fiat di mandare a casa nel 2006 oltre 1000
lavoratori. Per i lavoratori metalmeccanici è stato pertanto un anno di dure
lotte: i lavoratori hanno sostenuto oltre 60 ore di sciopero. Dopo lo sciopero
nazionale del 2 dicembre - che ha portato oltre 250 mila lavoratori sulle
strade di Roma - la lotta si è ulteriormente approfondita ed estesa in tutto il
paese: dai picchetti ai cancelli, in risposta all'arroganza padronale, si è
passati a forme più dure di lotta come i blocchi stradali e ferroviari delle
ultime settimane che hanno preceduto la firma dell'accordo, a dimostrazione
della volontà dei lavoratori di andare fino in fondo nella difesa del salario,
dei diritti e delle tutele.
Malgrado la vertenza riguardasse il rinnovo del
biennio economico del contratto, gli imprenditori, oltre a fare proposte
provocatorie di aumento salariale di appena 60 €, puntavano a riprendersi
totalmente il potere di controllo sulla forza lavoro mediante l'introduzione
unilaterale di norme inerenti la flessibilità: imponendo il sabato lavorativo
senza contrattare con le organizzazioni sindacali di fabbrica, le Rsu; gestendo
unilateralmente l'orario plurisettimanale; monetizzando i permessi.
La piattaforma approvata dai lavoratori
metalmeccanici dava mandato per trattare solo sui 130 € complessivi di aumento
al 5° livello, una richiesta peraltro insufficiente a garantire il potere
d'acquisto dei salari rispetto all'inflazione reale. Nella piattaforma non era
previsto alcun cedimento su orari, turni e flessibilità. Pertanto, i
sindacalisti che hanno fatto la spola all'istituito tavolo parallelo con il
padronato discutendo di mercato del lavoro, apprendistato, flessibilità (legge
30) ed orari (decreto 66/03) non avevano nessun mandato per trattare di
eventuali scambi tra salario e flessibilità.
Un anno di lotta per il contratto
La vertenza dei lavoratori metalmeccanici ha assunto
di fatto un carattere generale di difesa di tutta la classe contro le proposte
di modifica contrattuale avanzate da Confindustria nel documento del 22
settembre 2005. I lavoratori metalmeccanici si sono trovati nel corso dell'anno
isolati in questa lotta, in quanto le altre categorie, per responsabilità delle
burocrazie sindacali riformiste, hanno firmato accordi che, in cambio di pochi
euro di aumento, senza nemmeno salvaguardare il potere d'acquisto, cedevano in
flessibilità recependo la legge 30 e il decreto 66 sugli orari. L'ultimo
accordo firmato che ha praticato questo nefasto scambio è stato quello delle
telecomunicazioni firmato sabato 3 dicembre, un contratto che interessa 120
mila lavoratori occupati nelle aziende di telefonia che comprendono grossi
gruppi come Telecom, Wind, Vodafone, con attorno una serie di aziende in
appalto e subappalto (call center, impianti telefonici, manutenzione) dove
regna il precariato e lo sfruttamento bestiale. Un accordo che non solo non
ricompone tutta la filiera produttiva dentro il contratto, ma in cambio di
appena 97 € di aumento al 5° livello, in un settore dove le imprese macinano
profitti, cede in flessibilità.
In tema di flessibilità, tra l'altro, l'accordo
recepisce il decreto 66/03 sugli orari: viene quindi cancellato il concetto di
orario settimanale e giornaliero a favore dell'annualizzazione della
prestazione lavorativa, permettendo all'azienda di decidere per sei mesi l'anno
unilateralmente. Dopo questo accordo il vicepresidente di Confindustria,
Bombassei, pretende che i lavoratori metalmeccanici lavorino il sabato e sia
decretata la totale flessibilità degli orari senza alcuna contrattazione
aziendale, esautorando in questo modo completamente le Rsu. Quanto ottenuto
dalle aziende della telefonia si vuole estendere adesso alle aziende
metalmeccaniche.
Nell'incontro del 28 dicembre, Federmeccanica, dopo
il successo della manifestazione di Roma, è passata da un'offerta di 60 € a 75
€ al 5° livello, avanzando nel contempo la richiesta di monetizzare i permessi,
introducendo un ulteriore elemento in direzione della flessibilità.
A quel punto a Fiom, Fim e Uilm non rimaneva che
aggiornare l'incontro e dichiarare ulteriori 8 ore di sciopero da effettuare a
gennaio 2006. Il 13 gennaio, Federmeccanica, dopo aver proposto 94,5 € di
aumento a fronte di una controproposta sindacale, indisponibile a trattare
sotto i 100 €, sospendeva le trattative riproponendo 60 € di aumento. A questa
provocazione padronale seguiva la risposta operaia: i blocchi stradali e
ferroviari in tutto il paese costringevano Federmeccanica a ritornare al tavolo
il 18 gennaio mentre la mobilitazione operaia continuava e si estendeva.
Il 19 gennaio i dirigenti sindacali di Fiom, Fim e
Uilm, spaventati dalla estensione e dalle forme assunte dalla mobilitazione in
atto invece di affondare la spallata chiamando alla mobilitazione tutta la
classe fino a costringere governo e padronato a cedere, chiudevano le
trattative con un accordo che solo apparentemente recepisce la piattaforma.
L'accordo del 19 gennaio 2006
Dopo un anno di dure lotte, giovedì 19 gennaio è
stato firmato l'accordo da parte di Fim, Fiom, Uilm e Federmeccanica: oggi
tutti in coro, padroni e sindacati, gridano vittoria!!
Il giorno seguente, Massimo Calearo, presidente di
Federmeccanica, su Il Sole 24 Ore ha
potuto dichiarare: "i sindacati hanno avuto la vittoria simbolica di chiudere a
100 € e la possibilità di sbandierare l'aumento, ma noi abbiamo dato alle
aziende la soddisfazione di sostanza portando a casa il risultato prefisso". I
sindacati Cgil, Cisl e Uil, la sinistra riformista (sinistra Ds, Pdci, Prc) e
la loro stampa rivendicano il risultato.
Sulla parte salariale il
sindacato ha ottenuto la cifra simbolica dei 100 € lordi per il quinto livello
(quando la stragrande maggioranza dei lavoratori sono inquadrati al terzo e
quarto), che comunque non garantisce il potere d'acquisto dei salari e di fatto
si riduce per effetto dello scaglionamento in tre tranche (solo 60 € subito, 25 il prossimo ottobre e 15 nel marzo
del 2007) oltre che per il prolungamento della durata del contratto di sei mesi
fino a giugno 2007, prolungamento che apre la porta allo sfondamento temporale
di tutti i contratti.
Benché il mandato dei lavoratori riguardasse
esclusivamente il biennio salariale e non prevedesse alcuno scambio tra salario
e flessibilità, la firma apre alla richiesta padronale sulla flessibilità:
nella gestione degli orari di lavoro e nell'utilizzo ed estensione
dell'apprendistato.
L'orario plurisettimanale
viene esteso a tutte le aziende metalmeccaniche "per ragioni produttive e di
mercato", mentre prima era limitato a motivi di "stagionalità dei prodotti"
(esempio fabbriche produttrici di climatizzatori). Pur permanendo il vincolo di
trattare con le Rsu, le aziende potranno organizzare la settimana lavorativa
secondo i loro esclusivi interessi.
L'apprendistato viene esteso
e prolungato nel tempo. Una modalità che, se precedentemente avrebbe dovuto
essere finalizzata alla "formazione", adesso di fatto vedrà le aziende
utilizzare gli apprendisti in produzione in condizione di precarietà e
mantenendo bassi i salari per periodi che al terzo livello (operaio generico)
raggiungono i 42 mesi quando per imparare la mansione bastano due settimane.
Infine, ma non per gravità, con l'intesa viene
istituita una commissione bilaterale costituita da Federmeccanica da un lato e
Fim, Fiom e Uilm dall'altro, "dedicata alle questioni inerenti i contratti a
termine e i contratti di somministrazione di lavoro a tempo determinato per
definire una nuova disciplina contrattuale" Rientra quindi dalla finestra
quello che apparentemente era uscito dalla porta: il "nuovo modello
contrattuale" di modifica in peggio dei già pessimi accordi di luglio del
1992/1993.
Un nuovo "patto sociale" concertativo si annuncia,
come dichiarato da Epifani, tra Confindustria e Cgil, Cisl e Uil nel quadro del
nuovo probabile governo dell'Unione, il cui programma già preannuncia "lacrime
e sangue" per i lavoratori e le masse popolari. L'accordo firmato da
Federmeccanica infatti si inquadra in questa prospettiva.
Quale prospettiva
Dopo un anno di scioperi e manifestazioni non è
possibile accettare scambi tra salario e flessibilità, è necessario respingere
questo accordo. Questo accordo bidone deve essere contrastato nelle assemblee
di fabbrica: i lavoratori e le Rsu devono organizzare il NO al referendum che
si svolgerà nelle prossime settimane.
La resistenza ai propositi avanzati da Confindustria
- con il pieno sostegno della Cisl, come espresso dal suo leader Pezzotta due
giorni dopo la firma dell'accordo - di arrivare ad una "nuova disciplina dei
modelli contrattuali", modificando in peggio i famigerati accordi di luglio
1993, passa per il rigetto di questo scambio tra salario e
flessibilità/precarietà.
È necessario rifondare
l'opposizione dei lavoratori a questo nuovo "patto sociale concertativo" e al
probabile futuro governo Prodi. Abbiamo visto come il padronato abbia
utilizzato il contratto delle telecomunicazioni inserendosi in ogni breccia nel
nostro fronte di classe: i fatti ogni giorno dimostrano la necessità di una
vertenza generale di tutto il mondo del lavoro salariato contro i governi e il
padronato. Una lotta che deve assumere forme adeguate, come i lavoratori
metalmeccanici hanno iniziato a praticare. E proprio a partire dal NO a questo
accordo è possibile costruire una piattaforma unificante: rilanciare la
necessità di un forte aumento salariale uguale per tutti; l'assunzione a tempo
indeterminato dei lavoratori precari; l'apertura dei libri contabili delle
aziende che licenziano; nazionalizzare sotto controllo operaio e senza
indennizzo le fabbriche e le aziende che licenziano e chiudono. In conclusione
è necessario organizzare, a partire dalle suddette parziali rivendicazioni
immediate e transitorie, la risposta operaia e socialista alla crisi
capitalistica.
sommario
XV
Congresso Cgil
Un primo
parziale bilancio
Nei mesi di novembre e dicembre si sono svolti i
congressi di base e territoriali della Cgil e dai primi dati parziali emerge la
bassa partecipazione dei lavoratori iscritti al sindacato, che non va oltre il
25% degli iscritti, anche se tra i lavoratori attivi la percentuale è come
sempre più alta. A questa bassa affluenza si deve sommare la frazione non
trascurabile di lavoratori che pur partecipando ai congressi di base non hanno
partecipato al voto o hanno espresso un voto di astensione sul documento
congressuale.
La mancanza, dopo 15 anni, di un documento
alternativo su cui convergere rispetto al documento del blocco concertativo
Patta-Epifani, congiunta ad un esito congressuale prestabilito negli sbocchi in
apparato e negli organismi dirigenti ha oggettivamente disincentivato la
partecipazione dei lavoratori critici rispetto alla prospettiva concertativa.
I congressi di base
I congressi di base hanno sempre rappresentato uno
dei passaggi più ostici per la burocrazia sindacale riformista: essa ne farebbe
volentieri a meno, specialmente quando i delegati e i militanti sindacali più
attivi intervengono consapevolmente spostando settori di lavoratori ed elevandone
la coscienza di classe.
Non c'è dubbio che la partecipazione alle centinaia
di congressi di base, che si svolgevano nel contempo nelle diverse categorie e
in diversi punti della provincia e della città, ha rappresentato uno degli
ostacoli più difficili da superare per i presentatori delle tesi alternative
(sulla contrattazione 8a e sulla democrazia 9b, primo firmatario Rinaldini). La
burocrazia riformista della Fiom si è limitata a sostenere le tesi del loro
segretario nella categoria stando ben attenti a non superarne i confini, in
evidente accordo con i loro omologhi delle altre categorie. Il peso della
presentazione delle due tesi alternative sopra richiamate in tutte le categorie
è di fatto ricaduto sulle spalle dei militanti della Rete 28 aprile, militanti
- nella maggioranza dei casi - in produzione e senza distacco sindacale.
Va da sé che la burocrazia sindacale riformista ha
tentato in tutti i modi di impedire l'affermazione di una sinistra sindacale.
La mancanza di un rapporto diretto tra voti alle tesi ed elezione dei delegati
spesso è stato usato dal blocco Patta-Epifani per impedire l'elezioni di
delegati espressione della sinistra sindacale nei congressi territoriali. Solo
la minaccia o la pratica di una lista alternativa ha visto la burocrazia
riformista indietreggiare e delegati combattivi essere eletti alle istanze
congressuali superiori. Questo avveniva anche quando le tesi alternative
ottenevano larghi consensi spesso sfiorando la maggioranza nei congressi di
base.
Nella presentazione delle tesi congressuali, come
nell'illustrazione della loro tesi alternativa (sulla democrazia 9a) gli
esponenti pattiani di Lavoro Società non si distinguevano dalla restante
maggioranza, segno evidente di come la stessa tesi alternativa da loro
presentata aveva una pura funzione di lista civetta. L'ex sinistra sindacale di
Lavoro Società ha certamente mantenuto il grosso dell'apparato burocratico ma
ha perso in consensi rispetto al 18% ottenuto al precedente congresso del
febbraio 2002: in base ai voti ottenuti dalla tesi 9a, primo firmatario Patta,
nelle regioni del Centronord - quelle maggiormente sindacalizzate nel paese -
si è attestata sul 9% dei voti.
In categorie diverse dalla Fiom in molte province
centrali le tesi alternative sostenute dai militanti sindacali della Rete 28
aprile hanno avuto un risultato non scontato raggiungendo, e in alcuni casi
superando, il 10%, segno materiale della oggettiva necessità di una nuova
sinistra sindacale di classe in Cgil.
I congressi territoriali
L'assenza di un rapporto diretto e proporzionale tra
voto alle tesi e delegati ai congressi territoriali, con il conseguente
recupero, immancabilmente ha penalizzato i delegati espressione delle due tesi
alternative (8a e 9b). Nei congressi territoriali la battaglia dei delegati
espressione della sinistra sindacale, fuori quindi del patto spartitorio tra
Patta ed Epifani, doveva inevitabilmente riversarsi sulla composizione delle
commissioni politica ed elettorale, finalizzata all'inserimento di delegati
espressione della sinistra sindacale. Infatti, solo chiedendo che le
commissioni congressuali nella loro composizione fossero espressione di tutte
le posizioni che si sono confrontate nei congressi di base era possibile
incidere sulla composizione dei direttivi territoriali delle categorie e nella
formulazione dei delegati alle istanze congressuali superiori e al congresso
della Camera del Lavoro.
Va da sé che non sempre questa elementare richiesta
di trasparenza democratica veniva accolta dagli esponenti del blocco Patta-Epifani
e quindi non rimaneva altra via che la presentazione di una lista alternativa
espressione di almeno il 3% della platea congressuale, una condizione resa
difficile per i motivi sopra elencati specialmente in categorie diverse dalla
Fiom.
Come appare chiaro, i compagni che fanno riferimento
alla Rete 28 aprile in categorie diverse dalla Fiom hanno dovuto attraversare
un percorso ad ostacoli per accedere agli organismi dirigenti territoriali di
categoria e nelle istanze congressuali superiori e nello stesso tempo spezzare
con interventi ed ordini del giorno la parvenza di un congresso unitario.
I congressi di base e territoriali della Fiom
Malgrado le tesi (8a e 9b) in Fiom ottenevano
risultati inversamente proporzionali rispetto a quelli ottenuti nelle altre
categorie della Cgil, non meno difficile è stato il percorso dei militanti
sindacali espressione della sinistra di classe in Fiom per accedere agli
organismi di direzione territoriale ed essere inclusi tra i delegati alle istanze
congressuali superiori. La burocrazia riformista della Fiom, a differenza di
quanto accadeva nelle altre categorie, sosteneva prevalentemente le tesi
alternative presentate dal suo segretario e in percentuale decrescente le tesi
di Epifani e Patta. Questo fatto rendeva chiara la natura non complessivamente
alternativa delle tesi di Rinaldini rispetto all'impianto complessivo del
documento congressuale. E la burocrazia riformista, al di là della categoria di
appartenenza, è sempre unita nell'emarginare i delegati più combattivi, i
militanti comunisti rivoluzionari attivi nel sindacato.
I congressi di base e territoriali Fiom hanno quindi
evidenziato in modo più marcato rispetto alle altre categorie la mancanza di un
documento complessivamente alternativo alla burocrazia riformista.
In queste contraddizioni solo la rappresentatività
dei delegati nei posti di lavoro, la loro determinazione, permetteva ai
militanti della sinistra di classe in Fiom, collocati criticamente nella Rete
28 aprile, di superare ostacoli non meno difficili dei compagni nelle altre
categorie.
Un primo parziale bilancio
I militanti della sinistra di classe in Cgil hanno
dovuto lottare contro un enorme apparato burocratico riformista, forte sia di
un documento complessivo che di un patto di apparato, avendo solo a
disposizione da un lato due tesi alternative (8a e 9b) assolutamente
insufficienti e comunque compatibili con il blocco di maggioranza Patta-Epifani
e dall'altra una Rete 28 aprile che evidenzia notevoli limiti programmatici ed
organizzativi. In questa battaglia hanno dovuto utilizzare tutti gli strumenti
a loro disposizione per avanzare e legittimare una sinistra sindacale in Cgil,
conquistando in questa prima fase della lotta posizioni preziose.
Nuovi compagni sono stati incontrati nei congressi e
nuove relazioni si sono intrecciate, nuovi quadri combattivi sono emersi; altri
dirigenti, prima ritenuti nello stesso campo di classe, hanno mostrato il loro
volto opportunista, anteponendo i propri interessi burocratici a quelli della
classe.
Ora la lotta si sposta nei congressi regionali e
nazionale, ma accanto a queste nuove battaglie non possiamo dimenticare la
nostra prospettiva: la costruzione di una tendenza di classe in Cgil.
In questa prospettiva la Rete 28 aprile e la lotta
congressuale sono stati un passaggio necessario: adesso si apre una nuova e più
impegnativa fase di lotta contro la nuova concertazione che la maggioranza
Patta-Epifani realizzerà, un'ora dopo la formazione del nuovo governo di
centrosinistra, assieme alla Confindustria di Montezemolo. Una lotta che, se le
previsioni elettorali verranno confermate, dovrà essere diretta non solo contro
il padronato ma anche contro un governo che vedrà la partecipazione diretta
accanto ai liberali delle sinistre socialdemocratiche e staliniste. Per
attrezzarci in questa lotta, contro le politiche che gli esponenti liberali
dell'Unione ogni giorno in interviste e dichiarazioni annunciano basarsi sulla
"riduzione del costo del lavoro", è necessario che la Rete 28 aprile si dia una
struttura democratica proletaria, contro ogni leaderismo e movimentismo, che,
come la storia stessa del movimento operaio dimostra, spesso sono associati.
Sappiamo che il compagno Cremaschi ha una concezione diversa dalla nostra sia
su questioni programmatiche che sulle modalità organizzative e che ha avanzato
una modalità di costruzione della Rete 28 aprile su basi consensuali e
leaderistiche, ma sappiamo anche che in numerose assemblee e dichiarazioni si è
impegnato per aprire una fase costituente contemporaneamente alle fasi
congressuali e dopo.
Aspettiamo e lottiamo perché il percorso per la
costituzione di una sinistra sindacale in Cgil si apra e si realizzi in tempi
certi: la classe operaia di questo paese ne ha urgente bisogno.
La presentazione al congresso nazionale della Cgil
di una mozione contraria ad ogni ipotesi concertativa, alternativa alla
maggioranza Patta-Epifani costituirà uno dei passaggi centrali di questa
difficile battaglia.
28 dicembre 2005.
Un "ponte" tra Tav e
Irak
L'unione delle lotte per l'alternativa di sistema
di Ingmar Potenza
Domenica 22 gennaio Messina è
stata teatro di una nuova sempre più partecipata manifestazione contro la
costruzione del più grande insulto ai lavoratori e alle comunità della Sicilia
e della Calabria: il Ponte sullo Stretto. La protesta si sta ampliando, lo
dicono le cifre del corteo (probabilmente si sono toccate le ventimila
presenze) e, soprattutto, lo dicono la provenienza dei partecipanti da quasi
tutta la Sicilia e i tantissimi dalla Calabria. Quello che però è importante di
questa manifestazione, un lunghissimo corteo che ha attraversato la città, è la
comprensione del criterio dell'unità delle lotte. Una rappresentanza delle
comunità in lotta della Val di Susa ha infatti raggiunto Messina per unirsi
alla protesta, per dimostrare il potenziale che ha una lotta di massa a
oltranza nel portare a dei risultati, certo ancora temporanei, ma altrimenti
insperabili. L'unione di queste lotte è un salto fondamentale nell'opposizione
alle logiche del capitale, due lotte agli estremi geografici del Paese, che
possono idealmente abbracciarle tutte, nel momento in cui la coscienza di
questa necessità, in via di maturazione a quanto dimostrano le rappresentanze
di tante istanze locali in questa stessa occasione, diventi reale e forte.
Il richiamo a questa unione è
stato forte negli stessi interventi in conclusione all'iniziativa, interventi
che però mostrano ancora una radicalizzazione di là da venire: nel momento in
cui si da spazio a figure politiche come il nuovo sindaco di Messina, che ha
grossi interessi economici nelle compagnie dei traghetti, si rischia la
strumentalizzazione delle rivendicazioni dei manifestanti. Questi legami devono
spezzarsi perché le lotte possano realmente rappresentare gli interessi dei
lavoratori e delle loro comunità, perché non siano il peso sul piatto della
bilancia in una contrattazione tra forze borghesi, ugualmente nemiche delle
istanze popolari. Quello che vale appunto in Val di Susa, dove il sindaco di
Torino, essendo una delle leve istituzionali dei capitalisti interessati al
progetto della Tav, è dall'altro lato della barricata e come tale viene
considerato, non può non valere a Messina, ancor di più davanti all'ipocrisia
del sindaco locale, che cavalca le lotte per i suoi fini economici.
Gli interessi del capitalismo
È importante per alzare il
livello di coscienza l'identificazione del Ponte sullo Stretto come legame,
"ponte" davvero simbolico, tra gli interessi del capitale nel nostro Paese e le
sue politiche imperialiste: è noto che le imprese coinvolte negli appalti della
Tav e del Ponte sono spesso le stesse o sono "consorelle", seguono le identiche
logiche di scavalcamento delle comunità, di distruzione ambientale, di sperpero
di denaro pubblico in opere inutili quali queste due sono; è bene sapere anche
che alcune di queste imprese, come la Cmc ad esempio, una delle imprese leader
della Lega delle Cooperative, collaborano strettamente alla realizzazione delle
basi Usa sul territorio italiano; è anche importante tenere a mente come il
gruppo finanziario che controlla la Fiat, principale ingranaggio dello
sfruttamento degli operai tanto a Termini Imerese quanto a Melfi e in tutti
suoi stabilimenti, ha forti interessi, tramite altre imprese controllate, in
queste grandi opere; che sempre i gruppi finanziari a capo di queste opere sono
anche fruitori dei servizi, gentilmente offerti dallo Stato, dei militari
italiani in Irak, oltre che dei tanti mercenari, non certo garanti di una pace inesistente
che non interessa a nessun capitalista, ma guardie dei preziosi pozzi di
petrolio. L'ultimo anello di questa catena è sempre la Sicilia. Lo è perché è
il più grande serbatoio di quella che si chiamava giustamente una volta "carne
da cannone", grazie alle politiche ispirate dal grande capitale, che ha
impedito decisamente o non ha trovato utile lo sviluppo economico in questa
regione. La Sicilia è la principale regione di provenienza, seguita dalle altre
regioni del Sud d'Italia, della gran parte dei militari italiani e delle forze
di polizia, per via della disoccupazione e delle colpevoli campagne di
pubblicizzazione delle carriere militari.
L'unità delle lotte, per
l'alternativa anticapitalista
Un cerchio che si chiude insomma.
Lì dove tutte le strade vengono chiuse ai lavoratori, ai giovani, si vuole
costruire un ponte, non solo probabilmente irrealizzabile - a dare ascolto a
stime ingegneristiche meno legate all'interesse di ricchi committenti) ma
completamente inutile (e anche in questo estremamente simbolico -, dato che
unisce due sponde "vuote" di infrastrutture. Un ponte è per definizione un
legame tra strade o ferrovie potenzialmente convergenti; senza strade e
ferrovie da unire, non ha alcuna utilità: in Sicilia e in Calabria queste infrastrutture
sono ridicole, assurdamente carenti, mal realizzate e pericolose. Inoltre la
realizzazione di questa opera non porterebbe un sostanziale miglioramento
dell'occupazione, necessitando di lavoratori specializzati che in queste
regioni non ci sono, mentre ingrasserebbe le imprese mafiose che qui gestiscono
il trasporto e la produzione dei materiali edili e il movimento terra.
Di altre opere, da chiedere con
la forza delle lotte, avrebbero bisogno la Sicilia, i suoi lavoratori e i suoi
giovani disoccupati, interessati da un accentuarsi del flusso migratorio, mai
realmente interrotto, verso le regioni del Nord Italia e gli altri Paesi
europei: raddoppi ferroviari su tutte le linee esistenti; nuove linee nelle
zone mai raggiunte dal servizio; autostrade rimodernate e razionalizzate;
valorizzazione dei porti con nuove rotte e flotte ingrandite, per snellire il
traffico su quattro ruote e l'inquinamento conseguente, grazie alle autostrade
del mare; aeroporto commerciale a Comiso sulla struttura già esistente. Opere
da far realizzare a tutte quelle aziende oggi controllate dai mafiosi, che
devono essere nazionalizzate sotto il controllo operaio e che garantirebbero un
forte aumento dell'occupazione a lungo termine.
Per rivendicare un reale
programma di politiche economiche a favore dei lavoratori e delle comunità,
contro l'insostenibilità dei legami capitalistici tra queste grandi opere e tra
queste e l'imperialismo italiano, l'unità delle lotte è l'unico metodo. L'unica
strada che può portare all'affermazione di queste istanze è la presa di
coscienza che la lotta è una sola: in Sicilia come in Val di Susa, a Scanzano
come a Melfi, a Mirafiori come ad Acerra: è lotta di classe.
In difesa delle donne
Ripartiamo dalle mobilitazioni contro la revisione del
diritto d'aborto
di Pia Gigli
Il fallimento del referendum
abrogativo di parti sostanziali della legge 40 sulla procreazione medicalmente
assistita ha definitivamente sancito l'invenzione giuridica del "soggetto
embrione", segnando così una tappa ulteriore nell'attacco che le forze
clericali e conservatrici stanno da tempo conducendo contro la legge 194/78
sull'interruzione volontaria di gravidanza. In campagna elettorale i temi della
procreazione e dell'aborto rappresentano una delle questioni intorno alle quali
è più forte la competizione tra le forze politiche dei due schieramenti nel
garantire il loro asservimento ai poteri che ruotano intorno al Vaticano e nell'accaparrarsi
un potenziale elettorato cattolico.
In questi ultimi mesi c'è stata una
vera e propria azione di forza del "partito politico Vaticano" che ha messo in
campo il potere di ricatto delle sue potenti lobbies pronte a chiedere il conto
fin da ora. Il Movimento per la Vita, il Forum delle Famiglie e le altre
organizzazioni fondamentaliste cristiane con la loro pervasività hanno condotto
in questi anni un formidabile lavoro di pressione sui partiti di centrodestra che
finora li hanno sostenuti, ma anche su settori del centro liberale dell'Unione
che, in caso di vittoria elettorale, saranno i nuovi garanti dei loro interessi.
Si tratta della conservazione di ingenti interessi materiali assicurati e
mantenuti dal governo di centrodestra con il finanziamento alla scuole private,
per lo più cattoliche, con l'esenzione dal pagamento dell'Ici anche per le
proprietà della Chiesa ad uso commerciale, con la detrazione Irpef dell'otto
per mille, con il reclutamento degli insegnanti di religione nel sistema di
istruzione pubblico.
L'attualità della lotta per la
difesa del diritto d'aborto
I pronunciamenti di Ruini e di Ratzinger
contro la legge 194, veri e propri diktat in difesa della vita fin dal suo
concepimento, hanno prodotto l'inchiesta voluta da Storace sull'uso della pillola
abortiva Ru486 all'ospedale S. Anna di Torino con lo scopo di impedire una
pratica abortiva meno invasiva ("donna devi partorire e abortire con dolore!") e
l'istituzione, su richiesta dell'Udc, di un'indagine parlamentare
sull'applicazione della legge 194 e sul funzionamento dei consultori. Un'indagine,
peraltro, inutile se non per il suo scopo propagandistico, poiché annualmente vengono
prodotte relazioni sul funzionamento della legge. Le iniziative del governo
mirano al depotenziamento di una legge che, seppur frutto di mediazioni tra
partiti laici e cattolici, ha legalizzato l'aborto riducendo enormemente le
pratiche clandestine, ha affermato il primato decisionale della donna in tema
di procreazione, ha prodotto una riduzione del 40% delle interruzioni di
gravidanza. Si persegue lo stravolgimento della legge perché la prevenzione dell'aborto,
che dovrebbe intendersi come informazione e diffusione dei sistemi
contraccettivi, viene trasformata in vera e propria "dissuasione dall'aborto" praticata
dalle associazioni cattoliche antiaboriste, presenti in modo strutturale all'interno
dei consultori.
L'indagine parlamentare giunge in
questi giorni alla sua conclusione e, anche grazie alla mobilitazione di Milano
del 14 gennaio in difesa della legge 194, nessuno (né il centrodestra né il
centrosinistra) affermerà palesemente di voler mettere in discussione la legge.
Si sceglierà, invece, la via indiretta della riforma dei consultori allo scopo di depotenziare la legge sulla
interruzione di gravidanza. In questi ultimi anni tale depotenziamento è già in
atto con il progressivo smantellamento del sistema sanitario pubblico e dello
stato sociale; con il taglio dei finanziamenti ai consultori che oggi sono ridotti
di numero, senza risorse, sguarniti di personale anche per la crescita continua
di obiettori, impossibilitati a svolgere quel compito di presidi territoriali
per la salute riproduttiva delle donne e per la maternità responsabile; con
l'apertura al cosiddetto privato-sociale (e relativo dirottamento di finanziamenti
pubblici) secondo quel principio di
sussidiarietà introdotto da Bassanini e votato anche dal Prc durante il governo
Prodi, che oggi fa dire a Livia Turco che "nei consultori non si può far
entrare una sola parte...". Infatti il principio di sussidiarietà, come
indicano le linee programmatiche dell'Unione e gli orientamenti del suo centro
liberale, sarà applicato assicurando la presenza paritetica nei consultori di associazioni
laiche e cattoliche.
Infine sono da considerare la
dichiarazione di Rutelli secondo la quale: "non si deve dare per scontato che
la legge in vigore (legge 194) è un dato acquisito" e la proposta di
emendamento anti-aborto alla finanziaria di Turco-Bindi-Fioroni che prevede un
bonus di un anno da 250 a 350 euro per le donne che "eviteranno di abortire".
Una proposta che si pone sullo stesso piano dei bonus-bebè del governo
Berlusconi: come se le difficoltà ad affrontare la maternità siano superabili
semplicemente con un incentivo economico, peraltro limitato nel tempo, e non siano
elementi strutturali di questo sistema economico e sociale.
E Rifondazione?
Rispetto a questa questione qual
è la posizione del Prc? L'iniziativa politica del Prc nelle istituzioni e nei movimenti
(il partito di lotta e di governo?!) è stata concepita dalla maggioranza
dirigente del partito con il fine di spostare a sinistra l'asse del futuro
governo Prodi. E, ultimamente, come il tentativo - dice Bertinotti nell'intervista
su Liberazione del 14/01/06 - di costruire un "blocco di governo per dare futuro
e sostanza all'Unione" che "rifiuti" il condizionamento dei poteri forti, senza
voler cancellare i valori e gli interessi che essi rappresentano: "io non penso
affatto - continua Bertinotti - a cancellare gli interessi e i valori che oggi
sono difesi dalla Confindustria o dalla Chiesa. Per carità. Voglio che sia
smantellata la posizione di privilegio, di comando, di dominio dei poteri che
rappresentano quegli interessi e quei principi; e poi voglio trattare con loro,
dialogare, scontrarmi, mediare". Questa sì che è vera utopia, dal momento che
questo blocco di governo (l'Unione) ha già dimostrato di poter essere tale soltanto
in quanto garante dei valori e degli interessi di quei poteri forti
(Confindustria, Chiesa) che hanno scommesso proprio su questo blocco di
alternanza.
Le mobilitazioni di Milano e di
Roma in difesa della 194 e per il riconoscimento delle unioni civili, hanno
messo in campo una resistenza di massa agli attacchi delle gerarchie
ecclesiastiche e dei partiti a loro subordinati. Questa
resistenza potrà assumere reali connotati di classe, solo se saprà sviluppare
la propria indipendenza da ogni forza della borghesia e sarà indirizzata alla
costruzione di un polo autonomo di classe apertamente contrapposto alle classi
dominanti e alle loro alternanti espressioni di governo di centrodestra e di centrosinistra.
Per un
programma transitorio
Insieme alla difesa
incondizionata della legge 194 come conquista democratica e progressiva, vanno rivendicati: il potenziamento dei consultori
pubblici; l'educazione alla sessualità cosciente e responsabile a partire dai
più giovani; l'offerta gratuita di anticoncezionali compresa la pillola del
giorno dopo; l'utilizzo diffuso della pillola Ru486 per un aborto meno invasivo;
un sistema sanitario pubblico e non a carattere aziendalistico, sotto il
controllo di comitati di utenti, lavoratori e lavoratrici. Vadano fuori dai
consultori e dagli ospedali il Movimento per la Vita e tutte le associazioni
cattoliche; no ai finanziamenti ai servizi sanitari privati.
Ma la rivendicazione di un pieno e cosciente controllo della sessualità e
della procreazione da parte delle donne proletarie e delle donne immigrate si
deve legare ad una battaglia più generale per l'affermazione di migliori
condizioni materiali di vita che passano per la piena occupazione contro tutte
le leggi che flessibilizzano il lavoro, per aumenti salariali, per un salario
sociale a chi non ha lavoro ed è in cerca di occupazione, per servizi pubblici
gratuiti e garantiti a tutti.
Sull'onda dei movimenti per la
difesa dell'aborto - ma anche di quelli in difesa della scuola pubblica - è di
straordinaria attualità la battaglia per l'abolizione del Concordato, per la fine
dei privilegi e degli interessi materiali della Chiesa cattolica, contro la sua
ingerenza nella vita e nelle coscienze del proletariato, il suo disprezzo dichiarato
per la libertà di orientamento sessuale, la sua volontà di incatenare le donne
al ruolo di riproduzione sociale (esaltazione della famiglia "naturale", della
"naturale" vocazione femminile per il lavoro di cura).
E' necessario dunque costruire
una connessione viva tra questi obiettivi immediati e la prospettiva
anticapitalistica, entro la logica transitoria. E, quindi, riconducendo ogni
lotta delle donne al processo più generale di emancipazione della classe
lavoratrice, per una alternativa di società e di potere.
sommario
Quando la precarieta'
diviene il fulcro del ciclo produttivo
Gorizia: lo sfruttamento dei precari in una fabbrica
metalmeccanica
di Marco Sandrin
Da quasi un anno chi scrive
lavora in una fabbrica metalmeccanica denominata Sbe spa (Società Bulloneria Europea)
e con questo articolo voglio far conoscere a tutti i lettori di questo giornale
le particolari condizioni di sfruttamento alle quali i lavoratoti precari sono
sottoposti in questa realtà, essendo diventati questi ultimi il vero fulcro
attorno al quale gravita la produzione e quindi il profitto che va in tasca al
padrone (oggi lo chiamano datore di lavoro). Questa fabbrica che sorge a Monfalcone
(Friuli Venezia Giulia) risulta essere una delle maggiori realtà occupazionali
della provincia di Gorizia, con i suoi circa 300 operai e un centinaio di
impiegati. Nei fatti solo un 40% dei dipendenti è assunto direttamente da
questa Spa, mentre il resto dei lavoratori è sottoposto a contratti interinali
o comunque a termine. Ma quella che sembrava un'oasi felice dell'industria provinciale
fino a pochi mesi fa si dimostra invece essere un'altra cassa esplosiva del
conflitto di classe.
Caratteristiche normativo-salariali
In questa fabbrica il turno di
lavoro settimanale prevede le 35 ore, che in realtà sono 37,5 perché si lavora
sempre 30'
in più a turno per accordo sindacale (retribuiti come lavoro straordinario) e
la pausa mensa non è retribuita (di fatto si lavorano 7,5 ore di fila, la mensa
è a fine turno). I contenuti e le modalità di tale accordo sono molto ambigui e
a loro tempo hanno già dato vita a dei malcontenti: il contratto è stato in
qualche maniera la risultante dei rapporti che legano a doppio filo il padrone
e la direzione da un lato, e il binomio Ds-Fiom provinciali e l'attuale
coordinatore delle r.s.u. dall'altro. In
questo quadro andiamo ad analizzare quali sono le condizioni materiali dei
lavoratori di questa fabbrica, con una particolare attenzione rivolta ai
precari. Ci sono in primo luogo delle consistenti disuguaglianze salariali tra
i lavoratori: gli interinali (anche chi scrive lo è), a parità di mansioni e di
lavoro svolto con gli assunti a tempo indeterminato, non hanno diritto ai vari
premi di produzione, risultato e presenza. In alte parole questa modalità ha il
fine di frammentare ulteriormente il fronte dei lavoratori. Un altro problema
salariale che trovano questa volta tutti i lavoratori della fabbrica, riguarda
i giorni di malattia e di infortunio: non ci vengono ovviamente riconosciuti i
30 minuti di straordinario e perdiamo 5€ netti circa al giorno.
Dal 9° gennaio 2006 cosa succede?
La crisi di sovrapproduzione determinata
dalla particolare crisi congiunturale del capitalismo a livello nazionale ed
internazionale, si presenta più grave rispetto al quadro presentato dalla direzione
qualche mese fa, che aveva già attuato delle misure volte a fronteggiare tale
crisi (sempre nei loro interessi ovviamente). Praticamente aveva prolungato il
periodo di chiusura collettiva per le ferie di agosto, passando dalle due
settimane previste alle tre (ovviamente con l'esclusione del reparto rullatura)
e, precedentemente, aveva già ridotto l'orario ai 30 dipendenti del reparto
confezionamento. A metà dicembre 2005 la direzione ha deciso di attuare la
riduzione d'orario a tutti i reparti della fabbrica, tranne due, ovvero il
reparto rullatura, che tra l'altro è
il reparto in cui lavoro, e il reparto manutenzione. Diciamo che il mio reparto
non si occupa della produzione del prodotto, perché è il reparto stampaggio che dalla materia prima crea
i bulloni. A noi arrivano dei semilavorati, praticamente dei bulloni senza il
filetto, ai quali dobbiamo appunto fare il filetto passandoli sulle macchine
apposite (rullatici). È facile da intuire che nel magazzino ci siano parecchi
semilavorati arretrati, e per questo non ci hanno ridotto ancora l'orario. Questa
riduzione d'orario è del tutto "lecita", perché il famoso accordo firmato dalle
rsu. sulle 35 ore lo prevede nei momenti di crisi. La direzione ha annunciato
il periodo di chiusura collettiva che va dal 23 dicembre 2005 al 8 gennaio
2006.
Ma qui arriva la beffa. In netta
contraddizione con la decisione di ridurre l'orario lavorativo, ci hanno
chiesto di lavorare per altri tre giorni, ovvero dal 27 al 29 dicembre, dalle 6
alle 13 (si parla di vari reparti, esclusi confezionamento e stampaggio). C'è
da dire poi che nell'avviso affisso alla bacheca c'è scritto che il turno è in
realtà quello normale: 6-13:30 ma ovviamente senza mensa a fine turno (il
giorno 28 non c'era neppure l'acqua calda per farsi la doccia e nemmeno un
avviso scritto o verbale). I lavoratori precari ovviamente avevano poca possibilità
di scelta, prima di tutto perché a molti di essi, compreso me stesso, il contratto
scadeva il 22 dicembre e quindi le ferie non erano pagate: in quel periodo risultavamo
senza contratto di lavoro, 3 giorni di lavoro comportavano un aumento della
retribuzione, da incassare il 15 gennaio; in secondo luogo perché chi si
rifiutava rischiava di essere scaricato poi. Emblematica la domanda che ci ha
posto ad uno ad uno l'ingegnere: "Sei disposto a lavorare dal 27 al 29? Non è
obbligatorio, ma è consigliato".
La posizione sulla scelta dei
nuovi orari del coordinatore della Rsu
Nelle assemblee è stata esposta
questa scelta di riduzione d'orario. La direzione voleva in poche parole
attuare fin da subito la flessibilità dell'orario di lavoro a seconda del
momento, proponendo di iniziare il turno non alle 6, ma alle 7, con il
conseguente spostamento degli altri 2 turni. A votazione i lavoratori
interessati alla riduzione d'orario hanno sostenuto il mantenimento dell'inizio
del primo turno alle 6 del mattino. Il coordinatore delle rsu, della Fiom e
iscritto da quest'anno al Prc, ha dimostrato anche questa volta il suo
atteggiamento filopadronale. Era l'unico disposto a riorganizzare i tre turni a
partire dalle 7 del mattino, dando così mano libera in futuro alla direzione su
questo tema centrale nell'attuale battaglia del rinnovo contrattuale dei
metalmeccanici su scala nazionale. A gennaio si terrà un nuovo incontro con la
direzione per decidere sul da farsi, ovverosia: la direzione presenterà alle
rsu il proprio programma, e quest'ultima sarà chiamata a firmarla per poi
presentarla ai lavoratori come un successo!
I rinnovi contrattuali e la beffa
Il giorno 16 dicembre 2005 tutti
i lavoratori in scadenza di contratto sono stati chiamati in ufficio personale
per stipulare un nuovo contratto (a un'altra serie di lavoratori scade a fine
luglio 2006). E qui un'altra beffa. Alcuni di loro non hanno avuto il nuovo
contratto (4 se non erro), mentre gli altri (una ventina) ne hanno uno che va
dal 9 gennaio al 31 gennaio. La direzione non guarda in faccia nessuno. Non
importa se hai imparato a fare il mestiere o se hai dimostrato affidabilità sul
posto di lavoro, prima di tutto vengono i profitti. L'agenzia interinale
(Adecco spa) mi ha spiegato che la direzione vuole con molta probabilità, ma
non con certezza, farci un nuovo contratto a tutti dopo il 31 gennaio, però con
un inghippo che la legge dei padroni permette. In sostanza, mentre oggi siamo
assunti per lo più con il 3° livello operaio metalmeccanico con specifica
qualifica, dal 1 febbraio 2006 saremo assunti con 3° livello operaio generico,
con conseguente ribasso del già insufficiente salario (quantificabile in circa
70 € netti al mese). Ci si dice che bisogna ridurre i costi di produzione per
restare competitivi: ecco la realizzazione pratica di questo processo
anti-operaio. Inoltre ho saputo dall'Adecco che la direzione non è disposta a
fare concessioni salariali nel contratto integrativo aziendale e la rsu non
sembra voler calcare la mano.
Libertà sindacali dei precari
Nelle assemblee dei lavoratori
Sbe quasi nessun lavoratore a tempo indeterminato prende la parola, figuriamoci
i precari. Questo lo si deve anche al fatto che il padrone dispone di "talpe"
sempre pronte a riferirgli prese di posizione "sconvenienti". Inoltre la
sindacalizzazione tra i precari è del tutto inesistente, per 3 fattori
centrali: 1) l'Adecco quando ci fa sottoscrivere il contratto ci dice che non
serve iscriversi al sindacato se dobbiamo lavorare per brevi periodi; 2) c'è
sempre la paura che non ci rinnovino il contratto; 3) i sindacalisti non ci
vengono mai a proporre di iscriverci e non fanno abbastanza per difenderci.
Quali rivendicazioni sono alla base di un programma unificante per i
lavoratori Sbe?
Bisogna stilare innanzitutto un
programma di rivendicazioni che coinvolga tutti gli operai della Sbe in primis,
e che abbia al centro alcuni elementi irrinunciabili:
1)
Rielezione delle rsu con conseguente smascheramento
dell'attuale coordinatore filopadronale!
2)
Riduzione d'orario sì, in tutti i reparti, ma a parità
del salario previsto dal Ccnl per le 40 ore settimanali!
3)
No ai turni di notte, perché sono risaputi i danni che
causa alla salute!
4)
Assunzione a tempo indeterminato senza se e senza ma di
tutti i lavoratori e di tutte le lavoratrici con contratto a tempo determinato
o assunti tramite agenzia interinale, con un inquadramento che tenga conto
delle reali mansioni svolte dal lavoratore (se uno fa il carrellista, deve
essere inquadrato come carrellista, e non come operaio generico, e così via)!
5)
Diminuire i carichi e i ritmi di lavoro assumendo nuovo
personale!
6)
Eliminare il premio presenza, che sfavorisce i
lavoratori che si fanno male sul posto di lavoro o che si ammalano (basta stare
a casa per 5 giorni lavorativi e si perde i premio semestrale) e dividere
equamente questa quota tra tutti i lavoratori!
7)
La crisi la paghino i padroni, non i lavoratori!
Lotte e mobilitazioni in Italia
di Michele Rizzi
Gradisca (Go)
Nonostante la manifestazione nazionale che ha portato in
piazza migliaia di manifestanti contro l'istituzione del nuovo Cpt sul
territorio goriziano, l'iter burocratico di apertura dell'ennesimo lager per
immigrati va avanti. Infatti è stato affidato l'appalto della gestione dei
servizi interni del nuovo Cpt, che avrà sede nell'ex caserma Polonio di
Gradisca sulla statale 305, alla cooperativa isontina Minerva. E' bene
ricordare che la stessa cooperativa Minerva fa parte della Legacoopsociali, legata
alla Lega delle cooperative, in mano ai Democratici di sinistra. D'altronde
tutto ciò non credo che possa far scandalo, visto che la posizione del centro
liberale dell'Unione è da sempre per il mantenimento dei lager per immigrati.
Naturalmente se ci si può far anche un po' di soldi, gestendoli direttamente,
dopo averli istituiti, è anche meglio! Alla faccia dei diritti democratici e
dell'opinione pubblica di sinistra che chiede con forza la chiusura di questa
vergogne razziste.
Napoli
Mentre la
Giunta campana dell'Unione, guidata dal governatore Bassolino,
va avanti nel progetto di privatizzazione dell'acqua attraverso la vendita
dell'Ato 2, il 17 dicembre si è tenuta a Napoli un'imponente manifestazione per
ribadire un no secco ai progetti di privatizzazione del centrosinistra. La
logica che muove il governo regionale, all'interno del quale c'è anche il Prc,
è sempre la solita: "Socializzazione delle perdite e privatizzazione dei
profitti".
Gualdo Tadino (Pg)
La Rocchetta, multinazionale dell'acqua, proprietaria della
fonte naturale di Gualdo, ha un piano di acquisto del resto delle fonti della
zona, oltre al fiume. Con la gestione pubblica, i cittadini non hanno mai
pagato l'acqua che sgorga dalle fonti naturali. Adesso, con la privatizzazione
voluta dall'amministrazione locale, la multinazionale strapperà alla
cittadinanza un diritto che ha sempre avuto e imporrà tariffe di mercato che
strangoleranno i ceti più deboli, oltre che espropriarla di una fonte di
ricchezza locale.
Pisa
Da Pontedera, gli operai della Piaggio ci segnalano la
vertenza che li vede protagonisti contro la direzione della fabbrica di
Colaninno, che vuole delocalizzare la produzione nei Paesi dove la manodopera costa
molto di meno. Va ricordato che la
Piaggio ha usufruito, grazie ai governi di centrosinistra e
di centrodestra, di vari miliardi di finanziamento a fondo perduto, oltre alle
numerose agevolazioni ottenute (dalla legge sulla rottamazione fino alla
possibilità di acquisto di capannoni e terreni a prezzi stracciati). Il presidente
della Provincia Pieroni, i sindaci e il presidente della Regione Martini
condividono il piano industriale di Colaninno (grande amico di D'Alema) basato
su flessibilità, precarizzazione, licenziamenti e delocalizzazioni e appoggiano
la richiesta di nuovi finanziamenti per il suddetto piano della Piaggio.
Perugia
I compagni di Perugia ci segnalano il proseguimento della
lotta, all'ateneo perugino, degli studenti e dei ricercatori, iniziata con
l'occupazione della facoltà di lettere e proseguita con la contestazione al
ministro Buttiglione, all'inaugurazione dell'anno accademico. In
quell'occasione, la contestazione è stata repressa vergognosamente su ordine
del questore, in comune accordo con il rettore dell'università. Gli studenti
hanno prodotto un video sulla repressione del 9 dicembre per una necessaria
opera di controinformazione.
Messina
Progetto comunista Messina ci
segnala che domenica 22 gennaio si è tenuta a Messina una grande manifestazione
organizzata dalla Rete no ponte "contro il ponte e per lo stretto di
Messina"che ha visto una discreta presenza di attivisti politici e di opinione
pubblica della città dello Stretto e non solo (si veda l'articolo di Ingmar
Potenza a pag. 5).
Saluggia (VC)
Fioccano le proteste organizzate contro
le discariche di scorie nucleari. Alcune associazioni in prima fila contro la
costruzione di nuovi depositi di scorie nucleari di 2° categoria a Saluggia,
nel vercellese, ci segnalano la nascita di un Comitato di lotta che il 25
gennaio ha bloccato la seduta del Consiglio comunale che avrebbe varato la
modifica al Piano regolatore per la creazione della discarica. La protesta in
Consiglio comunale era stata preceduta da un corteo cittadino con circa 600
manifestanti per chiedere di escludere i depositi nucleari denominati D2 dalla variante
al Piano regolatore. Il Consiglio comunale, dopo aver respinto le osservazioni
presentate da cittadini e associazioni ambientaliste, ha visto l'intervento di
un gruppo di cittadini arrabbiati e delusi che ha bloccato la seduta e ha
convocato un'assemblea pubblica sull'argomento. Progetto comunista - Rifondare
l'Opposizione dei Lavoratori continuerà a seguire la vicenda tenendo informati
i nostri lettori sugli ulteriori sviluppi della vicenda.
Genova
Anche a Genova c'è stata l'occupazione del Consiglio
comunale contro lo sgombero di un accampamento che "ospitava" un centinaio di
rumeni nella zona di Genova campi. Pericu, sindaco dell'Unione genovese, nella
stessa ottica razzista ed antisociale della Giunta Cofferati, ha fatto
sgomberare anche il Consiglio comunale, occupato per qualche ora dai militanti
per i diritti dei migranti. Come per Cofferati, Progetto comunista - Rifondare
l'Opposizione dei Lavoratori chiede le dimissioni di Pericu e della Giunta
unionista.
Questione abitativa e capitalismo
Il problema
della casa in Italia
di Davide
Margiotta
Per rendere
l'idea della dimensione del "problema casa" in Italia basta ricordare che oltre
600 mila persone sono sottoposte a sfratto nel momento in cui scrivo questo
articolo. La questione abitativa riveste da sempre nella società capitalista
una dimensione drammatica: ciò che è naturale per ogni animale - un rifugio, un
nido, una tana - non lo è per gli esseri umani che vivono in questo sistema. Anche
chi ha la "fortuna" di avere un tetto sopra la testa si trova di fronte al
problema dell'affitto o del mutuo da pagare (con i tassi d'interesse
ultimamente aumentati dalla Bce e che subiranno sicuramente altri rialzi).
Nelle città, ma ormai anche nelle province, il costo dell'affitto può arrivare
sino a oltre il 50% del salario. Il capitalismo non è in grado di garantire una
casa neppure a tutti coloro che lavorano.
Milioni sono i
proletari esclusi dalla possibilità di ottenere un mutuo dalla banca perchè non
hanno un lavoro stabile o perchè mal retribuito. Decine di migliaia le famiglie
che rischiano di essere sgomberate da un momento all'altro, costrette - per
vedersi riconosciuto il più elementare dei diritti - ad appellarsi alla
"magnanimità" di qualche burocrate. I benpensanti, che stanno in entrambi gli
schieramenti del parlamento, cercano in ogni modo di relativizzare il problema.
Da una parte si cita il fatto che in Italia circa il 75% delle famiglie ha una
casa di proprietà, stando bene attenti a tacere il fatto che buona parte di
queste è indebitata fino al collo proprio per questa ragione. Dall'altra si
affronta la questione soltanto per le "famiglie naturali", ignorando totalmente
single e coppie di fatto, con il plauso del Vaticano e del suo monarca
assoluto, dinanzi al quale i rappresentanti di entrambi gli schieramenti si
prodigano in eloquenti genuflessioni.
Nessuna
soluzione nel capitalismo
La dura realtà
del capitalismo è che i lavoratori sono spesso costretti a vivere in 5 o 6 per
permettersi un tetto sopra la testa. La situazione degli anziani soli è sempre
più precaria, quella degli immigrati stranieri disumana. La vicenda dei
profughi sudanesi a Milano, sgomberati e gettati in mezzo alla strada in pieno
inverno, è soltanto l'ultimo episodio di una crisi che sta per diventare
esplosiva. E' bene chiarire da subito un punto centrale: la soluzione del
problema non è nella costruzione di nuovi alloggi, cosa che, tra l'altro, in
regime capitalista significherebbe inevitabilmente nuovi affari per
immobiliaristi privi di scrupoli. Engels rilevava già nell'800 come il problema
della mancanza di alloggi non è certo da imputarsi alla scarsità delle
abitazioni: gli appartamenti sfitti, disseminati in tutte le città e province,
adibiti dai proprietari a fini speculativi, sono ampiamente sufficienti per il
fabbisogno della popolazione.
Il numero di
alloggi costruiti nell'ultimo decennio è doppio rispetto all'incremento dei
nuclei familiari. L'aumento totale delle
abitazioni dal 1971 al 2001 è stato del 56%, ma quello delle abitazioni non
occupate ha raggiunto nello stesso periodo il 164%! Secondo la "legge" della
domanda e dell'offerta i prezzi sarebbero dovuti crollare, invece sono
schizzati vertiginosamente in alto. Il fatto è che non viviamo in un regime di
capitalismo concorrenziale (storicamente superato), ma in un regime
monopolistico - l'epoca dell'imperialismo - cioè il periodo del dominio della
finanza, dei monopoli e dei cartelli.
Il caso italiano
Considerando
dunque che in regime capitalista il problema è destinato a non trovare
soluzione, è innegabile che la situazione in Italia si sia ulteriormente
aggravata negli ultimi anni. Vediamo di indagarne schematicamente le ragioni
principali. La crisi economica che investe il mondo intero da tempo ha spinto i
capitalisti ad investire dove il profitto è più sicuro, provocando uno
spostamento degli investimenti verso
settori di servizio, regolati e nazionali. In una parola, settori che
garantiscano posizioni di monopolio. Le cartolarizzazioni, come
tutte le privatizzazioni, hanno costituito in questo contesto un ghiotto
boccone per i capitalisti in cerca di investimenti sicuri.
Essendo in
Italia la crisi capitalistica più acuta che altrove (basti pensare a Cirio,
Parmalat, Fiat, Alitalia...), questo fenomeno è particolarmente evidente. La
speculazione edilizia è diventata uno dei mezzi di arricchimento più
remunerativi. I profitti provengono,
oltre che dalla cementificazione di terreni prima adibiti ad uso agricolo e
dalla trasformazione dei centri urbani, soprattutto dal fenomeno delle
cartolarizzazioni. Si tratta
della svendita in blocco di tutto il patrimonio immobiliare pubblico,
principalmente degli Enti Previdenziali (tra l'altro creato con i soldi delle
nostre tasse) ad un consorzio di banche internazionali, che poi rivende
soprattutto ai grossi speculatori edilizi. Profondo è
l'intreccio fra interessi bancari e immobiliari, con il beneplacito
governativo. Questo procedimento diventa operativo nell'autunno del 2001, con
il decreto legge Tremonti. E' questa gigantesca speculazione edilizia la causa
principale dell'aumento del costo delle case. Sono i grossi gruppi immobiliari
a dettare il prezzo e non la domanda, come affermano i liberali.
In verità il
disegno di dismettere il patrimonio immobiliare pubblico vanta una storia più
antica. Già negli anni '90 il Governo Amato creò l'Immobiliare Italia, una
società veicolo formata da banche e grossi gruppi economici finanziari,
incaricata di acquistare gli immobili per poi rivenderli e ricavarne un utile.
Venne poi il turno
del Governo D'Alema, che incominciò a mettere in vendita il 25% dell'intero
patrimonio e a dividere gli immobili in palazzi di "pregio" e "non", privando i
primi dello sconto del 30%, sconto che poteva facilitare in qualche modo
l'acquisto da parte degli inquilini. L'attuale legge del Governo Berlusconi
prevede la svendita progressiva di tutto questo patrimonio immobiliare alla
Scip (Società Cartolarizzazione Immobili Previdenziali), cioè ad un consorzio
di banche internazionali (fra cui Deutsche Bank, Amro e Mediobanca). Queste
acquistano mediante le grosse immobiliari che si occupano di costringere gli
inquilini ad acquistare - i quali ovviamente non se lo possono permettere - o
ad andarsene, per poi rivendere agli speculatori edilizi o alle grosse finanziarie
internazionali (come la
Carlyle group di Bush senior che sta acquistando nel centro
di Roma).
La situazione dell'edilizia sociale, in
questo contesto, va incontro al disastro. Esistono oltre 2 milioni di
famiglie sotto la soglia di povertà e solamente 900 mila alloggi a canone
sociale. Calcolando come edilizia sociale quella delle case dei Comuni e dello
Iacp (Istituto Autonomo Case Popolari), questa raggiunge la percentuale
miserrima del 5%, contro, ad esempio, il 30 % di Francia, Germania e Gran
Bretagna.
Alla metà degli
anni novanta si aggiungeva la controriforma delle pensioni del Governo Dini,
che faceva confluire gran parte dei fondi Gescal (fondi statali creati coi
contributi dei lavoratori, prelevati direttamente in busta paga, adibiti alla
costruzione delle case popolari) nelle casse degli Enti Previdenziali e in
gestione alle regioni. Inoltre, da nord a sud, numerose giunte hanno pensato
bene di fare cassa anche con la privatizzazione delle case popolari. In ambito
privato, alla fine del '98 il Governo D'Alema liberalizza definitivamente il
mercato degli affitti e cancella l'"equo canone'', che aveva livellato gli
affitti su costi meno insostenibili. Detto tra parentesi, con il voto
favorevole del Prc. Gli affitti da questo momento subiscono un'impennata fino a
oltre il 100%. Rimane da registrare il fenomeno delle piccole-medie imprese che
utilizzano la compravendita di immobili per riciclare il denaro guadagnato in
nero, contribuendo a far lievitare il costo di case e affitti su tutto il territorio.
Una piattaforma rivendicativa
Per affrontare
questo enorme problema è importante adottare una piattaforma che rivendichi:
l'immediata ripubblicizzazione del patrimonio edilizio pubblico privatizzato,
sotto il controllo di comitati di lavoratori - inquilini, sfrattati e senza
tetto - e senza indennizzo per gli espropriatori; l'abolizione della legge
sulle locazioni del Governo D'Alema e la garanzia di contratti stabili con
canoni rapportati al reddito; l'esproprio delle abitazioni sfitte; l'abolizione
delle normative che discriminano l'accesso alla casa sulla base della
provenienza nazionale; la cessazione degli sgomberi; un programma di recupero
edilizio, sovvenzionato dalla tassazione progressiva dei grandi patrimoni,
profitti e rendite, con l'abolizione dei trasferimenti pubblici a imprese,
scuole e sanità private, con l'abbattimento delle spese militari.
Il diritto
elementare alla casa deve essere garantito a tutti!
Le facili
illusioni sul problema chimico a Marghera
di Enrico Pellegrini
I lavoratori del Petrolchimico di Marghera, durante
le festività natalizie, sono più volte scesi in strada a manifestare per il
loro posto di lavoro e ad arrestare, in quei giorni, con il blocco delle
forniture di gas speciali, il ciclo produttivo di altri grossi insediamenti
industriali in Italia (Mantova, Ravenna, Ferrara).
Una dimostrazione di forza inequivocabile che
testimonia il peso che, comunque, ancora mantengono tutte queste figure,
considerando che oggi il loro numero sfiora le ottomila unità e che in passato
(anni '70) arrivava a circa quarantamila, senza considerare il grosso indotto.
Il dibattito sulla questione del problema chimico a
Marghera necessita, dunque, di ulteriori approfondimenti che sgombrino il campo
dalle facili illusioni che moltissimi lavoratori nutrono nei confronti di
"fragili" aspettative fatte nascere da precisi soggetti politici nell'ultimo
periodo.
Nel comparto chimico l'Italia, nel panorama della
filiera internazionale della valorizzazione del capitale, risulta essere agli
ultimi posti in Europa, superata in questo caso anche da paesi in via di
sviluppo (Thailandia in primis).
Ne deriva, quindi, che eventuali investimenti non
saranno finalizzati in maniera cospicua al mantenimento degli attuali livelli
produttivi ma, perlopiù, indirizzati verso altre opportunità di guadagno che le
stesse dismissioni produttive creano (bonifiche, analisi e carotaggi,
trasferimenti di strutture, ecc.).
Tralasciando la "singolare" convergenza di interessi
tra il Sindaco Cacciari e le varie imprese disseminate a Porto Marghera, è
utile ricordare che per noi marxisti è l'economia, nelle sue profonde
dinamiche, che in ultima istanza, come infrastruttura reale, detta regole ed
obiettivi; e che la "politica" si adegua pur con tutti i crismi lamentosi che
certi delicati passaggi comportano.
L'economia sul territorio veneziano (e non) punta
ormai come ricerca di valorizzazione d'investimento e profitto alla cosiddetta
opportunità logistica, atta a fornire adeguato supporto ricettivo per merci e
materiali le cui produzioni verranno sempre più svolte altrove (chimica
compresa).
Da questo punto di vista si comprendono, inoltre, i
diversi lavori di rafforzamento di varie arterie comunicative avviate
nell'intera Regione (Pedemonatana, Romea Commerciale, Corridoio 5, ecc.).
Ne consegue una drastica e radicale rimessa a punto
dell'intero sistema produttivo portuale veneziano in cui nessun "accordo di
programma" convenuto tra le parti sociali e nessun ammodernamento in "celle a
membrana" avviato con delibera regionale, potrà svolgere ruoli di reale
opposizione di merito.
Non si tratta qui di discutere sull'eventuale
termine di continuità produttiva (2015 o 2025) del polo chimico di Marghera, ma
di capire che, nonostante i proclami sbandierati a difesa delle produzioni da
parte del sindaco, il futuro disegno politico generale di gestione del
territorio è rivolto verso altri obiettivi.
Innanzitutto, verso una collocazione competitiva
dell'intero sistema intermodale veneziano una volta smantellate le produzioni;
quindi, verso un'accelerazione di quel processo d'intera trasformazione della
città intesa sempre più come "meta" da museo in cui far confluire capitali
freschi o in espansione nel settore turistico-ricettivo inquadrato in un
generale piano operativo di servizi.
In altre parole, il contesto interregionale vedrà
Venezia come il futuro baricentro di smistamento merci dirette in buona parte
verso il centro-nord Europa (in parte questo ruolo è sempre stato svolto).
Questo con buona pace di chi si spende ora sulle pur
presenti minacce ambientali, visto il futuro aumento di circolazione di
automezzi pesanti, macchine industriali e altro che faranno lievitare ancor di
più il livello delle polveri sottili nell'aria (PM10).
A tal proposito è giusto ricordare che il Prc
veneziano sposa, assieme alla Lega Nord e a buona parte della sinistra
ambientalista, la tesi referendaria, strumentalizzando tutta una serie di
questioni (possibili incidenti, emissioni nocive, sicurezze sociali, ecc.) a
cui simili strumenti di consultazione popolare dal forte sapore demagogico, non
possono dare alcuna risposta.
Il palleggiamento di responsabilità vissuto tra
Governo, Regione e Comune (quest'ultimo distintosi per opera di "pressione")
tenta di nascondere responsabilità politiche legate ai futuri drammi sociali
che i lavoratori coinvolti vivranno.
La discussione concernente le presunte opportunità
che si dischiuderanno in altri settori per tutte queste figure lavorative resta
sostanzialmente materiale che può appassionare un giocatore d'azzardo ma non
chi si avvicina in maniera seria alla comprensione del problema.
Tutte queste esperienze, questi saperi, queste
professionalità, non si "travaseranno" meccanicamente nelle nuove sfere
produttive che un terziario presuntamente avanzato dovrebbe offrire.
Un paese in preda ad un forte colonizzazione
economica, il cui futuro assoluto ruolo di sub-fornitura di merci a basso
valore aggiunto non garantisce nemmeno livelli minimi d'indipendenza economica
generale è un paese che giocoforza perde di ruolo e fisionomia, in relazione a
conquiste generali di civiltà, frutto di decenni di lotte condotte da
lavoratori sempre più spremuti in nome del profitto.
A questi ultimi, e solo a loro, spetta il ruolo di
effettivi difensori dei loro interessi e delle loro condizioni: un compito che
può essere espresso solo attraverso l'organizzazione di un conflitto sociale
esplosivo che, allargandosi in direzione di altre platee sociali, rompa certi
schemi prefissati, certe sicurezze padronali e le ormai logore compatibilità di
un intero sistema industriale, le cui gestioni passate sono responsabili e
colpevoli riguardo ai disastri socio-ambientali causati e dimostrano cosa
significhi indirizzare talune strategie produttive nell'ambito di un mercato
selvaggio ritenuto da molti "sano, indispensabile, intelligente e motore di
progresso economico".
Il
fantastico mondo di Antonio Bassolino
Breve
viaggio nel sistema di potere della regione Campania
di Pasquale Cordua
Lo spazio di un articolo sul bassolinismo consente
di trattare pochi episodi ed è opportuno partire da quelli più "interni",
nascosti. Ecco cosa propone la
Giunta campana nella finanziaria di prossima approvazione: "I
dipendenti della Regione, nonché i dipendenti degli Enti ed Istituzioni
sottoposti alla vigilanza della stessa, eletti nelle Assemblee, Regionale,
Nazionale ed Europea, collocati in aspettativa obbligatoria, all'atto del
rientro in servizio hanno diritto - se nelle more sono stati banditi concorsi
per categorie immediatamente superiori a quelle di appartenenza - a partecipare
ad apposita procedura selettiva per progressione verticale "riservata" (le
virgolette sono del testo) bandita dall'Amministrazione Regionale. Le
disposizioni si applicano anche agli eletti nelle legislature precedenti, che
hanno espletato almeno un mandato".
Con questa norma, i poveri eletti che, mentre
svolgevano il loro duro lavoro pagato con appena 10.000 € al mese (più
altrettanti in provvidenze e benefit), si sono visti scavalcare da colleghi che
hanno vinto un concorso per un passaggio di categoria da 80 € al mese, potranno
accedere ad un concorso "riservato" indetto dalla stessa Amministrazione
Regionale che si erge a campione di garanzia del diritto di questi poverini
colpiti dall'ingiustizia.
Si tratta solo di un esempio di un ceto politico che
amministra se stesso con un'avidità indecente. Ma non basta! A sorpresa
nell'ordine del giorno della seduta del 19 dicembre è comparsa una proposta di
legge per la revisione delle tariffe pubbliche. Anche nei dettagli si mostra
l'arroganza del potere: il provvedimento non era stato nemmeno posto in
discussione nella commissione competente e non poteva essere portato in
Consiglio. Ma il bisogno di rastrellare risorse è enorme ed il Governatore ha
proposto - ed il Consiglio disposto - aumenti di IRAP, accise sui carburanti,
bollo auto, addizionali regionali praticamente su tutto. Si dirà che certamente
si vuol finanziare il reddito di cittadinanza o compensare i tagli del governo
centrale alla spesa sociale! Ma è tutto da vedere, perché intanto si finanziano
i consiglieri, i loro portaborse e gli allestimenti di uffici che sono solo
centrali di coordinamento di clienti che poi ricambieranno al momento del voto.
La costruzione del consenso in cifre
Qualche cifra farà capire a quanti disoccupati si
potrebbe dare un reddito più che sufficiente a vivere. Un consigliere regionale
percepisce 10.000 € al mese e si assicura con una sola legislatura (5 anni) un
vitalizio di 3.500 € mensili rivalutabili. Siccome, poi, se non è rieletto
resta traumatizzato, a fine mandato riceve un compenso di 50.000 € per
"reinserimento nella vita civile". Queste cifre sono medie minime perché, ad
esempio, il consigliere che non è del capoluogo percepisce una "indennità di
disagio" di 500 € al mese; e non è l'unica: le indennità sono le più strane,
quelle cospicue riguardano i capigruppo ed i presidenti delle diciotto
Commissioni (50.000 € l'anno). E poi: telefonino con scheda prepagata, palmare,
computer portatile, telepass e viacard per l'auto di casa, trasporti pubblici
gratuiti e, ancora, una congrua provvista personale di quotidiani e riviste a
scelta.
Qui si apre un capitolo sulla stampa e iniziamo ad
andare verso l'esterno dell'istituzione. I nostri eletti sono superdocumentati
da convenzioni con l'Ansa, con l'Asca, collegati ad Internet, dotati di un ufficio
stampa interno e, per chi non ha tempo per leggere tutti i giornali che compra
(o che fattura), c'è un servizio di rassegna stampa. Ma come fa un giornale a
parlar male di tutto questo ben di dio!
E i costi dell'indotto dove li mettiamo? Il nostro
consigliere dispone di un fondo personale di 30.000 € l'anno per "acquisti di
beni e servizi utili all'espletamento del mandato" e con una semplice
autocertificazione può spenderli, ad esempio, per affiancarsi due o tre
portaborse oppure per acquistare una offset. Se poi è presidente di commissione
dispone di altri 50.000 € l'anno per consulenze "utili al lavoro della
commissione", che saranno effettuate da competenti professionisti (per vostro
diletto è consigliabile leggere i curriculum di alcuni di questi emeriti). Il
nostro povero ed affaticato Consigliere ha, però, bisogno di una struttura di
supporto, la sua segreteria, che è formata da personale dipendente chiamato
(comandato) dal Consiglio o da altre amministrazioni e, finché si tratta di
impiegati pubblici, la cosa non comporta ulteriori oneri. Ma l'innovazione
bassoliniana consiste nell'allargare la facoltà del comando anche ad altri
enti: e così gli autisti della Ctp o dell'Anm, i postini o le guardie
forestali, si trovano a fare gli impiegati presso i gruppi consiliari. Dato che
lo spirito di Ulisse non conosce limiti, l'istituto del comando è stato esteso
alle società miste e, con queste, torniamo nuovamente all'esterno del sistema.
Le società miste, nate per stabilizzare gli LSU,
sono diventate il serbatoio per elargire incarichi lautamente retribuiti nei
rispettivi consigli d'amministrazione e per assumervi nuovo personale che nulla
ha a che fare con le liste di mobilità o le ristrutturazioni aziendali dalle
quali sono derivati licenziamenti e casse integrazioni. Tutte queste assunzioni
in più hanno provocato problemi di bilancio a queste società, che quindi hanno
visto di buon occhio il trasferimento di quote del proprio personale al
consiglio regionale, che in tal modo se ne accolla gli oneri. La manovra è
stata così efficace che alcune signorine sono state assunte, su diretta
pressione di consiglieri, da alcune società e dopo due giorni comandate al
consiglio. Naturalmente non si tratta solo di un'occupazione "malata", ma anche
di un serio rischio per i veri LSU che sarebbero i primi a subire il dissesto
finanziario delle Società miste.
Pan, Recam, Smartway, sono i nomi celebri di queste
ardite operazioni clientelari e anche qui la Campania detiene il
primato nazionale con ben diciotto società miste (contro le sei del Lazio e le
sei della Sicilia) tutte fondate nell'era bassoliniana. Ha ben ragione il Prc
quando, per bocca del capogruppo Vito Nocera, proclama la Campania come "il più
interessante laboratorio politico d'Italia" .
Qualche considerazione finale
Abbiamo con questo assaggiato appena la buccia del
sistema perché se passassimo alle delibere di Giunta e poi agli appalti
finiremmo per scoprire un mondo che merita ben altri approfondimenti ma ora ci
fermiamo per qualche riflessione.
Anzitutto la descrizione stessa di questi episodi ci
fa capire il perché del consenso elettorale di Bassolino. Poi ci dà notizie
anche sulla composizione di classe di questo consenso, costituita soprattutto
da ceto medio parassitario. Dal punto di vista dello schieramento politico
possiamo notare come la Cdl
partecipi alla spartizione e, ricambiando con la connivenza, rafforzi il
consenso del governatore, che spesso ha fatto ricorso al sostegno di pezzi
della opposizione. Anche Rifondazione, del resto, è completamente subordinata
ai metodi e alla sostanza del governatorato campano, partecipando ampiamente al
comitato d'affari.
Gli effetti sociali di questa "distorsione" dei
ruoli della democrazia borghese danno corpo a quel trasversalismo che qualche
sociologo da strapazzo attribuisce ai nuovi tempi e che invece nasce da un
molto meno poetico interesse di bottegai.
Bertoldt Brecht descrive attonito il fenomeno col
quale "... le nostre parole d'ordine sono confuse. Una parte ... le ha stravolte il
nemico fino a renderle irriconoscibili". Ma il nostro proposito non è fare
ricerca o costruire archivi della corruzione, quanto fare agitazione,
propaganda, accumulare forze e dare espressione politica di classe alla
indignazione ed alla protesta. Dobbiamo anche capire e trarre le conseguenze
dalla constatazione che la differenza tra il ruolo dei Consigli e quello delle
Giunte, tra politica ed amministrazione, tra indirizzo e gestione, è
definitivamente superata nella sua vecchia forma ed avviata decisamente verso
un'unica amministrazione del consenso, del potere e del profitto di classe.
All'interno di questa unità ci sono solo differenti livelli di gestione e forme
differenti di rapporti con la società, ovviamente non senza contraddizioni. Da
ciò deriva che la presenza dei rivoluzionari nei momenti elettorali e nelle
istituzioni consiliari ha perso molto del suo valore, di quell'importanza (e di
quell'efficacia) che Lenin attribuiva a quest'ambito della battaglia politica
contro la borghesia.
Senza voler escludere per principio la nostra
partecipazione alle elezioni, questo tipo di impegno va, per usare un
eufemismo, seriamente ritoccato in qualità e quantità.
L'altra domanda che è necessario porsi è come mai,
nonostante alcune prese di posizione, proteste, anche di parte diessina, non
sia nata nemmeno un'iniziativa, se non di contestazione, quanto meno di
espresso dissenso. Ma a guardar bene non c'è da meravigliarsi: senza sponda,
senza espressione politica, senza nemmeno organizzazione, come è possibile che
le cosiddette "voci critiche" possano registrare un qualche successo?
Non è retorica, ma la necessità del partito con un
programma rivoluzionario, anche per queste cose, va messa all'ordine del
giorno. Ma qui si apre un altro capitolo!
sommario
Milano: cosa serve
alla citta'?
Le condizioni di vita e di lavoro nella metropoli contesa
di Luca Prini*
La lunga stagione di governo del
centrodestra ha fatto sicuramente male a Milano. Profonde trasformazioni nel
tessuto economico e sociale della città si sono determinate già dalla seconda
metà degli anni '80: l'immagine un po' poetica della "Milano col cuore in mano"
ha lasciato spazio dapprima alla città del terziario avanzato e dei facili
affari (la "Milano da bere") cresciuta all'ombra delle giunte "di sinistra"
Tognoli, Pillitteri e Borghini (oggi assessore regionale con Formigoni). Poi è
stato il momento della new economy,
basata su un'enorme bolla speculativa finanziaria e fondiaria e fortemente
sostenuta dalle giunte di Centrodestra, che ha visto però negli ultimi anni,
dopo una breve quanto rapida espansione, una forte battuta di arresto, poi di
profonda crisi, dimostrando tutta la fragilità del sistema e della politica
attraverso cui si è sviluppata.
Un bilancio della giunta di
centrodestra
Le politiche del centrodestra sono
state caratterizzate perlopiù da una massiccia campagna di privatizzazioni
delle ex aziende municipali, attraverso la vendita, la cessione di consistenti
quote o l'esternalizzazione della gestione di alcune tra le più importanti
aziende che operano nei settori strategici (energia, trasporto pubblico,
servizi, edilizia pubblica). La filosofia che ha guidato queste operazioni è
semplice: privatizzare gli utili e socializzare le perdite, a tutto vantaggio
delle rendite di capitale, delle banche e delle grandi lobby affaristiche. La
deindustrializzazione, che ha visto tra la fine degli anni '80 e la metà degli
anni '90 la chiusura di molte importanti fabbriche in città, ha liberato aree
ex-industriali inutilizzate per milioni di metri quadri in tutta la città, in
particolare nelle sue aree periferiche.
Una trasformazione così imponente
in termini di risorse economiche e fondiarie come quella oggi in atto sulle
aree dismesse di Milano avrebbe dovuto costituire un'occasione irripetibile per
dispiegare una strategia di riequilibrio sociale e di sviluppo urbano
sostenibile. Invece i progetti in corso di riutilizzo, che riguardano una
risorsa fondiaria di più di 8 milioni di metri quadrati di aree industriali
dismesse, sono tutti destinati a residenza ed apertura di supermercati e centri
commerciali. Cemento che si aggiunge quindi ad altro cemento, in una città già
profondamente segnata da problemi di vivibilità, traffico ed inquinamento. Gli
strumenti urbanistici utilizzati sono i più diversi; dai Pru (piani di
riqualificazione urbana) ai Pii (piani integrati di intervento) alle continue
varianti al Prg della città del 1980. Come ciò non bastasse la giunta ha anche
progettato la cartolarizzazione di 120.000 mq di immobili pubblici, di cui la
metà sono costituiti da case di proprietà comunale, nonché la vendita di
importanti stabili di proprietà pubblica ubicati in zone centrali della città. E'
quindi evidente che l'amministrazione comunale non vuole affrontare l'emergenza
abitativa a Milano, dove quasi 20.000 famiglie sono in graduatoria per ottenere
un alloggio popolare e circa 10.000 sfratti sono in fase esecutiva, in una
situazione di vera e propria emergenza sociale, aggravata dagli effetti della
Legge 431/1998 che ha abolito l'equo canone e la regolamentazione degli sfratti
(legge votata dal Governo Prodi, Prc incluso).
Il peggioramento delle condizioni
di vita
Tutto ciò rende evidente come le
condizioni di vita a Milano, per settori popolari sempre più ampi, si sono
fatte negli anni più difficoltose, quando non impossibili. E' un dato di fatto
che i residenti in città tra il 1971 ed il 2001 sono calati di oltre 400.000
unità (1.724.173 nel 1971 contro 1.301.551 nel 2001). Dal 2000 ad oggi hanno
abbandonato Milano tra i 7 ed i 10.000 residenti italiani per ogni anno;
nell'anno 2004 sono stati 33.543 i milanesi che hanno scelto (o molto spesso
sono stati obbligati) a lasciare la città; tra questi molti i giovani (età
media 34 anni). Il problema abitativo, dunque, unito alla carenza ed alto costo
dei servizi sociali ed alla forte espansione del lavoro precario e poco
garantito, determina sempre maggiori difficoltà di sussistenza non solo dei
ceti popolari ma anche di parti dell'ex ceto medio che vivono condizioni di
progressiva proletarizzazione. Per non parlare delle enormi difficoltà che
devono affrontare i circa 161.000 immigrati residenti in città nel 2005.
Un ulteriore effetto negativo
della corsa all'edificazione selvaggia è determinato dal progressivo
peggioramento delle condizioni di vivibilità nella città. La concentrazione di
funzioni, servizi e residenza determina un costante richiamo verso la
metropoli. Ogni giorno entrano in città circa 900.000 persone per ragioni di
lavoro, studio, cura e quant'altro. Il problema della mobilità di persone e
merci e della viabilità nell'area metropolitana determina un ulteriore condizione
di vivibilità difficoltosa, oltre a enormi costi sociali. Nell'anno appena
trascorso il limite giornaliero della concentrazione delle micropolveri
nell'atmosfera è stato superato per 151 giorni. Milano è oggi una città che fa
male, in tutti i sensi.
Una città divenuta cattiva,
soprattutto con i più deboli: gli anziani che sono sempre di più (non quelli
che possono permettersi di svernare ai tropici); i pensionati a basso reddito,
che solo a parole sono considerati una risorsa ma il più delle volte sono abbandonati
alla loro solitudine, alle loro difficoltà ed ai loro acciacchi; i bambini, che
soffrono più di altri l'inquinamento, la mancanza di spazi per il gioco, i
ritmi di vita dei genitori che sono sempre più vorticosi; le donne, che troppo
spesso devono farsi carico del lavoro familiare in aggiunta a quello esterno,
della cura dei figli e di eventuali parenti anziani nella cronica mancanza di
adeguati servizi sociali;gli studenti universitari fuori sede, che devono
costantemente combattere contro l'assenza di servizi loro dedicati e sostenere
gli alti costi del vivere in città; i giovani con lavoro precario che, privi di
garanzie e prospettive, vivono la grande vetrina della città come qualcosa da
guardare e non toccare; i lavoratori immigrati e le loro famiglie, che hanno la
somma di tutti questi problemi.
Occorre invertire la rotta
A Milano dunque, a fronte di un
settore sociale ricco e tutelato, ve ne è un altro, sempre più ampio che
contribuisce in modo determinante alla ricchezza della città dalla quale è però
poi escluso. Oggi circa 400.000 persone vivono sulla soglia della povertà (o al
di sotto) e la maggioranza dei milanesi ha seri problemi economici. Bisogna
invertire la rotta, attraverso interventi molto netti. Bisogna costringere chi
ha vissuto di rendita, speculazione, evasione a pagare ciò che negli anni non
ha pagato. Costringere chi può permettersi il lusso di tenere appartamenti
sfitti a non poterlo più fare. Costringere chi trae profitto dalle
speculazioni, chi inquina la vita pubblica a proprio vantaggio a restituire alla
collettività il maltolto. Predisporre drastici interventi di recupero al
controllo pubblico delle aziende che operano nel settore dei servizi pubblici,
un piano di mobilità e trasporto pubblico che rimetta al centro l'interesse dei
cittadini e dei lavoratori. Unificare le lotte dei lavoratori, che pure in
questi anni non sono mancate, intorno ad un progetto generale di recupero delle
condizioni di vivibilità e socialità che negli anni sono venute meno. Mettere
alla guida della città un governo che faccia gli interessi della cittadinanza e
non del capitale.
E' un progetto difficile ed
ambizioso, ma non impossibile. Certo si renderanno necessarie scelte di netta
rottura col passato; di pieno sostegno alle necessità dei ceti popolari, a
tutela di una loro vera e piena rappresentanza, di un loro reale controllo
dell'amministrazione della città. Scelte a tutela degli interessi di molti
contro gli interessi di pochi. Potrà una futura amministrazione di
centrosinistra fare ciò? Io non credo. Lo dice la storia della opposizione in Consiglio
comunale e nella città in questi anni; troppo timida e blanda rispetto alle
micidiali politiche antipopolari della maggioranza. Lo fa presagire il
carattere sempre ossequioso nei confronti dei poteri forti e della borghesia
presente in tanta parte dell'Unione. Lo dicono le aperte ambiguità circa
questioni importanti come le privatizzazioni, gli scempi edilizi, l'apertura al
privato nella gestione dei servizi sociali, la disponibilità a limitare forme
di lotta e diritto di sciopero nell'alveo della "legalità".
Sarà perciò importante non
privare nessuna futura giunta del "fastidio" di un'opposizione comunista.
*capogruppo Prc al Consiglio di Zona 3 di Milano
sommario
Bari: il Prc è per la precarietà..."eccezionale"!
di Pasquale Gorgoglione
Il bilancio presentato dalla
giunta Emiliano del Comune di Bari è stato approvato, con tempi record, prima
della fine dell'anno. Nella storia del Comune è accaduto una sola volta. Mentre
tutta la maggioranza di centrosinistra si complimenta per l'efficienza e
l'ottima capacità di governo dimostrata dalla giunta e si difende compatta
dalle polemiche dell'opposizione di destra, passano quasi inosservate le misure
che colpiscono più duramente i lavoratori e/o i disoccupati baresi (ormai la
differenza tra i due termini si assottiglia). Ad essere approvati, insieme al grande
piano di lavori pubblici, che servirà a distogliere l'attenzione dei baresi dai
previsti 10 milioni di metri cubi di cemento pronti a sommergere la città, sono
anche il diritto dell'amministrazione a ricorrere al lavoro per
"somministrazione", come prevede la
Legge 30, e lo stanziamento di fondi per il reddito
d'inserimento (che non sia spacciato tra i militanti di Rifondazione come
reddito sociale!) a 300 giovani, ovvero il lavoro travestito da formazione
presso aziende private, gentilmente (mal) pagato direttamente dal Comune.
Non una voce si è levata
contro questo grave attacco ai lavoratori
Rifondazione Comunista invece
di opporsi con i fatti, e con il voto, si copre, ormai come di consueto, con
una inutile e ridicola foglia di fico: l'emendamento, presentato e fatto
approvare, che riconosce la necessità del ricorso a queste forme di contratti
ma lo caratterizza come misura "eccezionale". Eccezionale non certo nel senso
di misura una tantum: primo, perchè non c'è nessuno che stabilisca quando si
può tornare alla "normalità"; secondo, perchè ho visto questo partito
rimangiarsi la parola così tante volte e in modo ben più plateale (per esempio
mi viene in mente che il Prc ha come alleato D'Alema, per il quale in passato
ha proposto l'incriminazione al tribunale dell'Aja per crimini di guerra e
"bombardamenti umanitari") che non mi stupirei affatto se un emendamento che
domani non ricorderà più nessuno venisse calpestato e, in ogni caso, è tutto da
dimostrare il valore della transitorietà quando si commette il crimine della
precarizzazione della società. Eccezionale, come fosse l'unità nazionale o un Patriot Act, evoca le misure adottate in
stato di guerra ... o di lotta di classe; e allora leggasi "epocale", come il
passaggio dall'altra parte della barricata!
La sinistra alternativa barese,
con la cui forza è stato possibile eleggere Vendola ed Emiliano, è purtroppo assente
nel momento più importante e si presenta oggi come una galassia di soggettività
atomizzate e relativamente distanti tra loro. Una situazione di disgregazione che
si alimenta nel momento in cui la stessa Rifondazione Comunista, il partito più
rappresentativo di quel mondo, ha le mani inestricabilmente legate alle
politiche antipopolari, sia a livello locale che, in proiezione, nel nuovo
governo nazionale. Nel frattempo il disagio popolare si allarga e si acuisce e,
sebbene la tensione nell'aria si tagli a fette, esso non trova gli spunti per
accompagnarsi ad una proporzionale presa di coscienza collettiva, mentre
piuttosto si accumula e cova il malcontento, come un potente flusso
sotterraneo, che in futuro potrebbe anche emergere in forma di violenza gratuita,
alla maniera delle banlieu parigine o, peggio, prendendo una piega addirittura
reazionaria.
A mancare è, in questo
momento, un'azione catalizzatrice e unificante, capace di convogliare tutte le
forze e le voci dei lavoratori, dei disoccupati, dei movimenti, dei giovani,
attorno all'obiettivo di opporsi e contrattaccare alle politiche neoliberiste e
il fatto che siano attuate da giunte locali di centrosinistra non deve
costituire un'attenuante.
Per un vero reddito sociale
In questo quadro la rivendicazione
di un vero reddito sociale, non certo come quello del Comune di Bari, che
garantisca il diritto ad una vita dignitosa assume un significato che va oltre
il provvedimento di emergenza e che invece si pone come punto unificante per
tutti gli sfruttati dal sistema (lavoratori precari, disoccupati, immigrati,
studenti) e per le stesse realtà della sinistra alternativa, l'ottica deve
essere quella del ribaltamento delle politiche liberiste anche a livello
locale, ovvero del corso d'azione che sistematicamente strozza i più deboli per
arricchire i padroni. Basta vedere come è nato e cresciuto gran parte del
nostro sistema produttivo e quali sono le nuove tendenze del capitalismo
italiano: è una storia fatta di un fiume di denaro che parte dagli enti pubblici
e va letteralmente a costruire le aziende e le infrastrutture ad esse legate,
anche oggi che questi "brillanti" imprenditori, senza nessuna considerazione
verso la vita dei lavoratori, si apprestano ad approdare in terre lontane
(passaggio che necessita di guerre umanitarie, ovvero del riassetto in senso
imperialistico dello Stato) per poter sfruttare i lavoratori e le risorse degli
altri paesi.
Sono queste tematiche che
certamente vanno approfondite per poter imbastire una politica d'opposizione al
neoliberismo degna di questo nome. Tuttavia per fare ciò bisogna sgombrare il
campo dallo schema semplicistico e ormai obsoleto che vede la politica italiana
divisa in destra cattiva e sinistra a vocazione sociale. In questo senso lo
scandalo di bancopoli offre uno staordinario spaccato dell'intreccio tra i
pezzi importanti del capitalismo italiano e le principali forze politiche italiane.
Esso coinvolge entrambi gli schieramenti e fa cadere anche l'argomento storico
al quale ci si appella per giustificare l'accordo della sinistra con il centro
liberale: battere le destre perchè Berlusconi ha un conflitto di interessi. Oggi
si sono esplicitati i legami profondi dei Ds e della Margherita con la grande
finanza italiana, eliminando ogni dubbio sulla loro natura profondamente
liberale e antipopolare. Deve essere chiaro che gli attuali due schieramenti
rappresentano la borghesia italiana, seppure ciascuno settori diversi, i cui
interessi sono talvolta contrapposti ma che sono assolutamente uniti quando si
tratta di colpire i lavoratori, i precari, gli immigrati, gli studenti.
Voler "spostare s sinistra"
un D'Alema e un Rutelli come Boccia e Divella e un'illusione non solo teorica ma
che cozza con i fatti in modo inequivocabile.
sommario
Ex libris
Banlieues o
nonviolenza
Nell'astronomia precopernicana si cercava di compensare la
mancata corrispondenza con i dati dell'esperienza con l'invenzione di
eccentrici ed epicicli, cioè con la moltiplicazione di circonferenze e
traiettorie che permettessero di perseverare nella convinzione che fosse il
Sole a girare attorno alla Terra, e non viceversa: qualcosa di simile succede
quando si parla dell'Unione e del suo programma di governo. E se noi,
nonostante i sofismi di chi ci spiega che qualcosa è cambiato e cambierà, nei
già annunciati tagli alla spesa pubblica e assalti al costo del lavoro non
riusciremo a vedere nulla - ma proprio nulla - di buono sarà solo colpa del
nostro settarismo (è usanza diffusa nel Prc e non solo che chi si vuole toglier
la briga di dimostrare l'indimostrabile se la cavi con l'accusa di settarismo
all'interlocutore).
Che hanno fatto, in particolare, gli apologeti della
nonviolenza di fronte alla rivolta giovanile che ha infiammato le periferie
delle città francesi per quasi tre settimane? Non si era parlato per mesi e
mesi nei movimenti della nascita di un nuovo paradigma storico in base al quale
ogni violenza è destinata al capitalismo, lasciando al "pacifismo sempre e comunque"
gli onori della virtù?
Zitti o sciocchi settari, ancorati alla vetusta idea che sia
l'evidenza il criterio in base al quale giudicare del vero e del falso! Ovvio
che una via d'uscita il nonviolento la può trovare: e così si è cominciato a
parlare dell'urgenza di lanciare un pacifico "Forum sociale delle banlieues",
(cfr Carta Etc, dicembre 2005), a
partire dalle - ultraminoritarie - associazioni d'immigrati favorite a suo
tempo da Mitterand per arginare il rischio di esplosioni sociali e lasciare
contemporaneamente invariate le sorti del (sotto)proletariato parigino. Non
fosse che stiamo parlando di fatti tragici, la proposta ha del ridicolo e
ricorda altre trovate di simile pasta, cui abbiamo avuto l'onore di assistere
all'indomani dei fatti di Genova 2001, quando ci raccontavano che per far
fronte alle violenze della polizia servivano telecamere e mani alzate.
Rivolte francesi a destra e sinistra
L'imbarazzo di chi per anni ha elogiato la nonviolenza
sempre e comunque è emerso anche nelle titubanze di gran parte della sinistra
francese, a partire da Attac, che dopo un silenzio di quasi due settimane se
l'è cavata con un timido comunicato in cui invitava "i suoi aderenti, i
comitati locali, a continuare il lavoro avviato per aprire le file
dell'associazione alle categorie popolari". A parte alcune iniziative di
organizzazioni della sinistra sociale e qualche timida dichiarazione di Lcr
(Lega Comunista Rivoluzionaria), ben poco si è mosso: non c'è stata un'attività
capillare per dar vita a comitati di giovani, immigrati e lavoratori e la
parola d'ordine della cacciata si Sarkozy - il ministro dell'interno - è quindi
caduta nel vuoto una volta che si è affievolita la protesta.
In Italia, l'insurrezione violenta dei giovani delle
periferie parigine - in gran parte figli di immigrati - ha messo in imbarazzo i
nonviolenti di casa nostra: lo stesso imbarazzo che traspare dalle pagine di Banlieue, libro scritto al volo
all'indomani delle rivolte da Guido Caldiron, giornalista di Liberazione, per la Manifestolibri. Si
tratta di una raccolta di testimonianze - in realtà pochi sono i protagonisti
delle giornate di lotta intervistati, molti i professori universitari - che
ripercorre, con piglio narrativo, le settimane di novembre che hanno visto
esplodere le periferie delle città francesi. La cronaca dei fatti del 2005 ha inizio con la morte
di Zyed e Bouna nella centrale elettrica (come è noto, a causa dell'inseguimento
della polizia) ed è spesso interrotta da numerosi flash-back, che elencano le
rivolte che hanno incendiato le periferie francesi dal 1981 ad oggi. Si scopre
così che ben poco è cambiato con l'alternarsi dei governi di centrodestra e
centrosinistra nell'orchestrare le politiche di esclusione e la repressione della
polizia. Tant'è vero che, benché Caldiron se ne dimentichi, se l'attuale
ministro degli Interni del governo delle destre Sarkozy ha utilizzato l'espressione
"canaglia" (racaille) nel riferirsi
ai giovani delle periferie, il suo precedente nel governo Jospin, Chèvenement,
nel 1997 utilizzò un'espressione altrettanto ingenerosa ("arbusti selvatici").
Il vuoto di analisi
Banlieue non passa
inosservato nelle librerie italiane, è di fatto l'unica riflessione di un certo
spessore che si incontra sull'argomento: a poche settimane dai fatti, la
rivolta della gioventù francese sembra essere oggetto di una grande rimozione
collettiva. Eppure si è trattato di un evento straordinario, che ha scosso
l'opinione pubblica di tutto il mondo, che è destinato a ripetersi poiché la
crisi sociale e politica della Francia - e non solo - si aggraverà: i tagli alla
spesa pubblica e all'assistenza sociale non verranno messi in discussione, così
come le politiche di esclusione nei confronti degli immigrati. Il libro di
Caldiron compensa solo apparentemente il vuoto di analisi sull'argomento,
nonostante qualche accenno alla condizione sociale e culturale degli abitanti
delle periferie e a un richiamo alla lotta per l'indipendenza dell'Algeria.
Ciò che è mancato - e tuttora manca - è un'analisi del
contesto sociale, economico e politico nel quale hanno preso vita le rivolte
giovanili. E' chiaro che il degrado delle periferie è lo specchio di una fase
del capitalismo segnata da una profonda crisi economica e sociale; soprattutto,
il fatto che la gran parte delle masse insorte sia costituita da immigrati e
figli d'immigrati (africani e asiatici in primo luogo) rimanda alla diffusione
su larga scala del fenomeno razzista, connessa all'esplosione della violenza
imperialista. In questo caso i fatti, oltre a ridicolizzare l'apologia della
nonviolenza, fanno piazza pulita di quelle teorie che si sono azzardate nel
sancire la fine del "razzismo novecentesco": forse è anche per questo che uno
dei più accaniti sostenitori di queste teorie, André Taguieff, dalle colonne di
Le Monde si scaglia, scandalizzato,
contro gli "ingenerosi" detrattori di Sarkozy (Cfr il Corriere della sera del 23/12/2005, pag. 14).
Quale alternativa?
E' evidente che solo una prospettiva anticapitalista, solo
un intervento massiccio dei comunisti nella rivolta poteva orientare queste
masse giovanili - spesso ai limiti del sottoproletariato - verso un'unità di
lotta con i lavori e, quindi, verso una messa in discussione del capitalismo.
Questa azione, a parte alcune eccezioni, è mancata in Francia. Le
responsabilità della sinistra non sono poche, a partire dal Pcf che ha
liquidato come "disordini da placare" la rivolta giovanile. Anche il libro di
Caldiron, che pure difende le ragioni dei rivoltosi, non manca di portare ad
esempio (sempre in virtù dell'elogio della nonviolenza) quelle esperienze già
citate di associazioni minoritarie e poco rappresentative che sono nate sotto
lo stimolo - e i finanziamenti - della sinistra di governo. E' il caso del Mib
(Mouvement de l'immigration et des
banlieues), che negli anni scorsi si è fatto portatore di qualche azione di
protesta puramente simbolica, come l'interruzione, nel 1999, di un convegno sul
rinnovamento urbano. Sono esperienze che Caldiron cita in positivo e che ai
suoi occhi forse rappresentano una via d'uscita dalle violenze dei giovani
delle periferie: "altri giovani della banlieue
hanno scelto di rompere la spirale violenza/repressione, cercando di far
sentire la loro voce anche là dove si discuteva del futuro delle città
francesi" (p. 40).
In realtà, come ho già detto, oltre al fatto che queste
associazioni hanno scarso radicamento tra i giovani della banlieue, sono nate dal tentativo della sinistra di governo di
convogliare il dissenso in strutture legate al governo. Ma i veri portavoce del
disagio del proletariato delle metropoli europee sono proprio i giovani in
rivolta. Ciò che dovrebbe destare stupore è che la violenza delle masse faccia
paura a quei presunti pacifisti che si apprestano ad andare a governare a
fianco dei guerrafondai dell'Unione.
sommario
Riforma Moratti: figlia legittima di Berlinguer e Zecchino!
di Francesco Fioravanti
Il 25 ottobre dello scorso anno
abbiamo assistito ad una vicenda che può essere tranquillamente assunta a
modello esplicativo nell'analisi delle vicende politiche italiane degli ultimi
anni: mentre a Montecitorio i parlamentari della maggioranza di centrodestra
approvavano il ddl Moratti sul reclutamento e le carriere dei professori
universitari, all'esterno, nelle piazze e nelle vie della capitale, più di
centomila fra studenti, ricercatori e precari dell'università manifestavano il
loro dissenso e la loro volontà di contrastare con decisione quel processo di
destrutturazione della scuola e dell'università pubblica di cui la riforma del
ministro berlusconiano rappresenta solamente un tassello, seppur di notevole
importanza.
E l'opposizione di centro-ìsinistra?
chiederà qualcuno giustamente ansioso di trovare risposte da quelle forze
politiche che si apprestano a sostituire alla guida del paese il governo
reazionario guidato dall'imprenditore di Arcore. L'Unione prodiana -
continueranno legittimamente a domandarsi molti dei protagonisti di questa
lunga stagione - avrà il coraggio e la volontà di proporre politiche di forte
discontinuità col governo Berlusconi? Assisteremo a un'inversione di tendenza
contrassegnata dalla rottura con quelle politiche che, da ormai più di quindici
anni, costituiscono l'incubo dei lavoratori e dei settori più deboli della
società? E riguardo al tema dell'istruzione, potremmo finalmente essere partecipi
di una nuova primavera che rimetta al centro della scena la scuola pubblica, la
diffusione di un sapere critico e non subalterno alle logiche del profitto, le
garanzie e i diritti per ricercatori ed insegnanti? Purtroppo, ancora una
volta, la risposta a questi interrogativi non può che essere negativa. La
realtà dei fatti è come sempre prontissima a demolire le illusioni di coloro
che credono che il futuro governo a guida Margherita-Ds-Confindustria possa
rappresentare la base attraverso di una nuova stagione di riforme in grado di
scompaginare il quadro politico-economico italiano; magari preparando il
terreno a quell'"alternativa di società" nella quale non dovremmo avere più a
che fare con "leggi Biagi e pacchetti Treu", "Bossi-Fini e Turco-Napolitano",
"riforme Moratti e riforme Berlinguer".
Il programma dell'Unione in tema
d'istruzione
E' utilissimo, a tal proposito, dare
un'occhiata alle 250 pagine del programma della coalizione di centrosinistra
che Prodi ha presentato nei giorni scorsi, suscitando l'imbarazzo di tutta
l'ala sinistra della coalizione. Ad affermare che il futuro sarà diverso
rispetto a quello che ci dipingono coloro che hanno abbracciato la prospettiva
di governo con banchieri ed industriali non siamo solo noi, inguaribili pessimisti
che non hanno capito come l'azione dei movimenti abbia trasformato le forze del
centro liberale, ma gli esponenti stessi dei due principali partiti della
coalizione a guida Prodi. Ecco, ad esempio, cosa pensano i responsabili
dell'istruzione di Ds e Margherita della riforma del Governo della Cdl di cui
parlavo sopra: "io non penso che una legge sia lo strumento migliore per
modificare la riforma Moratti; penso invece che siano necessari interventi
mirati, semplici(!) ed efficaci" (Andrea Ranieri dei Ds, intervista al Manifesto del 7 ottobre 2005); "La legge
n.62/2000 stabilisce che il sistema nazionale di istruzione è formato dalle
scuole statali e paritarie, e che anche queste ultime svolgono un servizio
pubblico. Si tratta di affrontare il problema non in termini ideologici, ma più
semplicemente come una delle opportunità per i nostri ragazzi. Dal momento che
le scuole paritarie, oggi, sono frequentate da circa 1 milione di alunni lo
stato non può disinteressarsi del servizio che offrono" (Fiorella Farinelli, responsabile
istruzione della Margherita). Affermazioni del tutto appropriate per esponenti
di formazioni politiche che con il loro apporto hanno aperto la strada, in
molti campi, a politiche che il centrodestra ha solamente condotto al loro
sbocco naturale.
La continuità tra centrodestra e
centrosinistra
In questo senso è molto difficile
non vedere il legame profondo che unisce la controriforma Moratti a quelle
realizzate dal centrosinistra sul finire degli anni '90, caratterizzate tutte
come sono dalla volontà di seguire con decisione il percorso indicato dai
ministri dell'Ue nella riunione di Bologna dello scorso decennio, la cui
dichiarazione finale incoraggiava i paesi membri a procedere sulla strada di
radicali innovazioni con il fine di armonizzare i vari sistemi nazionali.
Ognuna di queste controriforme
presenta quegli elementi di frammentazione e divisione - dettati dall'esigenza
classista di separare i percorsi di studi dei figli della borghesia da quelli
dei figliastri del proletariato, con l'obiettivo esplicito di formare da una
parte la futura classe dirigente del paese, dall'altra una massa di futuri
lavoratori ricattabili e sfruttabili a tutto vantaggio delle imprese - che la
"Moratti" porta all'esasperazione. E' quasi superfluo ricordare nuovamente come
fu proprio Zecchino ad introdurre i crediti formativi e il cosiddetto "doppio
binario" (3+2), innovazioni che hanno rivoluzionato l'assetto complessivo del
sistema universitario italiano. La
Moratti nella sua riforma - lungi dall'attaccare il sistema
dei crediti formativi- non fa altro che spezzettare ulteriormente il cammino
universitario, introducendo il cosiddetto percorso a Y (1+2+2), vero e proprio monumento
eretto alle barriere di classe, funzionale a separare ulteriormente le sorti di
chi può permettersi di studiare fino a 27/28 anni da quelle di chi questa
fortuna non ce l'ha.
Sempre a proposito di soluzioni
di continuità, come si fa a non ricordare che furono proprio Berlinguer e
Zecchino a volere per primi un pesante ingresso delle imprese nel mondo della
scuola e dell'università, che, attraverso la pratica degli stage e dei
tirocini, possono ora disporre in tutta tranquillità di manodopera non
retribuita? La divisione del percorso fra licei e formazione professionale
attuata dal ministro milanese non è altro che la traduzione sul piano pratico
del principio che chi appartiene ad una famiglia che si trova in condizioni
economiche e culturali sfavorevoli non deve far altro che scegliere la strada
che lo porta ad essere merce acquistabile a costi contenuti dalle imprese,
sempre più bisognose di automi proni e disciplinati.
Quali prospettive per i movimenti
studenteschi?
Potremmo continuare ad elencare una
lunga lista di "affinità elettive" fra le riforme che hanno fatto a pezzi l'istruzione
pubblica nell'ultimo decennio. Ma così facendo in questa sede non daremmo il
giusto spazio ai movimenti studenteschi che si sono opposti - seppur con limiti
e contraddizioni - a questo ennesimo attacco portato ai danni degli studenti
proletari e delle loro famiglie. La manifestazione del 25 ottobre che citavo
all'inizio del mio articolo rappresenta solamente la punta dell'iceberg di un
movimento di opposizione ai disegni "morattiani" che nell'ultimo biennio ha
coinvolto un numero sempre maggiore di studenti e ricercatori. L'occupazione di
numerose facoltà a Roma e in altre università d'Italia, le numerose assemblee
svolte nelle scuole e nelle università del paese, la costruzione di una rete
che si pone l'obiettivo di coordinare il lavoro delle varie realtà in lotta:
sono tutti elementi che ci danno il segnale di come questa giovane generazione
sia in grado di reagire e rispondere agli attacchi che le vengono sferrati; attacchi
contrassegnati tutti dalla volontà di cancellare conquiste sociali strappate
attraverso lunghe stagioni di lotta dalle classi subalterne. Certo, molta
strada dovremo ancora percorrere, ma gli apologeti delle "magnifiche sorti e
progressive"del capitalismo sono stati smentiti: il conflitto sociale è tutt'altro
che sepolto, la nuova generazione è tutt'altro che passiva. E' la molla dei
bisogni che spinge milioni di giovani a battersi per il miglioramento delle
loro condizioni di vita: nelle università come nelle fabbriche, nei call-center
come in qualsiasi altro luogo in cui il capitalismo fa sentire la sua
oppressione. Trasformare radicalmente i rapporti di produzione è il grande
compito che la storia ha affidato al proletariato nell'attuale società. Lavorare
all'unificazione delle lotte per far avanzare questa prospettiva è un dovere di
ogni marxista-rivoluzionario. L'unità fra studenti e lavoratori è il mezzo
necessario per raggiungere questo fine. Non ci possono essere interessi comuni
fra banchieri e lavoratori: o si sta con gli uni o con gli altri, in mezzo al
guado - anche se qualcuno sembra dimenticarlo - non si può stare.
sommario
La campagna contro l'art
270
Breve
viaggio tra le norme di un sopruso chiamato "democrazia"
di
Giovanni Ivan Alberotanza
Domenica
15 gennaio a Firenze si è svolta la riunione del Comitato promotore della
campagna contro l'art. 270 (la prossima riunione è in programma per il 5 marzo
a Firenze). La campagna, partita a dicembre 2004, ha per obiettivo sviluppare
un lavoro di agitazione e di propaganda,di denuncia e di controinformazione a
livello di massa, per sviluppare un centro di coordinamento tra le forze
rivoluzionarie all'altezza di organizzare e mobilitare movimenti, realtà, singoli
contro la repressione e la controrivoluzione preventiva.
Cos'è
l'art. 270?
L'art
270 nasce come articolo del Codice penale di Alfredo Rocco (Ministro di Grazia
e Giustizia del regime fascista dal '25 al '32). Tutto il Codice penale del
fascismo, seppur modificato con l'eliminazione di alcuni articoli e
l'introduzione tra il 1980 e il 2001 degli art. 270 bis, 270 bis
"allargato", 270 ter, è ancora vigente. L'art. 270 "Associazioni
sovversive" così recita: "Chiunque nel territorio dello Stato
promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni dirette a stabilire
violentemente la dittatura di una classe sociale sulle altre, ovvero a
sopprimere violentemente una classe sociale o, comunque, a sovvertire
violentemente gli ordinamenti economici o sociali costituiti nello Stato, è
punito con la reclusione da 5 a 12 anni. Alla stessa pena soggiace chiunque nel
territorio dello Stato promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni
aventi per fine la soppressione violenta di ogni ordinamento politico e
giuridico della società. Chiunque partecipa a tali associazioni è punito con la
reclusione da 1 a 3 anni. Le pene sono aumentate per coloro che
ricostituiscono, anche sotto falso nome o forma simulata, le associazioni
predette, delle quali sia stato ordinato lo scioglimento."
Dalla
semplice lettura di questo articolo appare evidente la correttezza - sia ben
chiaro: dal punto di vista della borghesia e del suo Stato - della valutazione
del codice Rocco che ha dato il "socialista" ex ministro e presidente
della Corte costituzionale Giuliano Vassalli, quando sulla pagina Cultura del Corriere della Sera del 06/02/05 elogia
il Codice Rocco "per rispetto del principio di legalità", "chiarezza
delle disposizioni", "modernità di linguaggio", "perfetto
coordinamento interno e con l'esterno", concludendo: "Il
guardasigilli di Mussolini lavorò per la dittatura, ma applicando le proprie
idee". Non possiamo che essere oggettivamente d'accordo con il Vassalli,
salvo che nelle conclusioni. Il 270, al contrario del precedente art.4 della
legge 2008 del 25/10/26 per il quale l'illiceità dell'associazione proveniva
dal giudizio dell'autorità, sancisce l'illiceità delle organizzazioni comuniste
(primo paragrafo) e anarchiche (secondo paragrafo) nella loro stesso essere
comuniste e anarchiche. Il 270 slega la difesa dell'ordinamento economico e
sociale, quindi del capitalismo e dello stato borghese, dalla sua
manifestazione momentanea ovvero dal fascismo. Quindi Rocco lavorò per la
borghesia e il capitalismo applicando le proprie idee al fascismo.
A
supportare il lavoro di Alfredo Rocco non sono solo i "revisionisti"
d'oggi ma molto più concretamente gli stalinisti dell'epoca. È il Ministro di
Grazia e Giustizia, Palmiro Togliatti, a non abrogare il 270 oltre ad
amnistiare i fascisti tenendo in galera i rivoluzionari. Il 270 nel 1979-80 si
arricchisce col Decreto Cossiga che introduce con l'art.1 il "dolo
specifico d'eversione" e con il 270 bis del C.p. che, con definizione del
crimine ancor più vaga del 270, prevede la punizione del "proporsi"
atti di violenza. È qui che lo stato borghese (non potendosi più scagliare
direttamente contro i comunisti perchè un sedicente partito comunista italiano
ne fa parte) allarga la definizione del suo nemico riconquistando quel
carattere dispotico e arbitrario che il 270 gli aveva sottratto. Lo Stato
borghese si arroga il diritto di valutare arbitrariamente l'identità (politica)
dell'accusato, la sua adesione a un determinato progetto sociale e/o politico
o, viceversa, il suo grado di omologazione ai valori dominanti e per questo lo
persegue.
Dell'incendio
del Reichstag e di altre storie...
Nel
2001 dopo l'11/9 il carattere sovranazionale della repressione si sistematizza
con l'introduzione a partire dagli Usa (Patiot Act) di norme che tendono a
smantellare l'Habeas Corpus ovvero
quel fondamento del diritto moderno sancito in Inghilterra nel 1679 che
definisce "il principio di illegittimità di ogni detenzione arbitraria -ed
arbitraria è ogni detenzione che non sia conseguente ad un giudizio o, almeno,
a un'accusa davanti ad un giudice - e genera un diritto soggettivo che può
essere rivendicato dal prigioniero di fronte a un giudice, nella forma della
petizione". E infatti per quanto riguarda l'Italia:
-
nel 2001 vengono approvati il 270 bis "allargato", che introduce il
reato di "eversione" contro paesi stranieri, inasprisce le pene
(senza per questo specificare quali siano gli atti la cui intenzione viene
punita, lasciandone quindi la definizione in mano all'esecutore), applica le
aggravanti previste dall'art. 1 del suddetto decreto Cossiga.
-
sempre nel 2001 viene approvato il 270 ter, che introduce pene più gravi per
chi aiuta un "sovversivo" che non per il "sovversivo"
stesso, (addirittura il doppio della pena rispetto alla "banda
armata"). Gli articoli della legge che introduce il 270 ter prevedono, tra
l'altro la possibilità di isolare e perquisire intere zone abitate e arrestare
tutti i presenti, nonché intercettazioni preventive non solo sull'indagato, ma
in generale "quando sia necessario per l'acquisizione di notizie
concernenti la prevenzione" dei reati in questione (quindi su tutti e
dovunque).
-
nel 2002 viene approvata la Bossi-Fini che riprendendo la Turco-Napolitano
sperimenta questa "uscita dal diritto per legge" sulla pelle degli
immigrati.
We
Are All Cops (Siamo Tutti Sbirri)
Si
arriva nel 2005 al salto di qualità della L. 155 31/07/2005, la "legge
Pisanu", che, oltre a tendere a definire sempre meglio le aree da colpire
e da sconfiggere, ha i seguenti scopi: punire quegli stranieri che promuovono
resistenza e si oppongono in tutte le forme all'oppressione che l'imperialismo
esercita nei loro paesi di origine; colpire chi lotta e a chi si oppone nel nostro
paese allo sfruttamento e quanti esprimono solidarietà e sostegno alle lotte
dei popoli e alle loro avanguardie; sviluppare la mobilitazione reazionaria
delle masse cooptando intere categorie di lavoratori e di "cittadini"
nella gestione del controllo, della prevenzione e della repressione. Per non
parlare della "Finanziaria 2006", che prevede tagli e riduzioni allo
stato sociale e maggiori risorse (200 milioni di euro e 2.500 assunzioni per
compiti di ordine e sicurezza pubblica in più) alle forze di polizia.
In
conclusione, quando nacque, quella italiana era già una repubblica ben poco
"democratica" (non parliamo per decenza del "...fondata sul
lavoro"), se per "repubblica democratica" intendiamo un paese
capitalistico puro, (come l'Inghilterra e gli Stati Uniti fino alla prima
guerra mondiale) ma senza militarismo e in misura notevole senza burocrazia. Oggi,
dopo la legislazione emergenziale degli '80 e il "colpo di stato" normativo
che va dal 2001 ad oggi - perpetrato con l'aumento dei poteri repressivi dello
Stato a scopo preventivo di fronte a possibili opposizioni sociali ad una
politica antipopolare e di crescente militarizzazione - tra i compiti dei
marxisti-rivoluzionari c'è anche il contrasto, tanto possibile quanto
necessario, ai tentativi di "socializzazione della repressione".
Perciò è indispensabile la nostra forte denuncia contro ogni strumento
repressivo e contro il tentativo di mobilitare le masse in senso reazionario.
La
denuncia, la controinformazione, l'agitazione, la propaganda, oltre alla
solidarietà ed al sostegno, hanno grande importanza e aumentano la loro
efficacia se collegate al terreno della lotta e della mobilitazione per
comprendere e contrastare le contraddizioni esistenti: tra lavoratori del posto
ed immigrati, tra "più sicurezza" e meno libertà, per fare solo degli
esempi. Soprattutto dobbiamo porre al centro della mobilitazione la
contraddizione principale: quella tra proletariato e borghesia, tra lavoro e
capitale. Non c'è vera cancellazione della repressione borghese e dello stato
d'eccezione senza la cancellazione del dominio della borghesia. Per dirla
all'inglese: "One solution! Revolution!".
sommario
La vicenda Unipol:
cooperative, Ds, capitalismo
Verso un nuovo governo di banche
e Confindustria
di Enrica Franco
Il tentativo di Unipol di scalare Bnl ha
destato grande clamore, per via del suo legame profondo con i Ds. Il legame
strettissimo tra Ds e cooperative "rosse", Unipol compresa, non è una novità
per nessuno (tranne forse che per Berlusconi!). Chi vive nelle cosiddette
regioni "rosse" potrebbe testimoniarlo personalmente: le Cooperative sono il
motore propulsore di queste zone, insieme allo sfruttamento selvaggio dei loro
lavoratori. A destare clamore non è stato il profondo intreccio emerso tra
economia e politica, ma il fatto che protagonista della vicenda sia stato un
partito "di sinistra" .
Nel quadro della crisi capitalistica odierna
la lotta per il controllo di un centro di potere come le banche assume un ruolo
fondamentale. Chi controlla le banche non controlla solamente il credito, ma
anche l'industria. Economicamente, l'operazione tentata da Unipol-Ds con la
scalata a Bnl è quella di dar vita a quel soggetto bancario-assicurativo che è
una tendenza mondiale nel capitalismo. Il primo soggetto a dar vita a
questa aggregazione è stata City Group negli Usa, seguita in Europa da gruppi come Ing e Fortis, Kbc e Credit
Suisse.
Politicamente,
avere maggior peso nel settore finanziario significa guadagnare posizioni nei
centri di potere. Infatti se l'Unione tutta si candida apertamente a
rappresentare gli interessi della borghesia, è innegabile che il rapporto
privilegiato con il settore bancario è degli ex-democristiani della Margherita
e di Romano Prodi in particolare.
Oggi Unipol è il terzo
gruppo assicurativo italiano con il 9,6% della
raccolta premi, l'acquisizione di BNL avrebbe creato le condizioni
per un notevole salto di qualità, proprio nell'ottica di quella tendenza al
raggruppamento tra banche e assicurazioni. L'intera vicenda ha rivelato
clamorosamente il disegno politico di fondo della Quercia: candidarsi a
rappresentare gli interessi di Confindustria e garantirsi un ruolo di primo
piano nel capitalismo italiano in grado di far valere maggiormente "le proprie
ragioni".
Entrambi gli schieramenti,
Centrodestra e Centrosinistra, partecipano attivamente alla lotta tra fazioni in seno alla borghesia,
come ben evidenziato dalle vicende di "Bancopoli".
"Temo l'onda terribile del
‘sono tutti uguali'. Siccome è facile che si affermi questo pensiero occorre
subito avviare una grande operazione intellettuale", ha detto Bertinotti in
un'intervista sul caso Unipol. E' invece proprio questo che dobbiamo far
comprendere ai lavoratori! Il dato rilevante è come il maggiore partito della
sedicente sinistra italiana (i Ds) sia legato mani e piedi con il capitalismo e
il suo sistema di sfruttamento e speculazione ai danni dei lavoratori e dei
piccoli risparmiatori.
Il probabile prossimo governo dell'Unione
nascerà formalmente nel nome della pace sociale e della concertazione tra
lavoratori e padroni, la realtà è che sarà un nemico mortale dei lavoratori e
delle loro ragioni, allo stesso modo in cui lo sono le banche e il loro
strozzinaggio ("legale") quotidiano. Nascerà un altro governo di Confindustria
e delle Banche.
sommario
Economia e politica
Chi ha fatto cosa
di Alberto Airoldi
L'ideologia dominante talvolta assume i veri e propri
contorni di un'allucinazione collettiva. Nel nostro caso il fatto che il
governo sia stato presieduto per 5 anni da un grottesco ciarlatano, dedito
essenzialmente alla promozione degli affari di famiglia e al sostegno dei
settori più retrivi del capitalismo italiano (bottegai, corporazioni, piccoli
imprenditori), ha reso impossibile formulare un giudizio scientifico sulle
politiche effettivamente realizzate dalla sua coalizione e da quella che lo ha
preceduto e che, verosimilmente, lo sostituirà.
I marxisti rivoluzionari, non disponendo oggi di un partito,
a maggior ragione non possono disporre di un proprio istituto di ricerca. I
nostri giudizi sul feroce carattere antipopolare delle politiche uliviste non
sono, pertanto, mai stati suffragati da un esaustivo supporto di dati. Con non
poca sorpresa abbiamo trovato un ampio conforto del nostro schema di analisi
della situazione italiana in un volumetto pubblicato da Luca Ricolfi (Dossier
Italia, Il Mulino, 2005). E' necessario chiarire subito che le conclusioni
del sociologo Ricolfi vanno, inevitabilmente, nella direzione opposta rispetto
alle nostre.
Alla domanda: "Chi, in Italia, ha svolto politiche di destra
e chi di sinistra?" il libro di Ricolfi fornisce una risposta inequivocabile.
Le politiche tradizionalmente caratteristiche delle destre al potere
(diminuzione della pressione fiscale, diminuzione della spesa sociale, aumento
della povertà relativa, aumento della precarietà, privatizzazioni, ecc.) sono
state realizzate dai governi Prodi e D'Alema. L'inversione di tendenza è
iniziata col governo Amato ed è proseguita poi col governo Berlusconi, che ha
aumentato la pressione fiscale, la spesa sociale, diminuito il lavoro nero,
ridotto la precarietà e quasi fermato le privatizzazioni. Questo, almeno, fino
al 2003: poi l'ampliarsi della crisi ha, probabilmente, determinato
un'inversione di tendenza.
Prima di saltare sulla sedia ritenendo che questo è troppo
anche per il più incallito detrattore dell'Unione, vale la pena entrare nel
merito.
Previdenza, assistenza e disuguaglianze
Cominciamo dal capitolo previdenza. La quota della spesa
pubblica previdenziale sul Pil è calata, negli anni del centrosinistra dello
0,2%, mentre è cresciuta nei primi due anni berlusconiani dello 0,4%. Più
pronunciato l'andamento della spesa per assistenza (trasferimenti, pensioni):
dopo essersi costantemente ridotta a partire dal 1993 fino a toccare il minimo
storico dell'1,43% del Pil tra il 1998 e il 2000, essa ha ripreso a crescere
fino a riguadagnare un 20% nei due anni successivi.
Negli anni del centrodestra sono cresciute tutte le
componenti dello stato sociale (previdenza, assistenza, spesa pubblica per
istruzione e sanità).
Le disuguaglianze di classe sono complessivamente aumentate
sotto tutti i governi: in particolare la distanza tra classe operaia,
borghesia, impiegati e lavoratori autonomi (con l'eccezione di una parte dei
piccoli esercenti e, ovviamente, del lavoro falsamente autonomo di molte
partite Iva).
La disuguaglianza, intesa come scostamento del reddito dei
vari gruppi sociali dal reddito medio, aumenta nei primi anni '90, decresce dal
1993 al 1998 e poi riprende a crescere. Se consideriamo invece il rapporto tra
reddito medio e reddito da lavoro dipendente, la riduzione della disuguaglianza
avviene tra Prodi e il primo governo D'Alema, per poi riprendere a crescere.
Un'analisi dei consumi delle famiglie, infine, presenta un quadro ancora
diverso: la povertà relativa aumenta nei primi anni di centrosinistra e poi
diminuisce tra il 2000 e il 2003.
Questi 3 indicatori ci dicono cose
diverse, ma concordano almeno su una: negli anni di centrosinistra le
disuguaglianze sono cresciute.
Si obietterà che il centrosinistra
ha condotto una politica virtuosa di risanamento del bilancio. Facendola pagare
ai lavoratori dipendenti, potremmo aggiungere. Tuttavia anche questa
affermazione è smentita dai fatti: il risanamento realizzato tra il 1993 e il
1999 è stato rapidamente vanificato tra il 1999 e il 2000, in particolare con
la finanziaria pre-elettorale di Amato, producendo un extra deficit le cui
stime variano tra 19,6 e i 13,9 miliardi di euro.
La destra più brutta
Viene a questo punto spontaneo
chiedersi come mai la politica di Berlusconi sia stata percepita così di
destra. In realtà credo che congiurino diversi elementi. L'autopresentazione di
destra, il lavoro di revisionismo storico, di rilegittimazione della peggior
feccia pseudo culturale italiana svolto alacremente dalla Casa delle Libertà, i
ripetuti attacchi alla stampa non supina ai propri interessi, la feroce
repressione di Genova, hanno consolidato, per lo meno nei settori
politicizzati, questa immagine. L'aspetto decisivo, però, risiede nella presa delle
agenzie della borghesia nella classe lavoratrice: partiti di sinistra e
sindacati. Quelle stesse agenzie che hanno sostenuto le politiche antipopolari
dell'Ulivo sono riuscite a buttare sul governo Berlusconi gran parte delle
responsabilità che risalivano obiettivamente al governo precedente. Ed è
proprio nei settori popolari meno esposti alla propaganda politico-sindacale di
sinistra che si trova la maggior tiepidezza verso l'Unione. Il peggioramento,
per loro, è continuo, ed è iniziato nei primi anni '90. L'alternativa prodiana
non esercita e non può esercitare un grande fascino, anche se la delusione per
le mancate promesse berlusconiane si fa sempre più profonda.
Il lavoro di Ricolfi in certi
punti risulta superficiale (come quando, analizzando la pressione fiscale,
considera solo le imposte dirette e mai quelle indirette), in altri irritante,
con la sua presunzione di essere neutrale. Tuttavia, come accennato poco sopra,
i dati presentati possono tornarci molto utili nell'analisi di classe di quanto
avvenuto in Italia negli ultimi anni. Per esempio viene smascherata la
favoletta del tasso d'inflazione Istat e della cosiddetta "inflazione
percepita".
Modernizzazione?
La tesi di Ricolfi, per nulla
originale, è che ci sarebbero nei due schieramenti delle forze trasversali
realmente interessate a modernizzare il paese (esse sarebbero nei Ds, nella
Margherita, nella Lega e in Forza Italia). La modernizzazione per Ricolfi,
sempre molto attento a definire tutti i concetti utilizzati, è stranamente
qualcosa di autoevidente, e quindi senza necessità di definizione. In
quest'ottica le privatizzazioni del centrosinistra sarebbero state
obiettivamente indispensabili per entrare in Europa e il Pacchetto Treu avrebbe
gettato le basi per la riduzione della disoccupazione. Invece oggi risulta
evidente che, anche in nell'ottica della modernizzazione capitalistica, le
privatizzazioni sono state deleterie, avendo fornito a delle famiglie
capitalistiche cronicamente assistite la preziosa scappatoia delle utilities.
In sostanza invece che una spinta verso la "competizione internazionale" c'è
stata la migrazione del gotha del capitalismo italiano verso settori
oligopolistici ad alto rendimento, mentre gran parte delle imprese industriali
in crisi venivano acquistate dal capitale straniero. Il Pacchetto Treu, poi, ha
permesso un'ulteriore compressione di salari già bassissimi, e cioè di
scaricare sul lavoro dipendente i costi della crisi. In altre parole
quell'enorme crescita delle disuguaglianze di cui si parla nel libro è dovuta
in gran parte a quei provvedimenti che Ricolfi considera modernizzatori.
La conclusione che ne possiamo
trarre è che Ulivo e Casa delle Libertà hanno condotto a fondo un attacco
contro la classe lavoratrice e alcuni settori di piccola borghesia. Il grosso
dell'opera è stato realizzato dall'Ulivo, mentre l'esperienza berlusconiana non
è riuscita a mantenere le sue promesse (non solo quelle del famigerato
contratto, ma quelle reali, fatte alla borghesia). Berlusconi, spiazzato dalla
recessione del 2001, non è riuscito ad affrontare i problemi strutturali del
capitalismo italiano, venuti sempre più al pettine negli ultimi anni e, per
arrestare il crollo dei propri consensi, ha dovuto intraprendere una serie di
provvedimenti in controtendenza (che Ricolfi chiamerebbe populistici). Neanche
questo è stato sufficiente: il lavoro sporco dovrà probabilmente essere
riaffidato al centrosinistra, con la stampella di Rifondazione comunista e di
settori di movimento.
sommario
Palestina: un voto
per lottare ancora
La vittoria di Hamas espressione dell'esasperazione per
l'occupazione imperialista
di Leonardo Spinedi
Le elezioni per il rinnovo del
parlamento palestinese del 25 gennaio scorso hanno avuto un esito inaspettato:
la sconfitta di Al Fatah, formazione politica storicamente egemone nei
territori controllati dall'Anp, e la vittoria a sorpresa di Hamas, che
sbaragliando tutte le previsioni ha conquistato 76
seggi su 132 e nei fatti umiliato il suo principale antagonista politico. Si
tratta di un risultato che, al di là della vuota retorica pacifista e
dell'interessato allarmismo di cui sono infarciti i principali giornali
borghesi, assume un significato assai importante nel quadro della lotta per la
liberazione e l'autodeterminazione del popolo palestinese, non tanto per ciò
che implica in maniera diretta e
immediata, quanto per le ragioni che lo hanno prodotto.
Vince
il diritto alla resistenza
L'eccezionalità
di questo risultato è tanto più evidente se si tiene conto delle condizioni in
cui si è svolta la consultazione: il controllo politico-militare dei territori
sotto la giurisdizione dell'Autorità Nazionale Palestinese è infatti in mano
all'esercito israeliano, essendo quei territori soggetti dal 1967 al regime
giuridico di "occupazione belligerante", ciò che ha significato la possibilità
per lo stato di Israele di influenzare in maniera pesante lo svolgimento della
consultazione (si pensi al rifiuto, ripensato solo all'ultimo momento, di far
votare i palestinesi di Gerusalemme est, o all'impossibilità di svolgere una
regolare campagna elettorale in quello stesso territorio).
Nonostante
tutto questo, il verdetto è stato inequivocabile: ciò che ha consentito ad
Hamas di conseguire questa vittoria è, innanzitutto, il grado enorme di
esasperazione che l'occupazione imperialista ha prodotto nelle masse
palestinesi, ridotte in uno stato di totale sfruttamento ed oppressione
nazionale e sociale. Questo diffusissimo stato d'animo, di per sé abbastanza
ovvio, si è combinato con una crescente sentimento di sfiducia nei confronti
della direzione di Al Fatah, sempre più percepita - a ragione - come una lobby
di potere più propensa a negoziare al ribasso con l'oppressore che non a guidare
la liberazione del suo popolo; il combinarsi di questi due fattori ha
indirizzato il voto della maggioranza delle masse palestinesi nei confronti di
una formazione politica che ha fatto del "diritto alla resistenza" il cavallo di battaglia della sua
campagna elettorale, centrata su slogan radicali e talvolta sacrosanti, che
trovano però sul piano dell'azione politica e militare, come ci apprestiamo a
vedere, una traduzione pratica totalmente inconseguente. Non è un caso: si
tratta di analizzare la natura effettiva di questo movimento politico.
Cos'è Hamas?
Hamas, acronimo di "Movimento di Resistenza
Islamico" viene fondata nel 1987 dallo sceicco Ahmed Yassin; da subito si
richiama ai valori politico religiosi dei "Fratelli Musulmani", organizzazione
attiva in Egitto negli anni venti che aspirava, combinando azione politica,
religiosa e militare, alla creazione di un grande Stato Islamico governato
dalla shari'a.
E' dotata di un "braccio armato",
le brigate Ez Eddin Al Quassam, responsabili di buona parte degli attacchi
kamikaze contro la popolazione ebraica, e controlla una quantità non
indifferente di strutture socio-sanitarie, assistenziali e caritatevoli in
Palestina, che gli consentono di consolidare il suo radicamento specie nei
settori più diseredati delle masse palestinesi, oltre a disporre di abbondanti
risorse finanziarie (70-100 milioni di dollari) provenienti dalle donazioni
degli stati arabi che la sostengono (principalmente Siria e Iran) e delle
comunità islamiche occidentali.
Da un punto di vista di classe,
lungi dal rappresentare gli interessi del proletariato palestinese, è piuttosto
espressione di quella borghesia clericale araba ostile all'imperialismo
nordamericano perché da esso usurpata del proprio potere, e propensa a servirsi
dell'integralismo religioso per ristabilire il proprio dominio. Non si tratta
dunque di un'organizzazione conseguentemente antimperialista, ma di una forza
reazionaria, che cavalca la combattività delle masse palestinesi non in funzione della loro liberazione
dall'oppressione imperialista, ma del ristabilimento del dominio delle classi dominanti
locali. E' quindi ragionevole supporre che il futuro governo dell'Anp, pur
differenziandosi nettamente dai precedenti da diversi punti di vista non secondari, sarà un ancora una volta un
governo contro gli interessi delle
masse oppresse palestinesi...
Nessuna illusione
L'aspetto straordinario del risultato delle elezioni sta evidentemente
nel fatto che la maggioranza del popolo palestinese ha dimostrato con questo
voto di aver fatto proprie (almeno parzialmente) alcune rivendicazioni di una
radicalità straordinaria: dalla contrarietà agli accordi di Oslo ed alla Road map, ovvero i due principali assi
della "via pacifica alla resa dei palestinesi" organizzata dall'imperialismo, fino
alla comprensione del fatto che lo stato di Israele non può essere un
interlocutore, in quanto creatura artificiale funzionale al dominio dell'imperialismo
stesso in Medio Oriente, e che la lotta per la sua distruzione è il presupposto
irrinunciabile per l'emancipazione di questo popolo.
E' ovvio (ma neanche tanto, specie per certa "sinistra" di governo) che
ciò non significa che tale lotta debba assumere un carattere di sterminio
antisemita, poiché distruggere lo stato
Israeliano non significa certo distruggere
gli israeliani (e dunque non significa appoggiare il folle terrorismo
indiscriminato contro la popolazione civile ebraica). Al contrario: è
necessario che il proletariato ebraico facciano propria, su basi di classe, la
causa del proletariato palestinese, a partire dalla consapevolezza del fatto
che il nemico di entrambi non è l'arabo, o
l'ebreo, ma il capitalismo
predatore internazionale.
E' in questo senso che, secondo noi, la prospettiva della liberazione
nazionale del popolo palestinese è intimamente legata alla prospettiva rivoluzionaria
e anticapitalista in Medio Oriente ed è precisamente per questo che qualunque
forza politica si ponga sul terreno della conservazione dei rapporti di classe
esistenti (ed Hamas in questo non fa certo eccezione) non dirigerà le masse arabe
contro l'imperialismo, ma dovrà porsi in un'ottica di collaborazionismo (più o
meno velato) con l'imperialismo stesso.
La nostra posizione
Siamo lontani da chi pensa che appoggiare la lotta di un popolo oppresso
significhi riconoscersi nelle direzioni nazionaliste o fondamentaliste
religiose di quella lotta (direzioni che peraltro, una volta giunte al potere,
hanno sempre gettato la maschera e palesato la loro natura reazionaria), rinunciando
così alla possibilità di offrirle una direzione alternativa e conseguente; come
siamo lontani dall'interessata ipocrisia riformista riassunta nello slogan "due
popoli, due stati", propria innanzitutto della maggioranza dirigente del nostro
partito; come siamo lontani da posizioni francamente bizzarre espresse anche
nella vecchia serie di Progetto Comunista dalla compagna Letizia Mancusi, che
attribuiscono alle Ong (finanziate dall'imperialismo) un ruolo importante nella
risoluzione della questione palestinese - posizioni che, mi permetto di
aggiungere, non meriterebbero nemmeno di essere prese sul serio.
Siamo lontani da tutto questo perché pensiamo che la lotta del popolo
palestinese necessiti di una direzione conseguentemente antimperialista e
dunque comunista e rivoluzionaria, che la costruzione di un tale soggetto
politico in Medio Oriente - in grado di strappare all'integralismo islamico
l'egemonia tra le masse arabe e di dirigere queste ultime contro lo stato di
Israele, per conseguire l'obiettivo storico di una Repubblica Palestinese,
libera, laica e socialista - rappresenti l'unica possibile via di riscatto per i
popoli oppressi di questo territorio, compreso il popolo ebraico. Si tratta di
un'obiettivo ambizioso e certamente prioritario per i marxisti rivoluzionari di
tutto il mondo nella nostra epoca.
sommario
Cose
dell'altro mondo
Dove va
il Cile?
di Valerio Torre
Il successo di Michelle Bachelet, primo
presidente donna del Cile (53.5%, contro il 46.5% del candidato della destra,
Sebastian Piñera), è stato da molti salutato come l'ultimo tassello in ordine
di tempo del complessivo spostamento a sinistra del continente latinoamericano.
Meno di un mese dopo la strabiliante affermazione di Evo Morales in Bolivia,
l'elezione di questa cinquantaquattrenne pediatra, socialista ed alla guida
della Concertación por la democracia
(l'alleanza di centrosinistra fra la vecchia Democrazia cristiana cilena ed il
Partito socialista) ha certamente contribuito a ridisegnare la mappa politica
del Sud America, ma ha anche dato voce alla semplificazione giornalistica che
vede - dopo lunghi anni di governi conservatori e liberisti, che hanno
amministrato i rispettivi paesi adeguandosi alle regole del Washington Consensus - l'intero
continente subire una sempre più profonda virata a sinistra.
In realtà, l'elezione di Michelle Bachelet non
apporterà, di per sé sola, significativi cambiamenti in un paese - qual è
quello cileno - che può vantare i migliori indici macroeconomici dell'America
latina ma fra i peggiori sistemi di redistribuzione del reddito: è stata la
stessa neoletta a dichiarare, quasi a voler sgombrare il campo da ogni
possibile preoccupazione, che il modello economico liberale non verrà
modificato. Del resto, ne sono consapevoli gli stessi imprenditori, che, per
bocca del Presidente della Camera nazionale di commercio, Pedro Bozzo, hanno
subito salutato con favore la vittoria della nuova presidente, definendola
addirittura "un evento storico", ma si sono detti certi che "per il sistema
economico non cambierà molto. Rimaniamo un'economia molto aperta, che negli
anni recenti ha siglato 51 accordi di libero scambio".
Il Cile, infatti, è un paese dalla straordinaria
propensione al commercio internazionale, grande esportatore di rame (che
costituisce la ricchezza nazionale), di frutta, pesce e vino: e proprio questa
vocazione, nel quadro delle politiche economiche conservatrici portate avanti
dal precedente governo socialista di Ricardo Lagos, ne ha determinato
un'impetuosa crescita e lo ha reso favorevole al trattato di libero commercio
(Alca) con gli Stati Uniti, a differenza degli altri paesi latinoamericani. In
questo senso, gli Usa possono sentirsi tranquilli, poiché il Cile di Bachelet
non verrà attratto dalla sintonia fra gli stati vicini che sono contrari
all'Alca e curerà invece il proprio rapporto privilegiato con il governo
statunitense.
D'altronde, è stata la stessa amministrazione
Bush a proclamare l'intenzione di mantenere con il Cile versione Bachelet la
stessa relazione che aveva finora intrattenuto con il passato governo Lagos:
"ciò che è importante - ha dichiarato il portavoce del Dipartimento di Stato,
Sean McCormack - indipendentemente dall'essere di sinistra, di centro o di
destra nell'orientamento politico, è il modo come si governa". L'intenzione
degli Usa - ha aggiunto McCormack - è "lavorare con i governi di tutto
l'emisfero in un'agenda positiva che si basi su un maggior allargamento della
democrazia, sul buon governo e sull'estensione del libero commercio".
L'agenda politica del nuovo governo cileno - che
va caratterizzandosi, al pari del precedente, quale agenzia dell'imperialismo -
è dunque già stata dettata dalla Casa Bianca. Bachelet potrà certamente
introdurre da subito qualcuna delle promesse fatte in campagna elettorale
(blande misure per rendere meno precaria l'occupazione giovanile e qualche
ritocco al sistema previdenziale ed al welfare state), grazie anche al surplus
di sei miliardi di dollari derivati dalla crescita economica e dall'aumento del
prezzo del rame; ma con questi presupposti non potrà - e non vorrà - intervenire
sulle ragioni della profonda crisi sociale che affligge il suo popolo, una
crisi caratterizzata dall'amplificazione oltre ogni limite della miseria e, per
converso, dall'estrema concentrazione della ricchezza in poche mani. E, a ben
vedere, proprio in quelle "ragioni" sta la spiegazione del miracolo economico
cileno.
Le parole d'ordine avanzate in campagna
elettorale dalla neoeletta presidente - "voglio un paese prospero e sviluppato;
una democrazia con maggiore integrazione e che dia pari opportunità" - risuoneranno
nelle orecchie di chi ci ha creduto come nobili ma vuoti proclami. In mancanza
di un poderoso movimento sociale capace di agire in forma organizzata,
perseverante e con forza sufficiente per generare il cambiamento necessario per
una vera alternativa di potere, non ci può essere speranza per le classi
subalterne.
Tuttavia, le contraddizioni sociali si
prospettano sempre più esplosive. Il progetto di Bachelet - di non aumentare le
tasse e di sostenere la politica di crescita delle piccole e medie imprese
drenando risorse grazie ad un sistema economico che garantisce il
supersfruttamento dei lavoratori - renderà ancora più acuta la polarizzazione
sociale, che ha frammentato la società cilena a tutto vantaggio del 20% della
popolazione più ricca.
Il nuovo governo dovrà imparare presto a fare i
conti con questa situazione.
sommario
Bolivia:
una tappa della rivoluzione latinoamericana?
La
vittoria di Morales apre una fase nuova
di Valerio Torre
Le elezioni presidenziali del 18 dicembre scorso
in Bolivia hanno indubbiamente rappresentato l'epilogo di un lungo periodo di
ascesa rivoluzionaria delle masse del paese andino: una dinamica - come
storicamente è sempre accaduto - contraddittoria e nient'affatto lineare, ma
certamente significativa rispetto all'attuale situazione politica e sociale del
continente sudamericano.
La privatizzazione dei servizi idrici in favore
di un consorzio con a capo la multinazionale americana Bechtel (che fra i suoi
proprietari annovera Dick Cheney e la famiglia Bush) produsse, sul finire del
decennio scorso, tariffe insostenibili per una popolazione poverissima, che
tuttavia nell'aprile del 2000 insorse a Cochabamba dichiarando quella che venne
poi definita "la guerra dell'acqua": centinaia di migliaia di persone scesero
nelle strade e bloccarono ogni attività, scontrandosi con l'esercito (il
governo aveva promulgato la legge marziale) e pagando un alto tributo in morti,
feriti, arresti e deportazioni illegali ad opera di squadre paramilitari, ma
riuscendo infine a bloccare il processo di svendita delle risorse idriche.
Nell'ottobre del 2003, un'imponente
mobilitazione popolare di massa arrivò a circondare il palazzo presidenziale -
protetto da carri armati e trincee - chiedendo le dimissioni del presidente
Gonzalo Sánchez de Lozada (detto "Goni") fautore di un piano per il trasporto e
la vendita a prezzi irrisori del gas naturale (la più importante risorsa della
Bolivia, che possiede l'1% delle riserve mondiali) agli Usa attraverso un
gasdotto che un consorzio di multinazionali americane, inglesi, spagnole ed
argentine avrebbe dovuto costruire. Il movimento rivendicava inoltre la
sovranità popolare del gas, il rifiuto del Ftaa (Free trade area of America:
Alca), un'assemblea costituente e l'abrogazione di tutte le leggi sulle
privatizzazioni e gli investimenti stranieri.
L'insurrezione convinse il "Goni" - il cui
consenso sociale si era frattanto di molto indebolito nonostante il sostegno
degli Stati Uniti, della grande stampa e dell'apparato repressivo dello stato -
ad abbandonare frettolosamente il paese fuggendo a Miami.
La crisi di potere che venne così a determinarsi
fu direttamente gestita da Lula e Kirchner che si proclamarono diretti
interlocutori degli Usa per tranquillizzarli sul decorso "istituzionale" della
situazione boliviana, ma anche per tutelare contemporaneamente gli interessi
delle multinazionali dei loro paesi (Petrobras e Repsol Argentina), esposte in
Bolivia con ingenti investimenti e titolari di diritti di sfruttamento del gas.
La loro mediazione, con l'assenso esplicito di Evo Morales (all'epoca
oppositore di Sánchez de Lozada dal quale era stato sconfitto di misura alle
precedenti elezioni presidenziali), portò alla successione da parte del
vicepresidente, Carlos Mesa Gisbert.
Mesa è rimasto in carica fino allo scorso mese
di giugno, quando, in seguito ad una nuova ondata di grandi proteste popolari
che per settimane bloccarono la capitale La Paz, rassegnò definitivamente le dimissioni. Le
manifestazioni di piazza, il cui obiettivo era rappresentato dalla
rivendicazione della nazionalizzazione delle risorse energetiche e dalla
convocazione di un'assemblea costituente, facevano seguito a mesi di tensioni
sociali e violenti scontri che fecero temere lo scoppio di una vera e propria
guerra civile. Il presidente nominato ad
interim, Eduardo Rodriguez, accettò
la carica col dichiarato scopo di traghettare il paese verso nuove elezioni.
Il risultato elettorale
È stato subito chiaro che Jorge "Tuto" Quiroga,
il candidato della destra e delle multinazionali degli idrocarburi, non avrebbe
avuto grandi chance di battere il favorito, Evo Morales, indio aymara, già
minatore e poi cocalero, leader della
sinistra indigena ed alla testa della rabbia popolare che negli ultimi anni ha
segnato la vita sociale e politica del paese andino. Ed è così accaduto che il
18 dicembre scorso, per la prima volta nella storia della Bolivia un
rappresentante della maggioranza india nel paese (che è però sempre stata
"minoranza" politica rispetto all'oligarchia criolla) è stato sospinto al governo di una nazione dalle mille ed
esplosive contraddizioni.
Naturalmente, Morales ha dovuto affrontare e
superare, per conseguire un risultato che è senz'altro "storico", parecchie
difficoltà. Innanzitutto, nella cornice dell'ostilità dei potentati economici e
dell'intervento penetrante dell'amministrazione Bush, l'interessata diffusione
di sondaggi truccati, che lo davano sì vincitore, ma accreditandolo di un
risultato intorno al 36% contro il 28% di Quiroga ed una maggioranza
parlamentare dominata dalle forze politiche a lui contrarie: esito che avrebbe
potuto impedirgli l'accesso al Palacio
Quemado di La Paz
a causa della Costituzione boliviana che assegna al parlamento il potere di
nomina del presidente qualora nessuno dei candidati abbia superato la quota del
50%. Poi una revisione delle liste elettorali che ha penalizzato, cancellandoli
dagli elenchi, soprattutto gli elettori di Evo (stimati in circa 800.000).
Infine, l'insidioso invito all'astensione o al non voto da parte di forze della
sinistra boliviana sulla base della parola d'ordine "Evo y Tuto son lo mismo".
Nonostante tutto, però, la popolazione è accorsa
in massa alle urne eleggendo al primo turno con circa il 53% Morales nuovo
presidente della Bolivia.
Evo Morales, il Mas ed il programma di governo
Il Movimiento al Socialismo (Mas), guidato da Evo
Morales, è una formazione politica di matrice sindacale che ha avuto origine
dalla resistenza dei cocaleros nei
confronti delle politiche contro il narcotraffico imposte dagli Usa alla
Bolivia. Già nelle elezioni del 2002, si è affermato come il secondo partito a
livello nazionale ed ha attraversato tre importanti scenari di conflitto del
paese (la guerra della coca, dell'acqua e del gas). Benché il suo linguaggio
politico sia rimasto sostanzialmente invariato rispetto alle origini, il Mas -
la cui politica è imperniata sul nazionalismo indigeno antiliberista - ha
abbandonato i toni accesi dei suoi primi anni, cercando un accomodamento nella
cornice della democrazia boliviana anche per ottenere il consenso di diversi
settori sociali.
Il teorico della politica del Mas, Alvaro García
Linera, oggi eletto vicepresidente, è l'ideatore del "capitalismo andino" che
Morales intende instaurare, un progetto di "sviluppo nazionale e
modernizzazione produttiva" che, con uno sguardo al modello brasiliano, non
prevede affatto la nazionalizzazione delle risorse energetiche, bensì la
rinegoziazione dei contratti di sfruttamento con le multinazionali degli
idrocarburi. Insomma, il Mas, convinto che il socialismo nell'attuale Bolivia
non sia attuabile, intende innanzitutto costruire ... il capitalismo. In realtà,
Morales e Linera vogliono "contenere" le dinamiche conflittuali di massa che le
esplosive contraddizioni sociali boliviane innescheranno.
Di ciò, peraltro, sono consapevoli i colossi
petroliferi che hanno sede in Equipetrol, il quartiere esclusivo di Santa Cruz,
la città sede degli affari definita "la Milano della Bolivia". Luis Carlos Kinn,
apprezzato esperto del settore degli idrocarburi, ha spiegato che "Quiroga non
avrebbe mai ottenuto una vittoria schiacciante, necessaria per durare. Morales,
invece, può assicurare una certa stabilità" (Il Sole 24 Ore, 20/12/2005). E così Jana Drakic, vicepresidente
della Chaco, partecipata della Bp, ritiene che "Morales potrebbe essere uno
come Chavez. Che parla, parla, ma poi agisce in maniera diversa" (Il Sole 24 Ore, 20/12/2005),
evidentemente riferendosi al fatto che il governo venezuelano ha lasciato
crescere in maniera impetuosa la presenza delle industrie petrolifere
statunitensi sul suo territorio. D'altronde, pare diffusamente condiviso il
giudizio espresso da un imprenditore di Santa Cruz, secondo cui Morales
"potrebbe prendere la strada moderata di Lula e ci andrebbe benissimo. Oppure
quella di Gutierrez in Ecuador, cacciato dalla piazza per non aver corrisposto
alle speranze suscitate dalla retorica dei poveri" (Il Corriere della Sera, 18/12/2005).
Quali prospettive dopo il voto
Queste analisi "di classe" impongono un'attenta
riflessione.
Il risultato elettorale, con la canalizzazione
dell'enorme pressione popolare nella massiccia espressione di voto per Evo
Morales, rappresenta senza dubbio un duro colpo per l'amministrazione Bush, per
l'imperialismo e per l'oligarchia boliviana, che auspicavano (pur senza riporvi
troppe speranze) la neutralizzazione del candidato indio. Ma, allo stesso
tempo, pone le classi subalterne boliviane di fronte ad un dilemma di
importanza capitale: il programma di Morales, al di là degli altisonanti
principi, non ha futuro giacché non propone altro se non la convivenza con le
grandi multinazionali degli idrocarburi; e tuttavia, non ha alcuna capacità di
ridimensionare queste ultime, dal momento che la debole struttura dello stato
andino non consente alcun tipo di controllo effettivo su di esse. Nondimeno, le
grandi mobilitazioni operaie e popolari che sono confluite nel voto per il Mas
richiedono una riorganizzazione sociale su nuove basi, di cui una è quella
della nazionalizzazione dell'industria petrolifera senza indennizzo e sotto
controllo operaio.
Si tratta, a ben vedere, dello "storico"
dilemma: governo dei lavoratori o capitolazione di fronte all'imperialismo
delle industrie del petrolio? E, come sempre, esso può essere sciolto in senso
favorevole alle classi subalterne solo se vi sarà una direzione alternativa del
movimento operaio e contadino di Bolivia.
Ciò rimanda alla posizione di astensione o di
invito al non voto che settori della sinistra boliviana hanno propagandato,
sostenendo che non si poteva scegliere fra Quiroga e Morales. Questa posizione
- che è stata apertamente combattuta dal Crqi (El Obrero internacional, n. 4) con un appello al voto per Morales,
respingendone il programma e sulla base però di un vero programma
rivoluzionario - costituisce la rappresentazione più esplicita dell'incapacità
di quelle forze politiche di comprendere la situazione della lotta di classe
nel loro stesso paese.
D'altronde, già in occasione della cacciata di
Sánchez de Lozada, v'era stata l'esplicita ammissione da parte delle direzioni
dei partiti e dei sindacati di essere state scavalcate dalla protesta popolare.
Durante l'Assemblea nazionale della Central obrera boliviana (Cob) tenuta
subito dopo la fuga del Goni, Jaime Solares, segretario esecutivo della Cob,
pronunciò queste significative parole: "Chi si considera un rivoluzionario non
può mentire a se stesso. Nessun leader né nessun partito politico ha diretto
questa ribellione popolare. Né Evo, né Felipe (Quispe) né noi stessi siamo
stati a capo della rivolta. Il conflitto, purtroppo, non ha avuto una direzione
unitaria. Sono stati i lavoratori boliviani, dal basso, a mandar via a calci
nel sedere l'assassino "Goni". Sono state le masse infuriate a prendere a
ceffoni l'imperialismo americano. Nessun individuo né partito può aggiudicarsi
la leadership di questo conflitto. Nessuno!". L'Assemblea si concluse con una
constatazione, che venne ritenuta quasi comune a gran parte dei paesi
dell'America Latina: "gli operai, i contadini, le nazioni oppresse e le classi
medie impoverite non hanno strappato il potere alla classe dominante perché non
hanno ancora un partito rivoluzionario".
Questa conclusione non è meno vera oggi: ora si
tratta di costruire in Bolivia quel partito rivoluzionario che sappia
intercettare le enormi pressioni popolari che in breve torneranno a far sentire
tutto il loro peso.
Se allora le masse boliviane saranno guidate da
quella direzione alternativa che è finora mancata, potrà scoccare la scintilla
rivoluzionaria che incendierà l'intero continente latinoamericano.
31/12/2005
sommario
L'imperialismo nel pantano iracheno
La strategia statunistense per il
dopo elezioni: un governo di unità nazionale
di Fabiana Stefanoni
Nell'attuale vuoto di iniziativa
politica del movimento contro la guerra, il reportage di Rainews24 sull'uso di napalm e fosforo bianco nell'attacco a
Falluja ha riportato all'attenzione di tutti la realtà dell'occupazione
irachena. Nel mentre, Bertinotti si affannava - in vista di futuri incarichi
ministeriali per Rifondazione comunista - a garantire la fedeltà dell'Italia
agli Usa ("L'Italia è in Europa ma è leale alleato Usa", www.unioneweb.it/2005/12/06/bertinotti-pacs/)
e a ritenere accettabile la proposta iniziale di Prodi sul ritiro delle truppe
(le apparenti resistenze successive - di cui, a dire il vero, si sono fatti portavoce
più i Verdi che il Prc - riguardavano non questioni di sostanza ma la presenza
o meno della parola "occupazione" nella bozza di progamma).
In che cosa consisteva questa proposta
è presto detto: nell'impegno a presentare un "calendario di ritiro", consultato
il governo iracheno. Niente più niente meno che la proposta di Martino, il
ministro della Difesa dell'attuale governo, che ha annunciato il ritiro delle
truppe entro il 2006. Infatti, considerato che le elezioni in Iraq si sono
svolte il 15 dicembre; che da pochissimo (il 20 gennaio) sono stati diramati i
risultati "non certificati" delle elezioni (i quali cioè devono ancora fare i
conti coi ricorsi dei sunniti); che, in base all'iter stabilito dalla nuova
costituzione, dovranno passare circa due mesi dall'annuncio dei risultati
"certificati" per il varo definitivo del nuovo governo; che l'eventuale governo
di centrosinistra in Italia dovrà porre all'ordine del giorno la questione del
ritiro e poi "consultare" quello iracheno; insomma, considerato tutto questo, di
un eventuale, parziale ritiro si comincerà - forse - a parlare (solo a parlare)
dall'estate. Dietro i giochi di parole, nulla di diverso da quanto annunciato
da Martino: il ritiro entro il 2006, appunto.
Il risultato delle elezioni
parlamentari
In base ai dati ufficiali (benché
"non certificati") forniti dalla commissione elettorale irachena, l'Alleanza
irachena unita, ossia la coalizione sciita, ha raggiunto la maggioranza
relativa dei seggi del nuovo parlamento (128 su 275), 12 in meno rispetto al
risultato delle precedenti elezioni. La coalizione ha ovviamente fatto il pieno
dei voti nelle province del sud e centro sud a maggioranza sciita e si è
confermata, seppur con qualche perdita, la prima forza politica a Baghdad
(56,55%). Va tenuto conto del fatto che
l'Alleanza irachena unita racchiude al suo interno movimenti e partiti tra loro
eterogenei, sebbene accomunati da una forte connotazione religiosa e da un'ottica
collaborazionista - chi più chi meno - nei confronti degli occupanti: oltre
allo Sciri (il principale partito sciita,
islamista e filorianiano), ricordiamo anche il Dawa e i fedeli dell'ex ribelle Muqtadà al-Sadr, i cui battaglioni
sono stati parzialmente reclutati nelle forze di sicurezza governative.
Ciò che più preoccupa gli Stati
Uniti dei loro alleati sciiti è la propensione filoiraniana: le stesse Brigate
Badr, il braccio armato dello Sciri,
che oggi svolgono compiti di polizia e che operano in stretto contatto con gli
statunitensi, nacquero da ex soldati delle forze
armate irachene che si rivoltarono contro Saddam Hussein durante la guerra
contro l'Iran e, probabilmente, furono addestrate dai Pasdaran (le guardie rivoluzionarie
iraniane). Per questo, il fatto che l'Alleanza irachena unita non abbia
raggiunto la maggioranza assoluta va a favore della strategia americana di dar
vita ad un governo di unità nazionale che includa Sciiti, Sunniti e Curdi,
secondo l'eterna legge del divide et
impera: la necessaria instabilità di un governo che include gruppi politici
(ed etnici) che si sono scannati fino al giorno prima favorirà il ruolo di
garanti degli americani, che - indipendentemente dal già annunciato parziale ritiro
delle truppe - continueranno a mantenere sul territorio "forze di pace" (cioè
d'occupazione) per presunte esigenze di stabilizzazione e controllo.
E' chiaro che la partecipazione
dei Sunniti alle elezioni, dopo il boicottaggio del gennaio 2004, gioca a
favore degli americani anche nel senso di un indebolimento della resistenza
irachena, la quale, almeno agli occhi dell'opinione pubblica internazionale,
appare isolata nell'opposizione ai governi che fanno il gioco degli occupanti. I
sunniti si sono presentati in due coalizioni distinte, delle quali ha ottenuto
il risultato migliore il Fronte per la concordia irachena (44 seggi), a forte caratterizzazione
confessionale (ne fanno parte il Partito islamico iracheno, il Consiglio
nazionale per il dialogo e la
Concentrazione del popolo iracheno guidata da Adnan
al-Dulaimy). L'altra formazione sunnita, a carattere nazionalista e
relativamente laica, il Fronte di dialogo nazionale di Salah al-Motlak, ha
ottenuto 11 seggi. Tra le organizzazioni sunnite con cui gli statunitensi hanno
tentato un dialogo, solo il Consiglio degli Ulama, che racchiude molte
istituzioni religiose, si è rifiutato di partecipare alle elezioni.
Deludente, benché prevedibile, è
stato il risultato ottenuto dalla Lista nazionale irachena guidata da Allawi,
caratterizzata da eterogenità religiosa (sciiti, sunniti, indipendenti, ex
baatisti, elementi del Partito comunista) e, per questo, scarsamente attrattiva
in un contesto come quello iracheno: ha ottenuto solo 25 seggi, superando il
10% solo in dieci province. Allawi, uomo di fiducia dell'imperialismo americano
e della Cia, probabilmente potrà continuare a giocarsi un ruolo centrale nel
futuro governo, con la funzione di mediare tra i sunniti moderati e gli sciiti.
Infine, per quanto riguarda la
componente curda, il Partito democratico del Kurdistan di Massud Barzani e
l'Unione patriottica curda di Jalal Talabani hanno ottenuto 53 seggi, con una
vittoria massiccia nelle tre province del nord a maggioranza curda.
La strategia dell'imperialismo:
un governo di unità nazionale
E' chiaro che l'obiettivo degli
occupanti è quello di arrivare entro il 2006 a un apparente ritiro delle truppe che, in
realtà, permetta di portare avanti l'occupazione con una nuova veste. Dato che
non sarà possibile dar vita nel breve periodo a un governo fidato e
relativamente stabile né dominare la resistenza armata, gli statunitensi mirano
a preservare la loro presenza in Iraq con basi militari, forze di sicurezza,
presenze aeree e navali; oltre che, naturalmente, con le grandi imprese
destinate alla "ricostruzione economica" - e al controllo delle risorse - in
Iraq, che avranno anche il compito di coordinare le imprese dei paesi alleati
con subappalti e forniture (per quanto riguarda le imprese di casa nostra, si
veda il tristissimo sito www.itaraq.it,
dove si illustrano le... opportunità d'affari in Iraq con immagini edulcorate
di Baghdad che sembrano invitare a una gita turistica). Per questo, un governo
di unità nazionale - del quale gli statunitensi continueranno a farsi garanti -
è la condizione ideale per mantenere l'occupazione in Iraq nonostante
l'apparente "ritiro". Sarebbe sbagliato pensare che gli Stati Uniti, in queste
elezioni, parteggiassero per una delle forze in campo, fosse pure il
fedelissimo Allawi: lo scopo delle elezioni truffa era quello di far
convogliare tutte le componenti etnico-politiche nello stesso pentolone, così da
permettere all'imperialismo statunitense di continuare a tenere in mano il
mestolo. La mancata di vittoria di una delle forze in campo significa la
vittoria degli occupanti.
Ma l'imperialismo non avrà vita
facile: gli sciiti e i kurdi, già di per sé restii a compromessi con i sunniti,
controllano le regioni dove si concentrano i principali giacimenti di petrolio
e quindi hanno in mano un'importante arma di ricatto nei confronti degli
statunitensi. Non solo: la costituzione approvata a ottobre è volutamente
ambigua circa la gestione delle riserve petrolifere, segno del fatto che gli
americani non sono ancora riusciti a strappare ai loro alleati iracheni un via
libera definitivo allo sfruttamento delle riserve energetiche. La carta
costituzionale, infatti, stabilisce all'articolo 109 che gas e petrolio
appartengono al popolo iracheno e sembra escludere le privatizzazioni; allo stesso
tempo, tuttavia, si introduce la regola del "libero mercato" nella gestione dei
giacimenti.
Non solo: la resistenza non è
stata ancora placata e al-Zarqawi, supposto leader di al-Qaida in Iraq, non è
l'unica voce del movimento armato che si oppone ai governi collaborazionisti. Basterebbe
citare alcune delle tante organizzazioni ancora attive che hanno dichiarato
guerra agli invasori per rendersi conto che l'imperialismo statunitense troverà
grossi ostacoli nella regione: dall'Organizzazione irachena di liberazione -
che offre 2 milioni di dollari a chi uccide "un membro qualsiasi del governo" e
5 milioni per la morte di un leader -, le Falangi del terremoto, quelle del
Saladino e quelle dei mujahidin, i
movimenti armati d'opposizione baatista ecc. E' evidente che la direzione
politica della resistenza, anche in considerazione del ruolo ad oggi egemone
dei movimenti armati islamisti, è ancora saldamente nelle mani degli
integralisti. Tuttavia, il fatto stesso che, alla vigilia delle elezioni, si
sia dato il via ad un'ondata repressiva nei confronti delle forze della
sinistra sociale irachena è l'indice del timore degli americani di veder
trasformate in rivolta sociale le istanze di liberazione nazionale. Il 7
dicembre sono stati rapiti due militanti del Partito comunista operaio di
sinistra in Iraq; un mese prima un altro militante dello stesso partito era
stato assassinato a Baghdad; il 15 dicembre a Nassirya è stata incendiata la
sede del Partito Comunista Operaio iracheno su iniziativa dello Sciri. Nessuna di queste forze
d'ispirazione socialista ha abbracciato oggi la parola d'ordine della
rivoluzione socialista in Medio Oriente, ma uno dei timori delle forze
filoamericane irachene è che la resistenza armata possa saldarsi a
rivendicazioni di carattere sociale o a scioperi operai. La vittoria sul campo della
resistenza irachena e la sconfitta degli imperialisti possono creare le
premesse di un'ondata rivoluzionaria in Medio Oriente; ma solo il partito
mondiale della rivoluzione - la Quarta Internazionale
rifondata - potrà ricondurre le istanze di liberazione nazionale alla
prospettiva di un Medio Oriente laico e socialista.
27-1-2006
sommario
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