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L’imperialismo italiano e i suoi costi PDF Stampa E-mail
sabato 21 novembre 2009
 L’imperialismo italiano e i suoi costi


 
di Claudio Mastrogiulio
 
 
Nonostante le trasmissioni di Santoro e gli editoriali di Travaglio affannosamente cerchino di spiegare all’opinione pubblica italiana come lo Stato impieghi una parte troppo esigua del proprio bilancio per il sovvenzionamento dell’apparato repressivo, puntuali arrivano i 13 miliardi di euro spesi da La Russa per il pagamento di ben 131 caccia bombardieri. Un esborso che ha fatto scalpore, non solo per la sua enormità, ma anche per il periodo in cui è avvenuto, eravamo infatti nel periodo immediatamente successivo al terremoto abruzzese.
imperialismo09
Qualche numero sull’apparato militare nostrano
Nel 2010 sono previste spese militari per 23,5 miliardi di euro, cifra che equivale all’1,5% del Pil (Prodotto Interno Lordo; indice che misura la ricchezza di un Paese). Quello italiano, è un apparato militare elefantiaco, in cui si registra un meccanismo paradossale: il numero dei comandanti è in procinto di superare quello dei comandati. In effetti, vi sono 600 generali ed ammiragli, 2660 colonnelli e decine di migliaia di altri ufficiali. Il costo maggiore è rappresentato dal mantenimento di questo enorme apparato: pensioni, indennità, armamenti.
Il governo Berlusconi, col ministro della Difesa La Russa, sta perseguendo la medesima politica militare dei governi degli ultimi anni. Una politica fatta di aumenti enormi per le spese militari, rifinanziamenti delle missioni di guerra negli scenari dell’imperialismo internazionale (Afghanistan in primis). La questione delle guerre di rapina in giro per il mondo rappresentano l’architrave su cui prospera una grande alleata dei governi italiani (di ogni colore politico) degli ultimi decenni: l’industria bellica.

L’occupazione italiana in Afghanistan
La guerra in Afghanistan ha provocato la morte di oltre 40 mila vittime, in particolar modo civili inermi. La spedizione militare è costata ai lavoratori italiani (in termini di contributi) oltre due miliardi e mezzo di euro. Inizialmente (la guerra è iniziata il 7 ottobre 2001) il costo medio annuo si aggirava intorno ai 300 milioni di euro, ma oggi, col progressivo invio sempre più numeroso di soldati e mezzi, la spesa supera abbondantemente il mezzo miliardo all’anno (il che significa quasi un milione e mezzo di euro al giorno). Per la tanto propagandata ricostruzione dell'Afghanistan, l'Italia ha speso finora circa 40 milioni di euro. Di questa ricostruzione non v’è traccia alcuna.
Ad imperituro ricordo della “gloriosa” presenza dei militari italiani vi sono innumerevoli vicende che ne dimostrano il segno dichiaratamente imperialista. Una di queste è rappresentata dal caso della ragazza di 13 anni uccisa da soldati italiani ad Herat, lo scorso maggio. Di questa ragazza non conosciamo neanche il nome, mentre sappiamo tutto dei mercenari al soldo dell’imperialismo italiano caduti lo scorso settembre in seguito ad un atto di resistenza della guerriglia afghana. 
In Italia, intanto, la spudorata difesa delle scelte dell’imperialismo e dei suoi fedeli sicari è un argomento bipartisan, tanto da sentire il ministro della Difesa La Russa affermare che, nonostante tutto, lo spirito con cui l’Italia partecipa alla missione Isaf (sotto l’egida dell’Onu, ormai sempre più il comitato d’affari e di rapina dell’imperialismo internazionale) resta quello della “stabilizzazione del Paese”. Per il fronte Pd è Fassino a riaffermare il principio che ha caratterizzato la politica estera dell’ultimo governo Prodi (sostenuto dal Prc e dal Pdci che oggi si riscoprono magicamente “anticapitalisti”) di un rafforzamento del contingente italiano in Afghanistan con il corrispettivo aumento delle spese militari.   

La posizione della socialdemocrazia …
Mentre in Afghanistan muoiono migliaia di civili per mano delle bande armate dell’imperialismo (anche italiano), il Prc di Ferrero ed il Pdci di Diliberto si ostinano a riaffermare uno sterile quanto inutile pacifismo. Un pacifismo pieno di contraddizioni, se sottolineiamo il fatto che ieri questi due stessi partiti fecero parte della compagine governativa dell’esecutivo prodiano (quello della guerra in Libano, oltre che in Afghanistan ed in Iraq); ed oggi siedono ai tavoli di trattativa con Bersani nuovo segretario del Pd in vista di una nuova ricollocazione per le Regionali prima e per le prossime politiche successivamente. La tattica socialdemocratica è sempre la stessa: avanzare vuote e moderate (rispetto all’acrimonia con la quale l’imperialismo attua le sue efferate guerre) parole d’ordine, per poi disattenderle puntualmente una volta raggiunto lo scranno parlamentare o addirittura ministeriale.

… e quella dei rivoluzionari   
Chiunque si ritenga oppositore di questo iniquo sistema sociale che costringe la maggioranza della  popolazione mondiale a subire sfruttamento, carestie, guerre per poter permettere ad un pugno di capitalisti di detenere la quasi totalità della risorse e dei beni socialmente e naturalmente prodotti, non può non porre come punto imprescindibile per il reale affrancamento delle popolazioni occupate, una reale autonomia politica, organizzativa e di classe dei proletariati nei confronti delle borghesie imperialiste; la qual cosa presuppone la consapevolezza per cui soltanto con un movimento politico autenticamente di classe e rivoluzionario si possono radicalmente rovesciare le sorti degli oppressi dall’imperialismo. Per questo il Partito di Alternativa Comunista saluta con fraterna solidarietà di classe le scintille di resistenza che si sviluppano nei Paesi occupati dall’arroganza imperialista: senza timore di ricevere alterità di giudizio da parte di chi quest’inaccettabile situazione di assoggettamento di interi popoli all’animalità dello sfruttamento economico e sociale continua ad accettarlo come un dato naturale e immutabile.
 
 
 
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