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La Fiat vuole chiudere Termini Imerese PDF Stampa E-mail
venerdì 29 gennaio 2010

 La Fiat vuole chiudere Termini Imerese

Una sola parola d'ordine:

occupazione delle fabbriche! 

 

terminifiat

 operai della Delivery email di Termini Imerese (indotto Fiat) da giorni sul tetto dell'azienda contro i licenziamenti
 
di Davide Margiotta (*)
 
 
Mentre Sergio Marchionne annuncia candidamente che nel 2012 chiuderà lo stabilimento di Termini Imerese, il 2009 per la Fiat si chiude meglio del previsto. La Borsa ha accolto i conti di fine anno con soddisfazione, spingendo il titolo in rialzo fino a un guadagno dello 0,8% nei minuti successivi alla diffusione dei risultati. Ufficialmente (perchè nella società capitalista non si sa mai veramente quale sia il bilancio reale di un'azienda) il gruppo ha chiuso con una perdita netta di 848 milioni di euro. I ricavi sono calati da 60 a 50 miliardi di euro. Risultati migliori del previsto garantiti dai licenziamenti dei precari e dall'uso massiccio della Cassa integrazione (che, ricordiamolo, è pagata per l'80% dai lavoratori!). Per quest'anno il Lingotto si attende addirittura un miglioramento in tutti i settori, con il giudizio sospeso sul comparto auto, il cui andamento dipenderà dal mantenimento dei programmi di ecoincentivi. Gli obiettivi per il 2010 sono di 53 miliardi di euro di ricavi e di un risultato netto positivo per 2-300 milioni di euro.  
 
I piani dei padroni
Uno dei processi che si ripresentano costantemente durante le crisi capitalistiche è quello della concentrazione del capitale tramite l'acquisizione di imprese. Questa centralizzazione del capitale crea dei super-Gruppi industriali e finanziari che controllano di fatto intere economie e interi Paesi, che normalmente formano dei cartelli dominanti, ma che in fasi di crisi entrano apertamente in contrasto, portando all'aumento delle tensioni commerciali e di conseguenza all'aumento delle tensioni politiche e militari. Intervenendo all'Automotive News World Congress, Marchionne ha chiarito le idee a quanti non avessero ancora capito che l'attuale crisi è una crisi di sovrapproduzione:"a livello globale la nostra industria ha la capacità di produrre circa 94 milioni di auto all'anno, circa 30 milioni in più di quante se ne vendono. Un terzo di questo eccesso di capacità si trova in Europa, dove il settore automobilistico resta virtualmente l'unico settore a non aver ancora razionalizzato la produzione. L'Europa lo scorso anno ha utilizzato il 75% della propria capacità, un numero che potrebbe scendere al 65% quest'anno...".
 E' in questa cornice che vanno letti i piani di Fiat, che non sono semplicemente di tagliare i costi licenziando migliaia di lavoratori in mezzo mondo (secondo il quotidiano economico tedesco Handelsblatt il cosiddetto "Progetto Phoenix" prevedeva la chiusura o il ridimensionamento di diverse fabbriche in tutta Europa: Germania, Spagna, Svezia, Belgio, Gran Bretagna, Austria e Italia). La strategia di Marchionne è fatta anche di acquisizioni (Opel e intesa con Chrysler) e del tentativo di sfondare su nuovi mercati (quello nordamericano su tutti, con l'operazione Chrysler).
L'operazione Opel è fallita, ma l'obiettivo principale dello sfondamento negli Usa è perfettamente riuscito, tramite l'acquisizione del controllo strategico di Chrysler, pagata a caro prezzo dai lavoratori statunitensi (i cui sindacati hanno accettato un accordo capestro che prevede il divieto di sciopero fino al 2015, il congelamento del salario - che per i nuovi assunti sarà pari al 70% di quello attuale -, penalizzazioni sugli straordinari, la cancellazione per due anni di numerose festività, l'acquisto suicida di una gran quantità di azioni dell'azienda da parte del fondo pensione dei dipendenti).  
 
La risposta dei lavoratori
In un territorio come la Sicilia la decisione di chiudere lo stabilimento di Termini ha conseguenze sociali ancora più devastanti che altrove. In tre anni nell'isola si sono persi oltre 54 mila posti e il 50% delle famiglie si trova nella fascia di "povertà relativa". Ogni anno decine di migliaia di lavoratori sono costretti a emigrare. Di fronte a questo sfacelo i sindacati concertativi hanno dimostrato una volta di più la loro subalternità al capitale, rifiutando ogni ipotesi di sciopero a oltranza. La risposta di Fiom, Fim, Uim all'arroganza padronale si è limitata alla proclamazione di 4 ore (quattro!) di sciopero per il prossimo 3 febbraio!
E così, mentre la Fiat decide unilateralmente la sospensione della produzione a Termini "sino a quando verrà ripristinato il flusso delle merci", e annuncia la cassa integrazione per tutti gli stabilimenti del gruppo, i lavoratori scavalcano le proprie direzioni traditrici e si mobilitano loro malgrado. A Pomigliano 38 operai precari, il cui contratto non è stato rinnovato, stanno in queste ore bloccando le strade, dopo aver occupato la stanza del sindaco.
Prosegue anche il presidio degli operai a Termini Imerese e l'eroica lotta dei lavoratori Delivery Email: tredici operai dell'indotto che perderanno il lavoro sono da nove giorni sui tetti contro i licenziamenti e la revoca della commessa da parte del Lingotto ("Scenderemo solo con la certezza di un lavoro oppure morti...").
Il 29 gennaio si terrà sotto la supervisione del ministro Scajola (il macellaio di Genova 2001)  il Tavolo dell'Auto per discutere del futuro di Termini Imerese, ma non sembra che il governo abbia intenzione di giocare un ruolo di primo piano nella vicenda, vista l'impossibilità immediata di elargire i soliti aiuti statali al Lingotto.  
 
Per l'occupazione degli stabilimenti!
Le masse non hanno più fiducia nelle classi dominanti; mai tra i lavoratori tanta è stata la sfiducia verso i partiti borghesi (è questo il vero significato del diffuso sentimento "antipolitico"): le premesse oggettive per una situazione rivoluzionaria sono già mature. Quello che manca è l'elemento soggettivo.
La crisi capitalistica sta distruggendo la vita di milioni di proletari. Di fronte all'attacco del padronato, di fronte al tentativo di scaricare i costi della sua crisi sul proletariato, abbiamo assistito sinora a singole lotte eroiche, ma non ancora all'esplosione sociale di cui la situazione è oggettivamente gravida. Le ragioni sono molteplici: dal sapiente uso degli ammortizzatori sociali al ruolo di veri e propri "agenti della borghesia nel movimento operaio" giocato dalle direzioni burocratiche (Cgil, Fiom, Rifondazione: tutti interpretano la parte del pompiere). La battaglia che si svolgerà nei prossimi mesi alla Fiat sarà decisiva: una vittoria contro l'azienda-simbolo del capitalismo italiano aprirebbe un nuovo ciclo di lotte in tutto il Paese. Ma solo una lotta dura e senza quartiere può piegare i disegni di Marchionne, che sono i disegni della borghesia che tenta disperatamente di salvarsi dalla catastrofe. Gli scioperi (specie quelli simbolici) a questo punto non bastano più, è necessaria una lotta ad oltranza e l'occupazione degli stabilimenti delle aziende in crisi, a partire da Termini.
Le lotte alla Innse, all'Alcoa, alla Bar.sa sono solo alcuni esempi che dimostrano che si può fare.  A partire da questa vertenza centrale è urgente riuscire a costruire l'unità della classe lavoratrice, nativa e immigrata, intorno a una piattaforma di lotta radicale. La forza gigantesca della classe operaia, finora trattenuta dalle burocrazie, può battere il padronato e il suo governo!  
 
(*) operaio metalmeccanico, responsabile nazionale lavoro sindacale Pdac
 
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