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Lotta di classe in
Europa
UNA LUNGA ESTATE
CALDA
di Alberto
Madoglio
Chi sperava
nel cocktail micidiale fatto di
calura estiva e mondiali di calcio in Sudafrica per vedere rifluire le
mobilitazioni di massa che da mesi, pur con vari livelli di intensità e
di
radicalità, stanno attraversando l'Europa devastata da tre anni di crisi
economica, ha fatto male i suoi conti.
Non va sottovalutato il ruolo che
nella storia il panem et circensis ha avuto nel creare consenso
tra le
classi dominanti. Ma così come non fu la vittoria di Bartali al Tour de
France
del 1948 a impedire l'insurrezione scoppiata dopo l'attentato a
Togliatti
(furono le burocrazie di Pci e sindacato a bloccare la lotta), non
saranno certo
qualche decina di partite di calcio a far dimenticare ai milioni di
lavoratori
che il loro immediato futuro è fatto di licenziamenti, disoccupazione,
diminuzione di salari e così via.
I programmi di austerità varati dai governi
europei nelle scorse settimane, colpendo duramente le condizioni di vita
di
milioni di loro cittadini, non potevano essere approvati senza creare un
ampio
movimento di protesta e ribellione.
GRECIA:
STATO DI
MOBILITAZIONE PERMANENTE
In Grecia nei
giorni scorsi c'è stato il
quinto sciopero generale (l'ennesimo da inizio 2010) da quando il
governo
socialista di Papandreu ha annunciato il pacchetto di misure economiche
per
cercare di salvare banche e multinazionali europee dal disastro
economico.
Se per le sorti dei capitalisti del continente il governo di Atene ha
mostrato una piena e incondizionata attenzione, lo stesso non si può
dire per le
sorti dei propri cittadini più deboli. Dopo aver negato o minimizzato
gli
effetti della manovra, l'esecutivo greco ha dovuto ammettere che il
Paese sarà
in recessione per almeno altri due anni (che, aggiunti ai due già
passati,
fanno quattro anni di contrazione economica, peggio che al tempo della
dittatura
dei Colonnelli).
Per queste ragioni la classe operaia greca è oggi
all'avanguardia della lotta contro le politiche economiche imposte dal
capitale.
Sulla stampa borghese abbiamo letto dei brevi dispacci in cui si diceva
che
forse la popolazione si starebbe rassegnando a fare quei sacrifici che
Fmi e Ue
reclamano a gran voce. A sostegno di questi auspici, si riportavano dati
dell'ultimo corteo di scioperanti che sarebbe stato, sempre secondo la
propaganda dei pennivendoli del Capitale, un mezzo fallimento.
In verità
decine di migliaia di lavoratori in corteo per l'ennesima volta, il
blocco quasi
totale dei trasporti del Paese (marittimi, di terra e aeroportuali) così
come la
convocazione di un nuovo sciopero generale per gli inizi di luglio (1),
quando
il parlamento sarà impegnato nella votazione della finanziaria
presentata dal
governo, dimostrano l'esatto contrario. La Grecia sta vivendo da quasi
18 mesi
(non dobbiamo infatti dimenticare che massicce mobilitazioni sono
iniziate già
nel dicembre 2009, più precisamente dopo l'omicidio di un giovane
militante
anarchico da parte della polizia ellenica) una situazione di
mobilitazione
permanente, che è lungi dall'aver iniziato la sua parabola discendente.
Ma se
la terra di Omero è oggi la punta più avanzata della lotta di classe,
non è
certo un caso isolato.
GLI
EFFETTI DELLA CRISI
NELLA MITTLEUROPA
Qualche giorno fa a Bucarest migliaia di
manifestanti hanno tentato l'assalto con bombe molotov (Atene insegna)
al
Parlamento rumeno. Il crollo dello stalinismo e la reintroduzione del
capitalismo non hanno dato i risultati che i cantori del libero mercato
si
immaginavano. Per la Romania, così come Polonia, Ungheria, Russia, la
democrazia
occidentale ha portato immense ricchezze per pochi oligarchi (di norma
ex
dirigenti dei locali partiti stalinisti), per la stragrande maggioranza
della
popolazione ha provocato una regressione delle condizioni di vita,
causata dalla
distruzione delle conquiste sociali che il sistema precedente garantiva,
pur se
gestito non nell'interesse dei lavoratori ma principalmente della casta
burocratica dominante. Questo sta creando non solo forti tensioni
sociali nei
differenti Paesi, ma anche un nazionalismo dai toni sempre più accesi.
Il
governo di destra in Ungheria, nel quale è presente una forza
dichiaratamente
fascista, per cercare di togliere l'attenzione della popolazione dalla
crisi che
sta duramente colpendo il Paese, ha annunciato il varo di una norma per
dare la
cittadinanza agli slovacchi di etnia ungherese. La barbarie nazionalista
è un
altro dei frutti avvelenati che la Grande Recessione sta lasciando
dietro di
sé.
LE
VERE "FURIE ROSSE": I
LAVORATORI SPAGNOLI
Un altro Paese
europeo, la Spagna, che a
prima vista sembrerebbe non avere nulla in comune con le altre
situazioni
esaminate, dimostra al contrario come vi sia uno sviluppo simile nella
crisi:
crescita del periodo pre-crisi drogata da bolle speculative, dopo il
2008 crollo
produzione, aumento esponenziale disoccupazione, tentativo del governo
di far
pagare la crisi ai lavoratori.
Altro tratto comune è il ruolo sfacciatamente
filo governativo delle direzioni sindacali, che a Madrid ha forse
raggiunto uno
dei livelli più acuti degli ultimi anni.
Davanti a oltre 4 milioni di
disoccupati (pari al 20%), a tagli di bilancio su pensioni, salari
pubblici,
welfare, per oltre 50 miliardi di euro, le direzioni di Ugt e Ccoo
stanno
cercando in ogni modo, al di là di alcune dichiarazioni sdegnose per le
scelte
governative, di salvare il governo socialista di Zapatero. Quando a
maggio il
premier aveva annunciato in diretta televisiva la cura draconiana che
riservava
al Paese, si sono limitate a convocare uno sciopero del settore pubblico
a
distanza di un mese, cercando sia di dividere il fronte del lavoro tra
pubblico
e privato, sia di depotenziare al massimo la rivolta popolare. Poi,
quando per
fronteggiare il crescente malcontento, hanno proclamato finalmente uno
sciopero
generale, la data è stata fissata per fine settembre! Verrebbe da
sorridere se
non si trattasse di un vero e proprio crimine contro i lavoratori che
quei
burocrati sindacali dicono di voler rappresentare: ecco cosa voleva dire
Lenin
quando affermava che i dirigenti riformisti delle organizzazioni operaie
sono
"agenti al soldo della borghesia".
Tuttavia la forza della lotta di classe è
infinitamente maggiore del più solido e sperimentato apparato sindacale
concertativo. Un esempio a sostegno di questa affermazione ci viene
ancora dalla
Spagna, dove nella capitale Madrid è stato indetto dai lavoratori della
metropolitana, contro le loro stesse direzioni sindacali maggioritarie,
uno
sciopero ad oltranza, senza la garanzia del servizio minimo, che sta
avendo un
enorme successo. Nonostante minacce di ritorsioni da parte della
direzione
aziendale i lavoratori continuano non solo ad astenersi dal lavoro, ma
anche a
difendere la loro lotta per mezzo di picchetti di sciopero, che a quanto
riporta
la stessa stampa borghese spagnola, si sono estesi sulle varie linee e
stazioni
della metro.
LA
QUESTIONE DELLE QUESTIONI:
QUALE DIREZIONE PER LE LOTTE IN CORSO
Quale è il
filo rosso che lega le
mobilitazioni in Europa, da Madrid a Parigi, da Atene, a Bucarest, alla
Fiat di
Pomigliano (che può raccogliere attorno a sé la riscossa di tutta la
classe
operaia contro l'attacco ferocissimo del padronato: a partire dallo
slogan
"Pomigliano non si tocca")?
Nella fase attuale della crisi, i lavoratori e le
classi subalterne, invece che retrocedere di fronte agli attacchi che
sferra
loro il capitale, cercano di ribattere colpo su colpo. Si tratta, tranne
il caso
greco, di una riposta ancora non generalizzata, ma dimostra che coloro i
quali
per anni ci hanno raccontato favole sulla fine della classe operaia, e
sulla
inutilità dello scontro di classe, hanno fatto male i loro conti.
La
questione centrale che si pone oggi è su quale direzione, politica e
sindacale,
i lavoratori possano fare affidamento per estendere, intrecciare,
organizzare e
quindi sviluppare le lotte.
Le direzioni tradizionali (partiti e sindacati
riformisti) continuano a dar prova del loro tradimento, cercando di
disarmare la
rabbia dei lavoratori. Allo stesso tempo vediamo che embrioni di nuovi
soggetti
che vogliono trovare una soluzione a questo dilemma stanno nascendo in
tutto il
Vecchio Continente.
Sul versante sindacale la nascita di nuovi soggetti o
l'unificazione di sigle (Usb in Italia, pur con tutti i limiti che
abbiamo più
volte segnalato) o lo sviluppo che stanno avendo altri di più vecchia
data
(Co.bas in Spagna), sono una prima risposta a questa esigenza.
Dal lato
politico, qualche accenddo di sviluppo e un maggior radicamento di
organizzazione rivoluzionarie, pur se nella maggior parte dei casi
ancora di
modeste dimensioni rispetto alle necessità oggettive, come è il caso
delle
sezioni europee della Lega Internazionale dei Lavoratori - Quarta
Internazionale, dimostrano che l'urgenza di costruire nuove
organizzazioni
politiche alternative ai vecchi apparati riformisti sta diventando
un'esigenza
sentita da settori più larghi di lavoratori. Da parte nostra raccogliamo
questa
sfida, facendo tutto quanto possibile perché questa occasione non sia
sprecata e
per questo continuiamo a impegnarci contemporaneamente per costruire un
più
largo fronte unitario delle lotte e una nuova direzione politica
rivoluzionaria:
che potrà nascere solo dall'unificazione di centinaia di militanti (oggi
dispersi e separati) attorno a un programma rivoluzionario,
internazionalista.
Le due cose dovranno marciare di pari passo: il partito che ancora non
c'è non
si potrà costruire solo nel fuoco dele lotte operaie e giovanili; le
lotte
potranno svilupparsi fino alle loro logiche conseguenze solo se si
costruirà
questo partito. Per questo possiamo ben dirci soddisfatti della
temperatura
sociale che cresce in tutta Europa e auspichiamo che questa sia davvero
una
lunga estate calda.
1)
Mentre scriviamo i giornali informano che lo sciopero generale del 8
luglio
contro la riforma pensionistica ha di nuovo completamente paralizzato il
paese.
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