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CONGRESSO
DELLA CGIL
TRA SUBALTERNITA' AL PADRONATO E OPPORTUNISMI
La battaglia
dell'area classista nella Rete 28 Aprile
di Pia
Gigli
Il documento di
Epifani: subalternità a governo e Confindustria
E’ iniziato a
tutti gli effetti il congresso della Cgil che sfocerà a maggio nell’assise
nazionale. Il 23 novembre il Direttivo nazionale ha approvato i testi definitivi
dei documenti congressuali.
Il primo documento del segretario Epifani dal titolo “I diritti e il lavoro
oltre la crisi” (sottoscritto anche dall’area programmatica Lavoro e Società)
merita poche parole perché conferma abbondantemente la linea della Cgil di
questi ultimi anni: nessuna impostazione rivendicativa né tantomeno
conflittuale, viene lanciato un “Progetto Paese” suggerendo a governo e
Confindustria le ricette giuste per far funzionare meglio il sistema “Paese”,
appunto, sulla base di un presunto interesse comune tra lavoratori e padroni,
rilancia e auspica il dialogo con Cisl e Uil, dopo che con la firma dell’accordo
separato sul modello contrattuale del 22 gennaio, questi sindacati hanno
dimostrato definitivamente il loro approdo neocorporativo. D’altra parte il
rifiuto del nuovo modello contrattuale da parte della Cgil è stato un rifiuto di
facciata, perché la vera pratica perseguita nei successivi rinnovi contrattuali
(alimentaristi, telecomunicazioni e recentemente il settore del legno) ha visto
recepire in tutto o in parte i dettami dell’accordo. Invece di contrastare
l’accordo con una vera pratica confederale, la Cgil, in nome di un “sano
realismo”, ha dimostrato di non voler rompere né con Confindustria né con il
governo, né con Cisl e Uil ponendosi così come freno reale alle lotte che pur in
tutto il Paese si stanno allargando, e isolando di fatto la Fiom, unica
categoria che ha contrastato in qualche modo, con una propria piattaforma
alternativa, il nuovo modello contrattuale.
Il documento di Epifani
rivendica questa strategia e lascia a un futuro lontano la “riconquista di un
nuovo quadro di regole”. Come, d’altra parte, lascia ad un futuro lontano il
contrasto alla controriforma del lavoro pubblico voluta dal ministro Brunetta
che pone una pietra tombale al ruolo del sindacato nel pubblico impiego e
distrugge la dignità dei lavoratori.
Niente conflitto, ricucitura con Cisl e
Uil, riconquista di una sedia al tavolo con Governo e Confindustria: questi sono
gli obiettivi della Cgil espressi in sostanza nel documento di maggioranza e
ribaditi nella pratica. Lo dimostrano le dichiarazioni di Epifani al termine
della manifestazione del 14 novembre dove “manda a dire” a Cisl e Uil che
qualora “volessero fare uno sciopero generale sul fisco, la Cgil è pronta ed è
in prima fila” ed il rifiuto netto dello sciopero generale richiesto dalla
minoranza congressuale con un ordine del giorno proprio nell’ultimo direttivo
nazionale del 23 novembre.
Il documento di opposizione: una
"alternativa" più di nome che di fatto
Ma se sulla strategia
del documento di Epifani non c’è da stare allegri, il documento di minoranza “La
Cgil che vogliamo” risulta “alternativo” soltanto nominalmente, mentre sarebbe
stata necessaria una rottura decisa con le politiche di collaborazione di classe
della Cgil, che potesse dare una risposta vera agli attacchi di governo e
Confindustria al mondo del lavoro.
Invece l’orizzonte teorico proposto non si discosta troppo da
quello della maggioranza e propone un “nuovo modello di sviluppo”, più equo e
sostenibile, soluzione, questa sì, irrealistica e utopica nel sistema
capitalistico, tanto più illusoria in periodo di crisi. Se da una parte
rivendica il conflitto e pone come questione centrale la coerenza della Cgil
rispetto al rifiuto del nuovo modello contrattuale perseguendo una propria
strada indipendente da Cisl e Uil, dall’altra non pone il superamento degli
accordi del ’93, apre a sistemi di cogestione aziendale, propone le “primarie”
per la definizione dei gruppi dirigenti, accetta la bilateralità “buona”,
propone la “demolizione” della controriforma Brunetta procrastinata nel tempo.
Si tratta di contraddizioni e ambiguità del tutto ovvie se si
considera l’eterogeneità dei firmatari: si va da Rinaldini segretario della
Fiom, categoria che, pur con pesanti limiti, ha praticato una linea di contrasto
all’accordo separato, presentando una propria piattaforma contrattuale,
scioperando e rivendicando il voto dei lavoratori, a Cremaschi portavoce della
Rete 28 Aprile, area di sinistra in Cgil, ai segretari di altre categorie come
la Funzione pubblica (Podda), la Fisac (Moccia), alla segretaria nazionale Cgil
Nicoletta Rocchi, a ex segretari nazionali come Maulucci e Guzzonato, a ex
dirigenti di Lavoro società. Molti di questi firmatari hanno condiviso le
politiche di maggioranza della Cgil (ad esempio il sindacato dei bancari ha
sottoscritto un rinnovo contrattuale che ha previsto, ben prima del 22 gennaio,
la durata triennale del contratto, aumenti salariali compatibili con
l’inflazione programmata, assunzioni di personale con inquadramenti inferiori
alle mansioni ricoperte, oppure il segretario della Filcams – Commercio -
Scarpa, ha firmato con Cisl e Uil, un contratto a perdere per i lavoratori e
contro il quale precedentemente erano stati chiamati allo sciopero). Si tratta
dunque di un documento ambiguo e insufficiente per una vera battaglia di
opposizione in Cgil e che non nasconde che l’intento effettivo di questo insieme
di dirigenti è quello di conquistare posti nei nuovi equilibri della
confederazione.
Il dibattito nella Rete 28 Aprile e la
battaglia dell'area classista
Come compagni del Pdac, insieme
ad altri compagni attivi nella Rete 28 Aprile, abbiamo tentato di contrastare
questo esito aprendo una battaglia all’interno della Rete fin da quando ci è
stato chiaro che si sarebbe andati ad un documento di compromesso sui contenuti.
Per noi un vero documento di opposizione avrebbe dovuto denunciare le politiche
di collaborazione di classe seguite dalla maggioranza della Cgil (i cui effetti
nefasti si sono avuti anche quando era al governo una coalizione di
centrosinistra). Avrebbe dovuto rivendicare una totale indipendenza del
sindacato e dei lavoratori nei confronti di ogni governo borghese e dei partiti
che lo sostengono. Avrebbe dovuto lanciare una proposta volta allo scontro, non
all’accomodamento, con l’avversario di classe, la grande borghesia imperialista
italiana, riprendendo in maniera seria e conseguente la parola d’ordine che da
ormai oltre un anno, segna le mobilitazioni di giovani, studenti e disoccupati:
“Non pagheremo noi la vostra crisi”.
Per fare ciò, avrebbe dovuto presentare
un programma di rivendicazioni di carattere chiaramente classista, per
l’abolizione di tutte le leggi che hanno creato la precarietà nel mondo del
lavoro (Treu e Biagi), per la cancellazione della legislazione razzista che
condanna ad un feroce sfruttamento e alla marginalità sociale milioni di
lavoratori immigrati (Turco Napoletano e Bossi Fini), per la rivendicazione di
consistenti aumenti salariali volti a recuperare il potere d’acquisto perso dai
lavoratori fin dai tempi degli accordi di luglio del 92/93, per un ritorno ad un
sistema pensionistico totalmente pubblico, basato sul sistema ridistributivo e
per il diritto alla pensione per tutti dopo 35 anni di lavoro. Avrebbe dovuto
rivendicare investimenti nella scuola, nella sanità e nel trasporto pubblico.
Avrebbe dovuto rivendicare l’occupazione e la nazionalizzazione senza indennizzo
delle aziende che licenziano o mettono in mobilità i lavoratori.
Abbiamo
tentato di aprire una discussione all’interno della Rete affinché, eventuali
alleanze a partire dalla Fiom, si componessero su contenuti classisti ed abbiamo
esplicitato le nostre posizioni in un documento di discussione presentato alla
Festa della Rete di Collecchio nel mese di agosto (il documento è visibile sul
sito http://www.areaclassistacgil.org/).
In quel documento criticavamo la scelta dei dirigenti della Rete (essenzialmente
Cremaschi), a fronte della volontà dichiarata fin dall’assemblea nazionale di
Milano (maggio 2009) di presentare un proprio documento congressuale, di
costruire un’alleanza interna alla Cgil, oltre che con la Fiom, anche con
settori e categorie ben distanti dagli orientamenti della Rete (Fp, bancari, ex
componenti della segreteria nazionali defenestrati da Epifani), essenzialmente
pezzi di apparato, facendo intravedere un’alleanza di vertice, tutta
burocratica, finalizzata a guadagnare spazi interni all’assetto dirigenziale
della Cgil. Abbiamo affermato la necessità di una proposta autonoma della Rete
elaborato su contenuti di classe e con una prospettiva apertamente
antiburocratica, che rompesse definitivamente con la concertazione e che
trovasse nel conflitto e anche nel coordinamento con il sindacalismo di base un
terreno di unificazione delle lotte. Un documento rivolto in primo luogo ai
lavoratori e non ai gruppi dirigenti e che a partire da qui potesse costruire
eventuali alleanze.
Ma la scelta dell’”ampia alleanza” da parte della Rete
28 Aprile ha seguito un iter complessivamente non democratico che sconta, tra
l’altro, una insufficiente costruzione e strutturazione dell’area nei territori
e nelle categorie. Un iter nel quale non si è aperta una reale discussione
complessiva sugli orientamenti congressuali, prefigurandone gli esiti fin
dall’assemblea nazionale di Milano, non si è discussa nessuna bozza o proposta
di testo congressuale (pur frutto di elaborazione con altre componenti) da parte
di tutti i compagni della Rete, anzi, a decisione evidentemente già presa e a
soli cinque giorni dalla presentazione in Commissione politica del documento
precongressuale a firma di Cremaschi, Rinaldini (Fiom), Moccia (Fisac), Podda
(Fp), Casavecchia, Peroni (26 ottobre), si è voluto dare una ratifica del tutto
formale alla “ampia alleanza” con una “consultazione” (telefonica) del solo
gruppo di continuità nazionale.
A differenza di altre posizioni interne alla
Rete che si definiscono rivoluzionarie, ma che nei fatti non hanno in alcun modo
portato avanti una battaglia conseguente, né hanno contrastato in alcun modo il
portavoce Giorgio Cremaschi nelle sue pratiche e nelle sue proposte, e che hanno
anzi dato una copertura "di sinistra" al tutto (è quanto hanno fatto i dirigenti
del Pcl con maggior zelo, seguiti da quelli di Sinistra Critica e di
Falcemartello), noi abbiamo invece ribadito le nostre posizioni programmatiche
in un ordine del giorno presentato alla riunione del gruppo di continuità della
Rete il 20 novembre (odg che pubblichiamo qui sotto).
Di fronte al difficile
quadro sociale che stiamo vivendo, ma anche di fronte alle numerose lotte che
stanno prendendo piede nel Paese, crediamo che debbano essere combattute tutte
le tendenze a ridurre il ruolo del sindacato a quello di “pacificatore sociale”.
A chi ci dice che la battaglia è "in salita" e che siamo degli illusi, diciamo
che i milioni di lavoratori iscritti alla Cgil devono poter lottare per una
prospettiva diversa del proprio sindacato che veda la rottura della
collaborazione di classe. Per questo sosterremo il documento contrapposto ad
Epifani, ma continueremo la nostra battaglia in Cgil per la costruzione di una
vera area classista.
ORDINE DEL GIORNO presentato alla
riunione del 20 novembre
del Gruppo di continuità Nazionale della
Rete 28 Aprile
La decisione di presentare un documento alternativo al XVI
congresso della CGIL è un fatto indubbiamente positivo.
Di fronte ad un testo
avanzato dalla maggioranza del Direttivo nazionale, che nella sostanza ricalca e
rivendicata la politica seguita dal sindacato negli ultimi quindici anni, una
scelta differente sarebbe stata grave e incomprensibile non solo per tutti i
settori più combattivi e di avanguardia del nostro sindacato, ma anche per quei
lavoratori e disoccupati che guardano con attenzione alle scelte della nostra
confederazione.
Tuttavia pensiamo che questa battaglia congressuale corra il
serio rischio di essere “incompiuta”, cioè di non trarre le necessarie
conclusioni che la situazione politica e sociale, italiana e internazionale,
impongono. Di fronte all'attacco frontale, inasprito dalla crisi, che il
capitalismo sta sferrando contro i lavoratori, le risposte del sindacato
dovrebbero essere all'altezza della sfida.
In questo quadro le proposte
avanzate nel documento di minoranza ci sembra che assomiglino a "pannicelli
caldi", non in grado di fornire quelle rivendicazioni che potrebbero mobilitare
i lavoratori su una chiara piattaforma anticapitalista. Il documento alternativo
presentato, non risponde al compito generale di una rottura di linea politica di
cui la CGIL necessita - e che la Rete 28 Aprile, pur non in modo
autosufficiente, si era candidata a rappresentare -, né di una riforma in senso
antiburocratico.
Solo un chiaro programma di rivendicazioni sindacali
insieme a nuovo modo di condurre la lotta sindacale per raggiungere gli
obbiettivi e i programmi dichiarati, che avessero come idea finale “la crisi la
paghino i padroni”, potrebbero assolvere a questo compito.
- Quindi, invece
di limitarsi ad avanzare una proposta vaga sul superamento della legge 30
(Biagi), bisognerebbe rivendicare l’abolizione di tutte le leggi che hanno
introdotto la precarietà nel mondo del lavoro (a partire dal famigerato
pacchetto Treu), e la relativa stabilizzazione con contratto di lavoro a tempo
indeterminato per i milioni di lavoratori che oggi non sanno se il loro
contratto a termine verrà mai rinnovato.
- Piuttosto che proporre un
rafforzamento degli ammortizzatori sociali, di fronte alle migliaia di imprese
che licenziano o ricorrono alla cassa integrazione, bisogna avanzare le parole
d’ordine dell’occupazione delle fabbriche, della riduzione dell’orario di lavoro
a parità di salario fino al totale riassorbimento della disoccupazione (scala
mobile dell’orario di lavoro).
- Per aumentare il potere d’acquisto dei
salari, falcidiato da anni di rinnovi contrattuali figli della politica della
concertazione sindacale dei primi anni ‘90 (che è servita come base per l’ultimo
rinnovo contrattuale dei bancari, e per la stessa piattaforma presentata dalla
FIOM), richiedere consistenti aumenti salariali minimi a livello
intercategoriale di 400 euro mensili.
Abbiamo necessità di un programma che
non si limiti ad essere solo una generica e utopica richiesta di eliminazione
degli aspetti peggiori del sistema capitalistico, né un’altrettanto astratta
rivendicazione di un altro mondo possibile, relegato ad un lontano e incerto
futuro. No: serve una piattaforma che nella complessità della sua articolazione
abbia la possibilità di creare quel blocco sociale alternativo e
anticapitalista, non genericamente "autonomo dai partiti" ma coerentemente
autonomo dai partiti della borghesia, dal suo Stato, dai suoi governi;
indipendente anche da quelle organizzazioni che parlano in nome dei lavoratori
ma nei fatti subordinano gli interessi delle classi subalterne a quelli delle
classi dominanti sostenendo i governi "progressisti" nel gioco dell'alternanza
padronale.
Queste considerazioni, che come compagni e compagne della
Rete, in modo compiuto abbiamo rappresentato nelle discussioni interne con il
documento presentato a Parma nel mese di agosto 2009, vogliono essere il nostro
contributo per rendere effettiva, coerente e più incisiva la battaglia della
Rete come area di sinistra in Cgil.
Una battaglia, quella della R28A, che
abbiamo condiviso fin dal suo nascere e che continueremo a sostenere,
consapevoli della assoluta necessità dell’esistenza di una sempre più forte area
classista nel più grande sindacato italiano.
Andrea Furlan, direttivo regionale Filcams-Cgil R28A
Lazio, M.Pia Gigli Fp-Cgil AALL R28A Lazio, Alberto Cacciatore Fp-Cgil AALL R28A
Lazio, Leonardo Deangelis, direttivo Cgil Roma Centro R28A Lazio, Alberto
Madoglio, dir.Prov.le Fisac-Cgil Cdl Cremona R28A Lombardia, Davide Margiotta,
Fiom-Cgil, R28A Marche, Gianluca Mazzei RSA Filcams-Cgil R28A Lazio, Lorenzo
Mortara Fiom-Cgil YKK Vercelli R28A Lombardia, Emanuela Pulcini RSA Filcams-Cgil
R28A Lazio, Francesco Riggio RSA Filcams-Cgil R28A Lazio, Stefano Santarelli
Fp-Cgil Sanità R28A Lazio, Marco Vagaggini, direttivo Filcams-Cgil Roma R28A
Lazio
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