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Lo scandalo
continuo
della
borghesia italiana
di
Claudio Mastrogiulio
Non è passato giorno, in questa calda estate
del 2010, senza che venisse a galla un avvenimento scandaloso riguardante il
rapporto capitalismo-politica. Appare inutile passare in rassegna la descrizione
di ogni scandalo nella sua specifica caratterizzazione.
Ciò che sembra
necessario, qui, è un'analisi complessiva su quanto sta accadendo. Gli scandali
P3, appalti post-terremoto a L'Aquila, infiltrazioni mafiose in appalti decisivi
per l'economia italiana, agganci strutturali tra politici corrotti e speculatori
hanno un elemento in comune: la necessità, per la loro determinazione,
dell'esistenza di un sistema economico incentrato sul profitto di pochi a
discapito di molti. Non è certamente un caso se si pensa che il dilagare degli
scandali che si stanno susseguendo si sta palesando in un periodo di profonda
crisi del sistema capitalistico.
Sullo sfondo un dato
incontrovertibile: la crisi capitalistica
Il capitalismo, e
quello italiano non fa eccezione, sta attraversando un profondissima crisi a
livello internazionale. Una crisi che ne sta cambiando inevitabilmente il volto,
e che ne sta mettendo in discussione alcuni caratteri strutturali. Se si guarda
alla storia italiana, si può facilmente tracciare un parallelo tra l'attuale
situazione economico-politica del Paese con quella che caratterizzava gli anni
della c.d. Tangentopoli. Delineato il quadro oggettivo, occorre precisare in
quale rapporto stiano i fattori della crisi economica e degli scandali politici.
I comunisti non possono commettere un errore così madornale come sarebbe quello
di ritenere i due fattori in un rapporto di equiordinazione. Nulla sarebbe più
sbagliato e fuorviante. In realtà, ad un'analisi più approfondita dei fatti,
corrispondono delle conclusioni radicalmente alternative; la colossale crisi
economica che sta attanagliando il capitalismo è la causa scatenante che ha come
effetto l'emersione di questi scandali. Non bisogna mai dimenticare che,
all'interno di quest'ordine economico-sociale, la poltica è semplicemente uno
strumento al servizio della borghesia nazionale ed internazionale. Politica ed
economia non si pongono affatto sul medesimo livello; ma sono l'una alle
dipendenze dell'altra.
Nell'attualità del quadro politico italiano, a
calcare la scena indossando le vesti di attore protagonista, è la maggioranza di
centrodestra guidata da Berlusconi. Un altro tassello fondamentale per
articolare l'analisi appena abbozzata è il riferimento allo scontro, tutto
interno ai poteri forti del Paese, tra chi vuole la testa di Berlusconi e chi
ritiene conveniente continuare con questa maggioranza. A questa
contrapposizione, che vede il predominio della prima fazione, corrisponde, come
sottoprodotto, la rottura tra finiani e centrodestra, con i primi pronti ad
appoggiare un governo di "unità nazionale" composto da Udc, Rutelli (Alleanza
per l'Italia), Pd, Idv e fors'anche Sinistra e Libertà di Vendola. Non
potrebbero interpretarsi altrimenti i continui affondi nei confronti della
maggioranza di centrodestra da parte dei giornali vicini a pezzi importanti dei
poteri forti italiani (vedi La Stampa). Ultimo, ma solo in ordine di
tempo, l'attacco frontale sferrato da Famiglia Cristiana (uno dei più
importanti megafoni del Vaticano) a Berlusconi e al berlusconismo.
La crisi
capitalistica mette in pericolo l'intero sistema; il quale ha due modi per poter
trarre in salvo la struttura economico-sociale esistente: imbonire le masse,
facendo loro credere che far saltare qualche testa (vedi Scajola, Brancher,
Balducci, ecc.) possa servire a cambiare le cose (c.d. questione morale!);
oppure, in seconda ed eventuale battuta, attuare un'ondata di azioni repressive
qualora le masse non dovessero credere alle falsità propinate dalle istituzioni
dello Stato borghese. Dunque, o una specie di "rivoluzione di velluto" oppure
repressione su vasta scala. È del tutto evidente come, dal punto di vista della
borghesia italiana, sia meno dispendioso e perciò più profittevole sbarazzarsi
di qualche servo sciocco colto con le mani nella marmellata, piuttosto che
inasprire le già esistenti e vive tensioni sociali con politiche repressive.
In una tale situazione, Berlusconi e la sua maggioranza, in un primo momento
accettati seppur non scelti dalla grande borghesia confindustriale e vaticana,
sembrano non essere più funzionali a governare la crisi in cui il capitalismo
italiano è andato sprofondando.
Gli scandali e la loro
contestualizzazione
Assodato quanto detto, non resta che
dimostrare quanto è stato solamente abbozzato. Chi fa del materialismo
dialettico la modalità attraverso la quale interpretare la realtà, non può
pensare che un susseguirsi così frenetico e continuativo di scandali possa
essere frutto di una semplice coincidenza. Susseguirsi di scandali, nella storia
del capitalismo italiano, ve ne sono sempre stati. Ciò che caratterizza questa
fase politica è la devastante crisi economica. Non è un caso se le peggiori
trame "occulte" dei servi del Capitale vengano a conoscenza delle masse durante
momenti in cui l'intero sistema sembra vacillare. Così fu negli anni Settanta
con la cosiddetta P2; così fu negli anni di Tangentopoli; e lo stesso accade
anche oggi. In tutti e tre gli episodi citati, il sistema economico-politico
attraversa una profonda crisi. Sono cicli che vanno di pari passo con i collassi
strutturali del sistema economico. Restando ai riferimenti storici tutti
nostrani, occorre sottolineare il ruolo salvifico, per la borghesia, giocato dai
rappresentanti dello stalinismo italiano. Negli anni Settanta, infatti, il Pci
di Berlinguer pianificava la tattica del "compromesso storico" per illudere le
masse che il capitalismo, se governato anche dai "comunisti", potesse offrire
migliori condizioni di esistenza al proletariato italiano. Negli anni di
Tangentopoli, fu il Pci-Pds, nei fatti, a preparare il terreno per la
costituzione della c.d "seconda repubblica", illudendo ancora una volta le masse
che l'inchiesta giudiziaria e la sostituzione dell'apparato politico avrebbe
realmente modificato qualcosa all'interno della società. Oggi sono quei delfini
dello stalinismo che compongono le fila del Pd a prendere sulle proprie spalle
la responsabilità di guidare un governo di transizione che liquidi Berlusconi e
riscriva la legge elettorale. Questa è, in brevissima sintesi, la visione
plastica dei danni incalcolabili provocati dallo stalinismo italiano.
La necessità di
un'alternativa radicale
È dunque assolutamente evidente la
malafede di chi, anche nelle file della sinistra, proponga accordi programmatici
o di desistenza col Pd in prospettiva elettorale. Il riferimento è palesemente
rivolto alle ultime dichiarazioni dei massimi esponente del Prc, i quali hanno
nuovamente rivendicato la necessità di un'alleanza (c'è da discutere solo sulla
forma) coi rappresentanti più autorevoli della grande borghesia italiana, vale a
dire il Pd.
Come non ci stancheremo mai di ribadire, la corruzione, il
malaffare altro non sono che sottoprodotti delle caratteristiche strutturali di
un sistema economico e sociale incentrato sul profitto e sullo sfruttamento da
parte di un'esigua minoranza nei confronti della stragrande maggioranza. Il
discrimine fondamentale tra la brodaglia riformista (dirigenti di Sel e Prc) e i
rivoluzionari sta nel concepire la lotta contro la corruzione ed il malaffare
come un tassello della contrapposizione all'intero sistema capitalistico. Un
tassello certamente importante, ma non sufficiente per poter effettivamente
mettere in discussione lo stato di cose presenti. A ciò occorre aggiungere la
necessità di costruire un movimento di massa, radicale ed unitario, di tutto il
mondo del lavoro italiano. Un movimento che abbia la maturità di comprendere
quanto iniquo sia l'attuale sistema economico-sociale e, soprattutto, la
centralità della dicotomia capitale-lavoro quale stella polare di questa
contrapposizione. Solo un movimento che assuma questa consapevolezza potrà
effettivamente creare le condizioni per poter parlare di questo marciume come
uno squallido ricordo del passato.
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