"Cucù, l'università statale non c'è più": il
ministro Gelmini è incinta e si appresta a salire sull'altare per un matrimonio
riparatore. Quante filastrocche potrà sussurrare al neonato per farlo
addormentare! "Ambarabà ciccì coccò, la mazzata finale a chi la do?". E, una
volta cresciuto, potrà raccontare al figlio le sue prodezze da ministro
dell'istruzione: centinaia di migliaia di insegnanti precari lasciati sulla
strada senza lavoro, milioni di studenti privati della possibilità di studiare
nell'università privatizzata, migliaia di preparatissimi ricercatori costretti a
emigrare all'estero per elemosinare un salario. Il figlio l'ascolterà,
probabilmente contento di poter studiare in istituti, grazie alla mamma,
definitivamente disinfestati dai figli dei lavoratori.
QUANTO COSTA AVERE MILLE
EURO AL MESE...
Dopo decenni di politiche bipartisan volte a
trasformare gli atenei in istituti privati, siamo giunti all'atto finale.
L'università statale sta per scomparire ed è scritto nero su bianco nel disegno
di legge varato a fine ottobre dal Consiglio dei ministri e in discussione alle
Camere. Scoprire la differenza tra un ateneo e una catena di supermercati sarà
cosa ardua: ogni università statale avrà un suo consiglio di amministrazione
(con tanto di direttore generale) che, badate bene, dovrà, per legge, essere
sgombro da studiosi e docenti (eccezion fatta per il rettore): ciò che serve per
farne parte è "una comprovata competenza in ambito gestionale". In altre parole,
dovrà essere costituito da manager, che nulla hanno a che fare con l'attività
didattica, magari riciclati dai consigli di amministrazione di aziende private.
E quali sono i criteri di gestione a cui il consiglio dovrà ispirarsi?
"semplificazione, efficienza ed efficacia". Possiamo immaginare come questi
manager, ispirati da tanto altri principi, avranno a cuore la qualità della
ricerca e della didattica.
Sulle spalle dei ricercatori e del personale
amministrativo si riverserà il taglio delle risorse a cui il decreto legge dà
attuazione. Sono centinaia di migliaia i ricercatori che, con borse di studio
miserrime e senza contratto di lavoro (è il caso dei dottorandi e degli
assegnasti) o con stipendi da fame (poco più di mille euro al mese, come nel
caso dei ricercatori), portano avanti le attività didattiche e di ricerca nelle
università italiane. E' un esercito di professionisti sottopagati che fino a
poco tempo fa avevano, come unica ambizione, quella di riuscire a conseguire un
contratto di lavoro a tempo indeterminato. Ora, questa ambizione possono
gettarla nel cestino della spazzatura: i contratti di ricercatore saranno solo a
tempo determinato e non rinnovabili dopo due volte.
A tutto questo va
aggiunto il blocco del turn over e, soprattutto, il fatto che le
università che si ritiene abbiano una spesa troppo elevata non potranno
effettuare nuove assunzioni di personale, docente o non docente. Sono previste,
infine, fusioni tra università diverse e accorpamenti tra i dipartimenti che
porteranno a una riduzione del personale, soprattutto amministrativo, e
all'impossibilità di fatto di assumere nuovi docenti. A quelli rimasti,
ricercatori sottopagati a tempo determinato inclusi, sarà imposto l'obbligo di
effettuare ore di lezione e di "servizio" e, soprattutto, verranno tolti gli
scatti stipendiali se non daranno prova di efficienza e produttività.
Visto
il quadro, disgustano non poco le parole del ministro che afferma che la
cancellazione dei contratti a tempo indeterminato per i ricercatori è "una
grande opportunità per i giovani". Altrettanto disgustoso è sentire che questa
"riforma" viene presentata come un atto di guerra contro il clientelismo e lo
strapotere dei baroni: falsissimo. Per fare un solo esempio, il rinnovo del
contratto di ricercatore (rinnovo necessario per sperare di diventare docente a
tempo indeterminato) sarà a totale discrezione delle singole università, "che
possono procedere alla chiamata diretta dei destinatari", di fatto senza
concorso, né di ateneo né nazionale! Altro che lotta al baronato: piuttosto, ne
è l'apoteosi!
...E QUANTO COSTERÀ UNA
LAUREA!
Un aspetto decantato dal ministero dell'istruzione è
quello che concerne il "pugno di ferro" nei confronti degli atenei in dissesto
finanziario, che vedranno decurtati i finanziamenti statali. E' ovvio - possiamo
prevederlo senza ombra di dubbio - che le università che riceveranno la mostrina
dal ministero, cioè quelle più efficienti, saranno quelle che avranno assunto
nel consiglio di amministrazione i manager più feroci, quelli pronti a far
sputare sangue ai dipendenti pur di portare a casa una medaglia in efficienza. E
non abbiamo dubbi che la stragrande maggioranza degli atenei compenserà i tagli
del ministero con l'aumento delle tasse degli studenti. L'accesso all'università
tornerà un privilegio per pochi: i figli dei lavoratori non avranno più la
possibilità di conseguire una laurea.
A questo va aggiunto che il decreto
legge prevede un "Fondo speciale per il merito": di fatto si tratta di borse di
studio (dette "prestito d'onore") sul modello statunitense, interamente
finanziate da privati (banche, aziende, ecc), erogata indipendentemente dal
reddito e con l'impegno dello studente a restituire dopo la laurea la somma
prestata. I criteri di assegnazione saranno definiti dai "donatori": i fortunati
prescelti potranno diventare dei "debitori", probabilmente a vita vista la
difficoltà di trovare lavoro.
Per i figli dei lavoratori il sistema
capitalistico oggi offre solo ignoranza, disoccupazione, miseria. La distruzione
dell'università statale non è che uno dei tanti effetti di un sistema economico
e sociale in putrefazione, che gli schieramenti di governo, di tutti i colori,
tentano di rianimare: anche nell'università, non a caso, quello che oggi viene
completato dal governo delle destre è stato predisposto dai governi di
centrosinistra. Se è probabilmente vero che il peggio per i lavoratori deve
ancora venire, è anche vero che sta crescendo una nuova generazione di operai,
precari, disoccupati e studenti che sta imparando, sulla propria pelle, che
capitalismo equivale a miseria.
Il Partito di Alternativa Comunista
partecipa alla giornata di mobilitazione nazionale della scuola e
dell'università del 17 novembre.