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Crisi economica
mondiale
UNA PARTITA CHE NON FINIRA’ CON UN
PAREGGIO
di Alberto Madoglio
Nel gergo sportivo, e più
precisamente in quello rugbistico, il terzo tempo è quando giocatori e tifosi
delle due squadre avversarie si incontrano alla fine di un match, per
festeggiare insieme. Simboleggia il massimo del fair play, in quanto
dimostra che al di fuori della tensione sportiva si può e si deve mantenere il
rispetto dell’avversario.
Sfortunatamente, il terzo tempo della crisi mondiale non fa venir in mente nulla
di altrettanto piacevole.
Un nuovo rischio per l'economia globale:
il fallimento del debito sovrano degli Stati
Se i primi due tempi della Grande Recessione, come viene
comunemente chiamata la crisi ancora in corso, avevano riguardato il mondo della
finanza e della produzione propriamente detta portando l’economia mondiale
sull’orlo del collasso, il terzo tempo, quello del rischio fallimento degli
Stati, prepara uno scenario dalle conseguenze ancora ignote ma per un certo
verso peggiori di quelle che fino ad oggi abbiamo conosciuto.
Le prime
avvisaglie si sono avute alla fine del 2009, quando il debito “sovrano” (cioè
pubblico) dell’emirato di Dubai è stato ad un passo dall’insolvenza (evitata
all’ultimo dall’intervento di un altro stato fantoccio limitrofo, Abu Dhabi). A
rischio sono sembrati essere il Venezuela, l’Argentina e l’Ucraina.
Ma è
adesso, quando il timore di insolvenza sta riguardando Paesi di uno dei due poli
imperialisti mondiali, l’Europa, che una nuova ondata di panico sta
attraversando le borse, cancellerie di mezzo mondo e istituzioni di ogni
livello, ordine e grado.
Quattro sono i Paesi, appartenenti all’area
dell’euro, che sono attualmente nell’occhio del ciclone. Vengono definiti in
modo spregiativo PIGS (maiali), acronimo composto dalle loro iniziali
(Portogallo, Irlanda che ha sostituito al momento l’Italia nel non proprio
edificante nomignolo, Spagna e Grecia). A giorni alterni arrivano alla ribalta
delle cronache, perché sembra che da un momento all’altro siano costretti ad
ammettere di non poter più rimborsare il loro debito pubblico.
Alcuni di
questi fino a poco tempo fa erano il fiore all’occhiello dei sostenitori della
globalizzazione capitalistica: sembrava che la crescita della loro economia non
dovesse avere fine. Il migliore di questi Paesi era l’Irlanda, paragonata anche
in passato ad un animale, certamente più nobile nell’immaginario collettivo di
un semplice suino: la “tigre celtica” (termine che ricorda per assonanza Paesi
dell’estremo oriente protagonisti di una performance simile, appunto
chiamate “tigri asiatiche”).
Il sole della crescita non splende più
sull'Europa mediterranea
Attualmente, le situazioni più in pericolo sembrano essere
quelle della Grecia e della Spagna. Come tutte le economie mondiali, hanno
chiuso il 2009 con una forte contrazione del Pil, e per l’anno in corso si
prevede una modesta ripresa per la prima, o altri 12 mesi di contrazione della
crescita per la seconda. Sul lato dei conti pubblici, il deficit rapportato al
Pil supera ampiamente il 10% e il debito pubblico, sempre rapportato al Pil, sta
crescendo a ritmi vertiginosi.
La tragedia
greca...
Atene è al centro di uno scandalo internazionale in quanto si
è scoperto che per anni ha falsificato i propri conti per poter entrare
nell’area euro (su suggerimento della banca d’affari Goldam Sachs, di cui è
stato alto dirigente Mario Draghi, prima di diventare Governatore della Banca
d’Italia).
... e il disastro
spagnolo
Madrid, che fino a qualche mese fa pensava di vivere in un
sogno fatto di benessere e prosperità, si è accorta, al contrario di aver
vissuto in un incubo. La crescita degli ultimi anni è stata quasi totalmente
favorita dal mix infernale fatto di speculazione immobiliare e creditizia. Nel
2007 il numero di nuove abitazioni in Spagna era superiore alla somma di quelle
costruite in Francia, Germania e Inghilterra, e il mercato spagnolo assorbiva la
metà di tutta la produzione europea di cemento. Le banche spagnole hanno
sfruttato fino in fondo questa crescita folle del mercato immobiliare,
concedendo prestiti a privati e imprese, che le hanno fatte diventare tra le più
grandi istituzioni finanziarie del mondo.
Quando la bolla del credito e del
settore immobiliare è scoppiata, l’economia spagnola è stata travolta: la
disoccupazione è raddoppiata nel giro di 12 mesi, arrivando alla stratosferica
cifra di 4 milioni, il mercato immobiliare si è nei fatti fermato; nel 2009 le
vendite di abitazioni sono crollate del 50%, nonostante in alcune zone del Paese
venissero praticate offerte del tipo “compri 2 case e ne paghi 1”.
Banche del
calibro di Santander e BBVA si trovano ad avere in portafoglio crediti verso
imprese del settore edilizio pari a 350 miliardi di euro e nessuna sa quanti di
questi potranno mai essere riscossi.
Debolezze strutturali amplificate nella
crisi
Davanti a questo quadro, la speculazione finanziaria globale
è partita all’attacco: per Grecia e Spagna diventa sempre più difficile e
costoso chiedere nuovi prestiti statali; così come sta aumentando il costo che
chi sottoscrive titoli del debito pubblico greco e spagnolo, deve sostenere se
vuole garantirsi contro il rischio di un fallimento di questi Paesi.
E’ utile
inoltre sottolineare un altro fatto. Ben prima che la crisi iniziasse (2005)
queste due economie continuavano a perdere competitività rispetto alle altre
economie europee. Secondo dati riportati dal sito lavoce.info nel loro
caso il tasso di cambio dell’euro risulta essersi apprezzato maggiormente del
suo valore, mentre per la Germania, ad esempio, è avvenuto il contrario. Se la
peseta e la dracma fossero ancora le valute nazionali, una loro svalutazione
permetterebbe di sistemare parzialmente le cose, ma ora che la sovranità
monetaria è nelle mani della BCE, la sola via percorribile è quella di una sorta
di “svalutazione interna”: per la Grecia si parla della necessità di un taglio
dei salari pari al 20%.
Il pugno di ferro del
Capitale...
Per evitare un crollo sistemico dell’euro, tutte le
istituzioni europee, così come le cancellerie di Berlino e Parigi, hanno imposto
a questi Paesi di rientrare entro 3 anni nei parametri di Maastricht, portando
cioè il deficit al 3% del Pil, e allo stesso modo hanno individuato chi deve
farsi carico di questa cura draconiana: i lavoratori.
Taglio o congelamento
degli stipendi e delle pensioni, aumento della tassazione diretta e indiretta
(iva), riduzione del welfare state, aumento della precarietà
lavorativa, questa la ricetta che dovrebbe riportare la situazione
sottocontrollo.
Tuttavia questo piano di correzione dei conti si trova ad
affrontare varie complicazioni. Alcuni economisti sostengono che cure così
draconiane rischiano di avere l’effetto contrario a quello previsto, rendendo
più difficile un’eventuale ripresa nella crescita economica.
… e la corazza d'acciaio dei
lavoratori
Ma l’ostacolo maggiore a questo “piano quasi
perfetto” lo pongono le masse lavoratrici. Mentre scriviamo si sono svolti in
Grecia, per la seconda volta in due settimane, e in Spagna, per la prima volta
da quando governa Zapatero, scioperi generali e manifestazioni contro tali
scelte di austerità: scelte avanzate, è bene ricordarlo, da due esecutivi di
centrosinistra. I lavoratori di Paesi che hanno salari tra i più bassi del
continente non sono certo d’accordo nel dover pagare il costo delle politiche di
aggiustamento finanziario proposte (per la Spagna si parla di tagli alla spesa
pubblica di 50 miliari di euro).
Il match è appena iniziato, e alla
fine non ci saranno abbracci e fraterne bevute tra i contendenti, ma solo
vincitori e vinti.
I proletari di Grecia e Spagna stanno giocando la “partita
della loro vita”, e i lavoratori del resto d'Europa devono tifare per loro...
entrando in campo contro la medesima squadra avversaria: i governi borghesi di
tutto il continente.
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