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TUTTI IN PIAZZA SABATO 5! PDF Stampa E-mail
giovedì 03 giugno 2010
Manovra Tremonti: a pagare sono sempre i lavoratori
TUTTI IN PIAZZA SABATO 5!
 

Sabato 5 partecipiamo in massa alle manifestazioni
indette da Usb e Cobas.
L'appuntamento per i compagni del Pdac è:
- a Roma, dalle ore 13, al gazebo Pdac in piazza Esedra
- a Milano, dalle ore 13, al gazebo Pdac in largo Cairoli
 
 
 
di Alberto Madoglio
 
 
manifestazione5giugno
 
Non più tardi di qualche settimana fa, ai giornalisti che gli chiedevano se fossero vere le voci riguardo una manovra correttiva di bilancio entro l’estate, il ministro delle Finanze Tremonti rispondeva che si trattava solo di illazioni, e per cercare di risultare allo stesso tempo più convincente e simpatico, aggiungeva di essere pronto a pagare una cena in caso contrario. Ora la cena la consumano i padroni ma il conto lo pagano gli operai.
Nella tempesta finanziaria globale, che ha colpito e devastato superpotenze del calibro di Usa, Gran Bretagna e Germania, sostenere che potesse esistere un’isola felice, e che questa fosse l’Italia, era solo propaganda. Più volte in passato abbiamo ricordato che le debolezze del capitalismo italiano (scarsa presenza di multinazionali, debolezza nei settori economici di avanguardia, bassa produttività del lavoro dovuta non alla pigrizia delle maestranze, ma ad investimenti ridotti al lumicino), rendevano la tenuta economica finanziaria di questo Paese più a rischio di altri.
I drammatici avvenimenti dell’ultimo periodo, che hanno messo in discussione la sopravvivenza stessa della moneta comune europea, l’euro, hanno fatto sì che per la borghesia non fossero più rinviabili nel tempo misure pesanti.
Gianni Letta, braccio destro di Berlusconi, di solito molto parco nel concedere interviste, ha affermato che la situazione dell’Italia sta diventando "catastrofica" e che bisogna prendere misure urgenti per evitare il peggio. Il governo quindi ha approvato la manovra da 24 miliardi di euro per il 2011/12.
 
Una manovra a senso unico
La stampa borghese ha immediatamente sostenuto che si è trattato di una decisione saggia, presa forse con un po’ di ritardo, e che in fin dei conti il sacrificio chiesto "al Paese” ammonta a circa l’1% del Pil del biennio considerato.
Ma come per il pollo di Trilussa, lo sforzo non è chiesto in misura equa. Come nel passato, sono le classi più deboli, lavoratori, pensionati, precari e disoccupati che sosterranno il peso di questa manovra draconiana. Ecco di seguito alcuni esempi.
I lavoratori pubblici non solo non avranno rinnovi contrattuali per un triennio, ma per la prima volta in assoluto non verrà loro corrisposto l’aumento previsto dal contratto precedente e non ancora elargito. In cifre reali si è calcolato che per il personale della scuola (docenti e personale amministrativo) la perdita di salario varierà dagli 800 ai 2000 euro all’anno: e ciò per lavoratori che già vantano salari tra i più bassi d’Europa.
Il blocco del turn over causerà la riduzione di 400 mila posti di lavoro, e i precari della pubblica amministrazione non solo non avranno la stabilizzazione del loro contratto, ma quasi certamente alla fine di questo non avranno alcun rinnovo.
Il taglio di 10 miliardi agli enti locali imporrà a questi ultimi l’aumento delle tasse e tariffe a carico dei cittadini e un ulteriore ridimensionamento al welfare locale (asili nido, mense, trasporti ecc.): la favola di una manovra che non mette “le mani nelle tasche dei lavoratori” perde ogni credibilità.
Anche pensioni e sanità vengono colpite: i lavoratori dovranno attendere da 6 mesi a 1 anno per andare in pensione, avranno il Tfr corrisposto dopo 6 mesi invece dei tradizionali 3 (e forse anche in forma rateale), verranno rivisti ulteriormente al ribasso i coefficienti di aggiornamento della pensione, in poche parole si riceverà di meno con la scusa che si vive più a lungo, e quasi certamente verrà introdotto un ticket sulle prestazioni del Servizio Sanitario Nazionale.
I 24 miliardi di euro saranno chiesti dunque solo ai lavoratori. Eppure la grande borghesia come al solito ringrazia ma non si accontenta. Alla riunione in cui è stata confermata alla presidenza di Confindustria, Emma Marcegaglia, pur apprezzando la scelta governativa, ha lamentato una sorta di prudenza eccessiva. Secondo il suo parere la riforma non ha carattere strutturale ma tende solo a trovare una soluzione nel breve periodo, nella attesa che una ipotetica ripresa dell’economia mondiale tolga le castagne dal fuoco al governo.
Dal suo punto di vista la signora ha pienamente ragione. La Grande Recessione iniziata nel 2007 ha causato un crollo di tutti gli indici economici a livello mondiale e una contemporanea esplosione dei deficit e dei debiti di tutti i Paesi. Questo avrà come conseguenza certa che almeno per un decennio l’economia non crescerà in maniera tale da raggiungere o superare i valori pre-crisi.
 
L'Unione sacra tra i due poli (e i sindacati concertativi)
Questa arroganza degli industriali italiani è facilitata dal quadro politico odierno.
Il centrosinistra, che come e più del governo Berlusconi, ha in passato varato manovre “lacrime e sangue” per i lavoratori, critica la manovra facendo proprie le posizioni di Confindustria, e allo stesso tempo ripete che in parlamento farà un’opposizione “costruttiva”.
Ma il fattore che permette agli industriali di rilanciare, è l’assoluta accondiscendenza alle loro richieste da parte della Cgil.
Tutti oggi hanno una grande attenzione per le mosse del più grande sindacato italiano. Governo e padroni, coscienti di come la situazione sociale italiana potrebbe esplodere nel breve periodo, così come è successo in Francia, Spagna, Portogallo e specialmente Grecia, fanno appelli, mostrando attestati di riconoscenza per l’organizzazione di Epifani.
E come dar loro torto. Dopo un anno di finta opposizione al nuovo modello contrattuale, durante il congresso della Fiom Epifani ha sostenuto che anche la Cgil avrebbe accettato la riforma varata il 22 gennaio 2009.
In risposta alle scelte economiche del governo esplicitate nella manovra finanziaria, invece di proclamare una mobilitazione immediata per il suo ritiro, la burocrazia Cgil ha annunciato una manifestazione nazionale per il 12 giugno, boicottando in maniera opportunista la manifestazione del 5 dello stesso mese, annunciata da tempo dal sindacalismo di base, e ha promesso uno sciopero per il 25 giugno, di qualche ora, che non sarà altro che la solita mobilitazione rituale, obbligata dagli eventi, che non disturba nessuno.
Oggi è evidente che il gruppo dirigente Cgil è il migliore garante della pace sociale. E per consolidare questo ruolo di puntello del dominio borghese, la Marcegaglia ha fatto appello a tutte le forze sociali ma in particolare ad Epifani perché entro l’estate si vari un programma "condiviso" per far uscire il Paese dalla crisi. Si tratta di un vero e proprio richiamo a una "Unione sacra", per subordinare le esigenze dei lavoratori alla governabilità politica ed economica del capitale.
In questa situazione manca una chiara opposizione politica di classe di massa.
A livello politico, Rifondazione Comunista, pur restando (relativamente parlando) la principale forza politica a sinistra, appare sempre più in una crisi senza sbocchi e il suo silenzio e irrilevanza nella situazione attuale sono evidenti. La sinistra Cgil, al di là delle parole, non ha deciso di rompere in maniera chiara con la burocrazia maggioritaria del sindacato, e dunque non si fa carico di proclamare quella mobilitazione generale continuata e di massa che sola potrebbe far fallire i piani governativi.
Il sindacalismo di base, in cui si è realizzata una prima importante unificazione (con la nascita di Usb), appare come il solo soggetto di una certa rilevanza a uscire dal coro, anche se limiti politici e organizzativi (che abbiamo analizzato in altri articoli) non consentono ad oggi che riesca a porsi come alternativa di massa alle direzioni del sindacalismo concertativo.
 
Ma il risultato non è scontato: i compiti dei rivoluzionari
Tuttavia questo quadro favorevole alle classi dominanti rischia di non dare i frutti sperati dai padroni.
Il perdurare della crisi, l’inevitabile recrudescenza delle politiche antioperaie, sia con altre politiche di austerità che verranno avanzate in autunno, sia con attacchi diretti del capitale nei confronti dei lavoratori (v. il piano della Fiat chiamato “Fabbrica Italia”), concorrono a rendere la situazione difficilmente gestibile per la borghesia. Una crescita e una unificazione delle lotte dei lavoratori (come già sta avvenendo, almeno in parte, in altri Paesi europei) potrebbe fermare l'attacco e aprire la strada a una inversione dei rapporti di forza.
Tutto ciò non potrà però avvenire "spontaneamente". E' necessaria una nuova direzione, politica e sindacale, del movimento operaio. Qui sta il ruolo dei rivoluzionari il cui primo compito, come sempre, è quello di rifiutare ogni appello "all'unità nazionale". Lavoratori e padroni non sono legati dallo stesso destino, non hanno fini comuni o conciliabili: a differenza di quanto la sinistra governista (Rifondazione in testa) ha cercato di farci credere per anni. Alla manovra economica del governo va allora opposta una piattaforma anticapitalista, di classe, che risponda alle necessità dei lavoratori e che indichi la necessità di un governo davvero altro: un governo operaio.
Occupazione delle aziende che licenziano o ricorrono alla cassa integrazione, scala mobile delle ore di lavoro a parità di salario, aumenti salariali intercategoriali per il pieno recupero del potere d’acquisto perso negli anni, abolizione del segreto bancario, tassazione fortemente progressiva dei redditi, fino alla nazionalizzazione delle aziende, delle banche, sotto il controllo dei lavoratori. Sono queste alcune parole d’ordine che, insieme ad altre, possono rendere chiaro cosa si deve intendere quando si afferma che la crisi la devono pagare i padroni. Si tratta di obiettivi al contempo indispensabili (per i lavoratori) e, nel loro insieme, incompatibili col sistema capitalistico. Ma è appunto il sistema capitalistico ad essere incompatibile, tanto più oggi, con una qualsiasi prospettiva di progresso collettivo e persino con la semplice salvaguardia degli interessi minimi vitali della grande maggioranza dell'umanità.
 
 
 
 
 
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