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DA BERLUSCONI A
MONTI:
STESSA MUSICA
PER I LAVORATORI
di Alberto
Madoglio
Qualche settimana dopo la vittoria di
Berlusconi alle elezioni del 2008, il segretario del Pd, Bersani, affermò in una
trasmissione televisiva che l’Italia era stata sommersa da uno tsunami di
melassa, dichiarazione colorita per dire che il governo in quel periodo godeva
di una piena e larga fiducia da diversi settori della società italiana. Ma al
confronto di quello che sta accadendo per il governo Monti, il favore del quale
godeva Berlusconi più che a uno tsunami assomiglia a un placido ruscello di
montagna.
Borghesi e riformisti tessono le lodi del governo
Monti
Un governo di unità nazionale come non se ne vedevano
da tempo, con la sola opposizione parlamentare, al momento, della Lega che però
ha già affermato che valuterà caso per caso il proprio voto. Il sostegno
entusiasta di tutti i mezzi di informazione (se si eccettuano quelli di stretta
ortodossia o di famiglia, berlusconiana), dei grandi potentanti economici
nazionali e stranieri (Confindustria, Bce, Ue, Fmi), e delle cancellerie
mondiali. Monti viene ricevuto con tutti gli onori da Sarkozy, Merkel, Cameron e
a breve anche da Obama, non come un socio di minoranza, ma come uno che si
appresta a essere tra i principali protagonisti dell’attacco ai lavoratori su
scala planetaria, con buona pace di chi, anche a sinistra, in queste settimane
ha sbraitato contro un fantomatico complotto mondiale a danno del
Belpaese.
Tutta questa benevolenza però non è esclusiva delle classi
dominanti e dei loro mezzi di informazione. Anche le organizzazioni dei
lavoratori, politiche e sindacali, si sono unite al coro di chi vede in Mario
Monti il salvatore della patria.
Il leader incontrastato di Sel, Nichi
Vendola, ha detto che il nuovo esecutivo verrà giudicato di volta in volta,
seguendo in questo senso lo stesso atteggiamento del partito di Bossi. Ben oltre
si è al momento spinta la Cgil. Basti pensare che la programmata manifestazione
nazionale del sindacato prevista per sabato 3 dicembre è stata sostituita da una
più innocua assemblea nazionale dei quadri dirigenti: in uno degli autunni più
duri per i lavoratori italiani, in cui la crisi continua a colpirli
pesantemente, non avremo la classica manifestazione del più forte sindacato
italiano, nemmeno nella forma di un corteo pacifico convocato su una piattaforma
ultra moderata, come sempre è successo in passato.
Sinistra radicale o ultima ruota
del carro dei padroni?
Nemmeno dalle organizzazioni che
dovrebbero porsi a sinistra di quelle sopraccitate, viene portato avanti un
discorso differente. La Federazione della sinistra (Rifondazione e Pdci)
formalmente si colloca all’opposizione dell’esecutivo, ma continua a coltivare
speranze di poter essere in futuro riammessa, in qualche modo, nell’alleanza di
centrosinistra che si candida a vincere le elezioni nel 2013; quindi le sue
lamentele si limitano a qualche borbottio. Anzi: per non disturbare troppo
Monti, Paolo Ferrero ha pensato bene di fare manifestazioni... contro la Merkel.
E, con un rigurgito nazionalista, ha organizzato nei giorni scorsi persino un
presidio contro "le ingerenze" della Germania... e a difesa (evidentemente)
della minacciata autonomia... dell'imperialismo italiano.
Peggio ancora fa uno dei
principali sindacati di base, Usb. Dopo non aver aderito allo sciopero generale
proclamato da Cub, Cobas e Coordinamento Immigrati lo scorso 17 novembre, ha
addirittura revocato lo sciopero che in un primo tempo aveva indetto per il 2
dicembre. La direzione neostalinista di quel sindacato, così pronta ad espellere
suoi dirigenti che si battono per una linea coerentemente classista e
anticoncertativa, allo stesso modo è veloce a capitolare al clima di union
sacrée che sta crescendo nel Paese.
Certo, anche Cgil e Sel non evitano
del tutto di levare qualche timida critica al nuovo esecutivo, alla sua
composizione ministeriale o alle sue linee generali di azione espresse in
parlamento al momento della fiducia. Ma anche per loro vale il discorso fatto
per il partito di Paolo Ferrero: critiche sì, ma senza disturbare troppo il
manovratore.
L’union sacrée è diretta contro i
lavoratori
E sì che motivi per criticare e opporsi al nuovo
governo ve ne sarebbero, tanti e tali da lanciare subito una mobilitazione
generale del mondo del lavoro per evitare che a un governo dei padroni,
Berlusconi, se ne sostituisca un altro, magari più garbato nei modi e nel
linguaggio, ma che si appresta a fare politiche uguali se non peggiori
dell’esecutivo che lo ha preceduto. Ci torna alla mente uno scritto di un ex
deputato socialista svizzero, il quale affermava che i crimini più efferati
contro l’umanità a volte vengono commessi da chi indossa i guanti bianchi
(1).
Ennesima riforma delle pensioni, con aumento dell’età per poterne
beneficiare, e riduzione dell’assegno al quale si ha diritto una volta terminato
di lavorare. Aumento dell’Iva, che come ogni tassa ad aliquota fissa colpisce
maggiormente i redditi più bassi, e in questo caso si parla di un aumento
dell’aliquota più bassa, quella che grava sui consumi quotidiani. Riforma del
mercato del lavoro, con meno garanzie per chi lavora e maggiore facilità di
licenziamento per le imprese. Massicce dosi di privatizzazioni e
liberalizzazioni, per tentare di sollevare le finanze delle imprese nazionali
colpite da quasi quattro anni di recessione economica. Difesa della "riforma"
Gelmini, cioè della sostanziale distruzione della scuola pubblica. Conferma del
blocco degli aumenti salariali per milioni di lavoratori pubblici. Questo è al
momento quello che il governo Monti ci riserva per l’immediato futuro, salvo che
un ulteriore peggioramento della congiuntura economica internazionale, dato
ormai per certo, non imponga anche per l’Italia scelte ancora più pesanti come
quelle che hanno dovuto subire i lavoratori greci, spagnoli, portoghesi e
irlandesi.
I padroni non perdono tempo
Che questo non sia un
governo di “tutti i cittadini”, come qualche allocco, o meglio qualche farabutto
in mala fede, vuole farci credere, lo hanno capito molto bene i padroni. Non si
erano ancora spenti gli applausi bipartisan dei parlamentari borghesi, che la
maggiore banca del Paese, e una delle più importanti d’Europa, Unicredit,
annunciava il taglio di oltre 5000 dipendenti nei prossimi 3 anni, mentre dal
versante dell’industria, l’ineffabile Marchionne, annunciava che dal
prossimo 1 gennaio la Fiat avrebbe disdetto unilateralmente gli accordi siglati
con i sindacati, per applicare a tutte le fabbriche del gruppo il contratto di
Pomigliano.
Monti è la soluzione? No, il problema è il
capitalismo
No, a nostro avviso non c’è proprio nulla da
"verificare" per dare un chiaro giudizio sul governo Monti. Si tratta
dell’estremo tentativo fatto dalla borghesia nazionale di darsi un governo in
grado di farla uscire dalle secche della crisi mondiale. Di avere un governo che
invece di cercare lo scontro frontale con i sindacati, senza per altro ottenere
risultati, li coinvolga direttamente nelle politiche criminali di rapina che si
appresta a varare. La borghesia italiana è consapevole che al momento la
combattività della classe operaia è a un livello inferiore rispetto a quella di
altri Paesi europei o a quella che ha fatto la rivoluzione in Tunisia e Egitto,
ma sa bene che questa situazione potrebbe non durare per molto tempo. Ecco
spiegato il tentativo di coinvolgimento diretto delle maggiori organizzazioni
del movimento operaio nella gestione della dure scelte che dovrà fare nelle
prossime settimane.
Ma non è assolutamente detto che questa scommessa dei
padroni risulti vincente. Gli eventi di questo anno ci mostrano che nessun
apparato di potere, sia esso politico, sindacale o addirittura militare, può far
molto di fronte alla forza esplosiva della protesta di massa. I regimi di Ben
Ali, Mubarak, Gheddafi e forse domani dello stesso Assad, nulla hanno potuto di
fronte alle rivoluzioni scoppiate nei loro Paesi: difficile che un governo
Monti, pur sostenuto da Cgil, da Sel e dall’insipienza del Prc, possa subire una
sorte diversa di fronte a una molto probabile esplosione sociale in Italia.
Esplosione che pensiamo sia probabile, se non certa, appunto perché gli attacchi
contro i lavoratori, i giovani, le donne, gli immigrati sono destinati ad
intensificarsi in futuro, e perché, come prova la ripresa della rivoluzione in
Egitto proprio in queste ore, più le speranze di un ricambio reale sono alte, e
più quando queste sono disattese, la rabbia popolare cresce e diventa
incontrollabile.
Costruiamo nel vivo delle lotte una direzione rivoluzionaria dei
movimenti
Tuttavia sarebbe sbagliato sedersi e aspettare che
la lotta di classe esploda da sola. Certo essa cresce a prescindere dalla
volontà e dalla presenza di organizzazioni rivoluzionarie, ma come la storia ci
insegna, senza una forte organizzazione comunista rivoluzionaria, anche la più
radicale lotta dei lavoratori è destinata a fallire. Padroni e burocrati
sindacali si stanno preparando allo scontro, cercando di garantire che il
dominio della borghesia sia garantito anche in futuro. Anche i proletari si
devono preparare. Ma non per affidare il loro futuro ad un governo di
centrosinistra, magari diretto da Bersani e Vendola che, in nome degli
"interessi del Paese", continui a garantire solo i profitti per la borghesia. I
proletari devono creare le condizioni per cui all’ennesimo governo di banche,
imprese, e multinazionali tricolori, si sostituisca un vero governo dei
lavoratori, che espropri la proprietà privata dei mezzi di produzione, gestisca
l’economia non nell’interesse di pochi sfruttatori ma in quello di milioni di
sfruttati, e che sia basato non sulla democrazia parlamentare borghese, che oggi
più che mai si dimostra essere unita per difendere gli interessi del capitale,
ma su organismi di democrazia diretta, consigliare, che l’esperienza ha
dimostrato essere, dalla rivoluzione d’Ottobre del 1917, gli unici che possono
realmente rappresentare le esigenze della maggioranza della popolazione.
E’ questo il programma che come
Partito di Alternativa Comunista cercheremo di propagandare nei movimenti, nelle
lotte, davanti alle fabbriche e alle scuole, in ogni luogo in cui si
lotterà nei prossimi mesi.
(1) Jean Ziegler , “I Banchieri svizzeri uccidono senza le
mitragliatrici”, da Il Libro Nero del Capitalismo, Tropea Editore,
1999.
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