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NO AL RAZZISMO, NO AL CAPITALISMO! PDF Stampa E-mail
giovedě 17 gennaio 2013

NO AL RAZZISMO, NO AL CAPITALISMO!

 

PER L’UNITA’ DI CLASSE TRA LAVORATORI NATIVI E IMMIGRATI

 

Dossier della Commissione immigrati del Partito di Alternativa Comunista – Sezione italiana della Lega Internazionale dei lavoratori

 

 

Un po’ di storia del razzismo: serve un approccio marxista

 

La gran parte delle analisi storiche e sociologiche del fenomeno razzista prescinde dall'analisi della struttura sociale ed economica. Dagli studiosi del "razzismo classico" ai sociologi che hanno coniato la categoria di "neorazzismo", manca una lettura delle manifestazioni di discriminazione razziale che parta da un'analisi del capitalismo e delle sue evoluzioni. Cercare di abbozzare alcune linee guida nell'interpretazione del cosiddetto fenomeno razzista richiede, in via preliminare, lo sgombrare il campo da un vizio di fondo di gran parte delle indagini sociologiche contemporanee: la tendenza a considerare il razzismo come una teoria, una concezione del mondo suscettibile di tramutarsi in pratiche e politiche di esclusione più o meno violente.

Sfogliando la copiosa letteratura sull'argomento, ci s'imbatte in una ridda di periodizzazioni e ricostruzioni storiche che, nella migliore delle ipotesi, considerano le determinanti storiche e sociali come elementi meramente di contorno, da prendere in considerazione senza assegnare ad essi un reale valore esplicativo. Uno dei quesiti con cui, più di frequente, si confrontano gli accademici di tutto il pianeta ben evidenzia la tendenza a trattare il razzismo come un concetto che passa immune tra le tempeste della storia; che, nonostante l'evoluzione della struttura economica e dei rapporti tra le classi, può legittimamente attribuirsi a questo o quel fenomeno appartenenti a contesti tra loro decisamente eterogenei. Ci riferiamo alla domanda che spesso funge da prologo ai trattati sull'argomento: "quando si afferma la nozione di razza"? Un classico sull'argomento, Il razzismo in Europa di G. L. Mosse, scritto negli anni Settanta, situa l'origine del "pensiero razzista" nell'epoca dei Lumi: il razzismo si riduce ad un sottoprodotto del razionalismo illuminista, con le prime esplicite teorizzazioni della superiorità della razza bianca rispetto ai neri e agli ebrei. La ricostruzione storica che ne segue prende in considerazione il fenomeno esclusivamente dal lato delle concezioni filosofiche, religiose, culturali.

Ricordiamo le parole di Marx ed Engels che, due secoli fa, nell'Ideologia tedesca, stigmatizzavano la mistificazione della realtà che si genera quando "nel considerare il corso della storia si svincolano le idee della classe dominante dalla classe e si rendono autonome, se ci si limita a dire che in un'epoca hanno dominato queste o quelle idee, senza preoccuparsi delle condizioni della produzione e dei produttori di queste idee". Speculare è l'errore di chi, pur ritenendo superato l'approccio suddetto, di fatto, ne riproduce il vizio di fondo andando alla ricerca, nel corso della storia dell'umanità, di atti razzisti: è così che finiscono in uno stesso calderone la conversione degli ebrei di Minorca del 417 d.C. e il nazionalsocialismo, fenomeni che appartengono a contesti tanto diversi da rendere bizzarro qualsiasi tentativo di comune classificazione. Ciò che manca è l'inquadrare il fenomeno del razzismo contemporaneo nella specificità del contesto capitalistico in primo luogo, nelle specifiche fasi storiche del capitalismo in seconda istanza.

 

Razzismo, colonialismo, imperialismo

 

Se è scorretto affermare che il razzismo nasce con il capitalismo poiché fenomeni d'intolleranza razziale, com'è evidente, costellano l'intero arco della storia è tuttavia vero che il razzismo assume un significato nuovo e assolutamente peculiare con l'instaurarsi del modo di produzione capitalistico. Come detto, l'errore che sta alla base di molte ricostruzioni storiche consiste nello sganciare il razzismo dal contesto capitalista che lo definisce, applicandolo illegittimamente a tutte le epoche della storia. Per azzardare un'analogia, è la stessa trasfigurazione della realtà che Marx imputa all'economia politica, che rappresenta i rapporti della produzione borghese (ad esempio, la rendita nell'analisi ricardiana) come categorie eterne. La proprietà privata dei mezzi di produzione e la connessa oppressione di classe rendono necessaria alla borghesia, in modo diverso nelle diverse fasi, l'utilizzo e la costruzione di una sovrastruttura ideologica per la conservazione del proprio dominio.

Il razzismo, in un contesto capitalistico, non può che sottostare a questa legge generale. Non è un caso che il cosiddetto "razzismo scientifico", cioè quelle teorie fondate sull'idea di una differenza essenziale inscritta nella natura dei vari gruppi umani, cominci a diffondersi con l'espansione coloniale europea prima, per poi conoscere un ulteriore successo con la successiva "fase imperialista". Ovviamente, l'intolleranza razziale non è un fenomeno nuovo: già nelle colonie inglesi nell'America del nord lo sfruttamento degli schiavi provenienti dall'Africa era prassi comune e si conciliava con le teorizzazioni di marca cristiana sull'inferiorità dei non convertiti. Ma è in particolare con il XIX secolo, con le grandi conquiste coloniali dell'Inghilterra prima, della Francia e della Germania poi, che si arriva alla giustificazione ideologica del fenomeno. Emblematico è il successo che nella seconda metà dell'Ottocento riscuote in Francia l'opera di Arthur de Gobineau, Sull'ineguaglianza delle razze umane, che elabora una teoria della decadenza in base alla quale l'umanità rischia la rovina totale a causa della mescolanza delle razze. Similmente, Gustave Le Bon propone una classificazione delle razze umane rigidamente divise in superiori (indoeuropee), intermedie (semitiche) e primitive. Al di fuori della Francia, sia in Inghilterra sia in Germania, si diffondono teorie pseudoscientifiche che cercano nelle scienze naturali la giustificazione dell'oppressione coloniale, tentando di legittimare dal punto di vista teorico l'esistenza di "razze umane".

Il razzismo, nel XIX secolo, è l'ideologia dello sfruttamento selvaggio delle colonie. Connesso alla lotta per la ripartizione coloniale è il trapasso, a partire dell'ultimo ventennio del secolo, alla fase propriamente imperialista del capitalismo. Come ha ben evidenziato Lenin in L'imperialismo come fase suprema del capitalismo, "il trapasso del capitalismo alla fase di capitalismo monopolistico finanziario è collegato a un inasprimento della lotta per la ripartizione del mondo". La formazione di monopoli permette la "definitiva sostituzione del capitalismo moderno all'antico", fa sì che l'esportazione di capitale assuma proporzioni gigantesche (in particolare agli inizi del XX secolo): l'epoca dei monopoli è l'espressione del dominio del capitale finanziario. Quest'ultimo, come sottolinea Lenin nello stesso scritto, pur essendo in grado di assoggettarsi anche Paesi in possesso della piena indipendenza politica, trova maggiore comodità e maggiori profitti "allorché tale assoggettamento è accompagnato dalla perdita dell'indipendenza politica da parte dei paesi e popoli asserviti".

Quello del capitale finanziario è quindi un colonialismo sui generis, cui la "sovrastruttura extraeconomica" contribuisce acuendo l'impulso verso le conquiste coloniali. E’ in questo quadro che si spiega la diffusione del "darwinismo sociale", dottrina in base alla quale la concorrenza tra i gruppi umani e sociali è regolata dalle stesse leggi della selezione naturale: è giusto che le classi oppresse e tutti gli esseri umani "inferiori" (neri, donne, omosessuali) soccombano per favorire la sopravvivenza dei "più adatti" ai fini della conservazione della specie. Nella sua variante più specificamente razzista, il darwinismo sociale, in realtà assai lontano dalle idee dello stesso Darwin, sostiene che il motore della storia sia la lotta per la sopravvivenza tra le differenti "razze", lotta in cui ogni prevaricazione è permessa per l'autoconservazione. Trova quindi nuova linfa in questi anni, illegittimamente trasponendo le teorie darwiniane sull'evoluzione alla sfera dei rapporti sociali, il cosiddetto razzismo scientifico, che cerca di dimostrare l'esistenza di "razze" le cui caratteristiche biologiche o somatiche corrisponderebbero ad attitudini mentali, comportamenti, costumi; tali razze, sono di conseguenza disposte gerarchicamente su una scala di valori.

 

Il razzismo come ideologia di Stato

 

Col nazifascismo il razzismo acquisisce un senso nuovo, diventa ideologia di Stato, innerva tutti i campi del sapere, con il beneplacito dello Stato: medicina, genetica, biologia, antropologia, psichiatria, storia. I popoli sono classificati in termini di razza, ogni disciplina diventa funzionale ad affermare la superiorità della razza ariana. Anche in questo caso, per comprendere il fenomeno nella sua peculiarità, occorre in via preliminare individuare la funzione storica del fascismo.

Inteso come sistema statale al soldo del capitale finanziario, esso ha il compito di spezzare l'avanguardia proletaria e mantenere tutta la classe in uno stato di forzata frammentazione. In questo quadro s'inseriscono sia l'antisemitismo utilizzato nella propaganda nazista sia, più in generale, l'ideologia razziale del Terzo Reich: la crisi economica e sociale produce una generale intolleranza verso il capitale finanziario la quale è incanalata dai nazisti in odio antiebreo. La borghesia tedesca utilizza il nazismo e, quindi, l'antisemitismo per affermare un dominio sulle masse tedesche ai fini del conseguimento degli scopi imperialisti su scala europea. Da un lato si annientano tutti i punti d'appoggio del proletariato organizzazioni sindacali, partiti ecc, dall'altro si sfrutta la debolezza rivoluzionaria del proletariato tedesco (e delle sue direzioni) per volgere le masse contro obiettivi che non intaccano realmente il potere del capitale finanziario.

L'antisemitismo nazista si comprende solo in questo quadro. Per questo, ben poco valore scientifico hanno invece quelle ancora oggi molto diffuse ricostruzioni che vedono nell'antisemitismo nazista l'apogeo di un movimento secolare fatto di atti di intolleranza religiosa. E’ il caso, per citare solo uno dei tanti esempi, della ricostruzione di Michel Wieviorka che, nel suo celebre saggio sul razzismo, cerca le origini del razzismo di stato del nazismo nell'antisemitismo della Spagna della Reconquista, quando nel XV secolo gli ebrei furono espulsi da quel Paese. Paragonando la Spagna della fine del Quattrocento alla Germania del Novecento si rischia non solo di commettere una leggerezza dal punto di vista storiografico, ma anche di avallare l'idea che l'ebreo rappresenti effettivamente un gruppo umano distinto, un'etnia appunto.

Astrarre dal contesto storico e tuffarsi in ricostruzioni completamente dimentiche della lezione marxiana è una tendenza molto diffusa anche in altre branche della storiografia contemporanea: si tende troppo spesso a pensare che le idee siano il motore della storia e così si abbocca alla favola delle "guerre umanitarie" o della "lotta al terrorismo". Durante la guerra dei Balcani, i conflitti interni alla ex Jugoslavia erano spiegati come epifenomeno di contrasti religiosi, mentre altri brillanti intellettuali andavano a cercare nell'attentato di Sarajevo del 1914 le "origini culturali" del conflitto in corso. Il razzismo del Nazismo è quindi allo stesso tempo un prodotto e un mezzo della strategia della borghesia tedesca e dei suoi appetiti imperialisti: il fascismo italiano rappresentando gli stessi interessi di classe arriva ad assumere, sebbene con un po' di ritardo, i medesimi paradigmi ideologici. Nel 1938 il Giornale d'Italia pubblicava un articolo dal titolo "Il Fascismo e i problemi della razza", più noto come "Manifesto della razza", che costituisce il principale documento teorico del razzismo di Stato italiano e che fungerà da base teorica delle successive leggi razziali.

Il testo si basa su una concezione della razza fondata su dati biologici e si difende a spada tratta l’ "arianità" del popolo italiano. Se già precedentemente, per supportare ideologicamente la politica coloniale in Africa, si erano diffuse teorie razziste, è solo nel 1938 che si arriva ad una più esplicita "ebreizzazione" del nemico con la conseguente intensificazione delle politiche antisemite: il ritardo si spiega ovviamente con le caratteristiche peculiari del contesto socio-economico italiano. Non a caso, a differenza dello Stato tedesco, il tentativo italiano di dar vita ad uno "Stato razziale" incontrerà notevoli resistenze non solo per l'evoluzione negativa della partecipazione italiana alla seconda guerra mondiale: la presenza di comunità ebree in Italia e il loro ruolo nell'economia ha avuto un'incidenza minore che in altri Paesi europei.

 

Il razzismo oggi: le politiche discriminatorie degli Stati europei

 

La crisi economica in cui è sprofondato oggi il sistema capitalistico si traduce in un attacco a tutta la classe lavoratrice. Il grande capitale, per compensare la caduta del saggio di profitto, con il sostegno dei governi di tutti gli schieramenti borghesi (centrodestra e centrosinistra) e con la complicità delle burocrazie dei sindacati concertativi, smantella i diritti che i lavoratori hanno conquistato in decenni di lotte. Licenziamenti, utilizzo su larga scala degli ammortizzatori sociali (che prevedono una riduzione dello stipendio), peggioramento delle condizioni salariali, aumento dell’età pensionabile: sono solo alcuni degli attacchi sferrati da governi, capitalisti e burocrazie sindacali ai danni della classe lavoratrice. A questo si associa la dismissione dei servizi pubblici, che sono svenduti ai privati con il conseguente aumento delle tariffe e il peggioramento della qualità dei servizi.

A ciò si aggiunge il fatto che, per cercare di salvare le banche in crisi e finanziare gli ammortizzatori sociali, i governi hanno utilizzato fondi pubblici e si sono indebitati con gli organismi finanziari e politici internazionali (Bce, Fmi, la Commissione europea: la cosiddetta “troika”). Questo ha comportato l’indebitamento di molti Paesi europei, in particolare i cosiddetti Piigs: Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna che ora si trovano con un debito pubblico di proporzioni enormi. Gli organismi europei, in particolare la “troika”, per ricontrattare il debito, richiedono ai governi di questi Paesi l’applicazione dei cosiddetti “piani di austerità”: si tratta di piani che prevedono misure draconiane per i lavoratori e il pesante ridimensionamento di quella quota della spesa pubblica fino ad oggi destinata ai servizi pubblici e sociali (Scuola, Sanità, trasporti, servizi sociali, ecc). I governi dei Paesi indebitati, sia quelli di centrodestra sia quelli di centrosinistra (come la Grecia), stanno mettendo in atto questi “piani di austerità”, scaricando sulla classe lavoratrice i costi del pagamento del debito dello Stato.

In Europa sono gli immigrati, cioè la parte più sfruttata della classe lavoratrice, le prime vittime di queste politiche padronali. I capitalisti e i loro governi, insieme alle burocrazie dei sindacati concertativi, mirano a dividere la classe lavoratrice, fomentando la contrapposizione tra lavoratori immigrati e lavoratori nativi. In questo quadro si spiega l’offensiva ideologica tesa a criminalizzare gli immigrati in nome della “sicurezza dei cittadini” nativi: un’offensiva razzista che è stata favorita e sostenuta, indifferentemente, da governi di centrodestra e di centrosinistra. Basta pensare alla “caccia all’immigrato” lanciata negli ultimi anni nelle città italiane dai sindaci di entrambi gli schieramenti: non solo i sindaci della Lega nord, ma anche quelli del centrosinistra (Chiamparino, Cofferati, Domenici, ecc), che hanno emesso ordinanze volte a ostacolare persino le più elementari libertà individuali degli immigrati.

E’ in nome della “sicurezza” che i governi borghesi europei hanno varato in questi anni leggi sempre più razziste, volte a ostacolare la libertà di circolazione degli immigrati sul continente europeo. Si tratta di leggi che nascono in una cornice comune, quella dell’Unione Europea, cioè l’Europa dei banchieri e degli industriali: le direttive dell’Ue in materia di immigrazione sono venute inasprendosi in questi anni, favorendo l’insorgenza di gravi e sempre più diffusi fenomeni di intolleranza razziale. Analizzando queste leggi, possiamo scorgere una comunanza di intenti tra governi di centrodestra e governi di centrosinistra: lo scopo è di ostacolare l’immigrazione di extracomunitari, rendere più ricattabili i lavoratori immigrati già presenti sul territorio europeo, trasformare gli immigrati in un capro espiatorio della crisi del sistema economico, favorire la divisione all’interno della classe lavoratrice fomentando la guerra tra poveri.

In Italia, sono stati i governi di centrosinistra (col sostegno dei parlamentari di partiti che si dicono “antirazzisti”, come Rifondazione Comunista e Sinistra Ecologia e Libertà) ad aprire la strada alle leggi razziste di Berlusconi e della Lega Nord. Sono stati i governi di centrosinistra a istituire i Cpt (Centri di permanenza temporanea, cioè i lager dove sono rinchiusi gli immigrati privi di permesso di soggiorno), a stringere per primi gli accordi col dittatore Gheddafi per frenare il flusso di immigrati dall’Africa (favorendo quindi le torture e le violenze agli immigrati africani nelle carceri libiche), a votare il primo Pacchetto Sicurezza (nel 2007) per favorire l’espulsione dei cittadini comunitari (Rom e Rumeni). I governi di destra hanno ripreso, nella sostanza, questi stessi provvedimenti, aggravandoli: hanno reso più difficile la regolarizzazione degli immigrati presenti sul territorio italiano, vincolandola al contratto di lavoro (Legge Bossi-Fini, mai abolita tra l’altro dal secondo governo Prodi), hanno prolungato fino a 18 mesi il periodo di detenzione nei centri di permanenza (ora rinominati Cie, Centri di identificazione ed espulsione), hanno introdotto il “reato di clandestinità”, hanno emanato “sanatorie truffa” limitate a colf e badanti, hanno reso più difficile il percorso per ottenere la cittadinanza. Si tratta, è bene sottolinearlo, di misure conformi alle direttive europee.

Le stesse misure, infatti, sono state prese in altri Paesi europei. La Francia è stata all’avanguardia nell’attuazione di provvedimenti razzisti. Nell’ultimo decennio sono state introdotte norme che non solo rendono difficile l’ingresso di nuovi immigrati in Francia (con misure penali nei confronti non solo dei clandestini ma persino di chi si cerca di fare gesti umanitari nei loro confronti), ma limitano fortemente anche i diritti degli stranieri che sono in Francia da molti anni e sono stati “regolarizzati”. Per fare solo qualche esempio delle politiche razziste dei governi francesi: sono sempre più ostacolati i ricongiungimenti famigliari, è diventata più rigida la schedatura degli immigrati “irregolari” (impronte digitali e dati biometrici), è aumentato il periodo di permanenza nei Centri di detenzione (in Francia ci sono un centinaio di centri di espulsione, a cui vanno aggiunti altri 100/150 luoghi di detenzioni per gli immigrati, spesso sovraffollati). Da ultimo, Sarkozy ha emanato un provvedimento per il rimpatrio di centinaia di Rom presenti sul territorio francese, ritenuti “responsabili” per ragioni razziali di ledere la sicurezza dei cittadini francesi. Vale la pena di ricordare, inoltre, che in Francia è in vigore da tempo (ben prima che in Italia) il reato di clandestinità.

Ma le cose non cambiano in altri Paesi, che sono stati guidati da coalizioni di centrosinistra: in Spagna il governo Zapatero ha emanato provvedimenti volti a favorire il rimpatrio nei Paesi d’origine degli immigrati regolari già presenti sul territorio spagnolo, ha vincolato la regolarizzazione degli immigrati al possesso di un regolare contratto di lavoro (come la Bossi-Fini). Lo stesso si può dire per la Germania, dove sia la coalizione di centrosinistra guidata da Schroeder sia l’attuale governo a guida Merkel hanno portato avanti politiche xenofobe: dal reato di clandestinità agli ostacoli frapposti al ricongiungimento famigliare (con l’obbligo di conoscere la lingua tedesca).

 

Ricatto salariale e xenofobia: l’unità di classe come risposta

 

Queste leggi hanno avuto anzitutto due effetti sulle condizioni di vita degli immigrati presenti negli Stati dell’Unione europea. Anzitutto, hanno reso più ricattabili i lavoratori immigrati. Essendo vincolati a un contratto di lavoro per ottenere un permesso di soggiorno, sono costretti ad accettare condizioni contrattuali pessime, senza possibilità di trattativa. La possibilità per il padronato di utilizzare contratti precari (a tempo determinato, di collaborazione, di apprendistato) fa sì che i lavoratori immigrati restino in una condizione di ricatto permanente. In molti casi, gli immigrati irregolari sono impiegati in nero in condizioni di lavoro schiavistiche, sotto la minaccia di essere denunciati. Le proteste nel Sud d’Europa (come a Rosarno, in Italia) hanno fatto salire agli onori delle cronache la dura realtà del caporalato, soprattutto nelle campagne dei Paesi mediterranei. Similmente, nelle fabbriche delle zone più industrializzate gli immigrati sono impiegati nelle mansioni più basse e pericolose per la loro stessa salute, con contratti che prevedono una retribuzione minore rispetto ai lavoratori nativi. Non solo: la situazione di ricatto rende spesso difficile persino la sindacalizzazione dei lavoratori immigrati che, per il solo fatto di essere iscritti al sindacato, rischiano di non avere rinnovato il contratto di lavoro.  In altre parole, gli immigrati sono destinati ad essere comunque prigionieri: prigionieri nei Centri di detenzione, se sono clandestini; prigionieri nei luoghi di lavoro, se sono regolari.

Ma le leggi razziste dei governi europei hanno avuto anche un altro nefasto effetto: sono servite a fomentare l’odio razziale nei confronti degli immigrati, favorendo la divisione all’interno della classe lavoratrice. La crisi del sistema capitalistico induce i padroni a cercare un capro espiatorio su cui riversare l’insoddisfazione delle masse: questo capro espiatorio spesso sono gli immigrati. L’offensiva ideologica xenofoba dei governi borghesi ha determinato la diffusione di fenomeni di violenza razziale, favorendo anche la crescita elettorale dell’estrema destra xenofoba in molti Paesi europei. La complicità delle burocrazie dei sindacati concertativi nel fomentare la guerra tra poveri (basta vedere che spesso sono i lavoratori immigrati i primi ad essere licenziati nelle fabbriche proprio perché i sindacati concertativi mirano a difendere prima di tutto i lavoratori nativi!) è un fatto gravissimo, che dimostra sempre più pesante subordinazione degli apparati sindacali concertativi alle politiche dei governi borghesi.

La crisi economica e le sue conseguenze sulla pelle dei lavoratori, insieme alle politiche traditrici delle burocrazie sindacali, acuiscono il distacco di strati sempre più larghi della classe lavoratrice nei confronti degli apparati dei sindacati concertativi. Le burocrazie dei principali sindacati concertativi sono, in tutta Europa, il principale sostegno alle politiche antioperaie dei governi borghesi: dalla Cgil in Italia alla Cgt in Francia, dall’Ugt e CCOO in Spagna fino alle trade unions inglesi, è anzitutto grazie a questi apparati se la classe lavoratrice in Europa non mette in atto un’azione unitaria, di massa e prolungata per respingere le manovre finanziarie e i piani di aggiustamento imposti dall’Unione europea. Questi apparati hanno deciso di offrire il loro sostegno ai governi, favorendo così la frammentazione e la passività della classe lavoratrice. Ma, come ci dimostrano i lavoratori greci, le mobilitazioni giovanili in Spagna e Portogallo, le lotte in Russia, Ungheria, Romania ecc. si annuncia una stagione di grandi lotte da parte della classe lavoratrice, che non è disposta ad accettare le misure draconiane imposte dai governi e dai burocrati sindacali. La straordinaria esperienza delle rivoluzioni in Nord Africa e in Medio Oriente ha dimostrato un grande potere di contagio: le masse arabe hanno dimostrato ai lavoratori di tutto il mondo che è possibile rovesciare dittature militari decennali. L’esempio di queste rivoluzioni servirà come guida anche delle lotte in Europa.

In questo contesto, è più che mai urgente e necessario costruire anche in Europa una direzione politica e sindacale che sappia unificare le lotte dei lavoratori nativi e immigrati in un’azione di lotta prolungata, a partire da un grande sciopero generale europeo per respingere le manovre dell’Ue, della Bce dell’Fmi. I lavoratori immigrati possono e devono organizzarsi in modo indipendente, nella consapevolezza però che è solo con l’unità di tutta la classe lavoratrice che si potranno respingere gli attacchi in corso.

 

Una piattaforma rivendicativa dei lavoratori immigrati dovrà comprendere:

  • Permesso di soggiorno per tutti senza condizioni!
  • Diritto al voto e alla cittadinanza per tutti gli immigrati!
  • Chiusura di tutti i centri di detenzioni per gli immigrati!
  • Parità di condizioni salariali e lavorative per lavoratori immigrati e nativi!
  • Ritiro delle leggi xenofobe che prevedono limitazioni al diritto di libera circolazioni degli immigrati (extracomunitari e comunitari) in tutti i Paesi dell’Ue!
  • Assunzione a tempo indeterminato di tutti i lavoratori a tempo determinato!
  • Servizi sociali, Scuola, Sanità pubbliche e gratuite!
  • Diritto all’autodifesa dei lavoratori immigrati dalle aggressioni xenofobe e razziste!
  • Unità di lotta e di classe tra lavoratori immigrati e lavoratori nativi!
  • Unità internazionale dei lavoratori contro le politiche razziste e coloniali dei Paesi imperialisti!
  • Solidarietà alle rivoluzioni in Nord Africa e Medio Oriente! Solidarietà alla lotta del popolo palestinese!

 

La Lega Internazionale dei Lavoratori – Quarta Internazionale si batte per l’unità di classe dei lavoratori nativi e immigrati, nella consapevolezza che solo con l’abbattimento del capitalismo e con la costruzione di un’economia socialista sarà possibile sconfiggere definitivamente il razzismo.

 

 

 
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