E' un'afosa serata di fine luglio,
sono passate da poco le ore 20. Mentre scoliamo la pasta, in sottofondo è
sintonizzato il telegiornale "progressista" de La7. Certo, non che si parli dei
milioni di licenziamenti in corso, né tantomeno - ci mancherebbe! - delle lotte
degli operai o dei precari della scuola: ma almeno qualche cosa sugli scandali
della P3 la dicono. Meglio di niente, meglio di Minzolini: giusto per scolare la
pasta.
Dallo schermo ronzano le solite noiose notizie, che stancamente si
mischiano alla canicola estiva: ministri e sottosegretari coinvolti in logge
massoniche o associazioni a delinquere di stampo mafioso, festini a luci rosse
per i parlamentari del centrodestra e del centrosinistra, preti e prelati
pedofili difesi a spada tratta da papa Benedetto XVI. La solita tiritera,
nessuno ci fa più caso: anche il cane sbadiglia.
Ma c'è una parola che
suscita terrore, più di tutte, soprattutto se la si sente pronunciare nel cuore
dell'estate: è la parola "riforma". Il cane, che sonnecchiava, ha uno sconquasso
e drizza le orecchie quando sente che, "finalmente", è arrivata in Senato "la
tanto attesa riforma dell'università". Se si parla di riforme -soprattutto, se
si parla di riforme di mezza estate- un cataclisma, di sicuro, è in arrivo. "Una
riforma di alto profilo", rincara la dose il relatore del provvedimento,
Giuseppe Valditara del PdL: la pasta si raffredda, il cane mugugna.
Tremonti e
Gelmini: un cocktail micidiale
Le notizie che giungono, a
ministri e sottosegretari, dalle tradizionali località turistiche estere degli
italiani non sono per loro rassicuranti (sarà per questo che il presidente del
Consiglio si cimenta in prima persona negli spot per incentivare le vacanze in
Italia?). In Grecia, la rivolta è all'ordine del giorno e non risparmia nessuno,
nemmeno i turisti: i porti sono rimasti bloccati per una serie di scioperi che
hanno paralizzato il trasporto marittimo. In Spagna, lo sciopero dei trasporti
organizzato dal sindacalismo conflittuale ha paralizzato il Paese: e nuove
proteste si annunciano, anche in piena estate. Per fortuna dei ministri e dei
sottosegretari di casa nostra, la Francia non è una meta molto ambita d'estate:
altrimenti ai turisti italiani toccherebbe di sentire delle decine di fabbriche
occupate e presidiate dagli operai in via di licenziamento. Meglio che
l'Italiano che può permettersi una vacanza resti in Italia, dove, grazie al
prezioso (per i padroni) lavoro di pompieraggio del conflitto orchestrato dalle
direzioni dei sindacati concertativi (dall'Ugl alla Cgil) -e grazie anche al
settarismo e all'autoreferenzialità di una gran parte delle attuali direzioni
del sindacalismo di base, più pronti a ritagliarsi spazi di sopravvivenza nella
barca che affonda che a organizzare le lotte- la protesta di massa non è ancora
arrivata.
Ma, a nostro avviso, manca poco: il massacro in corso non
risparmia nessuno. Il settore privato oggi appare come un malato terminale, che
è tenuto in vita solo dagli ammortizzatori sociali (cassa integrazione,
contratti di solidarietà, ecc). Il pubblico subisce la più grossa batosta dal
dopoguerra: agli 8 miliardi di tagli previsti dalla Legge 133 dell'estate 2008
vanno ad aggiungersi altri pesantissimi tagli con la manovra Tremonti. E'
prevista per il prossimo anno, sulla pelle dei lavoratori dell'università e
degli studenti, una cura dimagrante pari a 1,3 miliardi di euro al fondo di
funzionamento degli atenei, senza contare gli altri tagli che riguardano il
mondo della cultura e dell'istruzione.
La "riforma" Gelmini dell'università,
come già quella della scuola primaria e secondaria, serve a dare un vestito alla
realtà nuda e cruda dei tagli miliardari. Se nel nostro Paese l'aria che tira è
ancora fiacca, è lecito supporre che si tratti della calma prima della tempesta:
nessun governo è così sciocco da pensare che si possano far digerire milioni di
licenziamenti senza aspettarsi qualche fuoco di protesta, tanto più se finiscono
le briciole da distribuire. E a fronteggiare quel fuoco il governo si è già
preparato, inasprendo le cosiddette leggi sulla sicurezza. Dall'altra parte
della barricata, ci dovremo preparare a organizzare le lotte affinché siano
vincenti.
Non c'è mai fine
al peggio
L'Università italiana godeva di pessima salute, su
questo non c'è dubbio. Decenni di riforme bipartisan -da De Mauro e Berlinguer
per il centrosinistra, fino alla Moratti per il centrodestra- l'hanno
trasformata in un contenitore vuoto, sempre meno alla portata dei figli dei
lavoratori (per il vertiginoso aumento delle tasse e per lo smantellamento dei
servizi), sempre più scadente dal punto di vista della formazione. Gran parte
della didattica degli atenei, fino a oggi, si è basata sul volontariato di
borsisti e ricercatori sottopagati, disposti ad accettare condizioni salariali
infime e degradanti (i borsisti non hanno nemmeno un contratto di lavoro!) pur
di svolgere attività di ricerca. Il baronato è una realtà palpabile negli atenei
italiani: chi, fino ad oggi, aspirava a un posto di lavoro, doveva farsi decenni
di gavetta non pagata, per sperare che il buon animo di un professore ordinario
lo aiutasse a organizzare un concorso ad hoc come premio a tanta prostazione. Si
poteva così diventare ricercatori a poco più di mille euro al mese, ma
finalmente a tempo indeterminato.
Ora, grazie alla Gelmini, tutto questo
squallore baronale scomparirà: come scompare il male a un piede dopo che la
gamba è stata amputata. Il paragone è macabro, ma rende bene l'idea di quello
che sta per accadere all'università italiana e, in particolare, ai tanti precari
della ricerca: l'università statale verrà privata delle risorse minime utili a
sopravvivere, i precari potranno sperare solo nella disoccupazione. Il Ddl,
infatti, prevede, oltre al taglio delle risorse, la scomparsa del contratto a
tempo indeterminato per i ricercatori: verranno assunti per tre anni,
rinnovabili di altri tre. E poi? "Al termine dei sei anni (3+3) se il
ricercatore sarà ritenuto valido dall'ateneo sarà confermato a tempo
indeterminato come associato", recita un opuscolo informativo diffuso
dall'ufficio stampa del ministero. Peccato che quel "se" sia grosso come una
montagna: il blocco del turn over farà sì che per ogni cinque docenti che vanno
in pensione se ne assumerà, se va bene, solo uno. Sempre che nel frattempo
l'ateneo abbia raggiunto gli standard richiesti dal Ministero -ricevendo quindi
i finanziamenti dal governo- e non sia andato in bancarotta. Per la stragrande
maggioranza di coloro che riusciranno ad ottenere un contratto da ricercatore la
probabilità di restare disoccupato dopo il secondo rinnovo (a sua volta incerto)
è altissima.
A questo vanno aggiunti: la riduzione di un terzo dei fondi per
le borse di studio, la riduzione del 20% delle risorse per mostre e convegni, la
riduzione del 50% dei fondi per i viaggi d'istruzione all'estero (Erasmus), la
dilatazione del pagamento del Tfr, il congelamento degli effetti economici delle
conferme in ruolo per un triennio (ricostruzioni di carriera). Per i ricercatori
già assunti, la musica non cambia: si propone il blocco degli scatti di
anzianità per ricercatori e docenti fino al 2013, l'eventuale recupero potrebbe
dipendere dall'aumento delle tasse sul consumo di tabacchi. E' proprio il caso
di dire che l'università sta andando in fumo...
La
complicità del Pd, la necessità di una risposta di classe
La
riforma dell'università, a differenza di quella della scuola primaria e
secondaria, è un argomento che interessa molto la borghesia italiana: non è un
caso che il quotidiano che sta dedicando più spazio al decreto legge è il
Sole24ore. Lo sfascio dell'università statale apre, per banche e imprese,
l'occasione di investire nella formazione privata: il loro auspicio è che si
possa arrivare presto a università appendici di banche e imprese, con rette
stratosferiche. La stessa riforma Gelmini apre le porte a quel modello,
imponendo ad ogni ateneo un consiglio di amministrazione costituito per il 40%
da esterni (cioè manager privati, incluso il presidente) che dovrà gestire le
università come fossero aziende: la didattica diventa un optional, la cultura
pure.
In vari atenei hanno preso il via le prime proteste: dopo lo sciopero
del personale universitario del 1 luglio (con occupazioni simboliche in tutte le
università), i ricercatori, i borsisti ma anche alcuni docenti stanno
organizzando azioni di protesta che potranno paralizzare l'avvio dell'anno
accademico.
Proprio perché la riforma dell'università è cara a
Confindustria, il Pd -a differenza che per la riforma delle scuole primarie e
superiori, dove si concede di emettere qualche gemito di rimostranza (per bocca
di quelli che hanno contribuito ai tagli, come Fioroni e la Bastico)- collabora
attivamente. L'onorevole Treu del Partito Democratico si è pubblicamente
compiaciuto del "clima di dialogo costruttivo" che c'è stato in Commissione
Cultura, sottolineando come le "idee di fondo si sono rivelate comuni". Quando
si tratta degli interessi fondamentali della borghesia, i due schieramenti
padronali, Pd e Pdl, marciano compatti.
L'unica strada che occorre
percorrere per respingere i tagli all'istruzione è quella della lotta: occorre
unificare le vertenze e creare un fronte unico della classe lavoratrice che
respinga la manovra finanziaria e i licenziamenti nel pubblico e nel privato,
rispedendoli al mittente.