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domenica 18 dicembre 2011
Egitto
LE ELEZIONI, IL LACCIO ALLA RIVOLUZIONE


di Riccardo Bocchese



Dopo i diciotto giorni di lotta di massa che costrinsero alle dimissioni Mubarak lo scorso 11 febbraio, la calma apparente in Egitto è durata fino al 19 novembre, quando le masse egiziane sono tornate in piazza Tahrir per continuare la rivoluzione.

I militari e il ruolo dell'imperialismo Usa
Il messaggio è stato chiaro: le masse popolari egiziane, esasperate dalla crisi economica e da una giunta militare che non ha dato nessun segno di discontinuità, vogliono che le autorità militari lascino il potere.
Dagli ultimi giorni di novembre sono decine i manifestanti morti e migliaia i feriti. Ieri (sabato 17) l'esercito ha sgomberato piazza Tahrir, sparando. I morti sono almeno dieci. Ma i manifestanti non si sono fatti fermare dalla repressione: i palazzi del potere sono stati presi d'assalto da masse armate di bastoni. Ora il palazzo del governo è recintato da un filo spinato. I comandi militari definiscono "controrivoluzionarie" le manifestazioni.
Gli Stati Uniti considerano l'Egitto partner vitale per l'area (l’Egitto confina con Israele) e, anche dopo la cacciata di Mubarak, hanno “donato” 150 milioni di dollari per promuovere la “transizione verso la democrazia” ma soprattutto continuano a finanziare l’esercito con 1,3 miliardi di dollari  annui.

Le elezioni: il freno telecomandato della rivoluzione
Ai Fratelli musulmani è andata l’ampia maggioranza dei consensi. I Fratelli musulmani e i salafiti del partito di Al Nour (i più integralisti) hanno ottenuto rispettivamente 80 e 33 seggi, ossia 113 dei 168 seggi in lizza in questa fase elettorale. Questi risultati riguardano un terzo delle regioni del Paese, comprese quelle in cui si trovano le città principali, come Il Cairo e Alessandria.
Ora, anche se le previsioni sono per una conferma dei risultati del voto del 28-29 novembre, si attendono i risultati delle altre regioni che hanno votato il 14 dicembre mentre in altre regioni si voterà ancora l’11 gennaio. Le elezioni del 28-29 novembre hanno visto una affluenza del 52% al primo turno.
I risultati non sono da interpretare come un segnale di rottura con il passato.
Dopo decenni di predominio militare e di allineamento con le posizioni statunitensi, la prospettiva del Supremo Consiglio delle Forze Armate, l’organo incaricato della guida della transizione del dopo Mubarak, è stata ribadita anche lo scorso 7 dicembre. Il generale Mokhtar al Molla ha annunciato che il Supremo Consiglio non permetterà a una minoranza organizzata come Al Nour (i salafiti) di dare la sua impronta alla nuova Costituzione. Allo stesso modo l’apparato militare ha snobbato la richiesta del partito Libertà e Giustizia, espressione politica della Fratellanza che, galvanizzato dall’esito elettorale, ha richiesto al Supremo Consiglio delle Forze Armate le dimissioni dell’attuale primo ministro el Ganzouri (nominato direttamente dalla Giunta militare) e la nomina di un esponente proveniente dalle fila del partito vincitore della prima tornata di elezioni.

La connivenza tra giunta militare e partiti borghesi. La necessità di un partito rivoluzionario


I rapporti tra Supremo Consiglio e la Fratellanza e i salatiti risalgono già ad aprile, quando inizia il pagamento di una serie di contributi finanziari a queste formazioni politiche in vista delle elezioni.
Questa intesa, tra Fratellanza ed esercito, dopo la pace temporanea di alcuni mesi, sembra arrivare al capolinea con la manifestazione organizzata dal movimento il 21 novembre scorso, di nuovo in Piazza Tahrir. Sulla scia di un’insofferenza sempre più acuta contro il ruolo egemone dei militari nella vita politica del Paese, la Fratellanza aveva preso la palla al balzo per capeggiare la rabbia di giovani e frange laiche del panorama politico egiziano. Quando però la repressione da parte delle forze di sicurezza si è fatta cruenta da essere ingiustificabile, il movimento islamista ha abbandonato le rivendicazioni di piazza per paura di dover posticipare le elezioni previste per la settimana successiva.
Tra i commentatori si è parlato di accordi tra Fratellanza e Giunta militare.
Questo patto, tra Fratellanza e militari, fatto sulla testa di centinaia di migliaia di egiziani, e sorretto da una motivazione grande due miliardi di dollari americani all’anno, in tempi di profonda crisi economica, rappresenta un laccio fortissimo di interessi.
Le elezioni, di fronte ad una crisi capitalista sistemica, sono la risposta del regime che mira al soffocamento di tutti gli ideali delle masse proletarie. Non è un caso che da parte della più ricca borghesia egiziana, ma anche della vicina Arabia, siano arrivati negli ultimi mesi finanziamenti e investimenti a favore dei due partiti maggioritari alle elezioni.
E di fronte al potere “pacificatore” dei finanziamenti diffusi che vanno a costruire una nuova borghesia, emerge prepotente la necessità di organizzazione e di costruzione in Egitto di quel partito rivoluzionario, indipendente dalla borghesia, che tutta la storia ha confermato essere lo strumento indispensabile per consentire alla forza delle masse di vincere definitivamente. E' questo un compito che la situazione di crisi economica globale porta urgentemente in ogni Paese al primo punto, per dare una prospettiva alla mobilitazione delle masse: un compito che può essere affrontato e risolto solo a livello internazionale, nella costruzione di un partito mondiale della rivoluzione.


 
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