Qualche numero sull’apparato militare
nostrano
Nel 2010 sono previste spese militari per 23,5
miliardi di euro, cifra che equivale all’1,5% del Pil (Prodotto Interno Lordo;
indice che misura la ricchezza di un Paese). Quello italiano, è un apparato
militare elefantiaco, in cui si registra un meccanismo paradossale: il numero
dei comandanti è in procinto di superare quello dei comandati. In effetti, vi
sono 600 generali ed ammiragli, 2660 colonnelli e decine di migliaia di altri
ufficiali. Il costo maggiore è rappresentato dal mantenimento di questo enorme
apparato: pensioni, indennità, armamenti.
Il governo Berlusconi, col ministro della Difesa La Russa,
sta perseguendo la medesima politica militare dei governi degli ultimi anni. Una
politica fatta di aumenti enormi per le spese militari, rifinanziamenti delle
missioni di guerra negli scenari dell’imperialismo internazionale (Afghanistan
in primis). La questione delle guerre di rapina in giro per il mondo
rappresentano l’architrave su cui prospera una grande alleata dei governi
italiani (di ogni colore politico) degli ultimi decenni: l’industria bellica.
L’occupazione italiana in Afghanistan
La
guerra in Afghanistan ha provocato la morte di oltre 40 mila vittime, in
particolar modo civili inermi. La spedizione militare è costata ai lavoratori
italiani (in termini di contributi) oltre due miliardi e mezzo di euro.
Inizialmente (la guerra è iniziata il 7 ottobre 2001) il costo medio annuo si
aggirava intorno ai 300 milioni di euro, ma oggi, col progressivo invio sempre
più numeroso di soldati e mezzi, la spesa supera abbondantemente il mezzo
miliardo all’anno (il che significa quasi un milione e mezzo di euro al giorno).
Per la tanto propagandata ricostruzione dell'Afghanistan, l'Italia ha speso
finora circa 40 milioni di euro. Di questa ricostruzione non v’è traccia
alcuna.
Ad imperituro ricordo della “gloriosa” presenza dei militari italiani
vi sono innumerevoli vicende che ne dimostrano il segno dichiaratamente
imperialista. Una di queste è rappresentata dal caso della ragazza di 13 anni
uccisa da soldati italiani ad Herat, lo scorso maggio. Di questa ragazza non
conosciamo neanche il nome, mentre sappiamo tutto dei mercenari al soldo
dell’imperialismo italiano caduti lo scorso settembre in seguito ad un atto di
resistenza della guerriglia afghana.
In Italia, intanto, la spudorata
difesa delle scelte dell’imperialismo e dei suoi fedeli sicari è un argomento
bipartisan, tanto da sentire il ministro della Difesa La Russa
affermare che, nonostante tutto, lo spirito con cui l’Italia partecipa alla
missione Isaf (sotto l’egida dell’Onu, ormai sempre più il comitato d’affari e
di rapina dell’imperialismo internazionale) resta quello della “stabilizzazione
del Paese”. Per il fronte Pd è Fassino a riaffermare il principio che ha
caratterizzato la politica estera dell’ultimo governo Prodi (sostenuto dal Prc e
dal Pdci che oggi si riscoprono magicamente “anticapitalisti”) di un
rafforzamento del contingente italiano in Afghanistan con il corrispettivo
aumento delle spese militari.
La posizione della socialdemocrazia …
Mentre
in Afghanistan muoiono migliaia di civili per mano delle bande armate
dell’imperialismo (anche italiano), il Prc di Ferrero ed il Pdci di Diliberto si
ostinano a riaffermare uno sterile quanto inutile pacifismo. Un pacifismo pieno
di contraddizioni, se sottolineiamo il fatto che ieri questi due stessi partiti
fecero parte della compagine governativa dell’esecutivo prodiano (quello della
guerra in Libano, oltre che in Afghanistan ed in Iraq); ed oggi siedono ai
tavoli di trattativa con Bersani nuovo segretario del Pd in vista di una nuova
ricollocazione per le Regionali prima e per le prossime politiche
successivamente. La tattica socialdemocratica è sempre la stessa: avanzare vuote
e moderate (rispetto all’acrimonia con la quale l’imperialismo attua le sue
efferate guerre) parole d’ordine, per poi disattenderle puntualmente una volta
raggiunto lo scranno parlamentare o addirittura ministeriale.
… e quella dei rivoluzionari
Chiunque si ritenga oppositore di questo iniquo sistema
sociale che costringe la maggioranza della popolazione mondiale a subire
sfruttamento, carestie, guerre per poter permettere ad un pugno di capitalisti
di detenere la quasi totalità della risorse e dei beni socialmente e
naturalmente prodotti, non può non porre come punto imprescindibile per il reale
affrancamento delle popolazioni occupate, una reale autonomia politica,
organizzativa e di classe dei proletariati nei confronti delle borghesie
imperialiste; la qual cosa presuppone la consapevolezza per cui soltanto con un
movimento politico autenticamente di classe e rivoluzionario si possono
radicalmente rovesciare le sorti degli oppressi dall’imperialismo. Per questo il
Partito di Alternativa Comunista saluta con fraterna solidarietà di classe le
scintille di resistenza che si sviluppano nei Paesi occupati dall’arroganza
imperialista: senza timore di ricevere alterità di giudizio da parte di chi
quest’inaccettabile situazione di assoggettamento di interi popoli all’animalità
dello sfruttamento economico e sociale continua ad accettarlo come un dato
naturale e immutabile.