Ferrero con Amato ai tempi del governo
Prodi,
quando i due ministri presentarono una legge
contro gli immigrati
Dall'ottavo congresso nazionale
di Rifondazione Comunista emergono con chiarezza quattro elementi. Tre
riguardano in generale la socialdemocrazia e la maggioranza dirigente di
Rifondazione, uno la sua minoranza interna, Falcemartello, cui dedichiamo anche
una breve appendice.
Primo. Un partito ristretto
La fotografia di
Rifondazione a questo congresso mostra un partito ridotto a un modellino in
scala 1:15 di quello che era Rifondazione ancora solo qualche anno fa. Fatta la
debita proporzione tra iscritti, votanti al congresso, attivisti e militanti,
studiando i dati ufficiali forniti si può facilmente calcolare che i militanti
effettivi, cioè coloro che fanno attività politica quotidiana, sono circa un
migliaio (abbondando). A questi si aggiungono un altro migliaio di compagni e
compagne che danno un qualche sostegno periodico (con le feste, con la
partecipazione a qualche iniziativa pubblica). Gli altri diecimila e rotti che
hanno votato nei congressi locali, come è noto a chiunque abbia partecipato a
qualcuno dei sette congressi precedenti, sono elettori passivi che non si
rivedranno più fino al congresso successivo e includono parenti, nonne e zie, e
talvolta anche veri e propri fantasmi che non hanno votato ma che risultano nei
verbali dei congressi o iscritti fatti il giorno prima del congresso.
Dire
circa mille militanti (di cui un 10% è costituito da funzionari nazionali e
locali o amministratori) significa parlare di una forza pari grossomodo a 1/10
di quella su cui Rifondazione contava all'epoca della seconda esperienza di
governo con Prodi e pari a circa 1/15 di quella su cui Rifondazione contava
all'epoca della prima esperienza di governo con Prodi. Un patrimonio di energie
militanti è stato dilapidato in questi venti anni di vita di
Rifondazione.
Secondo. La crisi della socialdemocrazia è
irrisolvibile
Da tempo parliamo di una socialdemocrazia
"nana" con riferimento sia a Rifondazione che alla forza nata alla sua destra,
la Sel di Vendola. Intendendo col termine "nana" non solo il fatto che si tratta
di una socialdemocrazia infinitamente meno forte e meno radicata di quella
rappresentata in altre epoche dai partiti di origine stalinista (in Italia il
Pci) o di derivazione socialista, ma alludendo anche a limiti di sviluppo
ineliminabili per un partito socialdemocratico nell'attuale epoca del
capitalismo in crisi. Tutte le diverse socialdemocrazie hanno prosperato
storicamente nelle fasi di ascesa del capitalismo, quando la borghesia aveva la
possibilità di ridistribuire le briciole della propria tavola. Da alcuni
anni - e oggi la cosa è ancora più evidente, col precipitare della
crisi - non solo la borghesia non ha briciole da far cadere ma ha necessità
di riprendersi anche quelle lasciate precedentemente. E' questo che determina,
in prima istanza, i limiti strutturali di tutti i partiti riformisti. A questo
limite si aggiungono poi elementi congiunturali: nel caso di Rifondazione,
l'esplosione del partito avvenuta negli ultimi anni, con la impressionante
sequenza di scissioni: la nostra (che fu la prima, nel 2006), quella del gruppo
di Ferrando, poi Sinistra Critica, quindi la rottura a metà del partito con
l'uscita dei vendoliani (e la perdita del dirigente che aveva incarnato per anni
Rifondazione: Bertinotti). Ma l'esplosione di Rifondazione è stata appunto
l'effetto della crisi storica che vivono le socialdemocrazie di ogni tipo e ad
ogni latitudine, non la causa dell'attuale stato di crisi di quel partito.
La socialdemocrazia, per sua natura, è stretta tra due poli contrapposti. Da
una parte deve (per soddisfare gli appetiti personali della burocrazia
dirigente) trovare accordi con la borghesia, sostenendo i suoi governi e
frenando la lotta di classe che metterebbe a rischio quei governi e quegli
accordi; dall'altra, per poter svolgere questo ruolo ed essere assunta in
servizio dalla borghesia, la burocrazia socialdemocratica deve saper esercitare
una qualche influenza sui lavoratori. E' questa contraddizione permanente a
spiegare perché non sempre i riformisti si limitano a mostrare la loro vera
faccia borghese ma devono talvolta anche impegnarsi nella lotta o accodarvisi.
La lotta è funzionale, nel loro progetto, a trattenere la forza operaia, a farla
sfogare e a sfruttarne la potenza per presentarsi al tavolo dei padroni con
qualcosa da vendere. "Noi dominiamo quella forza che potrebbe rovesciarvi come
un fuscello" dicono i dirigenti riformisti alla borghesia: "se ci date poltrone
ministeriali, parlamentari, nelle amministrazioni, ecc., vi garantiremo la
passività delle masse."
Si tratta di un meccanismo, quello che qui abbiamo
schematicamente riassunto, che funziona fin dal sorgere del riformismo e cioè
della burocrazia nel movimento operaio. Il riformismo, cioè l'idea di una
riforma del capitalismo, da realizzare senza varcarne le colonne d'Ercole o
assicurando (a parole) di volerlo "superare" gradualmente e all'interno delle
sue istituzioni, è nato contestualmente alla nascita del movimento operaio e
alla necessità della borghesia di corromperne dei settori, di comprarne dei
dirigenti, di spezzarne la forza assoldando quelli che Lenin efficacemente
chiamava "agenti della borghesia nel movimento operaio". Cioè i Blanc, i
Bernstein, i Kautsky, i Kerensky, i Togliatti, i Berlinguer, gli Occhetto dei
tempi d'oro del riformismo. Agenti sostituiti oggi, nei giorni del declino
inesorabile della socialdemocrazia, dai tardi epigoni: i Vendola, i Ferrero, i
Landini, i Cremaschi, ecc.
Terzo. Ferrero prosegue la marcia governista
Le
considerazioni sopra svolte possono aiutare a capire il comportamento di Ferrero
e Vendola di fronte al governo Monti.
Sel, che vanta una forza militante
assai limitata (per oggi) ma ha dalla sua il rapporto con i vertici Fiom
(Landini) e soprattutto è data nei sondaggi poco sotto le due cifre, aspirando a
un ruolo di prima fila nel dopo-Monti deve muoversi con prudenza. Deve
rispettare i richiami e le minacce della borghesia (vedi quelle esplicitate
sulla Stampa) (1): se volete partecipare al prossimo giro di governo
dovete fare i bravi con Monti. Ecco perché Vendola critica Monti (altrimenti
perderebbe ogni rapporto con la base elettorale di Sel) ma non si pone certo sul
terreno dell'opposizione a questo governo.
Rifondazione, ridotta ai numeri
che dicevamo prima e che elettoralmente è data intorno all'1%, aspirando a un
ruolo di comparsa per il dopo-Monti (l'obiettivo di Ferrero, Grassi e del gruppo
dirigente che ha stravinto il congresso, con l'82%, è essenzialmente
riguadagnare qualche posto in parlamento con un accordo col Pd e l'impegno a
sostenere dall'esterno il futuro governo) può dire qualcosa in più su Monti ma
senza comunque impegnarsi concretamente nella costruzione di una reale
opposizione al governo oggi esistente e alle forze sociali e politiche che lo
sostengono. Di qui i continui richiami in chiave grottescamente sciovinista di
Ferrero: contro il governo che avrebbe "ceduto sovranità alla Germania", contro
i complotti orditi in terra straniera, ecc. Il gruppo dirigente di Rifondazione
si rende conto di non poter mantenere in vita il partito senza mimare una
opposizione a Monti, al contempo sa di non poter fare sul serio pena la perdita
di ogni possibilità di accordo col Pd per il dopo-Monti. Ecco allora che invece
di indicare in questo governo l'artefice in primo luogo della volontà dei
banchieri e della borghesia italiana (certo non slegati dalle esigenze, peraltro
molteplici e contraddittorie, della borghesia europea), si indica un nemico
tedesco. L'opposizione non è così alla borghesia italiana di cui Monti è
espressione ma... alla perfida Germania. Si cerca in questo modo di non
scontrarsi con l'imperialismo italiano e il Pd (accusato al più di stare
commettendo "errori") in modo da poter domani, con quello stesso imperialismo e
col Pd, stringere un accordo di governo o di sotto-governo (visto che stavolta
difficilmente, data la scarsa dote elettorale, Rifondazione avrà
ministri).
Questo almeno è il sogno di Ferrero, riassunto nel nocciolo vero
delle tesi congressuali di maggioranza, e cioè in quella "alleanza democratica"
col Pd che veniva giustificata fino a qualche settimana fa con l'esigenza di
"cacciare Berlusconi" e che verrà giustificata domani con l'esigenza di aprire
una "stagione nuova" dopo il massacro di Monti (compiuto insieme da Pd e
Berlusconi). Resta da vedere se industriali e banchieri vorranno avvalersi
ancora dei servigi di Ferrero o se preferiranno (anche sollecitati da Vendola)
usare come mordacchia per le lotte la ben più consistente Sel (che vanta anche
un rapporto fondamentale con la Fiom di Landini).
In questa situazione
Ferrero è costretto (ecco che ritorniamo alla contraddizione storica della
socialdemocrazia) da una parte a mostrare la propria immutata convinzione
governista: il congresso si è fatto a Napoli per celebrare ed esibire la
presenza di Rifondazione al governo di quella città con il sindaco De Magistris,
demagogo al servizio di banchieri e industriali; dall'altra parte, Ferrero deve
"dire qualcosa di sinistra" e quindi tuona contro Monti ben più di Vendola. I
tuoni saranno accompagnati prevedibilmente da qualche lampo: tanto più a fronte
della manovra pesantissima di Monti, e tutto si concluderà con qualche innocuo
corteo e magari con i promessi "Stati generali della sinistra", "patti di
consultazione" e altre formule simili che paiono essere state raccolte con
soddisfazione dai vari Turigliatto e Ferrando, accorsi al congresso del Prc in
rappresentanza dei due rispettivi gruppi centristi (Sc e Pcl), nella speranza di
godere di un centesimo della visibilità mediatica (peraltro già infinitesima) di
Rifondazione.
Quarto. Serve un altro partito, la battaglia nel Prc è inutile e
dannosa
L'attacco brutale di Monti per conto di industriali e
banchieri italiani, col sostegno di fatto di tutti i partiti borghesi, e con la
critica "costruttiva" (e al più qualche pugno battuto, qualche ora di
sciopericchio rituale) di tutte le burocrazie sindacali (grandi e piccole) e di
tutte le socialdemocrazie governiste (grandi e piccole), richiama l'urgenza di
formare una opposizione di classe e, per questo, di costruire quel partito
comunista rivoluzionario che ancora non c'è.
Accontentarsi di fare una leale
opposizione a Ferrero, come hanno fatto i presentatori della mozione di
Falcemartello ("Per il partito di classe"), e persino definire una "clamorosa
avanzata" (così hanno scritto) l'aver guadagnato il 13% nel congresso di un
partito ormai distrutto, significa eludere le reali esigenze di lotta del
movimento operaio. Il problema non è infatti guadagnare la direzione di qualche
circolo di un partito allo sbando o usare la crisi di Rifondazione per reclutare
qualche militante qui e là al proprio gruppo ma piuttosto costruire un'altra
direzione del movimento operaio, su basi rivoluzionarie.
Tutta la
impostazione su cui da anni si costruisce l'area di Falcemartello, attuale
sinistra di Rifondazione, definita da alcuni giornali "trotskista", è
completamente sbagliata. Non solo perché sbagliate e ben poco "trotskiste" sono
diverse delle posizioni fondamentali sostenute da questo gruppo (v. appendice a
questo articolo): prospettiva strategica di "governo delle sinistre";
filo-chavismo e rivendicazione del Psuv venezuelano; rifiuto della costruzione
della Quarta Internazionale. Non solo perché sbagliate sono le metodologie
utilizzate: concezione anti-leninista del fronte unico come strategia; codismo
nei sindacati (a partire dalla Fiom); entrismo profondo e illimitato nei partiti
riformisti (e quindi rinuncia alla costruzione di organizzazioni indipendenti
dei comunisti). Non solo per tutto questo ma perché strategia e tattica non
leninista portano Falcemartello, nei fatti, a legittimare da sinistra lo sporco
gioco di Ferrero e della burocrazia di Rifondazione: spesso dando un contributo
militante quotidiano indispensabile a tenere in piedi alcune delle poche
strutture rimaste in quel partito.
Di ben altro c'è invece bisogno. C'è
bisogno di organizzare contro Monti una reale e unitaria mobilitazione di massa;
c'è bisogno di fare una battaglia nei sindacati (dalla Cgil alla Fiom, fino al
frammentato sindacalismo di base) e nei comitati di lotta, per uno sciopero
generale che paralizzi il Paese e sbarri la via a Monti e alla borghesia
italiana (altro che organizzare i presidi sotto l'ambasciata tedesca in nome
della "indipendenza" dell'Italia, cioè dell'imperialismo di casa
propria).
Per fare tutto questo è indispensabile avanzare nella costruzione
di un reale partito comunista, cioè rivoluzionario, con influenza di massa. Un
compito, ripetiamo qui quanto abbiamo scritto tante altre volte, in cui come
Pdac siamo impegnati ma che non abbiamo la pretesa di assolvere da soli. Un
compito che non riguarda certo solo noi ma tutti i lavoratori e i giovani che
vogliono realmente rovesciare il capitalismo.
Note
(1) Il 22 novembre la
Stampa (giornale di casa Fiat) ha dedicato a Sel un editoriale di
Gramellini: "Il ritorno dello scontro ideologico" e un'intera pagina: "Vendola
barricadero imbarazza il Pd". In entrambi gli articoli si intimava a Vendola,
senza tanti giri di parole, di non eccedere nella polemica contro Monti, pena
l'esclusione di Sel dalla futura alleanza di governo. Pochi giorni dopo Vendola
ha indirettamente risposto correggendo il tiro e precisando (v. intervista a
Repubblica, 27 novembre) che: rispetto a Monti "quella di Sel è
un'interlocuzione attenta"; "Non confido nella sventura di Monti"; passato
Monti, il modello resta quello della nota "foto di Vasto", cioè la foto di
gruppo con Bersani, Di Pietro e Vendola.
Appendice. Falcemartello e il marxismo
E'
interessante è vedere le conseguenze pratiche immediate delle posizioni teoriche
di Falcemartello (FM) che abbiamo citato nell'ultimo capitolo di questo
articolo. Un buon esempio ci viene dalla posizione (espressa nel cap. 16 delle
tesi dell'area diretta da Bellotti e Giardiello) sulle giunte. FM ritiene che se
da una parte sarebbe necessario a Milano "costruire una opposizione efficace e
radicata" a Pisapia, per quanto riguarda l'amministrazione di Napoli le cose
vadano poste diversamente. De Magistris (leggiamo nelle tesi) sarebbe "un
outsider che al momento della sua elezione non aveva schierati dietro di sé i
poteri forti del territorio campano". Questo determinerebbe una contraddizione:
De Magistris potrebbe, secondo Bellotti e Giardiello, "essere spinto" dalla
dinamica dei fatti ad assumere posizioni radicali oppure, all'opposto, cadere
preda dei poteri forti. Per questo secondo FM a Napoli Rifondazione non deve
costruire l'opposizione di classe alla giunta (borghese, aggiungiamo noi) ma
sfruttare "una opportunità" e "combattere una battaglia egemonica anche a
partire dall'attuale collocazione in maggioranza". Rifondazione sarebbe "in una
posizione di obiettivo vantaggio, quale unico partito di sinistra all'interno
della coalizione di De Magistris" dunque l'importante è che sappia costruire una
politica che "non entri in contrasto con i nostri referenti sociali".
Saremmo di fronte insomma, secondo Falcemartello, a un governo (una giunta)
che non è né operaio né borghese ma un ibrido che se influenzato accortamente
dai comunisti potrebbe fare politiche che "non entrano in contrasto" con gli
interessi dei lavoratori.
A parte l'assurdità (per dei marxisti) di pensare
che una delle più grandi città d'Italia possa "sfuggire" alla grande borghesia
senza nessun sommovimento sociale e senza che la borghesia muova un dito,
bisogna purtroppo far presente che questa teoria su governi o Stati "neutri" non
è particolarmente nuova e costituisce anzi la quintessenza del riformismo di
ogni epoca. Proprio con questa teoria, secondo Lenin, Kautsky avrebbe cercato di
trasformare Marx "in un liberale da dozzina". E proprio per aver sostenuto le
stesse posizioni di Falcemartello (anche se, va precisato, con maggiore
raffinatezza teorica) Kautsky fu definito "rinnegato del marxismo" da
Lenin.
Ma anche volendo ignorare (per non più di un paio di minuti) la teoria
marxista, bisognerebbe accorgersi che questa posizione di Falcemartello spalanca
la porta proprio a quel riformismo ferreriano che Falcemartello dichiara di
voler contrastare in Rifondazione. Infatti, se esistessero governi borghesi
condizionabili o governi "neutri" (né operai né borghesi), avrebbe avuto ragione
Bertinotti a sostenere che si poteva "condizionare" il primo e il secondo
governo Prodi; avrebbe avuto ragione Ferrero a fare il ministro della
Solidarietà sociale (sic!) in quel governo imperialista; avrebbe ragione Ferrero
a tentare ostinatamente di essere riammesso nel prossimo governo nazionale di
centrosinistra che, non abbiamo dubbi, verrà definito (da Ferrero) come un
governo "condizionabile".
Falcemartello potrebbe risponderci che i due
governi Prodi erano governi palesemente borghesi. Bene, siamo d'accordo. Peccato
che il riformismo nella storia non si sia limitato a sostenere governi
palesemente borghesi ma abbia sostenuto anche governi borghesi mascherati da
"governo delle sinistre" o da "governi neutri" (un po' come sarebbe la giunta De
Magistris a Napoli a giudizio di FM). Non serve certo ricordare a Bellotti e
Giardiello (che si professano leninisti) come nel 1917 il governo Kerensky non
apparisse (almeno a occhi riformisti o centristi) come un governo borghese,
vista la sua composizione e il quadro (rivoluzionario) in cui nasceva. Nondimeno
Lenin e Trotsky lo considerarono un governo borghese e non pensarono nemmeno per
un istante di entrare a farne parte o di sostenerlo o di "condizionarlo" ma
svilupparono una opposizione intransigente fino a quando furono in grado di
rovesciarlo per sostituirlo con un governo operaio. La stessa storia si è
ripetuta con tanti altri governi "di sinistra" o apparentemente "neutri" o "non
borghesi": con i fronti popolari degli anni Trenta, ecc.
L'elemento
caratterizzante del comunismo di Marx, Lenin e Trotsky (che pure Bellotti e
Giardiello sostengono di rivendicare) è ritenere impossibile l'esistenza di
Stati o governi "neutri" dal punto di vista di classe: nel capitalismo possono
esistere solo governi e giunte borghesi (nei rari casi in cui si costituisse,
come sottoprodotto di una lotta di massa, una "Comune" in una singola città,
all'interno di uno Stato borghese, diretta dal proletariato, sarebbe
immediatamente attaccata dalle forze repressive dello Stato borghese). Di qui
l'opposizione a qualsiasi governo (nazionale o locale) nel capitalismo come
condizione indispensabile per guadagnare i lavoratori alla lotta per un governo
operaio che potrà essere costruito solo dopo il rovesciamento rivoluzionario del
capitalismo e dei suoi governi (nazionali o locali). Falcemartello pensa,
all'opposto, che si possano sostenere governi "delle sinistre" e pure che
esistano governi "neutri" da un punto di vista di classe nei quali i comunisti
possano esercitare una influenza evitando che facciano politiche "in contrasto
con i nostri referenti sociali". Credere a una cosa simile equivale, in ambito
marxista, a credere a Babbo Natale.
Siccome una implacabile legge scoperta da
Marx vuole che nella ripetizione la tragedia si trasformi in farsa, Bellotti e
Giardiello applicano gli immortali principi del riformismo kautskiano a una
giunta, quella di De Magistris, che a differenza dei fronti popolari degli anni
Trenta non è neppure il sottoprodotto di lotte rivoluzionarie ma è solo il
frutto della crisi del bassolinismo che ha portato alla ribalta un nuovo
demagogo della borghesia. Un demagogo che promette ai vasti settori proletari
che l'hanno sostenuto (in assenza di una alternativa di classe) di "cambiare
Napoli", mentre il primo atto della sua giunta è un programma di "sacrifici" per
le masse popolari ("Sacrifici per scuola, cultura e trasporti", per riprendere
il titolo del Mattino del 17 novembre scorso). Chi si richiama al
comunismo (e ancora di più chi, come Falcemartello, rivendica persino Marx,
Lenin, Trotsky e la rivoluzione) dovrebbe collocarsi all'opposizione di De
Magistris, non alimentare le illusioni sulla sua
condizionabilità.