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TROPPI PARTITI COMUNISTI
O NE MANCA ANCORA UNO?
Esplorazione nell'arcipelago della frammentata sinistra.
Quale
via di
uscita?
"Vorresti
dirmi di grazia quale strada prendere per uscire di qui?" disse
Alice.
"Dipende soprattutto da dove vuoi andare" rispose il
Gatto.
(Lewis
Carrol,
Alice nel paese delle meraviglie)
di Francesco
Ricci
Un luogo comune si aggira nelle
conversazioni tra compagni: ci sono troppi partiti comunisti o
"anticapitalisti", bisognerebbe smetterla di dividersi su questioni
secondarie e
iniziare a unirsi sull'essenziale. E' una frase che si sente ripetere
sempre più
spesso, magari quando viene annunciata la nascita di una nuova
organizzazione
che si rivendica comunista (o affine) e che si affianca a quelle già
esistenti:
Prc e Pdci; al loro interno a parte il blocco di maggioranza
(ferreriani-grassiani) varie aree e gruppi (l'Ernesto, Controcorrente,
Falcemartello, ecc.); alla loro sinistra, le tre organizzazioni nate da
scissioni di Rifondazione: Pdac, Sinistra Critica e Pcl; senza contare
le
innumerevoli sigle minori, staliniste, bordighiste, anarco-marxiste,
marxiste
libertarie, anarchiche tout court. Alcune rivendicano di non
essere un
partito (Sinistra Critica) o di non essere un "partito istituzionalista"
(Comunisti-Sinistra Popolare) (1). Altre si definiscono "centro studi", o
anche
"organizzazione di quadri con funzione di massa" (è il caso della Rete
dei
Comunisti, sigla forse poco nota ma che rivendica "un ruolo centrale"
nel
sindacalismo di base) (2).
Proviamo con questo articolo a fare una
breve
esplorazione dell'arcipelago della sinistra riformista, centrista e
rivoluzionaria; tentando di individuare le ragioni delle divisioni,
analizzando
le differenze. E' questo un metodo che contraddistingue il Pdac: mentre
la gran
parte delle altre organizzazioni si ignorano a vicenda, noi preferiamo
confrontarci con gli altri, quando è necessario anche polemicamente (ma
sempre
senza impiegare insulti e calunnie). E' possibile che la
caratterizzazione che
facciamo di qualche posizione risulti ad attivisti dell'organizzazione
interessata non corretta: siamo disponibili a un confronto: e per questo
mettiamo anche a disposizione il nostro sito web. Delimitare con
precisione
divergenze (e, se possibile, convergenze) è secondo noi un esercizio
sempre
prezioso.
Cosa
produce le
divisioni nel campo riformista?
Come tutti i luoghi
comuni,
anche quello sui "troppi" partiti comunisti è un cocktail composto da
1/3 di
verità e 2/3 di errore (con una spruzzatina di ingenuità). Il terzo di
verità
sta nella lista che abbiamo tentato qui sopra, troppo lunga se
raffrontata con
la necessità e l'assenza (evidente a tanti) di una organizzazione
radicata in
grado di sostenere lo sviluppo delle lotte contro gli attacchi della
borghesia.
I due terzi di errore stanno nell'inversione di causa ed effetto: si
tende a
dare per scontato che la divisione derivi dalla perversa volontà di
accentuare
le differenze, mentre sono le differenze (reali e grandi) che in molti
casi
(anche se non sempre) motivano la divisione.
Non sempre, certo: va
riconosciuto che in molti casi le divisioni non sono il prodotto di una
divergenza di fondo. Divergenze di fondo, strategiche, sono quelle che
hanno
portato nella storia del movimento operaio alla grandi divisioni tra
marxisti e
anarchici, tra bolscevichi e menscevichi, tra trotskisti e stalinisti,
in
generale tra rivoluzionari e riformisti. In alcuni casi si trattava di
differenze di programma, di progetti inconciliabili (come tra Marx e
Bakunin);
in altri casi, come sottolineava Trotsky, di differenze di interessi
materiali
coperte con pseudo-ideologie (come il "socialismo in un Paese solo",
copertura
della volontà stalinista di preservare l'isolamento della rivoluzione
russa per
salvaguardare gli interessi anti-operai della burocrazia).
Non si
vedono
divergenze di questo calibro tra la Rifondazione di Ferrero e il Pdci
di
Diliberto. Ma in realtà nemmeno tra queste due forze (che compongono la
Fed) e
la vendoliana Sel. Ciò che accomuna queste forze (una pratica di
collaborazione
di classe con la borghesia e, quando possibile, con i suoi governi e
giunte) è
più di quanto le divide. Difatti quando possono (vedi oggi la Puglia,
ieri il
governo Prodi, domani un futuro governo a direzione Bersani o Vendola)
si
riuniscono nella stessa area di governo per appoggiare le richieste di
industriali e banchieri, cioè guerre sociali e militari.
In questo
primo
caso, quindi, la divisione (che spesso porta anche a una guerra senza
esclusione
di colpi) corrisponde solo a una concorrenza tra venditori della stessa
merce
(la collaborazione di governo) che cercano di ingraziarsi l'unico e
medesimo
acquirente (la grande borghesia e il suo Pd).
Perché le
forze a
sinistra dei riformisti restano divise?
C'è però un
secondo
caso, differente, in cui le divergenze non sono solo apparenza. Ci
riferiamo
alle differenze tra la sinistra riformista (Prc, Pdci, Sel) e quelle
organizzazioni (Sinistra Critica, Pcl, e gran parte delle altre che
citavamo
all'inizio) che criticano Ferrero, Diliberto e Vendola per la loro
vocazione
governista, per le sua subalternità al Pd. Almeno fino a quando queste
forze
insisteranno su questa grande discriminante (l'opposizione al
centrosinistra
borghese) una loro unificazione con la sinistra governista appare
difficile.
Perché allora (ecco una domanda che si sente ripetere
spesso da
compagni animati da una leale volontà di risolvere il problema dei
problemi,
quello della mancanza di una forza comunista radicata e con influenza di
massa)
perché allora non cercare almeno di unire tutte quelle forze che
condividono
questo tratto sommamente discriminante e che giustamente ci divide da
chi come
Rifondazione pratica la collaborazione di classe riformista? Ed è qui
che si
ripresenta il leitmotiv dell"unirsi sul "tanto che ci accomuna
lasciando da parte il poco che ci divide".
Il problema è che, a ben
rifletterci, l'unità non può avere solo un senso di contrapposizione a
qualcosa:
contrapposizione alla borghesia, contrasto della collaborazione di
classe
praticata dai riformisti. Per sviluppare insieme questa contrapposizione
e
questo contrasto è infatti sufficiente un'unità d'azione, una
convergenza nelle
battaglie condivise, parziali. Pensare che sia possibile invece
costruire un
partito comunista senza condividere un programma generale è una
ingenuità, e
tale rimane anche se animata dalle migliori intenzioni. Ciò perché le
grandi
questioni strategiche e programmatiche non sono astrazioni o questioni
che
riguardano il futuro bensì, come abbiamo visto concretamente in questi
anni si riflettono già nella diversa impostazione rispetto alle lotte
dell'oggi.
Due
secoli di
separazione tra rivoluzionari e centristi
Le
divisioni
necessarie e utili del movimento operaio degli ultimi due secoli non
sono state
solo quelle tra riformisti e rivoluzionari, ma pure quelle tra i
rivoluzionari e
le diverse correnti che hanno oscillato tra i due, correnti che per
questo Lenin
e Trotsky definivano "centriste" (distinguendo tra quelle in marcia
verso il
riformismo e quelle progressive, in avvicinamento alle posizioni dei
rivoluzionari: purtroppo in Italia conosciamo solo la prima tipologia).
La
chiara delimitazione dei comunisti rivoluzionari da queste correnti
"centriste"
è sempre stata per Marx, Lenin, Trotsky necessaria e preliminare alla
costruzione del partito rivoluzionario. "Per unirci e prima di unirci
dobbiamo
dividerci su chiare linee programmatiche" diceva Lenin. E prima ancora
Marx ed
Engels criticavano l'unione su basi confuse (il programma di Gotha) dei
marxisti
tedeschi con i lassalliani.
Quali erano i punti di rottura tra i
rivoluzionari e i centristi con cui Marx, Engels, Lenin, Trotsky si
divisero?
Erano spesso differenze in apparenza secondarie rispetto a quella
fondamentale
che divide comunisti e riformisti (l'atteggiamento verso i governi della
borghesia: sostegno o opposizione). Erano differenze sulle parole
d'ordine del
partito: un programma transitorio - al di là del nome con cui era
definito- per
i rivoluzionari; un programma un po' più radicale di quello riformista
per i
centristi. Erano differenze sul tipo di partito: di militanti e
d'avanguardia
per i rivoluzionari; un partito senza distinzione tra militanti e
simpatizzanti
per i centristi (si veda la divisione del 1903 nella socialdemocrazia
russa). E
ancora: un partito che concepisse l'internazionalismo solo come un
orizzonte
etico (solidarietà tra proletari di diversi Paesi) o invece come
necessità di
costruzione di una direzione internazionale, un partito mondiale con una
direzione centralizzata e sezioni nei diversi Paesi.
Queste furono
ieri le
linee di divisione tra rivoluzionari e centristi. Spesso divisioni su
questioni
che apparivano minori (un paragrafo dello Statuto circa la definizione
degli
iscritti, nella controversia tra Lenin e Martov). Differenze che ad
alcuni
sembravano enfatizzate artificialmente ma che condurranno, in ognuno dei
casi
citati, immancabilmente, a differenze sul terreno centrale nei momenti
cruciali
della lotta di classe: l'atteggiamento verso la borghesia e i suoi
governi. Chi
avrebbe immaginato che la differenza su quell'articolo dello Statuto nel
1903
contenesse già in nuce la rottura del 1917 tra sostenitori (i
menscevichi) del
governo borghese "delle sinistre" (cioè composto dai partiti riformisti,
SR e
menscevichi, ma orientato dal programma borghese) (3) e i suoi
rovesciatori (i
bolscevichi)? Anche all'epoca il richiamo alla "unità" era forte. Anche
allora
era motivato spesso da una onesta volontà di rafforzare i lavoratori e
un loro
più robusto e unico partito comunista. Nondimeno si trattava ieri, si
tratta
oggi, di una cosa irrealizzabile e che soprattutto non farebbe fare un
solo
passo avanti reale alla lotta di classe.
Perché
tre forze a
sinistra di Rifondazione
E' per questo che il Pdac,
pur
avendo più volte proposto (senza ottenere risposta), accordi su singole
battaglie, anche fronti elettorali comuni, non crede sia possibile
unificare
tutto quello che si muove a sinistra del Prc, e nemmeno le tre
principali
organizzazioni nate da scissioni di quel partito: Sinistra Critica, Pcl e
Pdac.
Oggi, è vero, tutti e tre pensiamo che si debba fare
l'opposizione ai
governi di entrambi gli schieramenti borghesi, di centrodestra e
centrosinistra.
Ma non tutti pensiamo che questo sia un granitico principio che dà senso
al
termine "comunista": Sc ha in passato sostenuto il governo Prodi (e le
sue
finanziarie e missioni militari, a partire dal voto a favore sulla
missione in
Afghanistan nel luglio 2006) e non solo per dovere d'ufficio in quanto
parte del
Prc (ancora dopo l'espulsione di Turigliatto Sc accordò "una fiducia
distante"
-questa fu l'espressione coniata- ai "dodici punti" con cui si
rilanciava il
governo Prodi e non votò contro la pesantissima Finanziaria del 2007):
ma in
virtù di una teoria (tipica del centrismo da Kautsky in poi) per cui
l'atteggiamento verso i governi borghesi si dovrebbe basare sui rapporti
di
forza del momento, riducendosi a una questione di tattica. In questo
modo
smarrendo le fondamenta stesse della concezione marxista che vede invece
nell'opposizione di principio a ogni governo borghese, in
ogni
circostanza, il presupposto della conquista della maggioranza dei
lavoratori politicamente attivi alla necessità di rovesciare quei
governi per
istituire un governo operaio.
Oggi sia noi che Sc e Pcl pensiamo si
debba
costruire una organizzazione. Ma Sc dice che non è il momento di fare un
partito, rinviando questo obiettivo a un tempo imprecisato. Mentre il
Pcl
proclama la necessità del partito ma ritiene secondaria la sua
costituzione come
partito di militanti e finisce (nei fatti almeno) a ripercorrere le
vecchie
teorizzazioni mensceviche del partito leggero (in questo caso
raggruppato
attorno a un leader che riassume in sé i compiti di tutta la direzione e
riduce
a uno l'"intellettuale collettivo"). Di più: il Pcl teorizza una
modalità di
costruzione (Ferrando parla di "raggruppamento") che consisterebbe in
una
costruzione in due tempi: in una prima fase si recluta chiunque sia
disponibile,
a prescindere dalle sue posizioni politiche e programmatiche, essendo il
"nocciolo programmatico" garantito dal leader; in una seconda e
imprecisata
fase, si tenderà verso una omogeneità programmatica. Inutile dire che la
"seconda fase" non è mai arrivata né arriverà mai, perché non è
possibile
mettere un tetto su una casa priva di fondamenta.
Oggi sia noi che Sc
e Pcl
sosteniamo che serve un programma differente da quello della sinistra
governista. Ma Sc intende con questo soltanto un programma riformista
più
radicale. Mentre il Pcl avanza un "programma in quattro punti" molto
generici,
attorno a cui raggruppa un partito in cui ogni gruppo locale sostiene
obiettivi
differenti, in cui prevale il localismo e un forte elettoralismo.
Il Pdac tenta invece di avanzare in ogni intervento nelle lotte un
programma transitorio.
Oggi tutti e tre, Pdac, Pcl, Sc, ci
richiamiamo in
varie forme al trotskismo. Ma per Sc è un richiamo sempre più generico
(pur
ammettendo la possibilità di avere al proprio interno "anche qualche
trotskista") e per il Pcl si traduce in una politica spesso molto
lontana
dal trotskismo. Per noi (ma anche per Trotsky) trotskismo è sinonimo di
comunismo rivoluzionario: cioè equivale a sostenere la necessità di un
partito
d'avanguardia, sezione di una Internazionale centralizzata, basati
(partito e
Internazionale) su un programma di rivendicazioni transitorie che,
adoperato
nelle lotte, costituisca un ponte verso il rovesciamento rivoluzionario
della
società capitalistica. Pcl e Sc hanno rimosso il concetto stesso di
programma transitorio e non sono effettivamente parte di un progetto
internazionale. Non più Sc, in cui i militanti che lo ritengano utile
mantengono
un "legame di solidarietà" con il Segretariato Unificato, organizzazione
che
peraltro, sulle orme del Npa di Besancenot in Francia (a sua volta non
più
sezione francese del Su, e in crisi dopo il flop elettorale), pretende
di
costruire una Quinta Internazionale (rilanciando il progetto di Chavez).
Quinta
Internazionale che è (almeno nella versione del Segretariato Unificato,
per
Chavez nemmeno questo) una riedizione della Prima Internazionale
(chiaramente
senza i marxisti e anzi abbandonando la marxiana "dittatura del
proletariato",
cioè, per dirla con Lenin, ciò che riassume il programma dei marxisti,
il senso
stesso del marxismo). Una struttura formata da "partiti
anticapitalisti",
sommatoria di "rivoluzionari e riformisti" uniti su basi riformiste (nei
testi
di Sc ricorre il concetto "raccogliamo le bandiere di un vero
riformismo,
lasciate cadere dai riformisti"). Insomma, un ritorno grottesco alla
Prima
Internazionale: come se in mezzo non ci fossero state alcune altre
internazionali (la II, la III, la IV) nonché la rivoluzione russa; come
se non
fosse stato proprio Marx a battersi per sciogliere quella "unione
ingenua" per
"costituire un'internazionale interamente marxista" (espressioni di
Engels). Il
Pcl, per parte sua, rivendica la Quarta Internazionale e la necessità di
costruirla ma limita la sua azione su questo piano alla partecipazione
(peraltro
solo di una parte del suo gruppo dirigente) a un coordinamento di
dibattito con
il PO di Argentina e qualche altro gruppo nel mondo legato al PO (in
Europa solo
un gruppo in Grecia).
E' un fatto che oggi in Italia dei tanti
partiti che
abbiamo citato all'inizio solo il Pdac è parte di una internazionale
(piccola ma
reale e presente in decine di Paesi nel mondo e in diversi Paesi
europei)
impegnata a costruire una internazionale trotskista (cioè comunista
rivoluzionaria) con influenza di massa. Internazionale che la Lit non ha
la
presunzione di incarnare e di cui cerca di essere uno strumento
forgiativo.
Ma i
partiti comunisti
non bastano: ne manca ancora uno
Concludendo, come
Pdac
pensiamo che il vero problema non sia quello di unire artificiosamente
le sigle
o una parte delle sigle che si rivendicano comuniste, per evitare la
cosiddetta
"frammentazione in tanti partiti". Il problema è invece quello di
costruire un
altro partito che ancora non c'è, che non è il Pdac (noi non siamo
mitomani e
abbiamo il senso delle proporzioni), che deve essere costruito
rapidamente.
Unendo sì tutti i militanti onestamente comunisti. Ma unendoli sulle
basi del
programma marxista, cioè del trotskismo, che può essere così riassunto:
costruzione di un partito di militanti d'avanguardia, edificato su scala
internazionale e con sezioni in ogni Paese, basato su un programma di
tipo
transitorio, cioè impegnato a orientare le lotte odierne in senso
rivoluzionario, facendo crescere la coscienza di classe di una massa
crescente
di lavoratori, indipendente dalla borghesia e dai suoi governi, diretto
verso
una prospettiva di rovesciamento rivoluzionario del capitalismo e della
sua
falsa democrazia come premessa della costituzione di un governo dei
lavoratori
(dittatura del proletariato), nell'orizzonte di una società non più
divisa in
classi e quindi finalmente liberata da ogni oppressione.
Quando ci
sarà unità
su queste basi - che non abbiamo certo inventato noi (e su
cui invochiamo
un confronto, proprio perché non ne gestiamo i diritti d'autore) - basi
che sono
il prodotto di uno scontro che, da Babeuf passando per Marx, Lenin,
Trotsky,
dura da due secoli tra il comunismo rivoluzionario e tutte le altre
correnti del
movimento operaio; quando sarà possibile unire migliaia di militanti
attorno a
questo programma, avremo un partito in più da aggiungere alla lista
delle sigle.
Ma si tratterà appunto di quel partito che ancora non c'è e di cui i
lavoratori
hanno assoluto e urgentissimo bisogno. Quel partito non va atteso
messianicamente: la stagione di lotte che si è
aperta su scala internazionale ed europea, e l'impegno in queste lotte,
in prima
fila, di militanti comunisti che stiano nelle lotte con questo preciso
scopo,
sono lo scenario reale da cui potrà emergere, un passo per volta (ma
anche con
qualche salto), questo benedetto partito.
Note
(1)
Incredibilmente, tra chi si definisce disinteressato alle istituzioni
borghesi
troviamo il gruppo di Marco Rizzo, Comunisti - Sinistra Popolare. Rizzo,
già
braccio destro di Cossutta, poi di Diliberto, nel 1998 fece la scissione
col Prc
in polemica con la rottura col primo governo Prodi per fondare con
Diliberto e
Cossutta il Pdci. Da allora ha fatto il deputato e il parlamentare
europeo e ha
sempre sostenuto ogni governo di centrosinistra, con relative
finanziarie e
guerre. Negli ultimi mesi, però, espulso dal Pdci, ha scoperto in sé
ostilità e
disinteresse per il parlamentarismo e le elezioni (ha spiegato che il
suo
partito ha un simbolo quadrato perché non intende partecipare alle
elezioni).
(2) La Rete dei Comunisti pubblica la rivista Contropiano
e organizza seminari teorici. L'orientamento di questa produzione
teorica
appare non privo di qualche nostalgia del cosiddetto "socialismo reale":
si
veda, a puro titolo di esempio, il recente dibattito circa la presunta
necessità di "storicizzare il fenomeno dello stalinismo" (dibattito nato
intorno
al libro di Losurdo su Stalin). Il "ruolo centrale" che rivendica nel
sindacalismo di base (citiamo dal testo: "Seminario Comunista
Internazionale di Bruxelles. L'intervento della Rete dei Comunisti", 20
maggio
2010) si riferisce all'intervento organizzato (magari non visibile come
tale e
per questo spesso ignoto alla gran parte degli attivisti sindacali) che
la RdC
ha sviluppato in Rdb e ora in Usb (diversi dirigenti di primo piano,
scelti in
occasione del recente congresso fondativo di Usb, appartengono alla Rete
dei
Comunisti). Ovviamente la battaglia di un'organizzazione politica in un
sindacato è, a nostro avviso, pienamente legittima: specie se non
occultata.
(3) Per i bolscevichi un governo si definiva in base al
programma
e alle classi che lo sostengono e non solo in base ai partiti che lo
compongono. Anche nei decenni successivi abbiamo visto tanti "governi
delle
sinistre", composti solo da partiti operai, svolgere il ruolo comune a
ogni
governo borghese, così come nel 1917 fece il governo Kerensky. Eppure il
"possibilismo" rispetto a questi governi (visti magari come "espressione
della
classe operaia", così come la stessa socialdemocrazia sarebbe un'altra
"espressione naturale" del movimento operaio, cosa che legittimerebbe -
secondo
chi sostiene questa posizione - un entrismo nei partiti riformisti
perlomeno
fino alla vigilia dell'ascesa rivoluzionaria, quando le masse
all'improvviso si
risveglieranno) si ritrova anche in qualche organizzazione che pure
rivendica
un'adesione al leninismo. Si veda, tra gli esempi possibili, il gruppo
di
Falcemartello, attivo oggi come sinistra di Rifondazione: questo
gruppo, fino a pochi anni fa caratterizzando i Ds di D'Alema come
socialdemocratici, sosteneva la necessità di un governo Ds-Prc. Il
problema non
era chiaramente limitato a un'analisi sbagliata della natura dei Ds (già
da
tempo in transito verso la costruzione di un partito esclusivamente
liberale,
borghese, poi sfociato nel Pd) ma riguardava il rapporto dei comunisti
con
i governi borghesi (siano essi composti da partiti borghesi o da partiti
operai,
con la sola "ombra della borghesia"). Scomparsi i Ds, infatti, non è
scomparsa
la posizione dei dirigenti di Falcemartello sia rispetto a futuri
ipotetici
"governi delle sinistre"; sia rispetto all'entrismo perpetuo nella
sociademocrazia "naturale" (che oggi sarebbe rappresentata da
Rifondazione).
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