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Fiat: l'arroganza padronale
non conosce limiti
I LICENZIAMENTI
NON POSSONO FERMARE LA
LOTTA!
di Davide Margiotta (*)
E' passato quasi un mese dal referendum-farsa di Pomigliano organizzato in
combutta col padrone dai sindacati gialli Cisl, Uil, Fismic e Ugl. Nonostante le
pressioni e il ricatto della perdita del posto di lavoro gli operai non si sono
piegati e, dati alla mano, hanno respinto il piano padronale di distruggere
diritti e conquiste di secoli di lotte col consenso dei lavoratori. E' bene
ricordare infatti che gli operai hanno votato in stragrande maggioranza contro
l'accordo della vergogna.
Solamente Slai-Cobas e Fiom si sono messi di
traverso rispetto al piano padronale. Anche se la direzione Fiom ha cercato da
subito di tornare a sedersi al tavolo. Addirittura il giorno seguente il
referendum, invece di lanciare la mobilitazione su larga scala, forte della
disponibilità alla lotta mostrata dagli operai persino tramite il voto, si è
detta disponibile a riaprire la trattativa.
Purtroppo per certi burocrati
sindacali, però, ci sono momenti nella storia (che è storia di lotta di classe)
in cui la trattativa non è possibile, perché la controparte, per salvare i
propri profitti, non vuole cedere nulla. Nel mondo si sta combattendo una guerra
all'ultimo sangue tra Capitale e lavoro. Il problema è che i proletari non hanno
un comando per le proprie truppe. Questa guerra viene combattuta giorno dopo
giorno dalla Fiat alla più piccola officina in capo al mondo, ovunque con lo
stesso scopo (diminuire e precarizzare il personale, aumentare la produttività,
aumentare i ritmi, eliminare ogni diritto e ogni conquista).
Diplomazia in tempo di
guerra
E così, mentre è in atto una guerra mondiale
di simile portata, la burocrazia sindacale (questo strato di parassiti che trae
dal sistema capitalista il proprio sostentamento e che dunque lavora attivamente
per la salvaguardia del sistema) finge di ignorare persino che si stia
combattendo, questa guerra.
La burocrazia Fiom, invece di radunare le truppe
per prepararle alla battaglia (e avrebbe la possibilità di farlo), si limita
alla diplomazia: uno sciopero ogni tanto (quel tanto che basta per non
disturbare troppo il manovratore), una minaccia di ricorrere alla magistratura,
una apertura al “dialogo”.
Questa linea per i lavoratori è assolutamente
fallimentare. E infatti mentre certi burocrati giocano alla diplomazia in tempo
di guerra, il padrone prova l'affondo finale. Da Mirafiori a Terni iscritti e
delegati della Fiom vengono licenziati con vari pretesti. Il messaggio è chiaro:
non si ammette nessun tipo di dissenso, forti anche del sostegno aperto del
governo.
Talvolta la mente umana gioca degli scherzi. Se una cosa ci
spaventa, tendiamo a rimuoverla. Così fanno i burocrati, che temono più di ogni
altra cosa l'esplosione delle lotte. Di fronte a un attacco padronale senza
precedenti, di fronte alla chiara rappresaglia contro i lavoratori
sindacalizzati, Guglielmo Epifani non trova di meglio che dichiarare: “Fiat sta
sbagliando strada e prima se ne accorge e meglio è. C'è il rischio di una
radicalizzazione; una situazione che non va bene né per i lavoratori, né per
l'azienda, né per il Paese”.
Pomigliano: nuovo modello per
tutti
Da subito abbiamo segnalato come l'accordo
della vergogna siglato a Pomigliano fosse, nelle intenzioni dei firmatari, un
cavallo di Troia.
Il ministro del Lavoro Sacconi lo ha dichiarato
apertamente, intervenendo alla presentazione del rapporto sulle liberalizzazioni
2010: “L'accordo di Pomigliano farà scuola. [...] I referendum non si devono più
fare anche se quello è andato benissimo. In un sistema moderno competitivo non
può che esserci una democrazia delegata. [...] Non abbiamo mai avuto una
democrazia assembleare, è solo la Fiom che la chiede”.
Con l'entrata in
vigore dell'accordo sul nuovo modello contrattuale, firmato da governo e
Confindustria, insieme alle direzioni collaborazioniste di Cisl e Uil, di fatto
si demolisce il Contratto collettivo nazionale di lavoro, liberando le imprese
dal vincolo di contrattare collettivamente diritti e salari dei lavoratori. E
ovviamente i lavoratori presi singolarmente, o azienda per azienda, hanno molta
meno forza per lottare.
I licenziamenti di questi giorni hanno a che vedere
più con Pomigliano che con altro (nel caso di Mirafiori esplicitamente, negli
altri casi apparentemente meno). Il ministro Sacconi, che non perde mai
occasione per stare zitto, parlando a margine dei lavori sulla manovra a Palazzo
Madama, è arrivato a mettere in discussione il diritto stesso dei lavoratori a
lottare: "Ci sono stati episodi che, se veri, sono gravi. Non si puo' impedire
ad altri di lavorare e impedire ai semilavorati di circolare. Mi auguro che
siano gli ultimi fuochi di un mondo che si esaurisce e che la lettera della Fiom
significhi che dopo la tempesta possa tornare il sereno”, facendo riferimento
alla lettera distribuita da alcuni lavoratori di Mirafiori durante il corteo del
14 in cui si invitava Marchionne a un confronto “senza filtri e finzioni
mediatiche”.
Ma la lotta di classe non si
può fermare!
Nonostante gli auspici di padroni e
burocrati, la lotta di classe non si può fermare! Certo gli operai sono
rallentati e respinti indietro a ogni passo dalle direzioni riformiste
(sindacati e partiti governisti), pronte a svendere a ogni curva diritti e
conquiste per una manciata di mosche. Ma finchè la società resterà divisa in
classi, contrapposte per loro stessa natura, la lotta di classe non si
arresterà.
Ancora una volta, di fronte ai gravissimi fatti di questi giorni,
la riposta delle burocrazie è insufficiente (il solito sciopero saltuario). Ma i
lavoratori di Pomigliano, che pure vivono in una zona disagiata in cui
l'abbandono della Fiat potrebbe voler dire anni di disoccupazione e depressione,
hanno dimostrato di non accettare ricatti e di essere pronti a lottare.
E'
ora di sviluppare questa lotta. Bisogna lanciare la parola d'ordine
dell'occupazione di tutti gli stabilimenti del gruppo Fiat, a partire da
Pomilgiano! La classe operaia della Fiat potrebbe così non solo respingere
l'attacco di Marchionne ma anche diventare, come altre volte nella nostra
storia, punto di riferimento di tutte le lotte operaie in corso.
I lavoratori
sono sotto il tallone di ferro di un attacco senza precedenti da parte delle
classi dominanti in rovina, che lottano senza esclusione di colpi per salvarsi
dalla catastrofe . Ad oggi quello che manca per reagire e invertire la rotta non
è certo il coraggio o la disponibilità al sacrificio. Quello che manca è una
direzione rivoluzionaria, in grado di trasformare ogni attacco padronale, ogni
ingiustizia sul posto di lavoro e ovunque nella società, in altrettante
scintille di rivolta. Una direzione a livello internazionale in grado, partendo
dai bisogni elementari delle masse, di sollevare i miliardi di oppressi del
mondo e rovesciare una volta per tutte questo sistema di sfruttamento universale
chiamato capitalismo.
(*) operaio
metalmeccanico, responsabile nazionale lavoro sindacale
Pdac
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