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La finanziaria di Renzi e Confindustria PDF Stampa E-mail
mercoledž 11 novembre 2015
La finanziaria
di Renzi e Confindustria
Un attacco dei padroni da respingere con le lotte
 
   
 
di Patrizia Cammarata
 
 
 
 
 
 
renzi e confindustria
 
 (Renzi col presidente di Confindustria)
 
 
La finanziaria (legge di stabilità) 2016 è presentata, dal governo, alle masse popolari e all’opinione pubblica del nostro Paese come l’atto di giustizia atteso da tempo, un atto che metterà la parola fine all’immoralità dei decenni precedenti, una scelta di equità di una generazione nei confronti di un’altra, un atto di pentimento da parte di genitori scialacquoni che hanno fatto ricadere sui figli i loro debiti di una vita colma di privilegi (privilegio che per il governo, rappresentante degli interessi di Confindustria, è consistito, ad esempio,  nel diritto dei lavoratori ad accedere ad una pensione che permettesse di sopravvivere, dopo una vita di lavoro).
L’Unione europea ha concesso all’Italia non certo una cancellazione del debito, ma solo una flessibilità sui conti: tutto l’impianto della finanziaria rimane il “compitino a casa” dettato da Bruxelles. In nome di questa “flessibilità”, annunciata come un grande risultato, il governo Renzi-Padoan  ha  deciso di sopprimere per tutti la tassa sulla prima casa di proprietà, associando questa manovra ad un messaggio populista che tenta di confondere la cancellazione di questa tassa al giusto principio del “diritto alla casa”, mentre, al contempo, Renzi strizza l’occhio all’elettorato di destra, continuando nel suo progetto di definitiva conquista del suo blocco sociale, dato che questa tassa non sarà abrogata solo per i proprietari di un’unica casa (quegli operai e salariati che sono riusciti ad acquistarla con il sacrificio di decenni di mutuo) ma anche per i ricchi borghesi che di  case e ville ne possiedono a decine.
Mentre il governo ha concentrato la sua propaganda su questo passaggio (abolizione della tassa sulla prima casa e cancellazione dell'Imu agricola e sui macchinari cosiddetti “imbullonati”) ha cancellato al contempo ogni ipotesi d’investimenti pubblici: la parola d’ordine è la tutela dei redditi dei ricchi con la falsa giustificazione che la tutela di questa ricchezza potrà servire a tutti, asserendo che questa ricchezza potrà essere investita nello sviluppo e nella crescita per un benessere collettivo. Da sempre la realtà dei fatti ci indica, al contrario, che è una falsità affermare che l’aumento dei redditi d’impresa (redditi che anche nella crisi sono sempre stati tutelati) porti ad un aumento della ricchezza generale. L’aumento dei redditi d’impresa è lo strumento per l’aumento dei grandi patrimoni finanziari ed alza, al contempo, l’evasione fiscale.
Un’evasione fiscale alla quale questa finanziaria toglie anche il piccolo laccio che consisteva nel tetto di mille euro per le transazioni in liquido. L’aumento ai tremila euro non è certo un provvedimento rivolto a rendere più agevole la vita e l’accesso alla spesa nei supermercati degli operai e dei precari che tremila euro li vedono, forse, con il lavoro di tutti i giorni di due mesi consecutivi, o per i pensionati poveri che i tremila euro, sempre se ce la fanno, li conservano come unico risparmio per le spese del proprio funerale (magari per non pesare sui figli spesso precari e/o disoccupati). Anche questa misura risponde alle esigenze degli industriali che, dopo aver ottenuto il Jobs Act ("Si realizza un nostro sogno", aveva dichiarato allora il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi), continuano ad andare all’incasso e ottengono così un ulteriore vantaggio, una normativa che potrebbe portare a facili possibilità di pagamenti fuori busta e transazioni esentasse.
Mentre la tassa alle imprese, a partire dal 2017, sarà ridotta, il canone Rai sarà abbassato di soli 13 euro e inserito nella bolletta della luce. Saranno prorogati gli incentivi per le ristrutturazioni edilizie e le ristrutturazioni legate al risparmio energetico, provvedimenti che agevolano i soli proprietari di case in un Paese in cui la crisi economica ha determinato un calo di reddito dei nuclei famigliari e migliaia di licenziamenti ai quali, spesso, seguono in breve tempo il dramma degli sfratti per morosità, negli ultimi anni in continua crescita. Nessuna concreta ed efficace politica per il diritto alla casa in un Paese il cui patrimonio pubblico rappresenta circa il 5% degli immobili contro il 15% in Germania e Francia, il 20% in Inghilterra, il 35% in Olanda. Ma la finanziaria del governo Renzi non si preoccupa certo di assicurare una casa alle migliaia di famiglie povere e ripropone una politica che sta portando all’esasperazione la già drammatica situazione sociale del Paese che è l’ultimo in Europa negli investimenti contro l’esclusione sociale.
Risulta chiaro che l’abbassamento delle tasse continuamente ribadito da Renzi significa riduzione delle tasse prevalentemente su imprese (riduzione dell’Ires) e proprietà immobiliari, a fronte di un’ulteriore e parallela riduzione della spesa pubblica e del patrimonio pubblico, un taglio della spesa pubblica che è associata in modo demagogico alle parole “efficienza”e “lotta agli sprechi”, concetti che servono a portare l’opinione pubblica all’accettazione, come soluzione finale, delle privatizzazioni.
 
Una finanziaria che accresce le disuguaglianze sociali
Le giovani generazioni di disoccupati e precari non troveranno nessun giovamento dall’approvazione di questa finanziaria che non crea occupazione e non riduce la disoccupazione. Di là dalla propaganda la realtà ci parla di una situazione drammaticamente consolidata: le misure di de-contribuzione per i nuovi assunti con il contratto a tutele crescenti previsto dal Jobs Act e di deduzione dall’Irap del costo del lavoro dei dipendenti a tempo indeterminato, previste nella scorsa Legge di stabilità per il triennio in corso, non hanno certo modificato il quadro della tragedia della disoccupazione. La platea dei disoccupati, infatti, sfiora i circa sei milioni di persone contando anche le forze di lavoro “potenziali”, e la disoccupazione è prevista sopra il 10% fino al 2019. Ciò significa che, con la Legge Fornero e senza cambiamenti dell’assetto previdenziale, si programma un tasso di disoccupazione giovanile, nonostante gli sbandierati incentivi alle assunzioni, attorno al 40% per tutti i prossimi cinque anni(1). 
Nessuna risposta, nessun reale cambiamento di rotta per le pensioni in quanto le misure proposte in relazione alla pensione sono rivolte ad una minoranza di lavoratori/lavoratrici (come nel caso di “Opzione donna”) e di questa minoranza cui sono rivolte solo una minoranza della minoranza potrà accedervi perché pesantemente penalizzanti dal punto di vista economico; nessuna rottura con la legge Fornero i cui effetti devastanti sono pagati dai lavoratori e dalle lavoratrici costretti ad arrancare nelle fabbriche, negli asili nido, nelle scuole, nei posti di lavoro, ad un’età in cui la precedente generazione era già in pensione da anni. Donne e uomini che spesso vivono un doppio dramma: una giornata lavorativa che non riescono più a sostenere per difficoltà fisiche o psicologiche legate all’avanzare dell’età e il rientro a casa dopo una giornata di lavoro che per molti di loro significa un dramma nel dramma dato che a casa, ad aspettarli, in molti casi, ci sono i figli giovani ma disoccupati, costretti a vivere ancora con i genitori e nell’incapacità oggettiva di costruirsi un’autonomia economica.
Ma, com’è ovvio, governo e Confindustria non hanno fra le loro priorità la giustizia sociale o le condizioni di vita di milioni di salariati e delle giovani generazioni: non si deve invecchiare perché non si può andare in pensione e non ci si deve ammalare perché la cura delle malattie, con le  pesantissime misure rivolte al Servizio Sanitario Nazionale, che subirà  tagli per una cifra di 20 miliardi di euro dal 2016 al 2019,  sarà una opzione possibile solo per le classi sociali più benestanti, inasprendo una situazione già drammatica, dato che già ad oggi milioni di persone in Italia rinunciano alle cure sanitarie per motivi economici (è stato, inoltre, proprio Sergio Chiamparino, dello stesso partito di Renzi e Presidente della Regione Piemonte, che ha affermato che “solo il mancato incremento della spesa sanitaria nel 2016 potrebbe far aumentare i ticket e compromettere la distribuzione dei farmaci salvavita”).
I minori trasferimenti previsti agli enti locali si trasformeranno in tagli ai servizi pubblici e socio assistenziali, si assisterà alla privatizzazione spinta delle aziende partecipate e questa situazione generale porterà a licenziamenti e mobilità. Accanto a queste prospettive il governo annuncia per il rinnovo dei contratti pubblici, dopo il blocco degli ultimi sei anni, la somma simbolica di 200 milioni, il blocco del salario accessorio e della sostituzione del turn over e restano senza una risposta credibile i numerosi esuberi conseguenti alla sparizione delle Province.
Svuotamento di tutto il sistema pubblico (sanità, scuola, enti locali, trasporti ecc...) e alta disoccupazione saranno  il risultato di questa finanziaria in piena crisi del capitalismo; la presenza di un gran numero di disoccupati è funzionale all’esistenza stessa del sistema capitalistico, poiché, alimentando la concorrenza tra i lavoratori, garantisce al contempo un basso livello di salari e la tenuta del saggio di profitto dei capitalisti. Il governo, inoltre, accompagna questa finanziaria inasprendo ancora di più il dibattito politico per quanto riguarda la messa in discussione e l’attacco ai diritti sindacali.
 
Contro la finanziaria, contro il populismo del Movimento 5 stelle e il razzismo della Lega
E’ necessario, quindi, ricordare che questa finanziaria non è semplicemente una “cattiva” finanziaria ma la naturale risposta del capitalismo italiano alla sua crisi e per sconfiggere i suoi provvedimenti è necessario porre all’ordine del giorno la costruzione di un soggetto politico rivoluzionario che si ponga come obiettivo fondamentale e imprescindibile l’abbattimento del capitalismo e di tutte le sue tragiche conseguenze.
Quest’obiettivo non è perseguito né dal razzismo della Lega di Salvini che si erge a difensore dei diritti dei lavoratori, spendendosi in campagne anti-Fornero, occupando l’enorme spazio vuoto lasciato dalla crisi e dal tradimento della sinistra italiana mentre al contempo divide la classe lavoratrice e aizza i lavoratori e i poveri nativi contro i lavoratori e i poveri immigrati, né dal populismo del Movimento 5 stelle di Grillo e Casaleggio che considera i lavoratori del Pubblico impiego e i pensionati la zavorra parassitaria della società(2), né dalla “nuova” Sinistra italiana nata per interesse di politici riformisti di lungo corso che già tanti tradimenti e tanto male hanno causato alla classe lavoratrice di questo Paese (i Vendola, i Cofferati, i Fassina, ecc…).
La finanziaria di Renzi/Confindustria è la risposta del capitalismo italiano in crisi, un capitalismo inserito in una crisi mondiale di sovrapproduzione profondissima e che fa i conti con un’Unione Europea che evidenzia ogni giorno di più le contraddizioni fra centro e periferia, che ha svelato più volte difficoltà istituzionali e che ha dimostrato il suo volto disumano nel comportamento nei confronti della drammatica vicenda dei profughi in fuga da guerre e fame.
Respingere le misure antipopolari contenute nella finanziaria è necessario e affinché ciò avvenga sarebbe necessaria la proclamazione di un grande sciopero generale unitario e ad oltranza.
Al tradimento delle burocrazie sindacali dei sindacati concertativi (che hanno fatto passare la Legge Fornero, ad esempio, proclamando solo tre ore di sciopero), all’ormai chiaro fallimento di gran parte del sindacalismo di base i cui dirigenti, nonostante la militanza di attivisti di base generosi e onesti, procedono nella divisione delle lotte, nella gestione aziendale che si sostituisce spesso  all’incoraggiamento del conflitto e  in alcuni casi nella capitolazione opportunista (come dimostra  la firma dell’Accordo sulla Rappresentanza da parte di alcune sigle sindacali di base), impedendo in questo modo una determinata e unitaria risposta agli attacchi, è necessario rispondere con il coordinamento e l’unità delle lotte, con la creazione di comitati di lotta e assemblee permanenti nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro, con il rafforzamento degli organismi di coordinamento già esistenti nel territorio nazionali (come, ad esempio, il Coordinamento No Austerity (3),  rifiutando ogni pregiudizio nei confronti di chi lotta per il cambiamento e rifiutando ogni tentativo di dividere,  a scopi opportunisti, burocratici e di difesa del proprio orticello, le lotte di chi, da questa finanziaria, subirà solo ulteriori arretramenti nei diritti e nelle proprie condizioni di vita e di  lavoro.
 
Note
1) http://www.cgil.it/Archivio/politiche-economiche/CGIL_LS2016_Schede_di_approfondimento_2.11.2015-1.pdf
2) da  http://www.beppegrillo.it/2011/08/locomotiva_italia.html : “Ma qualcuno sano di mente pensa realmente che con 19 milioni di pensionati e 4 milioni di dipendenti pubblici possiamo farcela? Per mantenerli vengono spalati ogni anno nelle caldaie della locomotiva Italia, sempre più lenta, in affanno, con salite ormai proibitive, altri 100 miliardi di debito pubblico, come fossero carbone, che corrispondono almeno a 5 miliardi di interessi annui in più. Pagati dai sempre più rari contribuenti, le aziende chiudono e ci sono 4 milioni di disoccupati. Il tasso sul nostro debito sale e gli interessi non possono che aumentare. Nel 2011, se va bene, pagheremo 100 miliardi di interessi. L'Italia non ha alcuna possibilità di farcela con questa zavorra. ..”
3) http://www.coordinamentonoausterity.org/
 
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