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I conti Fiat
e quelli degli operai
Occupazione
degli stabilimenti
e sciopero
generale prolungato!
di Davide Margiotta (*)
"Io vorrei sapere quante di queste persone
sono disposte a fare questa vita qui. Domandi quando è l'ultima volta che sono
andato in ferie e poi ne parliamo... si parla sempre di diritti e mai di doveri.
Bisogna volere bene a questo Paese e rimboccarsi le maniche per lavorare. Io
stamattina quando sono arrivato alle sei e mezza non mi sono preoccupato se i
miei diritti erano stati rispettati, sono andato a lavorare”.
No, a parlare
non è un minatore di Qitaihe, a parlare è l'Amministratore delegato della Fiat
Sergio Marchionne, che secondo qualcuno una volta era amico degli operai: quei
fannulloni che invece di rimboccarsi le maniche pensano, pensate un po', a fare
rispettare i propri diritti!
Nel Manifesto comunista, Marx così
rispondeva a chi obiettava che l’abolizione della proprietà privata porterebbe
alla fine di ogni attività e che una pigrizia generale si impadronirebbe del
mondo: “Se fosse vero, la società borghese avrebbe già da tempo ceduto alla
fannulloneria, poiché chi ci lavora non guadagna e chi ci guadagna non lavora!”.
Con buona pace del “lavoratore” Marchionne.
E' proprio vero, il capitalismo è
un sistema sociale ed economico irrazionale. Un sistema in cui pochissimi
possiedono tutto, e in cui (quasi) tutti non possiedono niente - a meno di non
voler seriamente considerare il possesso di un telefonino o di un'automobile
come “proprietà”, come talvolta si sente dire persino a sinistra! Un sistema in
cui gli oppressi devono eleggere i propri oppressori e in cui gli sfruttati
devono fare i sacrifici per salvare i propri sfruttatori.
Un sistema in cui
un'azienda con un bilancio in crescita può richiedere aiuti per... salvare il
proprio bilancio!
I conti
Fiat
E' questo quanto accade oggi alla Fiat. Dai
dati trimestrali la Fiat ha registrato più di 2 miliardi di utile operativo,
secondo le parole dello stesso Marchionne.
Nei primi nove mesi del 2010, con
586 miliondi di euro, il Gruppo ha quasi raddoppiato la gestione ordinaria
rispetto al 2009. Portando la società a rivedere al rialzo gli obiettivi per
quest'anno.
Bene, anzi, ottimo! Se l'azienda va bene, è meglio anche per gli
operai. Così ci hanno inculcato da decenni i cantori del capitalismo e del
libero mercato. Manco per niente! Nel capitalismo l'impossibile è possibile, e
l'assurdo una regola. Infatti, contemporaneamente alla diffusione dei dati, Fiat
ha chiesto la cassa integrazione in deroga (per otto mesi) per 4507 dipendenti
dello stabilimento di Pomigliano e 305 dello stabilimento di Nola (con il solo
no della Fiom, ma solo perché, si sostiene, il cambio di tipologia – da cig
straordinaria per ristrutturazione a cig in deroga, e la nuova newco, non
garantiscono il futuro dei lavoratori), e al contempo ha sospeso la produzione
nello stabilimento polacco di Tychy per 2 settimane.
La cosa parrebbe un vero
e proprio controsenso, se non fosse che nel capitalismo si produce non ciò che
serve, ma ciò che crea profitto. E in nome della logica del profitto azioni che
il più comune buonsenso giudicherebbe insensate, diventano perfettamente
logiche.
Sempre secondo “l'amico degli operai” Marchionne, di questi utili
nemmeno un euro sarebbe arrivato dall'Italia, rinnovando il ricatto sulla
chiusura degli stabilimenti se gli operai non abbasseranno la testa sino a
leccare le scarpe del padrone.
Affermazione che ha scatenato le ire persino
del nuovo paladino della cosiddetta sinistra italiana, Nichi Vendola,
scandalizzato dal fatto che “le cose che ha detto sono venate da una specie di
insensibilità nei confronti della Patria”.
Come nazionalizzare
la Fiat
Sempre nel corso della trasmissione Che
tempo che fa di Fazio (che lo ascoltava con sguardo entusiastico),
Marchionne ha anche detto che Fiat è l'unica azienda durante la crisi a non
avere bussato al governo per avere aiuti, e che per quanto riguarda gli aiuti
passati... “qualsiasi cosa sia successa è successa, è passata. Lo Stato è sempre
stato ripagato creando realtà industriali”; mentre gli incentivi sarebbero
“soldi dati ai consumatori, non a noi direttamente”.
Secondo gli studi della
Cgia di Mestre negli ultimi 30 anni Fiat ha ricevuto dallo Stato (in realtà, dai
lavoratori, cioè dagli unici che devono pagare le tasse) poco meno di 8 miliardi
di euro, ed in questa analisi viene specificatamente detto che non è stato
tenuto conto dell'importo sostenuto per gli ammortizzatori sociali (cassa
integrazione etc.).
Come dire che la Fiat è già stata nazionalizzata dai
lavoratori italiani. Che non è però ancora quello di cui ci sarebbe bisogno,
perché le aziende in crisi, dove il sangue e le lacrime dei lavoratori è scorso
copioso negli anni, vessati e sfruttati fino al limite della sopportazione
umana, devono essere nazionalizzate davvero, e cioè senza indennizzo e sotto il
controllo dei lavoratori. Altro che pagare 8 miliardi di euro per avere ciò che
già ci dovrebbe appartenere!
Cassa integrazione o lotta di
classe
All'inizio della crisi, siamo stati l'unico
partito della sinistra italiana (ogni tanto bisogna pur dirlo) ad avanzare la
parola d'ordine “No alla cassa integrazione!”, consapevoli che questa altro non
è che uno strumento in mano al capitale per fare pagare la crisi ai lavoratori e
per rompere la solidarietà operaia: dividendoli e allontanandoli dai luoghi di
lavoro al fine di prevenire possibili esplosioni di lotta. Quanto sta accadendo
a Pomigliano è la migliore riprova di quanto avessimo (ahinoi) ragione. Basti
pensare a cosa avrebbe potuto facilmente portare la coraggiosa resistenza degli
operai in lotta in una situazione diversa da quella attuale (in cui gli operai
sono di fatto messi fuori dalla fabbrica).
Per la fine di questo mese la Cgil
ha indetto l'ennesima manifestazione di sabato. Cioè l'ennesima parata voluta
dal gruppo dirigente, che ora ha anche il compito di incoronare la
neo-segretaria Susanna Camusso, craxiana salita al vertice del sindacato con il
mandato di piegare le resistenze della Fiom e di firmare il patto sul nuovo
modello contrattuale che il suo predecessore non aveva potuto firmare.
Di ben
altro ci sarebbe bisogno per ribaltare i rapporti di forza e gettare le basi per
fare pagare la crisi a chi l'ha causata, padroni e banchieri. Ma lo diciamo
chiaramente: nemmeno lo sciopero generale, giustamente tanto invocato dai
lavoratori, se isolato, sarebbe sufficiente.
Il momento che stiamo vivendo
non è un momento storico come un altro. Si sta giocando l'esistenza stessa
delle classi in lotta. La borghesia rischia di perdere tutto (e se non l'ha già
perso, è solo perché ai lavoratori manca una direzione rivoluzionaria), i
lavoratori di tornare indietro di 50 anni.
La borghesia, almeno quella più
illuminata, sa del rischio potenzialmente enorme che sta correndo: che è molto
più grande della caduta dei profitti: è quello dell'ascesa rivoluzionaria del
proletariato, suo nemico e successore naturale alla guida della società umana. E
allora non esita a giocare tutte le carte in suo possesso: dai manganelli della
polizia a... Nichi Vendola, identificato come nuovo pompiere ideale per spegnere
i fuochi delle lotte. Per questo, se si vuole provare a vincere, che oggi
equivale a dire a non soccombere, occorre una prova di forza straordinaria, che
vada ben al di là dello sciopero generale.
Occorre uno sciopero prolungato,
occorre togliere ai padroni quello che hanno di più caro: le loro aziende. E da
lì costruire una vertenza generale che unifichi tutte le istanze di lotta della
società (immigrati, precari, donne, casa, studio, gblqt, sanità, ecc.).
Una
prova di forza che deve unire il proletariato del mondo intero, a partire
dall'Europa che già si sta sollevando, anche se per ora ognuno nel proprio Stato
nazionale, a causa delle barriere erette dalle burocrazie sindacali e dalla
socialdemocrazia. Bisogna invece unire le lotte su scala internazionale:
perché la vittoria dei lavoratori (cioè la rivoluzione) o è mondiale, o non
è.
(*) operaio metalmeccanico, responsabile nazionale
lavoro sindacale Pdac
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