Ci avevano assicurato che la crisi stava finendo e, nondimeno, tornano ad
esplodere problemi che possono approfondirla in qualunque momento. Il governo
dell’Islanda, la cui banca ha prodotto un enorme buco agli istituti di credito,
specialmente britannici, ha chiesto alla popolazione di farsi carico del debito.
Gli islandesi, chiaramente, non hanno accettato una proposta così “solidale”,
così che il problema rimane. La crisi greca, scoppiata in una delle economie più
piccole del blocco imperialista europeo, ha dimostrato la debolezza della
ripresa e i pericoli che si approssimano. E in questo quadro continuiamo a
vedere come gli speculatori della finanza continuino ad avvantaggiarsi con la
crisi. Si stanno facendo affari milionari con i crediti alla Grecia. Le banche e
le finanziarie degli Usa, che hanno ricevuto cifre astronomiche, ora dichiarano
enormi profitti.
I governi ed il padronato stanno approfittando della crisi
per aumentare lo sfruttamento. Quelli che iniziano ad uscire dalla crisi sono
gli imprenditori, non i lavoratori e i popoli del mondo. La ripresa economica,
che è ancora debole e può precipitare in ogni momento, non sta rappresentando
una ripresa dei salari e delle conquiste sociali perdute, ma, al contrario, di
essa hanno beneficiato solo i ricchi, mentre per le masse c’è un chiaro
peggioramento.
In questa fase della crisi si approfondisce l’attacco
alle conquiste dei lavoratori e dei popoli
Al governo greco è stato
chiesto di tagliare brutalmente il deficit pubblico, cioè di tagliare spese: le
spese sociali. I governi imperialisti si sono dedicati a salvare il sistema
finanziario promettendo di non colpire la sanità, la scuola e le pensioni dei
lavoratori e dei settori popolari. Gli ammortizzatori sociali ai disoccupati,
erogati in alcuni Paesi, sono stati solo un palliativo per un settore dei
lavoratori e non per il loro insieme. Adesso, i governi si trovano alle prese
con impressionanti deficit pubblici per il denaro che hanno dato alla borghesia.
Il padronato ha ricevuto un’enorme quantità di denaro e chiede maggiori aiuti
per mantenersi. Tuttavia, i posti di lavoro non sono stati garantiti e la
disoccupazione ha continuato a crescere. Secondo le relazioni del Fmi e
dell’Oil, la disoccupazione continuerà ad aumentare, almeno fino al 2011. È già
a quota 10% circa a livello mondiale e ha colpito pesantemente i settori più
vulnerabili: immigrati, giovani e donne.
La crisi non è uguale per tutti. I
ricchi hanno avuto perdite milionarie, ma sono pochi quelli che hanno perso
tutto. Continuano ad essere milionari e vivono nel lusso. Tuttavia, per le masse
lavoratrici la crisi significa una vera tragedia, poiché fa perdere o diminuire
i loro già esigui salari. Gli aiuti che in alcuni Paesi sono stati concessi ai
disoccupati stanno finendo e, con la scusa di deficit pubblici molto alti, i
governi non ne ipotizzano di nuovi. E questo soprattutto nei Paesi imperialisti,
che potrebbero permettersi di erogare questi aiuti, perché nel resto del mondo
chi ha perso il posto di lavoro si trova senza nessun tipo di sostegno.
Per
superare la crisi, il capitalismo sa che deve approfondire ancor di più gli
attacchi al livello di vita dei lavoratori e dei popoli nei Paesi imperialisti,
nonché la ricolonizzazione dei Paesi dipendenti.
A questo compito si sono
dedicati i governi di tutto il mondo. Le loro proposte sono tagliare ancora più
i diritti lavorativi, agevolare i licenziamenti, ridurre i bilanci sociali per
la sanità e la scuola pubbliche. E lo stesso fanno gli imprenditori, aumentando
i ritmi di lavoro e le giornate lavorative senza assumere nuovi
lavoratori.
Abbiamo visto in questi mesi come i governi accelerino i loro
piani di privatizzazione dei servizi pubblici e come nei Paesi dipendenti si
svendano le risorse energetiche alle multinazionali (concessioni e leggi per lo
sfruttamento degli idrocarburi e delle miniere in Ecuador, Venezuela, Brasile,
Perù, ecc.).
Barack Obama attacca i diritti dei lavoratori ed i
settori popolari
Prima di essere eletto presidente, Obama ha
negoziato con Bush gli aiuti milionari per la borghesia e ha portato avanti,
come presidente, tutto questo pacchetto di appoggio economico alle società
finanziarie ed ai fabbricanti di automobili. Ricordiamo che il suo appoggio alla
General Motors era subordinato all’accettazione da parte dei lavoratori di
enormi tagli dei loro diritti (pensioni, salari e piani di salute).
Possiamo
segnalare anche come, recentemente, negli stessi Stati Uniti, Barack Obama ha
ottenuto che si approvasse una riforma sanitaria, che, applaudita in tutto il
mondo come progressista, in realtà significa una maggiore privatizzazione della
sanità e farne ricadere i costi sugli stessi lavoratori, che si vedono obbligati
a “ingrassare” i conti delle compagnie di assicurazioni private.
Bisogna far
comprendere ai lavoratori statunitensi, come a quelli del resto del mondo, che,
utilizzando la strategia condensata nel “non si può fare di più, c’è bisogno
dell’aiuto di tutti”, Obama e gli altri governi borghesi del pianeta stanno
tagliando i diritti lavorativi e sociali.
Anche a livello internazionale,
Obama sta cercando di imporre i suoi piani attraverso il negoziato muovendo dal
prestigio di cui ancora gode. Così ha ottenuto che le sue truppe occupassero
direttamente Haiti, dopo il terremoto dello scorso mese di gennaio, e che in
Honduras il deposto presidente Zelaya accettasse il piano che lo ha
definitivamente estromesso dalla presidenza consentendo ai golpisti di
organizzare le loro elezioni.
Tuttavia, questi importanti successi
dell’imperialismo in alcuni Paesi non possono nascondere lo stallo che sta
subendo in altri. Ad esempio in Afghanistan, dove nonostante l’enorme incremento
di truppe esso non riesce a sconfiggere i talebani né a progredire nel
negoziato. La continuazione della guerra in Iraq e in Afghanistan, e la sua
estensione al Pakistan, si trasforma in un problema ogni giorno più grave per la
politica dell’imperialismo.
I governi “progressisti” applicano la stessa ricetta
contro i lavoratori
È particolarmente vergognoso che, di fronte
all’aumento della disoccupazione, e poiché essa colpisce specialmente i giovani,
i governi “progressisti” propongano un aumento dell’età pensionabile, come ha
fatto Zapatero in Spagna. Dove, per di più, è allo studio una nuova riforma
lavorativa che faciliti i licenziamenti.
In Venezuela, la crisi economica sta
colpendo duramente i lavoratori e il popolo. Quando i lavoratori hanno mostrato
disponibilità a lottare contro i licenziamenti e per la difesa dei salari
corrosi dall’inflazione, il governo venezuelano si è collocato dalla parte delle
multinazionali, perseguendo i lavoratori in lotta e arrestando i dirigenti
sindacali.
Da parte sua, il governo Lula, in Brasile, ha erogato 370 miliardi
di real ai banchieri e alle grandi imprese per “salvarli” della crisi, mentre
per la distruzione prodotta dalle inondazioni a Rio de Janeiro ha destinato solo
200 milioni. Così si capisce come, in piena crisi, le banche brasiliane siano
riuscite ad aumentare i profitti del 23% rispetto all’anno precedente.
Non
sono molto differenti le politiche e le proposte del governo cubano per l’Isola,
duramente colpita dalla crisi. Raúl Castro ha annunciato che dovrà essere
soppresso un milione di posti di lavoro. Oggi, quel governo è al servizio delle
multinazionali che sono entrate a Cuba per saccheggiarne liberamente i
lavoratori. I cubani non hanno diritto di sciopero e i loro sindacati sono
controllati dallo Stato. Con la restaurazione del capitalismo, sono aumentate le
loro piaghe ed ora, quando la sanità e la scuola – un tempo esempi per il mondo
– stanno per essere smantellate, compaiono la disoccupazione e la povertà. I
lavoratori cubani devono lottare per difendere i loro posti di lavoro, e perciò
dovranno conquistare le libertà democratiche di cui mancano.
La tragedia dei lavoratori immigrati, le donne, le
razze oppresse e i giovani
Per di più, la crisi non ha colpito allo
stesso modo tutti i lavoratori; i settori più sfruttati ed oppressi – e non
poteva essere altrimenti – hanno avuto la peggio. I lavoratori immigrati hanno
visto aumentare le aggressioni razziste e le loro espulsioni dai Paesi ricchi.
Gli immigrati sono stati i primi a perdere il posto di lavoro perché è più
facile licenziarli, dato che hanno i peggiori impieghi e con minori garanzie
lavorative.
Un anno fa denunciammo che le donne sarebbero state duramente
colpite dalla crisi: e questi dati sono stati confermati. La perdita di posti di
lavoro ha portato ad un aumento dell’oppressione della donna lavoratrice. Ogni
donna che perde il prprio impiego fa un passo indietro nel processo della sua
emancipazione, poiché deve contare sul proprio salario se non vuole dipendere
dal suo compagno. Ora, molte donne che hanno perso il lavoro hanno dovuto
accettarne di peggiori – meno rimunerati, con orari più pesanti e non
specializzati – per mantenere le loro famiglie ed incontrano anche maggiori
difficoltà per organizzarsi sindacalmente.
La crisi, inoltre, sbarra ancora
di più la strada all’accesso al mondo del lavoro e all’emancipazione per i
giovani. Oltre a ciò, osserviamo come le politiche di privatizzazione
dell’insegnamento ostacolino l’accesso della gioventù operaia e popolare
all’educazione, sempre più “d’elite”, ristretta ad una minoranza scelta.
In
molti Paesi, i neri e gli indios vedono crescere la loro oppressione in
conseguenza della diminuzione del lavoro. Come gli immigrati, essi soffrono le
conseguenze del razzismo, ma nei loro stessi Paesi. I Paesi indigeni vengono
attaccati dalla voracità delle multinazionali che intendono sfruttarne le terre
d’origine.
Le masse iniziano a mobilitarsi in diverse parti del
mondo
Un anno fa, i lavoratori si sono trovati di fronte a una dura
offensiva da parte dei governi e dei padroni e non sono riusciti a fronteggiare
il violento colpo che preannunciava l’inizio della crisi. I messaggi dei governi
e delle burocrazie sindacali che richiamavano alla calma e alla fiducia in una
rapida ripresa economica hanno fatto presa sulle masse, che invece avevano di
fronte a sé un futuro desolante, con quotidiane chiusure di fabbriche e
licenziamenti massicci.
La burocrazia sindacale è stata la principale diga
di contenimento delle proteste operaie contro la crisi, accettando chiusure,
licenziamenti e tagli di diritti, rivendicando tutt’al più, nel migliore dei
casi, maggiori indennità. Le burocrazie sindacali cercano di isolare le lotte,
non portandole fino all’estremo; negoziano il più rapidamente possibile affinché
queste non si estendano. Convocano mobilitazioni quando non rimane loro più
rimedio, data la pressione delle basi, ma cercano di controllarle e frenarle.
Per questo motivo, ancora oggi, molte lotte sono sconfitte, e il padronato
continua coi suoi attacchi senza incontrare una resistenza unificata. Così,
continuano i licenziamenti e aumenta la disoccupazione.
Nel 2009 ci sono
state importanti lotte, tra cui dobbiamo annoverare quelle dei contadini
indigeni del Perù, che hanno sconfitto il governo di Alan García a Bagua;
l’eroica resistenza, per più di cinque mesi, del popolo honduregno contro il
golpe militare; le mobilitazioni contro la dittatura degli Ayatollah, in Iran;
la resistenza del popolo palestinese e le prime mobilitazioni massicce in
Grecia. Queste lotte sono state significative, ma bisogna evidenziare che la
classe operaia, per i motivi già detti, non è entrata in scena in tutto il mondo
con la forza necessaria a sconfiggere l’attacco che stava subendo.
Nel 2010,
il panorama ha iniziato a cambiare. I lavoratori hanno visto che il denaro
pubblico è stato dato ai capitalisti senza che fossero garantiti i loro impieghi
e salari. Ora che i governi vogliono recuperarlo prendendolo dalle loro tasche,
i lavoratori e le masse stanno reagendo. Nel mondo, soprattutto in vari Paesi
europei, si susseguono le mobilitazioni e gli scioperi; ci sono state, inoltre,
mobilitazioni di studenti e immigrati negli Usa; le lotte continuano in
Argentina, Messico, ecc., e c’è stata un’insurrezione in Kirghizistan. Vanno
sottolineati gli scioperi generali in Grecia, la cui parola d’ordine è
l’opposizione a che siano i lavoratori a pagare l’enorme deficit pubblico
generato in favore delle finanziarie. Siamo, pertanto, di fronte a quella che
può essere un’importante ascesa di massa. Ora si tratta di ampliare la
mobilitazione, per invertire la situazione in cui la crisi economica ci sta
lasciando.
Lottare affinché la ripresa sia in favore dei
lavoratori
A noi lavoratori e sfruttati del mondo non resta altra
strada. Non possiamo attendere soluzioni per i nostri problemi da nessun governo
borghese, non abbiamo altra alternativa se non lottare, lottare e lottare. Per
difendere i nostri posti di lavoro, per difendere il nostro diritto ad una
sanità e un’educazione pubblica e gratuita, per difendere il nostro diritto ad
una pensione degna, affinché la gioventù, le donne, i neri, gli indios e gli
immigrati abbiano lavoro e vengano rispettino i loro diritti.
I piani dei
governi difendono gli interessi degli imprenditori e dei capitalisti. Se
vogliamo una soluzione che vada in direzione dei lavoratori e degli sfruttati
del mondo, dobbiamo lottare contro quelle misure. Bisogna combattere le proposte
dei governi capitalisti rivendicando misure operaie, spiegando che solo il
socialismo offre una soluzione alla crisi. Il capitalismo non può garantire un
futuro di pace e prosperità, garantisce solo l’opulenza per pochi e sempre più
miseria per tutti gli altri.
Recuperare l’unità della classe...
La
crisi economica mondiale ci ha mostrato come tutti i governi del mondo hanno
avuto una strategia comune: scaricare la crisi sulle spalle della classe operaia
e degli sfruttati del mondo. Come lavoratori, tuttavia, restiamo separati da
paese a paese e, in ogni paese, tra noi stessi, a causa – come abbiamo visto –
del ruolo delle burocrazie sindacali. Tuttavia, vediamo anche che, quando
lottiamo insieme, abbiamo la forza necessaria per vincere. Sappiamo che per
sconfiggere i piani di miseria dobbiamo realizzare una lotta senza tregua; per
vincere si deve realizzare una lotta tenace e sempre più forte. E sappiamo che,
per vincere, abbiamo bisogno dell’unità di tutte le organizzazioni sindacali ed
operaie ma … per lottare. Perciò, dobbiamo estendere gli esempi di ogni lotta
grazie alla quale si ottiene una vittoria, di ogni lotta in cui i lavoratori
riescono a recuperare l’unità e la solidarietà di classe. Dobbiamo esigere dalle
centrali sindacali che smettano di essere lacchè dei governi di turno e chiamino
alla mobilitazione e, contemporaneamente, dobbiamo combattere quelle stesse
burocrazie sindacali tacciandole di essere inconseguenti, di fare fronte coi
governi e padroni e non coi lavoratori, di non portare la lotta fino
all’estremo. Su questo cammino dobbiamo costruire organizzazioni operaie
realmente democratiche e combattive che ci servano per affrontare i nuovi
attacchi cui siamo sottoposti.
… e l’internazionalismo
Il 1º Maggio fu
proposto dalla II Internazionale affinché in questo giorno i lavoratori di tutto
il mondo possano mostrare la forza e unità di cui sono capaci. Quel 1º Maggio
venne realizzato rivendicando in tutto il mondo la giornata lavorativa di 8 ore.
Oggi che la disoccupazione aumenta, dobbiamo esigere di lavorare meno per
lavorare tutti, contrastando gli aumenti brutali dei ritmi e delle ore di
lavoro. Esigiamo la riduzione della giornata di lavoro. Dobbiamo, ancora una
volta, in questo1º Maggio, lottare uniti per le nostre rivendicazioni, e
mostrare il nostro appoggio ai popoli che stanno lottando contro
l’imperialismo.
Perciò crediamo che sia più necessario che mai che i
lavoratori si organizzino a livello internazionale. Ma non come propone il
presidente venezuelano Hugo Chávez, che pretende di fondare una V internazionale
unendo i lavoratori coi rappresentanti della borghesia. La Lega Internazionale
dei Lavoratori - Quarta Internazionale ritiene che l’unica Internazionale che
dobbiamo costruire è quella dei lavoratori, che si ponga alla testa di tutti gli
sfruttati ed oppressi del mondo contro questo sistema che offre solo miseria.
Per questo motivo lottiamo per ricostruire la Quarta Internazionale, quella che
raccolse le bandiere di Lenin e della Rivoluzione Socialista d’Ottobre. Lottiamo
per distruggere il capitalismo, lottiamo per il socialismo internazionale.
PER LA DIFESA DEI POSTI DI LAVORO E PER SALARI
DEGNI!
CONTRO I PIANI DI SALVATAGGIO PER LA BORGHESIA!
PER L’UNITÀ DI
TUTTI GLI SFRUTTATI CONTRO TUTTI I GOVERNI DEI PADRONI!
VIVA LA LOTTA DELLA
CLASSE OPERAIA MONDIALE!
VIVA IL 1º MAGGIO!