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L'UNITA' DEI DUE POLI BORGHESI, L'IPOCRISIA DELLE "SINISTRE CRITICHE"
Con il consenso di entrambi i
poli borghesi dell'alternanza, la Camera ha votato ieri a favore della nuova
"missione di pace" in Libano dell'imperialismo italiano.
Anticipiamo qui un articolo
dedicato alla posizione delle "sinistre critiche" di Rifondazione (l'Ernesto e
Erre) che comparirà in un ricco dossier dedicato al Libano sul numero di ottobre
di Progetto Comunista, in uscita a fine
settimana.
L'articolo è stato scritto un
paio di settimane fa ma i fatti successivi ne hanno confermato l'analisi
politica. Dopo attenta riflessione "critica" i parlamentari (che la stampa ha
definito "ribelli") dell'Ernesto hanno votato a favore della missione; mentre il
deputato di Erre, Salvatore Cannavò, si è spinto fino... a non partecipare al
voto - senza per questo mettere in discussione il suo sostegno al governo
Prodi.
L'opposizione alla missione
coloniale in Libano non ha voce in parlamento: la deve trovare nelle piazze e
nei luoghi di lavoro. Come PC Rol siamo impegnati in questo senso, anche
partecipando alle prossime scadenze, locali e nazionali, di mobilitazione. La
manifestazione di sabato prossimo (30 settembre, a Roma), promossa dal
sindacalismo di base, è un primo importante momento: invitiamo dunque alla
partecipazione
Libano, la posizione delle minoranze di
Rifondazione
Il fuoco dei ribelli non brucia più
di Francesco Ricci
Sarebbe interessante (e appagante) raccogliere anche solo una parte
di quei centomila articoli con cui per due anni ci hanno perseguitato. Quelli
sulla nonviolenza. E poi, come in un vecchio film di Moretti in cui un
incomprensibile critico cinematografico era obbligato a leggere ad alta voce le
sciocchezze contenute nei suoi articoli, costringere gli autori a rileggerli ad
alta voce, alternandoli però - qui sta il divertimento - agli articoli che
scrivono oggi sul Libano.
Per due lunghissimi anni la stampa di sinistra
(non solo Liberazione, ma anche il manifesto e qualsiasi
rivista noglobal) ci ha propinato la nonviolenza cucinata in
trecentosessantacinque modi diversi, come i portoghesi il bachalau. Non
c'era argomento che non conducesse inevitabilmente lì, non c'era pietanza che
non ne contenesse un pezzetto almeno. Ci hanno spiegato con dovizia di
particolari che la nonviolenza va intesa come valore assoluto, non come
un mezzo ma come un fine (qualsiasi cosa ciò possa voler dire, se
qualcosa vuole dire).
Provate a confrontare gli articoli di Rina Gagliardi
sulla nonviolenza e a farglieli leggere, in alternanza, con gli editoriali con
cui adesso ci spiega che la missione armata (armatissima) in Libano non
solo è da condividere ma è financo "un dovere morale", qualcosa di cui bisogna
ringraziare Massimo D'Alema (di cui, in coro con la Rossanda (1), tesse le
lodi). Adesso non solo l'uso della violenza è possibile ma a chi si oppone si
riservano violenti sguardi di disapprovazione. Certo, va riconosciuto,
una differenza c'è: la violenza di cui si parla ora è quella degli eserciti
imperialisti... e come la tradizione vuole, ogni buon riformista sa sempre
distinguere tra la violenza degli oppressi e quella degli oppressori
(schierandosi infallibilmente dalla parte di questi ultimi).
Spostandosi un po' più a sinistra il panorama
non cambia. La ribellione dei dirigenti ribelli del Prc è già finita. Ogni tanto
Grassi e Cannavò soffiano un po' di fuoco, ma è come quello dei Mangiafuoco
delle feste di paese, non brucia niente.
Sull'invio di militari italiani in
Libano (per disarmare Hezbollah e difendere Israele contro i palestinesi) la più
consistente minoranza del Prc, Essere Comunisti-l'Ernesto, tace. Sul sito
internet dei "grassiani" non si trova quasi nulla sull'argomento. Leonardo
Masella, uno dei principali dirigenti dell'area, ci ha comunque informato (2) in
primo luogo che "innegabilmente la vicenda è molto diversa dall'Irak e
dall'Afghanistan" (ah sì, è perché?) e che Rifondazione "ha fatto bene a votare
a favore della 'buona intenzione' proposta dal governo". Dove sta il problema e
quindi la critica che forniscono, come sempre, i dirigenti di questa "area
critica" del Prc? Bisogna, continua Masella, "fare molta attenzione anche ai
dettagli" della missione. Intanto ci vuole una "mozione d'indirizzo" che
assicuri che la missione vuole "assicurare una pace forte e duratura nell'intero
Medio Oriente", sottolineando "una concezione di discontinuità" con il governo
precedente; poi "servono garanzie granitiche che la missione non cambi natura
nel tempo e non scivoli successivamente dall'Onu alla Nato"; quindi bisogna che
gli eserciti partecipanti configurino una presenza "finalmente multilaterale",
includendo la Russia e la Cina; infine bisogna definire con precisione "le
regole di ingaggio", assicurando che la missione sia "di peace keeping
e non di peace forcing".
In buona sostanza, è necessario che
l'imperialismo fornisca nero su bianco, su un pezzo di carta, alcune garanzie di
voler andare in Medio Oriente - che casualmente è la zona cruciale, per petrolio
e gas naturali, da cui si governa il mondo - solo per comportarsi come un
lupetto dei boy scout. A queste condizioni - "condizioni granitiche" - le truppe
imperialiste possono occupare il Libano, con il beneplacito di Masella e
Grassi.
Le cose non vanno molto meglio se si dà
un'occhiata alle dichiarazioni dei dirigenti dell'altra area di minoranza, Erre,
che solo qualche mese fa si è "ribellata" al governo sull'Afghanistan
(ribellione conclusasi con un voto di fiducia al governo stesso e con il
conseguente invio di truppe).
In un chiarissimo articolo (3) di fine agosto,
Salvatore Cannavò elenca alcune "riserve" (sic) sulla decisione del governo che
ritiene "frettolosa". Prima di tutto si dice soddisfatto che (si presume come
prodotto della sua spietata "critica") finalmente non si usi "lo schema
utilizzato per l'Afghanistan fondato sull'intervento Nato"; poi sottolinea come
"fatto importante" che "l'Italia è protagonista di una pacificazione e di un
rapporto positivo con il mondo arabo-musulmano". Ciò detto, qualche critica deve
tuttavia avanzarla. Intanto sarebbe stato meglio che l'Onu approvasse "una
risoluzione molto più chiara e definitiva della 1701" che effettivamente -la
cosa non sfugge a un osservatore acuto come Cannavò - "non fa i conti con il
massacro di civili perpetrato da Israele" e prelude al disarmo di Hezbollah.
Da cosa derivano queste preoccupazione di Cannavò? Dal fatto che il governo
che la sua area sostiene stia inviando truppe - con il paravento Onu - per
tutelare gli interessi dell'imperialismo italiano ai danni dei Paesi dipendenti
dell'area? No. Cannavò è preoccupato che "le ambiguità dell'Onu (...) sono
rischiose per la sicurezza dei nostri soldati" (il corsivo è l'unica
cosa nostra in questa frase) e c'è la possibilità che tutto ciò porti a una
"nuova delegittimazione dell'Onu" e magari metta "l'Italia e l'Europa in mezzo
tra due fuochi".
Che fare, allora? Secondo Cannavò (e vogliamo credere che
Prodi e i generali italiani terranno in debito conto questi suggerimenti)
bisogna fare una "doverosa precisazione delle condizioni politiche di base".
Bisogna che l'Italia si faccia "promotrice di una vera Conferenza di pace, con
tutte le parti interessate (sic), in grado di trovare un accordo complessivo per
poi stabilire una presenza internazionale a garanzia di quell'accordo", cioè una
"pura interposizione pacifica tra due contendenti in armi".
Ecco qua il
punto vero della questione che a noi era finora sfuggito. Non la presenza di una
colonia dell'imperialismo (Israele) che si è costruita e vive sulla espulsione
dei palestinesi dalla loro terra: ma "due contendenti in armi" che un arbitro
neutrale (l'imperialismo italiano ed europeo) deve dividere perché la smettano
insensatamente di litigare. Come fare tutto ciò? Cannavò avanza una proposta
simile a quella di Masella: bisogna sviluppare una discussione in parlamento e
approntare "un documento politico ad hoc che faccia la dovuta chiarezza
(...) sulla prospettiva in cui l'Italia decide di collocarsi." Una prospettiva
che Cannavò - ne prenda nota chi di dovere - pretende di vedere con chiarezza.
Leggendo questi articoli ci si immagina le
risate che si fanno Prodi e D'Alema, nei loro salotti domenicali affollati di
banchieri e petrolieri, mentre sentono le Tv del centrodestra che enfatizzano le
difficoltà provocate alla stabilità del governo dai diktat di Ferrero e
dai (dolci) no dei parlamentari ribelli.
C'è da sperare che i sostenitori
onesti di queste cosiddette "aree critiche" si rendano conto della deriva a cui
li condannano i vari Grassi e Cannavò che, non capendo la lingua in cui è
scritto il mondo capitalista, costringono diverse centinaia di militanti, per
rubare le parole a Galileo, "ad aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto."
(4)
(1) Si veda l'editoriale del 30 agosto 2006 de il
manifesto: R. Rossanda, "La nostra scommessa", che così finisce: "Chi
scrive non è abitualmente una ammiratrice di Massimo D'Alema, ma la linea di
politica estera che sta imprimendo al governo è buona."
(2) L. Masella,
"Libano, le condizioni per non essere trascinati in una vera e propria guerra"
su Liberazione, 23 agosto 2006.
(3) "I tanti punti controversi della
missione Onu in Libano" di S. Cannavò, su Liberazione del 24 agosto
2006.
(4) Galileo (ne Il Saggiatore, 1623) scrive del libro della
natura "che ci sta aperto innanzi agli occhi" e che "non si può intendere se
prima non si impara a intender la lingua e conoscere i caratteri ne i quali è
scritto": il riferimento, nel suo caso, è alla matematica.
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