|
La serie infinita degli
scandali borghesi
Nuova Tangentopoli o solito malaffare
capitalistico?
di Claudio Mastrogiulio
Nelle ultime settimane il panorama politico ed economico
italiano è stato attraversato da numerose vicende che hanno coinvolto l’intero
sistema degli appalti pubblici. E ormai quotidianamente la stampa riserva la
gran parte delle pagine politiche al resoconto di una serie infinita di scandali
che coinvolgono tutto il mondo politico borghese, con una frequenza che non ha
precedenti.
(George Grosz)
La vicenda degli appalti
L’inchiesta,
giunta agli onori della cronaca a febbraio, riguarda i rapporti che alti
funzionari pubblici intrattenevano con alcuni imprenditori al fine di favorirli
nell’aggiudicazione di taluni appalti. Gli appalti in questione afferiscono alle
opere previste per grandi eventi: i Mondiali di Nuoto del 2009, il mancato G8
della Maddalena e le celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario
dell’Unità d’Italia. Gli importanti funzionari pubblici in questione sono
Balducci, De Santis e Della Giovampaola, i quali utilizzavano il proprio ruolo
burocratico per garantire che le aggiudicazioni degli appalti fossero
appannaggio dell’imprenditore romano Anemone. Il personaggio centrale di quello
che è stato definito un “sistema gelatinoso di ordinaria corruzione” è Angelo
Balducci. Costui ricopriva l’incarico di presidente del Consiglio Superiore dei
Lavori Pubblici, vale a dire colui che, a nome della Pubblica Amministrazione,
apporta la firma nelle stipulazioni dei contratti d’appalto con le imprese
private. Balducci è il braccio destro di Bertolaso, il capo della Protezione
Civile che Berlusconi avrebbe voluto nominare, prima del palesarsi dello
“scandalo”, ministro. Dalle intercettazioni è emerso come Bertolaso
intrattenesse rapporti personali e diretti con Anemone, il che lascia pensare
che il capo della Protezione Civile non fosse estraneo alla costruzione di
questo sistema messo in piedi dal suo collaboratore (Balducci).
Senza
addentrarci troppo nei dettagli, prestiamo maggiore attenzione all’analisi del
dilagare del fenomeno all’interno di questo sistema economico. Qualche
osservatore e commentatore politico ha parlato di “nuova Tangentopoli”, mettendo
in rilievo la capillarità e la frequenza con le quali questi fenomeni vengono a
conoscenza dell’opinione pubblica. Ma questa definizione presta il fianco ad
un’interpretazione errata della vicenda e soprattutto è portatrice di una
visione astrattamente scolastica degli avvenimenti. Innanzitutto, detto fuori
dai denti, non può parlarsi di “nuova Tangentopoli” perché la cosiddetta
“vecchia Tangentopoli” non è evidentemente mai finita. Detto questo, non ci
sembra calzante la dicitura semplicemente perché essa porterebbe a credere nella
possibilità che, all’interno di questo sistema, possano sussistere momenti
storici in cui non si riscontri la presenza di queste pratiche effettivamente
odiose.
In un sistema economico in cui gran parte della ricchezza è gestita
da pochi è assolutamente improponibile immaginare che queste ricchezze non
vengano utilizzate per accrescerne la portata e conseguentemente il potere ad
esse connesse. Ecco dunque diventare realtà benefit di ogni genere elargiti da
un manipolo di speculatori ad un altrettanto ristretto manipolo di burocrati
corrotti.
Il sistema degli appalti italiano ha sempre funzionato in modo tale
da garantire i maggiori profitti agli speculatori delle costruzioni, ma anche
dei servizi e delle forniture. Nel caso in questione le somme che lo Stato ha
elargito al capitale privato hanno rappresentato un esborso molto più elevato di
quello che sarebbe stato effettivamente necessario. I padroni ed i loro sodali
tentano di giustificare questo sistema di accumulazione privata del profitto
decantando presunti standard di efficienza ed economicità dell’azione
amministrativa. È falso, e sono le stesse istituzioni borghesi a fornire i dati
che lo attestano: recentemente la Corte dei Conti (istituzione che controlla la
gestione del bilancio statale) ha affermato che la corruzione nelle Pubbliche
Amministrazioni rappresenta una tassa occulta sulle spalle della collettività
pari a circa 60 miliardi di euro. Questa è l’efficienza dei padroni: profitti
che vanno ad incrementare le già strapiene casse dei soliti noti (padroni e
burocrati al loro servizio) e spese che vengono invece scaricate sui lavoratori
(in qualità di contribuenti).
L’anticapitalismo come unico argine al
malaffare
La corruzione, il malaffare non possono essere
avversati con spirito giustizialista e moralistico. Non è appellandosi ad un
qualche appiglio giuridico o addirittura a presunte “rivoluzioni” a colpi di
sentenze giudiziarie (vedi la cosiddetta Tangentopoli) che si scardineranno le
fondamenta di questo odioso stato di cose. Occorre acquisire consapevolezza del
fatto che tutta questa situazione è incardinata nel quadro del presente sistema
economico. È necessario mettere in discussione quelle determinazioni che le
inchieste giudiziarie giungono a sindacare solo nel merito (ad esempi, criteri
utilizzati per l’assegnazione delle gare d’appalto); affermare che un lavoro
pubblico non può essere devoluto alle mani private, perché queste cercheranno
evidentemente di procurarsi il massimo del profitto a discapito dell’interesse
pubblico. È altrettanto evidente che la critica della corruzione non può
fermarsi ad un approccio riguardante il solo sistema degli appalti, conducendo
ad una loro presunta nazionalizzazione (nelle mani dello Stato borghese).
È
tutto il sistema economico incentrato sulla ricerca del profitto privato che va
messo in discussione. Un sistema economico che ha cannibalizzato la politica
ponendola indiscriminatamente al proprio assoluto servizio. È ormai sotto gli
occhi dei lavoratori la totale falsità che accompagna la presunzione di
imparzialità dello Stato e delle sue istituzioni di fronte agli inconciliabili
interessi delle classi sociali in campo. Uno Stato che piega le proprie leggi e
le proprie azioni amministrative all’interesse particolare di qualche centinaio
di imprenditori non è né ingiusto né corrotto, è semplicemente uno Stato che fa
gli interessi della grande borghesia.
Sembra quasi che la Storia voglia
prendersi beffe di questi miseri e grigi servi dei padroni, ed in particolare di
uno dei più agguerriti in campo nell’attuale squadra di governo, il ministro
Brunetta. Proprio a lui, il fautore della linea dura contro il presunto
assenteismo e la fannulloneria dei lavoratori della Pubblica Amministrazione,
saranno fischiate le orecchie nel momento in cui è stato scoperto il cosiddetto
sistema gelatinoso di ordinaria corruzione. Ma forse non sarà accaduto
assolutamente nulla al ministro ed ai suoi colleghi di governo, privi come sono
del senso del pudore.
I comunisti devono porre al centro delle proprie
rivendicazioni la lotta contro il malaffare della burocrazia nel quadro
maggiormente complessivo della lotta al sistema capitalistico. Un obiettivo che
ha come conseguenza la messa in risalto dell’assoluta continuità tra
quest’ordine economico-sociale ed il fenomeno sopradetto. I comunisti non
possono permettersi di consegnare l’ondata di indignazione che queste vicende
determinano nella coscienza dell’opinione pubblica alle velleità giustizialiste
di stampo dipietrista o all’ipocrisia interessata del Pd.
|