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Elezioni
regionali: chi rappresenta le lotte operaie?
LA
NUOVA CORSA GOVERNISTA DEL PRC,
IL PDAC UNICA LISTA DI CLASSE
A parte la presentazione parziale del
Pdac,
a sinistra di Rifondazione nessun altro si presenta
Operai dell'Alcoa
sfondano il
cordone della polizia
L'inasprirsi della crisi economica capitalistica
e con essa delle misure anti-operaie dei governi e delle giunte locali, al
servizio degli interessi borghesi; il discredito crescente che investe i partiti
dei due schieramenti dell'alternanza e con essi lo Stato e la democrazia
borghese, che si mostrano sempre più per quello che sono: strumenti del sistema
capitalistico, fondato sulla corruzione; al contempo, il moltiplicarsi di
episodi di lotta operai: isolati, frammentati ma coraggiosi e in via di
estensione in tutto il Paese. Ecco gli aspetti principali di questa fase che
nella semplice elencazione descrivono la necessità che c'era (che c'è) di
utilizzare il mese della campagna elettorale per le regionali per amplificare le
lotte operaie in corso, indicare la necessità di svilupparle estenderle
organizzarle nella prospettiva di un'alternativa di classe alla borghesia, ai
suoi governi, ai suoi partiti, alla miseria corruzione e sfruttamento che
garantiscono oggi e promettono per domani.
La nuova corsa governista
del Prc
In direzione esattamente opposta va invece il gruppo
dirigente del Prc. Nulla di nuovo: almeno per noi e chi ci legge. Non avevamo
creduto l'altro ieri alla "svolta a sinistra" di Ferrero; abbiamo denunciato e
denunciamo ieri e oggi il vero corso, immutabile, organicamente riformista e
quindi teso alla collaborazione di classe della direzione riformista.
Dopo
quello che abbiamo definito il "calo della maschera" da parte di Ferrero nei
mesi scorsi (con l'apertura esplicita a un'alternanza post-berlusconiana che
veda nuovamente il Prc fungere da sgabello di un governo del Pd, financo
accettando un governo a guida Casini), la linea tenuta dal Prc alle regionali
costituisce solo una conferma.
Come sempre, il gruppo dirigente di
Rifondazione aveva specificato nei mesi scorsi che avrebbe considerato le
alleanze col Pd "una per una", verificando in ogni situazione l'esistenza di
possibili "accordi di alto livello programmatico". Immancabilmente, gli accordi
"di alto livello programmatico" sono stati raggiunti in tutte le regioni
d'Italia, con l'eccezione di Lombardia, Marche e Campania.
Davvero difficile
per Ferrero far credere a chiunque sia dotato di buon senso che le tre eccezioni
confermerebbero il "rigore programmatico" del Prc. A meno di non voler credere
che uno dei principali partiti della borghesia italiana, il Pd, si sia
improvvisamente trasformato in un partito che difende i lavoratori in tutte le
regioni (la maggioranza) in cui il Prc si è alleato col centrosinistra. A meno,
ancora, di non voler credere che Emma Bonino nel Lazio, leader di uno dei
partiti più reazionari, più filo-imperialisti e guerrafondai, alfiere persino di
crociate contro i diritti sindacali dei lavoratori (l'articolo 18), "liberale e
liberista", incarni in qualche modo, seppure vagamente, un programma compatibile
con gli interessi anche minimi dei lavoratori.
E l'esempio della Bonino valga
per tutte le altre regioni dove -ovviamente- il centrosinistra è lo stesso che
ha gestito nazionalmente per due volte con Prodi (e col Prc) gli interessi
dell'imperialismo italiano; è lo stesso che ha gestito gli affari della
borghesia nelle regioni, nelle provincie e nei comuni (spesso con l'ausilio
degli assessori del Prc). E' lo stesso di Lombardia, Campania e Marche, con una
sola differenza: in queste tre regioni il Pd ha scaricato Rifondazione (che fino
all'ultimo ha implorato un accordo).
Ecco perché all'interno del Prc, tra
gli attivisti, si sono espresse molte voci di dissenso (come sempre ignorate dai
dirigenti).
Dunque le elezioni regionali non sono per i ferreriani quello
che dovrebbero essere per i comunisti: un'occasione di rilanciare le lotte,
l'occupazione dei tetti, gli scontri degli operai dell'Alcoa con la polizia, gli
scioperi di Termini Imerese, ecc; non sono un momento in cui propagandare
l'opposizione alle misure anti-crisi volute dalla borghesia di ogni colore
politico e avanzare un programma di classe per risolvere la crisi: no, per i
dirigenti di Rifondazione le elezioni sono solo un tentativo di rientrare nei
giochi, guadagnare qualche poltroncina, in vista di un rilancio su scala
nazionale dell'accordo di governo con la borghesia. Da questo punto di vista, il
risultato per Ferrero è buono e le regionali possono davvero diventare una prova
generale del nuovo grande abbraccio con i banchieri per il post-Berlusconi.
Sempre che le cifre elettorali della Federazione non scendano ulteriormente.
Viceversa, un ulteriore crollo elettorale porterebbe a nuove crisi e strappi
interni alla burocrazia dirigente di quei partiti (un "si salvi chi può"), a un
ulteriore indebolimento dell'ormai esangue corpo militante, e di conseguenza
renderebbe il Prc uno strumento socialdemocratico (cioè di contenimento delle
lotte) scarsamente credibile e utilizzabile per i padroni.
Il clamoroso flop del Pcl
ferrandiano: la recita delle presentazioni simulate
L'altro
dato che emerge dalla presentazione delle liste per le regionali (se si
trascurano i divertenti incidenti del Pdl in Lazio e Lombardia) è il clamoroso
flop del Pcl ferrandiano, con annessa recita di presentazioni simulate,
immaginarie.
Come è noto a tutti (e non da oggi) le leggi per partecipare
alle elezioni borghesi sono confezionate per garantire un minimo di credibilità
a una presunta competizione "democratica" e un massimo di esclusione delle liste
esterne al gioco dell'alternanza tra i due schieramenti. E' questo uno dei
motivi per cui come Pdac, anche in occasione di queste regionali, avevamo
pubblicamente proposto alle altre organizzazioni che come noi si collocano a
sinistra del Prc, incluse quindi Sinistra Critica e Pcl, di discutere di una
presentazione congiunta che, pur senza voler cancellare le tante (e profonde)
differenze, rendesse possibile presentare in tutta Italia liste di esplicita
opposizione ai due poli guidati da Pd e Pdl, utilizzando la campagna elettorale
per rendere più visibile le ragioni di classe dei lavoratori e delle masse
proletarie, ragioni contrapposte a quelle di industriali e banchieri equamente
ripartiti tra Pd e Pdl.
Sinistra Critica ha gettato subito la spugna e ha
rimosso le elezioni, manifestando un disinteresse che assomiglia molto a quello
della volpe con l'uva. Confermando così di non essere in grado di organizzare
una presentazione nazionale: esattamente come il Pdac e il Pcl, essendo tutti e
tre della stessa piccola taglia (anche se gli unici a riconoscerlo siamo
noi).
Il Pcl invece ha iniziato mesi fa a diramare comunicati altisonanti.
Ferrando ha spiegato che essendo il suo (a differenza degli altri, tanto più del
Pdac, definito "piccola setta") un partito "radicato in ogni regione e
provincia", "dell'1%" (cifra calcolata con una aritmetica esoterica), "di
tremila militanti", si sarebbe presentato in tutta Italia: "in campo nonostante
le leggi anti-democratiche", titolava infatti ancora qualche ora fa l'ultimo dei
comunicati. Lasciando intendere (nel comunicato precedente) che solo in due
regioni (Veneto e Puglia) non ci sarebbe stata la lista Pcl. A loro volta, la
dozzina di gruppi effettivamente attivi del Pcl hanno annunciato con comunicati
locali la presunta presentazione.
Dobbiamo riconoscere (sarà un nostro
limite) che continua a sfuggirci la sottile astuzia di questa tattica.
L'invenzione dei numeri ha infatti reso un po' di spazio mediatico al Pcl negli
anni scorsi: ma alla lunga gli imbrogli sui numeri, oltre a rappresentare una
presa in giro nei confronti dei lavoratori, vengono scoperti anche dai
giornalisti più tonti. In questo caso, poi, la verifica era a stretto giro.
Scaduti i termini per la presentazione delle liste cosa si è scoperto? Che il
Pcl non si presenterà in nessuna regione. Ma con un nuovo
comunicato Ferrando sorvola sul fatto che le presentazioni annunciate erano
inventate e protesta invece (invocando giudici e tribunali) sulla esclusione del
Pcl... in Calabria (mentre l'eventuale accoglimento del ricorso in quella
regione non modificherebbe la mancata presentazione in tutte le altre (1).
Ecco a quali grotteschi disastri conduce un'idea tutta mediatica e virtuale
della costruzione del partito: un approccio che rimuove il problema di costruire
quel partito comunista con influenza di massa che oggi ancora
manca.
La lista del Pdac in
Puglia, unica lista regionale in tutta Italia a sinistra dei governisti
Come Pdac, dopo aver preso atto della consueta scelta
autoreferenziale delle due organizzazioni che definiamo centriste (cioè
oscillanti tra pratica riformista e dichiarazioni rivoluzionarie), Pcl e Sc;
consapevoli dell'impossibilità di presentarci su scala nazionale, abbiamo
concentrato gli sforzi per presentarci in una delle regioni su cui vi è maggiore
attenzione: la Puglia. Qui si presenteranno tre candidati di schieramenti
borghesi (centrosinistra, Pdl, Udc), uno dei quali, Vendola, sostenuto dai
frammenti della sinistra governista (Prc, Pdci, Sel). La ricandidatura di
Vendola (strappata contro una parte degli apparati del Pd) non ha nessun
carattere progressista: Vendola ha governato in questi anni per conto del grande
capitale in regione: non a caso ha il pieno sostegno dei principali esponenti
borghesi (alcuni dei quali sono direttamente candidati nella sua lista).
La
nostra ottica non è quella di raccogliere voti. Noi, che pure abbiamo raccolto
in ogni elezione in cui ci siamo presentati la stessa media delle altre due
forze a sinistra del Prc (circa un mezzo punto), a differenza degli altri non
abbiamo mai ingigantito questo modesto risultato elettorale. Essendo marxisti
crediamo che le elezioni borghesi siano solo un possibile strumento accessorio
della battaglia nelle piazze e nei luoghi di lavoro. Per questo facciamo una
campagna elettorale su un programma di rivendicazioni transitorie, che cerchino
cioè di legare le esigenze primarie dei lavoratori in questa fase a una
prospettiva rivoluzionaria e socialista, una prospettiva di potere dei
lavoratori.
La stessa cosa faremo in Puglia, candidando Michele Rizzi a
presidente della regione, in una lista composta da operai di fabbriche in lotta,
precari, disoccupati. Tutti protagonisti dei movimenti di questi anni, di
opposizione alla giunta Vendola: lotte in cui il Pdac è stato partecipe e
protagonista.
Essendo l'unica lista che si presenta a sinistra del Prc (anche
se purtroppo in una sola regione), e dunque l'unica realmente fuori e contro i
due poli dell'alternanza borghese, pur consapevoli della scarsità dei nostri
mezzi cercheremo di utilizzare questo mese di campagna elettorale non per nostri
fini particolari o elettorali (non ne abbiamo) ma come cassa di risonanza delle
lotte operaie che attraversano la Puglia e tutto il Paese. Sarà un mese di
propaganda su un programma rivoluzionario, attorno alle parole d'ordine: la
crisi la paghino i padroni, l'unica soluzione sono le lotte dei lavoratori,
l'occupazione delle fabbriche che chiudono o licenziano. Non semplici slogan: ma
obiettivi che gli operai e i giovani pugliesi della nostra lista stanno già
praticando.
(1) Se si esclude la presentazione
in un collegio solo della Basilicata: ma appunto non è una presentazione
regionale.
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