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LAVORATORI DELLA SCUOLA E STUDENTI?
CARNE DA
MACELLO
Sciopero ad oltranza, occupazioni e blocco degli
scrutini!
di Fabiana Stefanoni*
E' stata
definitivamente approvata
dalle Camere e dal Consiglio dei ministri la famigerata "riforma" della
scuola
secondaria di secondo grado (le cosiddette "scuole superiori").
Si tratta, più
che di una riforma, della distruzione dell'istruzione secondaria, che comporterà
la perdita, già a partire dal prossimo anno scolastico, di decine di migliaia di
posti di lavoro per il personale docente e non docente. Solo una mobilitazione
su larga scala dei lavoratori della scuola, che blocchi da subito, insieme agli
studenti, il normale svolgimento dell'attività didattica potrà impedirne
l'attuazione. La partita si gioca nei prossimi due mesi: entro la fine di marzo
tutti gli istituti dovranno azzerare quello che sono stati fino ad oggi e
approvare il taglio degli insegnamenti, la drastica riduzione del quadro orario,
la totale cancellazione delle sperimentazioni.
La vera
ragione della riforma: tagliare risorse alla scuola
pubblica
Per spiegare in poche parole in che cosa consiste
questa "riforma", vogliamo citare uno degli spot pubblicitari usati in internet
dal Ministero dell'Istruzione per sponsorizzarla: "il numero delle ore di
lezione si riduce in tutti gli indirizzi per rendere più sostenibile il carico
orario delle lezioni per gli studenti" (vedere per credere: www.nuovesuperiori.indire.it). Al di là
dell'involontaria ironia e degli esercizi di retorica, il senso della "riforma"
è evidente: tagliare risorse alla scuola pubblica, con un risparmio di molti
milioni di euro sulla pelle degli insegnanti e degli studenti.
Dopo la
"riforma" delle elementari, ora è la volta dell'istruzione superiore. Nel
complesso, sono più di 150 mila i posti di lavoro che, in tre anni, verranno
sacrificati, con grande gioia del ministro Tremonti: un piano di licenziamento
che - è bene ricordarlo - è stato avviato dal precedente governo Prodi (sono più
di 50 mila i tagli predisposti dal ministro Fioroni col benestare di tutti i
partiti che allora sostenevano l'esecutivo di centrosinistra, dal Pd a
Rifondazione Comunista).
L'innalzamento del numero di alunni per classe (le
classi di 35 alunni diventeranno la norma), la riduzione delle ore di quasi
tutte le discipline in tutti gli istituti, la totale cancellazione di alcuni
insegnamenti da alcuni indirizzi, il ridimensionamento generale dei quadri
orari, la chiusura delle scuole serali per i lavoratori, comporteranno disagi
per tutto il personale: persino molti insegnanti di ruolo saranno costretti a
trasferirsi in altri istituti o andranno in esubero.
I primi a essere
colpiti saranno i lavoratori precari (circa 200 mila) che - dopo anni o decenni
di lavoro, concorsi, corsi di abilitazione o perfezionamento - si troveranno in
una condizione peggiore, se possibile, dell'attuale: l'assunzione a tempo
indeterminato diventerà un miraggio, la disoccupazione una certezza.
Questo
pesantissimo attacco all'Istruzione e ai lavoratori della scuola avviene in un
contesto già deteriorato da altre misure volute dai ministri Brunetta e Gelmini:
innalzamento dell'età pensionabile per le donne, approvazione del decreto
Brunetta (che comporterà la definitiva trasformazione delle scuole in aziende,
con l'introduzione di una gerarchia tra i dipendenti della pubblica
amministrazione sulla base di criteri aziendalistici), tagli ai finanziamenti
per i servizi amministrativi.
La ciliegina
sulla torta
Per capire lo stato di degrado in cui già ora
versano gli istituti pubblici vogliamo citare due esempi di ordinaria follia.
Primo: il Ministero ha deciso di tagliare del 25% i fondi per le pulizie nelle
scuole che già da tempo vengono appaltate alle ditte esterne. Alcuni uffici
scolastici regionali consigliano di "pulire a giorni alterni" (sic!), con la
conseguente trasformazione degli istituti in immondezzai. Secondo: le scuole,
che versano in uno stato di degrado permanente, devono spesso anticipare i soldi
che non arrivano dal ministero (in media ogni scuola ha un credito con lo Stato
pari a varie decine di migliaia di euro), cosa che si traduce nella richiesta di
contributi alle famiglie anche per pagare i supplenti (che in alternativa non
vengono pagati).
Tutto questo avviene mentre continuano ad aumentare i
finanziamenti pubblici alle scuole private (in gran parte di matrice
confessionale). Si cita spesso - sulla stampa vicina al centrosinistra e in
alcune trasmissioni televisive critiche nei confronti del governo - il caso
della Lombardia, che ha aumentato i bonus per gli studenti che vogliono
frequentare le scuole private. Ma si dimentica che è stata una Regione di
centrosinistra, l'Emilia Romagna, a introdurre per la prima volta i
finanziamenti pubblici alle scuole private (con la Legge regionale Rivola, poi
riconfermata e peggiorata dalla Legge regionale Bastico). Similmente, le
amministrazioni locali - comunali, provinciali, regionali - di qualsiasi colore
non mancano di elargire fior fior di contributi pubblici alle scuole private
delle curie (a partire dalle materne). Non solo: è stato un governo di
centrosinistra (il governo D'Alema) a varare nel 1999 la famigerata legge sulla
Parità scolastica, che ha equiparato le scuole private a quelle pubbliche, con
la conseguente apertura ai finanziamenti dello Stato. E, sempre per rinfrescare
la memoria, ricordiamo che sono stati prima Berlinguer negli anni Novanta e poi
Bersani nel 2007 a permettere - ben prima di Brunetta - la definitiva
trasformazione di tutte le scuole in "Fondazioni di diritto privato".
Lo
smantellamento dell'istruzione pubblica si inserisce infatti in un più generale
piano di privatizzazione dell'istruzione voluto dalla borghesia e di cui
entrambi gli schieramenti politici (centrodestra e centrosinistra) sono gli
esecutori materiali. Il fatto che oggi il governo Berlusconi regali aumenti di
stipendio solo agli insegnanti di religione (nominati dalle curie) è la
ciliegina su una torta cucinata con ricetta bipartisan per la gioia del
Vaticano.
La riforma sulla
pelle degli studenti
Al di là della perdita dei posti di
lavoro, la "riforma" della scuola superiore si tradurrà anche in un immediato
scadimento dell'offerta formativa (già ridotta all'osso per il taglio dei
finanziamenti pubblici) per gli studenti. E' prevedibile che, in virtù
dell'automomia finanziaria degli istituti, aumenteranno sempre più le spese a
carico delle famiglie. Non solo: la netta distinzione fra percorsi liceali da
una parte e percorsi tecnici e professionali dall'altra tende ad accentuare, fin
nel percorso formativo, le differenze di classe. La scuola di eccellenza sarà
riservata alle istituzioni private (inaccessibili ai figli dei lavoratori), i
licei statali rappresenteranno un tassello intermedio, mentre l'istruzione
tecnica e professionale subirà uno scadimento in quanto ricettacolo dei figli di
proletari. Verranno, in generale, cancellate o ridotte in tutti gli istituti
discipline importanti come la storia e la geografia, le ore di laboratorio e le
conversazioni in lingua straniera. Ma si tratta solo di pochi esempi tra i tanti
che si potrebbero fare.
Anche e soprattutto i figli dei lavoratori immigrati
- in gran parte iscritti negli istituti tecnici e professionali - faranno le
spese di questa ristrutturazione. Il governo ha infatti imposto un tetto massimo
del 30% per gli studenti stranieri nelle classi. Un fenomeno reale - cioè quello
della presenza nelle scuole di studenti immigrati privi spesso di una buona
conscenza della lingua italiana a causa dell'assenza di adeguati servizi a loro
rivolti, come i corsi di alfabetizzazione - diventa l'occasione per fomentare
fenomeni di esclusione e attuare politiche razziste. L'ipocrisia di questo
provvedimento è evidenziata dal fatto che, anziché potenziare i corsi
pomeridiani di alfabetizzazione, semplicemente li si smantella.
A tutto ciò
va aggiunto il decreto che consente di sostituire l'ultimo anno obbligatorio a
scuola (16 anni) attraverso contratti di apprendistato nelle aziende: una manna
dal cielo per le aziende che, mentre licenziano milioni di lavoratori, potranno
attingere a questa risorsa a basso costo; un danno per gli studenti, che si
vedranno privati anche del diritto a un'istruzione di base.
Lo sciopero non
basta!
Se si è arrivati a tutto questo è anche perché, nelle
scuole, nonostante la generosa ondata di lotte studentesche dello scorso anno,
non c'è stata un'adeguata risposta - soprattutto negli istituti superiori, che
proprio per questo sono i più colpiti ora dalla mannaia del governo - da parte
dei lavoratori. Di questo sono responsabili anzitutto le burocrazie dei
principali sindacati, incluse quelle della Cgil, che pure ora si colloca su un
terreno di opposizione di facciata. La straordinaria riuscita dello sciopero
unitario del 30 ottobre 2008 e la volontà di lotta da parte dei lavoratori della
scuola emersa in quell'occasione è stata tradita o dispersa dalle burocrazie
sindacali. Se la Cisl e gli altri sindacati filogovernativi hanno gettato acqua
sulla protesta nella speranza di raccogliere qualche briciola dal tavolo del
governo, la direzione della Cgil (sindacato che nella scuola conta una buona
presenza in termini di iscritti) non ha fatto nulla per creare uno stato di
agitazione nelle scuole, preferendo alimentare illusioni su una improbabile
bocciatura della riforma da parte degli organismi della magistratura borghese.
Al contempo, anche alcuni settori del sindacalismo di base hanno oscillato tra
pulsioni settarie (per esempio rifiutandosi di partecipare a scioperi e
mobilitazioni di massa perché indette da sindacati concertativi) e battaglie al
ribasso (centrate sulla "resistenza individuale" nelle scuole).
Chi ha
pagato sono i lavoratori, in primis i precari, che si sono visti precipitare
addosso un macigno. Sono nati o stanno nascendo in tutta Italia coordinamenti o
comitati di lotta di precari della scuola (spontanei o legati alle
organizzazioni sindacali), che chiedono il ritiro dei tagli e della riforma.
Soprattutto, dai coordinamenti di lotta precari della scuola esce la richiesta
alle organizzazioni sindacali di dare risposte forti, come il blocco degli
scrutini di fine anno.
In occasione dello sciopero della Cgil del 12 marzo -
"sciopericchio" insufficiente sia per le modalità con cui è stato proclamato
(solo 4 ore), sia per la piattaforma rivendicativa centrata sugli aspetti
fiscali (una presa in giro dei milioni di lavoratori che stanno perdendo il
posto di lavoro) - i Cobas della scuola hanno indetto uno sciopero di 8 ore e
lanciato una manifestazione nazionale a Roma rivendicando il ritiro della
riforma. E' un momento di lotta importante che occorre costruire fin da subito
in ogni scuola, ma è evidente, anzitutto ai lavoratori, che lo sciopero non
basta a scongiurare centinaia di migliaia di licenziamenti e un futuro di
precarietà eterna per i precari della scuola. Servono risposte forti. Fin da
subito occorre bloccare l'attività didattica nelle scuole (sono già iniziate le
prime occupazioni di istituti da parte degli studenti insieme con i precari),
costruire comitati di lotta in tutte le scuole per chiedere il ritiro della
riforma, chiedere ai sindacati di trasformare lo sciopero di marzo in uno
sciopero ad oltranza e di minacciare fin da subito il blocco degli scrutini di
giugno.
Solo un'azione di massa che abbia come protagonisti i lavoratori
della scuola, al fianco degli studenti, potrà respingere la distruzione in
corso. Le burocrazie di quei sindacati che, facendo orecchie da mercante alle
richieste dei coordinamenti di lotta dei precari della scuola, si rifiuteranno
di sostenere un percorso di lotta dura (anche al di fuori delle compatibilità
imposte dal sistema) si assumeranno la responsabilità di essere complici del
governo nella distruzione della scuola pubblica e del licenziamento di migliaia
lavoratori.
* coordinamenti di lotta dei precari
della scuola
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