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UN MARX
PER FILISTEI
A proposito
delle sensazionali scoperte di Repubblica
di Francesco Ricci
Un Marx ridotto a filosofo o a semplice
economista, scienziato con la testa fra le nuvole, non merita la prima pagina
del più importante quotidiano italiano. Decine di libri usciti negli ultimi anni
e infiniti articoli e saggi hanno tentato di declassare il grande rivoluzionario
a semplice studioso che avrebbe scoperto cose di notevole utilità per leggere
l'attuale crisi del capitalismo purché si abbia l'avvertenza di depurarlo da
ogni elemento politico e rivoluzionario. Un Marx sterilizzato, insomma, pronto
per l'uso da parte di pennivendoli stipendiati del Capitale, che evidentemente
hanno una grande paura di Marx e del marxismo, ben sapendo come possa essere
pericolosa questa teoria quando viene fatta propria dalle masse in lotta.
Non
è una novità degli ultimi anni, per la verità, visto che Lenin, quasi cento anni
fa, iniziava il suo libro più importante (Stato e rivoluzione)
irridendo coloro che avevano la pretesa di trasformare Marx in una "icona
inoffensiva", di "canonizzarlo", "mentre si svuota del contenuto la sua dottrina
rivoluzionaria, se ne smussa la punta, la si svilisce". E a quanto pare i
tentativi di questo tipo erano anche più vecchi, dato che già il vecchio Engels
aveva reputato necessario precisare ai funerali di Marx (1883) che "lo
scienziato non era neppure la metà di Marx", perché Marx "era prima di tutto un
rivoluzionario" impegnato nella lotta per l'abbattimento della società
capitalistica, per l'eliminazione della società divisa in classi.
Trattandosi
di un tema che ha superato con abbondanza il secolo, come dicevamo, non fa più
notizia. Il Marx innocuo scienziato è un luogo comune obbligato per qualsiasi
scribacchino che si rispetti.
La prima
rivelazione di Repubblica
Ma di ben altro tenore sono le
scoperte sensazionali che ha fatto Andrea Tarquini, corrispondente da Berlino
per Repubblica. Scoperte di tale portata che il quotidiano della
borghesia cosiddetta progressista gli ha dedicato ben tre paginoni interi sul
giornale di domenica 8 e persino un richiamo in prima pagina ("Marx 2020").
E
ci mancherebbe il contrario, perbacco! Quello di Tarquini è un vero e proprio
scoop, rivelazioni in grado di cambiare radicalmente tutte le nostre
conoscenze su Marx e sul marxismo. Cose che, se solo Lenin e Trotsky le avessero
sapute per tempo... si sarebbero risparmiati la rivoluzione d'Ottobre. Di più:
forse lo stesso Marx, se avesse potuto leggere in vita l'articolo di Tarquini,
avrebbe mollato tutto, impegnandosi di più per quel posto di impiegato in
ferrovia che si lasciò sfuggire per scrivere più di cento di libroni,
costruire un'Internazionale e partiti in mezzo mondo.
Ma è appunto da quei
benedetti libroni che parte l'inviato speciale di Repubblica. Tarquini
si è recato avventurosamente al numero 22 di Jaegerstrasse, a Berlino, dove si
lavora a completare l'edizione integrale delle opere di Marx ed è proprio qui
che ha fatto quella che a buon titolo può essere definita come una delle
scoperte più sconvolgenti dell'ultimo secolo.
L'inizio di Tarquini è dimesso,
piano. Spiega che Marx fu essenzialmente un teorico e uno scienziato. Cioè la
filastrocca di cui dicevamo poco sopra e letta la quale si sarebbe tentati di
saltare a piè pari le due paginone centrali e di passare direttamente ai
programmi tv. Ma ecco la prima rivelazione, che ti costringe a proseguire la
lettura: Marx, ci informa Tarquini, "credeva nella democrazia". Di più: Marx
"riemerge dal passato come un moderno newlabourista, un progressista tedesco o
un liberal americano".
Questa prima rivelazione non è da poco. A
quanto si sapeva finora (da opere e atti) Marx non credeva per nulla nella
"democrazia" di cui parla Tarquini, che per la precisione è la democrazia
borghese. Anzi -così pensavamo di sapere fino a ieri- il marxismo si basa sul
concetto per cui le sovrastrutture politiche, ideologiche, giuridiche sono
storicamente determinate, non esiste una "democrazia" come ente metafisico,
pura, così come non esistono istituzioni al di sopra delle classi. Per questo i
comunisti (quelli veri) sono rivoluzionari, perché non pensano di riformare le
istituzioni del capitalismo ma operano per rovesciarle, spezzarne lo Stato,
convinti che a una diversa organizzazione economica della società (che passa per
l'esproprio degli espropriatori) corrisponda una struttura altra della società;
alla dittatura della borghesia (la democrazia di Tarquini) sostituiscono la
dittatura del proletariato, ecc.
Su queste certezze ci riposavamo beatamente
fino alla mattina dell'8 gennaio. Lo stesso Marx ci aveva tratto in inganno
asserendo (in quella famosa lettera a Weydemeyer) che l'essenziale della sua
opera consisteva nel legare la lotta di classe allo sbocco della dittatura del
proletariato (cioè al potere dei lavoratori) da guadagnarsi attraverso una
rivoluzione.
Ma dove, potrebbe chiedersi un lettore ingenuo, dove
Tarquini ha scoperto invece queste posizioni riformiste, addirittura
liberal, di Marx? D'accordo, la domanda è lecita, a questo punto della
lettura dei tre paginoni. Ma è una domanda che rivela l'ingenuità di chi crede
che simili affermazioni debbano essere suffragate da prove, citazioni precise di
testi, titoli, date; nonché da un'analisi sul come mai miliardi di uomini siano
rimasti fino ad oggi all'oscuro di questo reale pensiero di Marx; di come mai
l'intera sua opera (nella parte finora conosciuta), per tacere di tutta la sua
attività pratica, di come mai tutto ciò abbia fin qui celato così bene questo
Marx liberal. Che si tratti di un tipico caso di schizofrenia? Di uno
sdoppiamento degno della penna di Stevenson (quello del Dr Jekyll e Mr Hyde, per
intenderci)? Certo è che l'occultamento di questo Marx autentico (e
autenticato da Tarquini) è stato per decenni così perfetto che viene quasi il
sospetto che Marx stesso non ne fosse consapevole (ovviamente prima di leggere,
dal suo caldo cantuccio all'inferno, l'articolo di Tarquini). Altri tirerebbero
in ballo il dottor Freud, un qualche trauma nel piccolo Marx, la rimozione, ecc.
Tarquini no: semplicemente non giustifica in nessun modo queste sue
affermazioni. Non ci annoia con riferimenti o citazioni (cose da volgari
materialisti). Si limita a dire che così gli è stato assicurato dagli studiosi
che stanno frugando tra le carte inedite di Marx. Perché non
credergli?
L'Epifania trasforma Marx nel reverendo Berkeley
Un
Marx liberal sarebbe già sufficiente per riempire la prima domenica
dopo l'Epifania. Ma le rivelazioni non sono finite, come si conviene d'altra
parte, è noto a ogni buon credente, a una giornata di miracoli, visioni,
rivelazioni sacre.
All'Accademia delle scienze di Berlino, Tarquini ha fatto
almeno altre due scoperte ben più sconvolgenti. E scrive infatti: "Frugando
nelle carte consunte dal tempo si scoprono cose che i contemporanei di Marx
vollero ignorare". Quali? E qui arriviamo alla seconda rivelazione, tenetevi
forte. Tarquini scrive: "Insomma: la teoria secondo cui l'esistenza materiale
determina la coscienza, base del materialismo storico era un'idea in cui Marx
non credeva."
Dopo aver scritto questa frase, Tarquini cambia incredibilmente
discorso. Possibile che non si renda conto della portata di una simile
rivelazione? Difficile, visto l'acume scientifico che lo caratterizza. Più
probabile che voglia dosare la suspence, come in certi vecchi film del
grande Hitchcock. Ma la sorpresa è tale che noi non riusciamo a continuare la
lettura. Dobbiamo fermarci, rivedere non solo tutto quanto sapevamo di Marx ma
anche della stessa storia della filosofia degli ultimi duemila anni nonché della
scienza moderna. Difatti, quella che Tarquini definisce una "idea in cui Marx
non credeva" è il fondamento di qualsiasi pensiero scientifico ed era già stata
ideata, per così dire, già qualche millennio prima che a Marx ed Engels venisse
in mente di elaborare il materialismo dialettico. Vogliamo dire che la
rivelazione di Tarquini non pone dei problemi solo rispetto al marxismo ma
rispetto a tutta la storia del pensiero umano. Se "la teoria" per cui
"l'esistenza materiale determina la coscienza" è solo una sciocchezza, un
equivoco puerile, una cosa in cui Marx "non credeva", dobbiamo supporre al
contrario che sia la coscienza a determinare la materia. Aveva cioè ragione il
vescovo Berkeley (roba del Settecento): non esistono gli oggetti, ma solo lo
spirito. "Esse est percipi", "l'essere è un essere percepito". E' Dio la causa
della realtà naturale, tutto ciò che vediamo e tocchiamo è solo la Sua Idea
calata nel mondo. Detta in altre parole, anche le pagine di Repubblica
che stiamo sfogliando non esistono materialmente e nella realtà materiale non
esistono Tarquini stesso, con le sue braccia, le sue gambe, il suo cervello
(l'ultima cosa, a ben pensarci, non dovrebbe stupire più di tanto).
Prima di
continuare la lettura cerchiamo di abituarci a queste due rivelazioni che da ora
in poi cambieranno completamente il nostro modo di guardare al marxismo.
Ripetiamole: Marx era un liberal e credeva nell'Idea (o Spirito) come
origine della materia.
Digerite queste due prime scoperte, con più difficoltà
del cotechino mangiato a Natale, con la testa che ci gira vorticosamente,
proseguiamo, quasi timorosi di cosa possa aver scoperto di ancor più clamoroso
l'inviato speciale di Repubblica in Jaegerstrasse, a
Berlino.
Un Marx
anti-politico
Come in un crescendo rossiniano, Tarquini ha
tenuto il colpo di cimbali per il gran finale. Siete pronti? "Karl [così lo
chiama il giornalista, esibendo una antica consuetudine, ndr] aveva rinunciato
alla politica, annotava la sua fiducia nel libero dibattito e confronto tra idee
e forze politiche." Di più, aggiunge Tarquini, quella "fitta rete di scambi
epistolari internazionali" che fino ad oggi si pensava fossero necessari a Marx
ed Engels per costruire il partito internazionale della rivoluzione erano in
realtà "il primo social network".
Dunque un Marx non solo liberal e
idealista ma anche disinteressato alla politica e proto-utilizzatore di facebook
e twitter...
I più impertinenti tra voi si chiederanno, a questo punto,
quanto Repubblica paghi un inviato a Berlino che riesce a scrivere tre
pagine tre su Marx senza aver mai letto (gliene va dato atto) un solo rigo di
Marx. Ma a noi la domanda sembra mal posta perché non c'è nulla di banale in
questo articolo. Anzi, ora non ci appare più banale neppure quel sottotitolo
dell'articolo di Tarquini che inizialmente avevamo preso per la solita litania,
quel richiamo alla nota frase di Marx, quel suo ironico "Tutto quello che so e
che non sono marxista", con cui il grande rivoluzionario si difendeva
profeticamente dalle interpretazioni à la Tarquini. Pensateci bene. Non
vedete il diverso significato che assume quella frase, riletta adesso, dopo aver appreso le tre rivelazioni di
Tarquini (che sono tre come i misteri di Fatima, non a caso rivelati dalla
Madonna a tre pastorelli nel 1917, quando i marxisti russi, ignari tanto delle
rivelazioni di Fatima come di quelle di Tarquini, rovesciavano il capitalismo
utilizzando il marxismo)?. Riletta oggi, capiamo fino in fondo cosa intendeva
dire Marx e siamo convinti che se Marx avesse potuto leggere il ritratto che gli
dedica Tarquini avrebbe ripetuto non una ma cento volte: "Tutto quello che so è
che non sono marxista".
Per il resto si sarebbe limitato a una
risata omerica. Che è appunto quanto lui ed Engels riservavano a quei filistei
(questo il termine poco rispettoso del "libero dibattito" che usavano per i
Tarquini dell'epoca, alternandolo ad asino o somaro) ignoranti
e idealisti che sono convinti di poter fermare la
forza brutale della rivoluzione che li spazzerà via trincerandosi dietro tre
pagine di scemenze in corpo 10.
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