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La parabola del Pcl (di Ferrando) PDF Stampa E-mail
domenica 14 ottobre 2012
Ecco dove conduce
la logica del menscevismo
La parabola del Pcl (di Ferrando):
una vicenda da studiare per non ripeterla

 
 
di Francesco Ricci
 
 
martov
Julij Martov (1873-1923, fondatore del menscevismo)
 
 
 
E' utile scrivere del Pcl (il gruppo di Ferrando), ci chiederà qualche lettore?
A nostro avviso sì, per due motivi. Primo, è vero che, nonostante l'enorme visibilità mediatica che ha avuto negli anni scorsi (a causa dello "scandalo" per la mancata candidatura al senato di Ferrando da parte di Bertinotti), il Pcl è una piccola organizzazione. E' però anche una delle poche, oltre al Pdac, a richiamarsi (almeno a parole) al trotskismo. Ciò induce una parte dei compagni che si avvicinano al trotskismo a entrare nel Pcl o a chiederci come mai Pdac e Pcl non si unifichino.
Secondo, indagare sulla crisi del Pcl, che sta producendo in questi mesi uscite continue di compagni, è interessante non tanto per quanto rappresenti (o meglio non rappresenti) il Pcl, ma perché ci consente di studiare una forma di menscevismo odierna e di vedere quali danni ancora produce quell'impostazione.
Nelle ultime settimane più di un militante del Pcl, preoccupato per la crisi del suo partito, ci ha posto la domanda su una possibile unificazione con noi. In termini ancora più espliciti un dirigente del Pcl di una città importante (non facciamo il nome perché sarà lui, se lo riterrà, a esporsi) è andato oltre. Incontrandoci a una manifestazione ci ha detto questo (riassumiamo mantenendo il senso): il progetto del Pcl non è decollato, si moltiplicano anzi le uscite come quelle in Calabria, Sicilia ecc. e crescono i compagni che si chiedono che senso abbia proseguire su questa strada. Voi del Pdac, viceversa, mi sembrate attraversare un momento positivo: leggo di nuovi ingressi importanti di esponenti delle lotte, ho visto che state costruendo anche un'organizzazione giovanile, che avete un importante intervento tra i lavoratori immigrati. E poi avete un gruppo dirigente e per questo riuscite a formare nuovi quadri e ad avere vari strumenti di intervento. Tutte cose che noi non riusciamo a fare. Perché non ci unifichiamo? potremmo così dare vita a una organizzazione più grande e con più possibilità.
In questo articolo cercheremo di spiegare sia perché l'ipotesi (quasi una richiesta di salvataggio del Pcl) che ci è stata avanzata da questo compagno non è praticabile; sia perché pensiamo che conoscere il Pcl sia utile per evitarlo, cioè per evitare (come è capitato a tanti) di starci dentro qualche mese per poi uscirne delusi e scoraggiati verso ogni tipo di militanza.
 
Un modo diverso di confrontarsi
Secondo il nostro costume faremo una polemica puramente politica, senza mai ricorrere (a differenza di quello che fanno altri) a insulti o calunnie. Vogliamo dialogare con i compagni che sono usciti dal Pcl (alcuni dei quali stanno entrando nel Pdac o ci hanno chiesto l'iscrizione), così come con quelli che stanno per uscirne e anche con coloro che al momento meditano di costituire nel loro partito (così abbiamo appreso) una tendenza contrapposta ai vertici.
Per questa nostra abitudine al confronto politico franco ci viene detto che siamo polemici. Lo confermiamo: la polemica politica aperta è sempre stato il metodo di Lenin e Trotsky, a cui ci ispiriamo. Nella seconda parte di questo articolo faremo riferimento a testi di compagni siciliani usciti dal Pcl. Si tratta di testi pubblici (di cui riportiamo la fonte) che ci sembrano particolarmente utili perché attraverso un'esperienza diretta quei compagni sono arrivati a sviluppare analisi molto simili alle nostre.
Prima di iniziare è infine utile invitare a partecipare a questa riflessione non solo i compagni che sono usciti dal Pcl o che ancora ne fanno parte. A nostro dalla crisi del Pcl possono trarre insegnamento tutti. Si tratta infatti di capire quali strade non vanno percorse nel processo di costruzione di quel forte partito rivoluzionario che ancora non c'è (e che certo non abbiamo la pretesa di incarnare oggi noi).
 
Una concezione vecchia di centodieci anni
Se dovessimo riassumere la concezione politica del gruppo dirigente del Pcl (quando usiamo questa espressione ci riferiamo in realtà ai soli Ferrando e Grisolia, non esistendo, come vedremo, un effettivo "gruppo dirigente" nazionale più largo) proveremmo a dirla come segue.
Pensano che il partito rivoluzionario si costruisca in due tempi. In un primo tempo si iscrive chiunque lo chieda, senza verificare la condivisione di un programma comune (basta un vago riferimento al comunismo) né alcun effettivo impegno alla militanza, nella convinzione che il problema sia fare numero e non lasciare fuori nessuno. In un secondo tempo si costruirà un'omogeneità attorno al programma che nel frattempo è stato salvaguardato dai vertici che svolgono la funzione delle antiche vestali col fuoco. Da questa impostazione risulta un'organizzazione che è un variopinto insieme di concezioni politiche e programmatiche (anche inconciliabili tra loro) collegate da una struttura federalista, cioè un insieme di gruppi il cui unico collante è rappresentato dal leader pubblico e dall'altro dirigente.
Prima di vedere se questa modalità di costruzione sia condivisibile o meno, occorre osservare che essa non regge alla prova dei fatti perché il "secondo tempo" (quello dell'omogeneità attorno a un programma comune) non arriva mai: pratiche politiche differenti non fanno infatti che consolidare concezioni differenti. Non solo: lo stesso "fuoco" preservato dalle due vestali è sottoposto a continue correnti, sia correnti d'aria che politiche, alle quali non resiste, spegnendosi.
Questa concezione di costruzione non funziona nella prassi perché è sbagliata in teoria. Si tratta infatti del capovolgimento della teoria leninista del partito in cui a partire dalla condivisione di un programma fondamentale e di una concezione politico-organizzativa si ha la più ampia discussione interna e quindi l'unità nell'azione.
E' bene aver presente che questa concezione di un partito privo di delimitazioni programmatiche e organizzative (cioè in cui, al di là di ciò che viene proclamato, non vi è differenza di fatto tra chi fa militanza quotidiana e i simpatizzanti passivi, cioè per dirla con Lenin tra il partito e la classe, tra il reparto più avanzato del partito e i settori da far avanzare) non è nuova. E' esattamente la concezione contro cui, quasi centodieci anni fa, nel 1903, nacque il bolscevismo. E' la concezione di Martov e Akselrod, quella menscevica. A quel dibattito fondamentale e attualissimo abbiamo dedicato vari testi e in particolare un lungo saggio sul n. 2 della nostra rivista teorica (Trotskismo oggi) a cui rimandiamo chi fosse interessato ad approfondire il tema.
 
Quando il virtuale sostituisce il reale
Leggendo le lettere e i testi pubblici di compagni usciti dal Pcl colpisce un punto comune: tutti sottolineano il fatto che nel partito non esiste un gruppo dirigente e che questo ruolo è assolto nei fatti dalla coppia Ferrando e Grisolia.
Questo leaderismo spiega molte cose: perché è difficile vedere testi o articoli del Pcl che non siano firmati da Ferrando; perché l'unico dirigente che gira per partecipare ai dibattiti sia Ferrando; perché all'esterno molti non conoscano il Pcl ma spesso soltanto il nome di Ferrando.
Le forme di culto, più o meno velate, del leader (la cui immagine campeggia su molti siti web del Pcl, quasi fosse il simbolo del partito), sono il frutto di una modalità organizzativa che assomiglia a quella che ritroviamo sempre più spesso in varie formazioni riformiste o borghesi che spesso hanno addirittura il nome del capo scritto nel simbolo (si pensi ai partiti di Pannella, Grillo, Di Pietro, Vendola ecc.). Un dirigente locale del Pcl, uscito in queste settimane, ha raccontato questo culto della persona (inquietante per un partito che si definisce "trotskista") ironicamente scrivendo che nel Pcl c'è qualche cardinale e qualche vescovo ma un solo papa, Ferrando.
Ogni papa (in qualsiasi chiesa) deve essere riconosciuto infallibile, pena la scomunica. Nel caso del Pcl però la scomunica - si badi bene - non colpisce chi sostiene e pratica posizioni politiche diverse da quelle di Ferrando, ma soltanto chi ne contesta il modello organizzativo (la federazione lassa attorno al "papa") e quindi indirettamente l'autorità. Questo spiega come mai in un partito che porta sulle bandiere il nome della "Quarta Internazionale" si esprimano a livello locale posizioni politico-programmatiche le più disparate e in maggioranza estranee e ostili al trotskismo: dal castrismo al chavismo, dal maoismo all'anarchismo, dal riformismo togliattiano a quello berlingueriano. (1).
Il leaderismo e il federalismo che lo accompagna non sono altro che gli effetti collaterali della concezione menscevica del partito. Se infatti, in osservanza della concezione menscevica, si rinuncia a costruire il partito di militanti d'avanguardia (sperando con una scorciatoia di crescere più rapidamente), inevitabilmente si deve trovare un modo per far convivere programmi diversi: ecco il federalismo. E il federalismo, cioè la rinuncia al centralismo, inevitabilmente richiede un'altra forma che assicuri una qualche unità del gruppo: ecco il leaderismo. Ma federalismo e leaderismo a loro volta richiedono (come hanno segnalato i compagni siciliani usciti dal Pcl) che si consolidi il verticismo (dei due leader) e quindi che non si cerchi, o meglio che di proposito si eviti, di formare quadri che potrebbero mettere in discussione il "papa" e la sua infallibilità. L'assenza di formazione determina poi la difficoltà ad avere quadri che intervengano nelle lotte, scrivano articoli, facciano un giornale o una rivista, ecc.: di qui la necessità che questo lavoro ricada nei fatti sul solo leader.
Come hanno notato in molti, quello che abbiamo fin qui descritto è un partito più virtuale che reale. Infatti. Siccome però nel mondo materiale ciò che è virtuale e non reale non può crescere, ecco la necessità da parte dei vertici del Pcl di inventarsi numeri inesistenti: i famosi tremila o duemila militanti dichiarati in pubblico che poi si scoprono essere quattrocento (2). Quattrocento non sarebbero pochi per una organizzazione di militanti e quadri: ma il problema è, come testimoniano altri compagni poi usciti proprio per questo dal Pcl, che le stesse tessere militanti non definiscono nulla, in quanto sono date a chiunque, così che tra quei quattrocento "militanti" una buona parte è composta di iscritti che si sono visti una volta soltanto a un'assemblea. "Militanti" che oltre a non fare militanza non partecipano nemmeno alle manifestazioni e alle lotte: per questo un partito che vanta pubblicamente migliaia di iscritti e ne certifica (al suo interno) quattrocento è assente da molte manifestazioni locali o regionali e si concentra in genere su un paio di manifestazioni all'anno, dove con grande sforzo porta un centinaio di compagni per poi vantare subito dopo di aver composto lo spezzone "più lungo" dopo quello di Rifondazione.
In questa catena perversa si aggiunge un altro anello. La finzione dei numeri come ogni finzione non sta in piedi da sola nel mondo reale, funziona solo nei comunicati. Ed è qui che nasce la vera e propria ossessione per la "visibilità mediatica". Ovviamente il riuscire a far passare sui mass media il proprio messaggio politico è cosa corretta e che tutti cercano di fare. Il problema è che nel caso del Pcl la cosa è spinta al punto che il messaggio è definito non in base al progetto politico ma alla sua appetibilità per la stampa borghese. Ecco allora il moltiplicarsi di comunicati "scandalosi", gli appelli, la "sfida a Grillo", ecc.
E ancora: l'ossessione per la "visibilità" mediatica si accompagna ad un'altra ossessione non meno pericolosa: quella per le elezioni. Per dei leninisti la presentazione alle elezioni non è un fine in sé (per raccogliere voti ed eletti) ma un mezzo per amplificare la visibilità del proprio programma. Per il vertice del Pcl l'impostazione è rovesciata, come giustamente commentano i compagni siciliani, e questo determina che il programma con cui il Pcl si presenta alle elezioni, specie a quelle locali, sia spesso ben più minimalistico di quello dei riformisti (3), venendo visto solo come qualcosa che è utile nella misura in cui garantisce uno spazio sui giornali. E i giornali notoriamente non sono interessati alle tematiche rivoluzionarie.
Le elezioni, se concepite in quest'ottica, devono produrre risultati in termini di voti (non tanto di nuovi militanti, come invece è nella logica di un'organizzazione bolscevica). Ecco allora che prima delle elezioni, per mesi, si presenta il Pcl come "il partito dell'1%", "l'unico esistente a sinistra di Rifondazione", nella speranza che la stampa borghese offra qualche riquadro. Poi, quando arrivano i numeri (modesti e in linea con quelli di Sinistra Critica e del Pdac, cioè delle altre forze che si presentano a sinistra del Prc), si tace. Tanto che a sei mesi dalle elezioni amministrative, che furono precedute da non meno di venti comunicati di Ferrando, non è ancora stato pubblicato un bilancio dei risultati del Pcl, evidentemente nella speranza che i giornalisti non facciano caso agli zero virgola e alla elezioni successiva si possa ricominciare il gioco da capo.
Lo stesso voto al secondo turno per Pisapia (candidato dei banchieri), che giustamente ha sollevato molte perplessità nello stesso Pcl, ancora prima di essere un fatto politicamente grave era un mezzo per cercare di avere qualche riga sui giornali (effetto mancato perché la dichiarazione di voto del Pcl che a Milano aveva preso esattamente lo 0,06% dei voti non è risultata interessante per la stampa borghese).
Così sembrerebbe chiudersi il circolo vizioso, quella catena che ha come primo anello il menscevismo e i cui altri anelli sono il federalismo, il leaderismo, la volontà di non formare quadri, l'assenza di un giornale reale, la finzione dei numeri, l'ossessione per la visibilità mediatica, l'elettoralismo. Ma mancano ancora qualche anello.
L'accettazione come militante di chiunque apre la strada insieme a compagni onesti anche a qualche personaggio e a qualche arrivista. Dei personaggi loschi dovremo occuparci tra poco, per quanto riguarda gli arrivisti la cosa può essere osservata nella silente presenza del Pcl nei vari sindacati e in particolare nella Cgil e nella Fiom. Ferrando non vuole disturbare le burocrazie non perché ne tragga un qualche tornaconto personale, ma perché vuole essere riconosciuto e legittimato come cosa esistente, come parte del gioco (e quindi poter partecipare a un dibattito con Landini, essere chiamato da Cremaschi a costituire il "coordinamento", da lui stesso nominato, del cosiddetto Comitato No Debito, ecc.). Ma in questa logica capita poi che si accodino alcuni che un interesse personale e materiale (e non solo di prestigio) lo coltivano: sono quelli che puntano a un distacco, a un incarico nella burocrazia sindacale. (4)
 
L'isolamento nazionale aggrava la malattia
Le caratteristiche del Pcl che abbiamo definito col termine di "menscevismo" (istituendo ovviamente solo un paragone, non certo un'identità, visto che il menscevismo russo fu una cosa ben più importante e reale di quello di Ferrando) sono in parte anche favorite dall'isolamento nazionale di quell'organizzazione. Costruire il partito e contemporaneamente l'internazionale non è infatti una necessità solo per far vincere la futura rivoluzione ma anche una immediata necessità proprio per evitare distorsioni politiche e organizzative.
Il Pcl invece è nato e sta crescendo nell'isolamento nazionale. L'organizzazione di cui il Pcl sostiene di far parte (il Comitato per la Rifondazione della Quarta Internazionale), che fino a qualche anno fa era un gruppo di discussione (privo di organismi) tra quattro o cinque organizzazioni (di cui l'unica con peso reale era il Po argentino), si è di fatto liquidata, tanto che lo stesso Altamira (leader-guru del Po) nel recente congresso del suo partito ha riconosciuto che "ormai il Crqi è inattivo". Espressione appropriata se si considera che l'ultima dichiarazione congiunta del Crqi risale ormai a tre anni fa. E pensare che questa ulteriore struttura virtuale è stata definita da Ferrando in un'intervista come "la principale forza trotskista nel mondo".
 
I gravi fatti siciliani: ultima clamorosa conferma
Da tempo il Pcl continua a perdere militanti e sezioni. La cosa si capiva dall'assenza del Pcl da tante manifestazioni e iniziative ma poteva anche intuirsi guardando i siti locali che ancora fanno bella mostra di sé nella pagina dei link del Pcl: circa la metà rimanda a pagine in vendita o non più aggiornate da anni. In ogni caso oggi abbiamo conferma di questa crisi dai documenti pubblicati dai compagni di Palermo usciti (di fatto tutti) dal Pcl nelle scorse settimane.
Oltre a raccontare la loro battaglia e la loro scelta di uscire dal Pcl, questi compagni danno conto di altre uscite di gruppo precedenti e raccontano di un crescente malcontento interno che avrebbe spinto alcuni compagni a dar vita a una tendenza per cercare di salvare il salvabile.
Si fa riferimento a una lettera dei principali dirigenti della sezione di Catanzaro che denunciarono l'anno scorso un tesseramento gonfiato, l'ingresso di elementi dubbi, nonché (citiamo) "imbrogli, familismo" e una deriva elettoralistica. Per questa loro critica alla struttura furono commissariati. Dopo poco decisero di uscire denunciando "una strategia che vede sacrificare sull'altare delle elezioni i fondamenti etico-politici di un partito che si richiama alla tradizione trotskista."
L'attivo regionale calabrese del Pcl (riportiamo sempre da un testo citato dai compagni siciliani) parla di "tesseramento gonfiato e cammellaggio", di militanti che lasciano "disgustati dagli episodi di burocrazia", ecc.
Non molto diversa è la vicenda dei compagni palermitani. Mesi fa avviarono una battaglia nel loro partito contro un tesseramento di "militanti fantasma", che ha condotto all'ingresso non solo di iscritti "estranei alla cultura comunista" ma -citiamo testualmente- persino di figure "riconducibili a famiglie legate ad ambienti mafiosi". Uno di questi iscritti, spiegano, dimostratosi affidabile e rispettoso dei vertici (del partito, intendiamo), fu promosso dirigente regionale, incarico che gestì ricorrendo a metodi che -sempre secondo quanto raccontano questi compagni- arrivavano sino a imporre la propria volontà ad altri militanti con minacce, qualche "buffetto" (fatto confermato dallo stesso interessato) e convocazione di riunioni in un locale quantomeno equivoco (che proprio nei giorni scorsi è stato chiuso in seguito a una retata poliziesca: non per motivi politici ma per fatti di mafia).
Questi episodi furono minimizzati da Ferrando e Grisolia, come si può leggere nella documentazione pubblicata. Anzi: visto che i compagni di Palermo mettevano in discussione il modello organizzativo fu contro di loro (non contro le figure diciamo così "dubbie") che si iniziò una battaglia a base di sofismi e di abusati metodi retorici, buttandola infine "in caciara", come dicono a Roma, confidando che nella confusione il resto del partito, non riuscendo a capire cosa sia effettivamente successo, si affidi alla versione del capo. A coronare il tutto è partita poi - così denunciano questi compagni - una campagna denigratoria (un metodo che Ferrando e Grisolia hanno usato frequentemente anche contro il Pdac).
I compagni palermitani sono stati però capaci di mantenersi lucidi e razionali, non accettando questo terreno e pubblicando una serie di testi molto chiari, con riferimenti precisi, su cui ognuno potrà farsi la propria opinione sui fatti. Quello che più conta è che questi compagni sono riusciti, a partire dalla loro esperienza, a trarre alcune generalizzazioni sul Pcl che a nostro avviso combaciano con l'analisi che abbiamo sviluppato in questo articolo e in altre nostre analisi precedenti.
Suggeriamo in particolare la lettura della lettera aperta di Mauro Buccheri (ex coordinatore del Pcl di Palermo) dal titolo "Perché sono uscito dal Pcl".
Conoscendo l'espediente retorico cui alcuni fanno ricorso in questi casi (difendersi da un'accusa infondata che nessuno ha mosso, per poter così parlare d'altro) è bene precisare e sottolineare che né Buccheri né gli altri compagni siciliani accusano Ferrando e Grisolia di avere responsabilità diretta per i fatti citati. Nessuno (nemmeno noi) muove verso Ferrando e Grisolia la ridicola accusa di avere rapporti con la mafia. Qui stiamo discutendo di altro: degli "infortuni" che capitano a chi applica una concezione menscevica del partito, aprendo le porte a chiunque.
 
Dopo Progetto Comunista, due concezioni alla prova dei fatti
Ripetiamolo: l'episodio siciliano citato, pur gravissimo (laddove fosse confermato), non è importante di per sé e non deve quindi distogliere l'attenzione dal fatto politico. E' importante perché rivela a quali disastri può condurre una concezione di tipo menscevico del partito. Come scrive Buccheri, l'episodio siciliano è servito a lui e ad altri compagni per conoscere meglio il Pcl e per comprendere i guasti che può provocare la "rinuncia all'impostazione militante del partito".
Come si vede è esattamente il meccanismo che abbiamo descritto in questo articolo.
Siamo insomma di fronte all'ennesima riprova di quanto denunciammo nel 2006 e che portò alla divisione in due parti dell'allora Progetto Comunista: Pdac e Pcl. Oggi tutti hanno la possibilità di fare un bilancio di quelle due esperienze, di come si sono sviluppati quei due progetti contrapposti, uno ispirato alle concezioni bolsceviche, l'altro a quelle mensceviche. Da una parte il Pdac che, con tutti i suoi limiti, è una forza reale e presente nelle lotte, composta da quadri e militanti, dall'altra il Pcl che non sapremmo definire meglio di quanto ha fatto il compagno Buccheri che lo ha conosciuto dall'interno: "una illusione", "un imbroglio puramente mediatico", un'organizzazione "centrista" che cioè ha assunto "una connotazione ambigua e ibrida fra la vocazione rivoluzionaria e il riformismo." Un gruppo, soprattutto, che grazie al richiamo (abusivo) al trotskismo e alla visibilità guadagnata nei modi detti, attira compagni che poi brucia rapidamente (appena si accorgono dove sono finiti) moltiplicando i casi, scrive Buccheri, di chi finisce "alle volte con l'abbandonare tout court l'attività politica per sconcerto."
L'insieme dei testi a cui abbiamo fatto riferimento e che abbiamo citato sono leggibili sul sito:
http://www.paginerosse.altervista.org/pcl_e_la_questione_siciliana/distribuibili/index.htm
uno dei compagni che ha vissuto questa esperienza ha ritenuto di pubblicarli non per alimentare una polemica sterile ma nella speranza che la loro esperienza possa evitare ad altri compagni, a dei giovani, di sprecare preziose energie con quell'"imbroglio puramente mediatico". Questo articolo ha il medesimo intento.
 
Perché non possiamo "salvare" il Pcl
Ci sembra che adesso possa essere più chiaro perché non abbiamo nessuna intenzione di fonderci col Pcl per in qualche modo "salvarlo", come ci viene chiesto in buona fede da qualche compagno dello stesso Pcl cui facevamo riferimento all'inizio. Una concezione bolscevica e una menscevica del partito non possono trovare una sintesi comune. Come si è visto, al comune riferimento alla parola "trotskismo" non corrisponde un comune riferimento teorico né pratico: non più di quanto l'uso comune della parola "comunismo" avvicini il Pdac a Diliberto o a Ferrero che sono in attesa di essere imbarcati dal prossimo governo di centrosinistra.
Dal Pcl ci si può solo salvare: uscendone come hanno fatto e stanno facendo tanti compagni.
Perché la realtà è che con quanto abbiamo descritto sopra, cioè col Pcl, il trotskismo non c'entra nulla.
Il termine parabola che usiamo nel titolo di questo articolo con riferimento al Pcl va allora inteso nei due sensi della parola: parabola per indicare la traiettoria discendente, parabola per alludere all'insegnamento che può venire dallo studio di quell'esperienza per tutti coloro che, ovunque oggi collocati, vogliono costruire il partito rivoluzionario. E l'insegnamento principale è studiare il Pcl per dire, parafrasando il poeta: ecco ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. Ecco cosa non bisogna fare.
 
 
 

Note
(1) La lista delle posizioni presenti nel Pcl porterebbe via troppo spazio. Non ci riferiamo alle diverse provenienze dei compagni: cosa che è naturale. Ci riferiamo alle diverse concezioni programmatiche e politiche. A puro titolo di esempio: si trovano: sezioni che difendono "la democrazia partecipata", la Costituzione repubblicana e, con accenti dipietristi, manifestano sostegno alla magistratura (che i rivoluzionari, abitualmente, definiscono "borghese"). Citiamo: "Noi, Pcl di Parma, diamo il massimo appoggio alla magistratura, affinché possa lavorare nella totale serenità ed obiettività". Un'altra sezione, su posizioni più vicine alla Lega, protesta perché "La forza pubblica di questo territorio può contare" su scarsi organici (tra carabinieri e polizia), il che porta (come ha fatto presente il Pcl in "un incontro col viceprefetto vicario") a una "emergenza sicurezza". Un'altra (Molise) moltiplica gli esposti alla magistratura (con tanto di richiami al codice penale) e gli appelli personali a Napolitano. Un'altra (Marche) si pronuncia a favore delle nazionalizzazioni delle aziende: purché fatte secondo quanto previsto "dagli articoli 42 e 43 della Costituzione". Un'altra (Massa Carrara) pare più vicina a posizioni neo-proudhoniane e propone "l'autogoverno solidale e cooperativo". Un'altra organizza iniziative su Berlinguer. Un dirigente (nella pagina "teorica" del sito nazionale) spiega perché la rivoluzione spagnola avrebbe insegnato che "bisogna unire anarchici e marxisti" (non esattamente l'insegnamento che ne trasse Trotsky...).
(2) All'assemblea fondativa il Pcl vantava 1300 iscritti. Numeri contestati dall'allora minoranza interna, raccolta intorno a posizioni mao-staliniste. Di quei presunti 1300 iscritti solo 500 parteciparono alle assemblee congressuali; gli altri (se esistenti) erano dunque solo simpatizzanti. L'anno dopo, nel 2007, Ferrando informava la stampa, in occasione del congresso fondativo, di aver raggiunto i "2000 militanti". E, incredibilmente, in un'intervista di tre settimane dopo comunicava di aver già superato questo numero: la nuova cifra annunciata era di 3000 (tremila) militanti (cfr. il Manifesto, 23 dicembre 2007). Peccato che il Regolamento congressuale del II Congresso Pcl, nel 2011, testo che doveva nelle intenzioni restare interno ma che è invece trapelato, affermasse all'articolo 2.2: "Ogni componente del Comitato Politico, o in alternativa, almeno il 2% dei militanti al 30 giugno 2010 (cioè 8 compagni/e), ha diritto..." Di qui si ricava la cifra di 400: visto che 8 iscritti sono il 2%. Questi 400 peraltro non sono da considerarsi tutti "militanti" nel senso bolscevico del termine (dato che ci sono "militanti" che non hanno mai partecipato nemmeno a una riunione, come testimoniano i compagni di Palermo). Secondo varie fonti interne, i militanti effettivi (chiaramente non in senso bolscevico, visto che altrimenti dovrebbero non solo fare militanza ma anche condividere un comune programma generale) saranno oggi intorno al centinaio.
(3) Per limitarsi a un paio di esempi: a Milano (città dove il Pcl aveva fino a poco tempo fa la sede nazionale, poi chiusa) il candidato sindaco Montuori ha basato la sua presentazione su questioni come le piste ciclabili, i "gradini troppo alti della metropolitana", senza nessun riferimento (nemmeno generico) a questioni di classe o a un programma anche vagamente rivoluzionario. Montuori ha persino sottolineato come con il Pd il Pcl ritenga che vi possa essere "un fronte di collaborazione" su "questioni come il lavoro, l'immigrazione" (su youtube si trovano ancora i filmati). A Sanremo (v. programma della primavera scorsa) il Pcl ha presentato un programma in cui compaiono esclusivamente punti di questo tipo: "la rimozione di erba alta e erbacce degli spazi verdi", la "ripulitura della bocciofila" e persino "il ripristino della festa patronale". Chiunque può trovare decine di altri casi simili, solo facendo un giro su internet.
(4) E' il caso di tre fuoriusciti dal Pdac (Doro, Marceca e Margiotta) che, dopo aver rotto qualche anno fa col nostro partito perché indisponibili a fare una battaglia aperta nella Cgil e nella Fiom contro le burocrazie, sono andati nel Pcl (che notoriamente non conduce questa battaglia). Poco dopo Francesco Doro è stato cooptato, non a caso, nel Comitato Centrale della Fiom, dove non conduce nessuna battaglia visibile contro la burocrazia.
 
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