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VOTO SULLE MISSIONI IMPERIALISTE ITALIANE PDF Stampa E-mail
mercoledì 19 luglio 2006

NON CI SONO LIEBKNECHT NEL PARLAMENTO ITALIANO

di Francesco Ricci

Mentre scriviamo queste righe i giornali stanno ancora cercando di capire quale sarà l'atteggiamento di voto dei parlamentari cosiddetti "ribelli" sul Ddl che finanzia le missioni imperialiste e sulla mozione di accompagnamento.
Sulla mozione potrebbe esserci una "non partecipazione al voto" da parte di Cannavò e un'astensione o persino un voto a favore dei deputati grassiani; mentre sul Decreto tutte le soluzioni sono ancora possibili, compresa quella -girata in queste ore- di un voto contrario dei "ribelli" alla Camera (dove il governo ha una maggioranza ampia) e di un voto differenziato al Senato (dove il governo ha i numeri stretti).
 
In realtà la soluzione "tecnica" che verrà trovata è priva di interesse politico. Ciò che conta è che i "ribelli" delle due aree "critiche" del Prc (area dell'Ernesto, di Grassi; area Erre, di Cannavò) faranno di tutto per non danneggiare, col loro voto, il governo Prodi, verificando prima di votare in qualsiasi modo che mantenga una maggioranza auto-sufficiente (cioè senza i voti del centrodestra). In cuor loro sperano di rimanere in pochi (e peraltro sono già rientrate le "ribellioni" di vari senatori Verdi e del Pdci) così da potersi permettere un voto diverso -contando sul fatto che i senatori a vita garantiranno comunque la tenuta.
Provando a tradurre in politica, si può dire che i "ribelli" non vogliono in alcun modo ostacolare né il governo né la sua politica estera imperialista. Regoleranno il voto, cioè, perché sia privo di ogni effetto concreto: salvo quello di garantire loro una visibilità mediatica e l'immagine di oppositori alla guerra. Una sorta di dixi et salvavi animam mea.
 
Non si tratta di una nostra interpretazione malevola. Sono stati Cannavò e Grassi  stessi a spiegarlo ieri in due interviste sui principali giornali.
Sul Corriere della Sera, Cannavò ricorda che non pretendeva nemmeno "un ritiro immediato delle truppe dall'Afghanistan", si accontentava della promessa di una futura uscita dall'Afghanistan; in ogni caso, assicura, "non mi ribellerò sempre, solo stavolta." Tenendo conto che in autunno si tratterà di votare la Finanziaria, è sicuramente una dichiarazione rassicurante (per il governo). Ancora più esplicito Claudio Grassi su La Repubblica. Dopo aver confessato al giornalista di sognare che un giorno ci possa essere in Italia "un governo rivoluzionario", ribadisce: "Io non voglio far cadere il governo" e lamenta che da parte di Prodi non ci sia un minimo di disponibilità alla richiesta minimale che la sua area avanza: "Cosa chiediamo in fondo? Che nella mozione scrivano che anche dall'Afghanistan un giorno dovremo venir via. Che siamo dal 2001 a Kabul e non possiamo starci all'infinito." Come a dire: bastava che ci concedeste qualche parola vaga... Un giorno...  Infine ribadisce che il suo sogno (in attesa di vedere governi rivoluzionari, la cui genesi è demandata a qualche evento del futuro) è quello di "vedere Prodi governare per cinque anni."
Non c'è che dire: se la borghesia ha avuto una notte insonne, sarà stato più per l'afa e le zanzare che per la lettura di queste interviste ai temibili "ribelli".
 
E pensare che più di una volta è stato fatto il nome di Karl Liebknecht in queste settimane. Ma il rivoluzionario tedesco nel 1914 non si limitò a votare contro i crediti di guerra: andò poi al fronte e nelle piazze a sostenere che "il nemico principale è nel proprio Paese", cioè è il governo borghese del proprio Paese, a cui bisogna che i comunisti facciano un'opposizione di classe per farlo cadere.
Grassi e Cannavò, invece, prima cercano espedienti tecnici per non disturbare troppo (emendamenti, assenze, voti differenziati da un ramo all'altro del parlamento, ecc.); poi promettono in ogni caso la loro fiducia nel governo che (con i loro voti o senza) prosegue la sua politica di guerra militare all'estero e di guerra sociale in Italia.
Non meglio di loro si sarebbe comportato il mancato senatore Marco Ferrando il quale si è premurato di dire -con nota di suo pugno (dunque non è un'interpretazione giornalistica) sul Manifesto- che sulla fiducia al governo avrebbe votato contro... solo a patto che il suo voto "non fosse determinante" viceversa avrebbe valutato "altre soluzioni, incluse le dimissioni da parlamentare." L'attuale sinistra del Prc, infine, rappresentata da Falcemartello (v. "Mobilitiamoci per esigere il ritiro delle truppe", articolo del 3 luglio sul sito del gruppo), propone... "il ritiro della delegazione del Prc dal governo"; cioè l'appoggio esterno. Considerando questo, per il momento, "il passo più conflittuale possibile" in quanto il ritorno all'opposizione del Prc non sarebbe "relazionato alla coscienza delle masse" (coscienza che evidentemente, secondo Falcemartello, precede il partito... d'avanguardia).
 
No, davvero non ci sono Karl Liebknecht nel parlamento italiano. E neppure nei dintorni. L'opposizione vera alla guerra ricade sulle spalle delle migliaia di militanti che si sono mobilitati in questi anni e che continuano a farlo in queste settimane. Progetto Comunista fornirà la sua forza -piccola ma tenace- a questa battaglia.
 
 
 
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