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Occupy Wall Street prende di mira i giudici e non molla le banche PDF Stampa E-mail
lunedì 23 gennaio 2012
Questa ribellione
non si fermerà!
Occupy Wall Street prende di mira i giudici
e non molla le banche
 

 
di Adriano Lotito (*)
99percento

Nonostante gli inizi del nuovo anno non abbiano regalato grandi svolte riguardo ai vari movimenti di protesta diffusisi in molti Paesi nei mesi scorsi, anche tenendo conto del silenzio voluto dalla totalità dei mezzi di comunicazione (la notizia o è spettacolo o non è), il comitato Occupy Wall Street e gli Indignados d’oltreoceano non cessano di muoversi, di organizzarsi e di discutere sugli sviluppi della lotta nel periodo che hanno (e abbiamo) davanti. Cerchiamo dunque di dare qualche aggiornamento in merito ad una situazione che era e rimane originale e imprevedibile.
 
Dalle banche ai tribunali: contro la giustizia borghese!
I successivi passi del movimento sono stati intrapresi questa volta non contro i centri del potere finanziario e politico (com’era diventato prassi) bensì contro le Corti di Giustizia di molte città americane.
Il casus belli di questo nuovo fronte di lotta è da ricercare in una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti, il massimo organo giudiziario del Paese, giustamente rea agli occhi dei manifestanti di aver eliminato quasi ogni limite ai finanziamenti elettorali da parte di società private e centrali sindacali, rivelando ancora di più l’ipocrisia e i giochi di potere che si nascondono sotto l’apparente democraticità del sistema elettorale americano (ma che non è dissimile dai sistemi di tutti i Paesi capitalisti). Questa settimana la risposta dei movimenti non si è fatta attendere, marciando verso le Corti di Giustizia di un centinaio di città Usa mentre a Washington si prepara un’imponente manifestazione davanti alla Corte Suprema. Alcuni settori che guidano le lotte chiedono un emendamento costituzionale che ribalti la suddetta sentenza, proponendo così una parola d’ordine assolutamente inefficace e compatibile con l’ordine costituito. Giudici, governo, banche e imprese fanno parte di un unico sistema, un sistema difeso e salvaguardato dalle specifiche carte costituzionali nei confronti delle quali i manifestanti non devono riserbare nessuna “rispettabilità democratica” e ancor meno affidamento.
 
Il futuro del movimento all’orizzonte delle elezioni
L’elemento importante è da ricercare però nell’allargamento dei bersagli della lotta che sebbene non sia egemonizzata con un conseguente programma rivoluzionario da un partito di classe, dimostra ancora di essere propositiva e di avere una collaudata capacità di resistenza, fattori che pur non essendo decisivi, aprono uno spiraglio di speranza per il prossimo futuro.
Il pericolo più incombente e subdolo che si ritroverà ad affrontare oggi il movimento è quello delle elezioni, previste per il mese di novembre, che possono rappresentare un momento di “distrazione di massa” messo in atto dalla borghesia con il fine diretto di smorzare le tensioni. Tutta l’attenzione dell’opinione pubblica è infatti rivolta alle primarie in corso che decideranno il candidato presidente per il Partito Repubblicano, mentre sul fronte opposto ritorna l’effetto Obama, che vuole riguadagnarsi le simpatie degli strati più poveri della popolazione cercando di scaricare le colpe della crisi sull’immoralità di qualche pescecane della speculazione e sull’incapacità del governo passato.
Nella giornata di ieri, il presidente Usa ha offerto il meglio della demagogia liberalpatriottica in salsa yankee, esibendosi sul palco del teatro Apollo Harlem di New York, in uno show tanto melenso quanto ridicolo. Nello stesso momento, per strada, fuori dal teatro, le urla dei manifestanti contro le banche e i “maghi” della Borsa.
Quando si respira aria di elezioni, di solito non si respira aria di lotta, ed è a questo che deve prestare attenzione il movimento statunitense. Non prendendo per buone tutte le promesse che gli saranno rivolte dai rispettivi candidati, né offrire ai Democratici l’opportunità di farsi strumentalizzare contro il Partito Repubblicano, cosa a cui invece mira spudoratamente Obama. E' di grande importanza che questo movimento, che sta facendo scuola a livello internazionale(come prima è stato con gli "indignados" spagnoli) non abbandoni il sentiero di guerra aperto contro il capitale.
 “Questa ribellione non si fermerà!”, è uno dei titoli in prima pagina del “The Occupied Wall Street Journal”, il giornale ufficiale degli Indignados fondato alla fine dello scorso anno. Perché sia davvero così, negli Usa come in Europa è necessario costruire una organizzazione rivoluzionaria, strumento indispensabile perché le lotte possano vincere. E' compito in cui sono impegnate le sezioni della Lit-Quarta Internazionale: tanto in Europa come negli Stati Uniti.
 
(*) resp. nazionale Giovani di Alternativa Comunista

 
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