|
PD - PDL:
IL
SERPENTE A DUE TESTE DEI PADRONI
Le contraddizioni dei due poli dell'alternanza borghese. Dal lodo
Alfano all’elezione di Bersani
di Valerio
Torre
E così, con la pronuncia della Corte
Costituzionale sul c.d. “lodo Alfano”, i piani di Berlusconi sono stati
scompaginati. Cosa si proponeva il premier con la legge che garantiva una totale
immunità per le quattro più alte cariche dello Stato? (1) Ufficialmente, di
garantirne la “serenità” nell’esercitare le funzioni attribuite.
In realtà,
però, l’urgenza di legiferare in materia – escluso che Napolitano, Schifani o
Fini fossero implicati in vicende processuali – riguardava, come al solito,
Berlusconi stesso, alle prese con decine di indagini e numerosi procedimenti
penali a suo carico, tra cui alcuni particolarmente insidiosi. Di qui la
necessità di scrollarsi di dosso la magistratura che gli sta alitando sul
collo.
Non entriamo qui nella disamina delle ragioni giuridiche che hanno
portato la Consulta a dichiarare incostituzionale le legge in questione (2).
Esaminiamo, piuttosto, a partire dalle scomposte reazioni della coalizione
governativa, il quadro politico che si è venuto delineando.
Subito dopo la
sentenza, Berlusconi, schiumando rabbia livida, è stato un fiume in piena. Da
tutti i microfoni, in tutte le trasmissioni televisive, su tutti i giornali, la
versione è stata una sola: lui è un perseguitato politico, la Corte è un covo di
comunisti e non un organo di garanzia, il capo dello Stato è “di sinistra”, i
giornali criticano l’operato del governo perché sono “anti-italiani”, la Rai è
una cellula di sovversivi; e via di questo passo.
La strategia, con qualche
sfumatura fra gli esponenti della maggioranza (3), è stata da subito quella di
alzare il livello dello scontro, aumentando il volume di fuoco contro ogni
istituzione potesse sbarrargli il passo, allo scopo di preparare l’opinione
pubblica a riforme giudiziarie immediate che lo mettano al riparo dagli
incombenti processi Mills (4) e Mediaset; ed anche per organizzare la base di
consenso per una complessiva riforma costituzionale che riguardi sia il potere
giudiziario, sia quello politico.
È questo il senso del c.d. “editto
bulgaro”, cioè le frasi pronunciate da Sofia (dove si trovava in visita
ufficiale) da Berlusconi, che ha annunciato una “rivoluzione” nell’assetto
istituzionale del Paese (da radicali riforme in materia di giustizia, fino al
presidenzialismo) da adottare a maggioranza e sottoporre poi a consultazione
referendaria confermativa (5).
Da Berlusconi a
Fini
In questo quadro, fatto per lo più di
reazioni scomposte e sguaiate, la grande borghesia italiana si è ripetutamente
premurata di raccomandare ai protagonisti delle vicende politiche moderazione
istituzionale. Dietro il linguaggio paludato di Emma Marcegaglia, che invitava
Berlusconi a maggiore rispetto per Giorgio Napolitano proprio mentre egli lo
sottoponeva ad un violento attacco, si cela la preoccupazione che un’eccessiva
concentrazione dell’esecutivo sui problemi giudiziari del premier avrebbe
rallentato l’azione del governo rispetto ai campi di intervento che più premono
a Confindustria (soldi alle imprese, liberalizzazioni, riforma pensionistica,
ecc.).
E di quest’ansia dei padroni si è subito reso interprete Gianfranco
Fini, che da tempo – come più volte abbiamo sottolineato su questo sito e nel
nostro giornale – si sta ritagliando un ruolo di rappresentante di una destra
moderna, europea e liberale, particolarmente gradita ai poteri forti della
grande borghesia finanziaria e industriale, che prediligono un quadro di pace
sociale ed istituzionale in cui far maturare le “riforme” che hanno a
cuore.
Rispetto ai proclami berlusconiani, Fini ha usato parole di grande
moderazione, invitando a cercare nel parlamento larghe intese ed a privilegiare
la condivisione con le opposizioni se si vuol mettere mano alla Costituzione e
ponendo dei paletti rispetto al disegno del premier di rendere i pubblici
ministeri dipendenti in un modo o nell’altro dal governo.
Le posizioni
espresse dal Presidente della Camera hanno trovato subito il plauso degli
industriali, che, spazientiti dalla virulenza degli attacchi di Berlusconi ed
impauriti dalla prospettiva della grande instabilità istituzionale che
deriverebbe da una testarda calendarizzazione di riforma costituzionale spinta
dal premier fino all’ipotesi del presidenzialismo, hanno esplicitamente fatto
capire al capo di governo che sarebbero finanche disposti a mollarlo
(6).
Tremonti, il “posto fisso” e
il taglio all’Irap
Ma non c’è solo Fini a creare ombra a
Berlusconi.
Rivolgendosi a ben altri settori sociali, il ministro delle
finanze, Tremonti, ha popolarizzato quella filosofia “anti-finanza” di cui da
tempo si presenta come interprete: una filosofia tutta fatta di critica ai
mercati, alle banche, alla “globalizzazione”; una visione che privilegia “i
produttori” rispetto agli “speculatori finanziari” e che trova la sua
consacrazione nell’apologia del valore del “posto fisso”.
Tremonti gode di
notevole credibilità internazionale per il suo ruolo di custode della spesa
pubblica italiana, ma – soprattutto per questo (7) – di non altrettante simpatie
all’interno della coalizione governativa che non sopporta la sua figura di “uomo
solo al comando”, che ha la prima e l’ultima parola in materia di economia e
finanza.
Sta di fatto che, come un fulmine a ciel sereno, Tremonti ha fatto
irruzione sulla scena pubblica magnificando il “posto fisso” come base fondante
della stabilità sociale.
Sorvolando sul paradosso per cui Tremonti è
l’esponente non già di un governo, ma di una complessiva “politica” che, negli
ultimi trent’anni, attraverso tutti i tipi di governi, di centrodestra e di
centrosinistra, ha avuto proprio la distruzione dell’idea del posto fisso come
suo asse centrale – con l’esaltazione ideologica, invece, della flessibilità del
lavoro – quest’uscita ha scatenato una serie di reazioni polemiche: da quella –
scontata – di Confindustria (8) a quella – preoccupata di un possibile
“scavalcamento a sinistra” da parte del ministro – del Pd. Entrambe di
bocciatura, come fossero una boutade, delle dichiarazioni
tremontiane.
Anche in questo caso, come in quello di Fini, l’exploit
di Tremonti aveva lo scopo di farlo uscire dallo stretto profilo tecnico di
ministro dell’economia per accentuare invece quello “politico” di candidato alla
futura leadership di una coalizione di centrodestra non più dipendente
da Berlusconi.
Se ne è avuta la prova nei giorni successivi. Dopo avergli
fornito una difesa d’ufficio dalle critiche, il capo del governo ha approfittato
di quella che è la principale richiesta degli industriali – il taglio dell’Irap
– per garantire che si trattava di una misura già in cantiere. È evidente che
rinunciare a 40 miliardi di euro di tasse senza trovare un’adeguata copertura
costituiva un annuncio che suonava più come uno schiaffo a Tremonti. Sta di
fatto che la Marcegaglia è subito passata all’incasso e il ministro è rimasto
col cerino della salvaguardia dei conti pubblici in mano, completamente isolato
a fare la figura di colui che ostacola la realizzazione del programma di
governo, che infatti il taglio della tassa lo prevedeva.
Insomma, una vera e
propria polpetta avvelenata per Tremonti. Che, forte del suo solido legame con
la Lega Nord ha velatamente minacciato le dimissioni chiedendo in contropartita
la nomina a vicepremier. Una concessione che Berlusconi non poteva assolutamente
fare, in ciò ritrovando l’appoggio di Fini e del suo stato maggiore. Il capo del
governo e il suo ministro hanno allora ingaggiato una battaglia che ha rischiato
di destabilizzare l’esecutivo e i due contendenti.
Si è giunti a una tregua
armata in cui tutti ottengono qualcosa: Berlusconi difende la propria
leadership e protegge il suo governo dalle paventate dimissioni di
Tremonti; quest’ultimo, non potendo certo rafforzare, attraverso la carica di
vice primo ministro, la sua posizione di gestore unico della politica economica
dell’esecutivo, salva le sue prospettive e mantiene il suo ruolo di “gran mogol”
dell’economia e della finanza, dal momento che ogni ipotesi di provvedimento di
spesa avanzata dai settori del centrodestra che gli sono avversi (Baldassarri,
ex An, ed altri) deve continuare a scontrarsi con le compatibilità del bilancio
che lui solo può gestire. Prova ne sia che persino la versione soft di taglio
dell’Irap (un alleggerimento per le sole imprese inferiori a 50 dipendenti) è
stata subito bocciata, a dispetto dell’armistizio firmato da Berlusconi e
Tremonti, dal sottosegretario Vegas per mancanza di risorse.
Resta il fatto
che, nonostante le forti critiche mossegli da Confindustria per la sua
concezione di custodia “sacerdotale” dell’ortodossia dei conti pubblici che
rende impossibile ogni taglio di imposte sui profitti dell’impresa, Tremonti
gode comunque delle simpatie della grande industria, che lo accredita di un
futuro di interlocutore affidabile per il dopo-Berlusconi (9), e sta tentando di
ricucire i rapporti anche con la grande finanza, con cui non c’è mai stato un
grande feeling (10).
Insomma, il ministro continua a giocare in proprio, per
il proprio futuro non da tecnico, ma da politico.
Una nuova fase per il Pd:
l’agenda della borghesia
Dall’altro lato del “quadro bipolare”,
frattanto, abbiamo assistito all’elezione del nuovo segretario del Pd. Pierluigi
Bersani ha ottenuto una solida affermazione, sia per mano degli iscritti al
partito che dal “popolo delle primarie”.
Certo, ora si trova a dovere far
risalire la china al partito che ha ereditato, togliendolo dalle secche in cui è
precipitato; deve scrollargli di dosso quella “vocazione all’autosufficienza” di
veltroniana memoria e, pertanto, tessergli intorno una rete di alleanze tutta
ancora da definire e da modulare.
Tra l’altro, eredita un partito che si
porta all’interno un equivoco: quel Francesco Rutelli, che, all’ennesima svolta
trasformistica, ha preannunciato la sua uscita dal Pd proprio in concomitanza
dell’elezione del neosegretario.
Anche in questo caso, la grande borghesia
guarda con estrema attenzione alle vicende interne del principale partito
d’opposizione. E ciò per un motivo speculare rispetto alle ragioni che la
portano ad esaminare i sommovimenti all’interno della coalizione di governo:
perché una guida certa del principale partito d’opposizione (un partito, non
dimentichiamolo, compiutamente liberale), una leadership tranquilla,
operosa, non isterica, che diriga in parlamento un’opposizione costruttiva e
collaborativa, è una manna dal cielo per un padronato che ha bisogno di un
quadro istituzionale privo di scontri scomposti e connotato dalla giusta pace
sociale per potere avanzare le proprie rivendicazioni.
In questo senso, la
segreteria Bersani porta con sé in dote l’elezione negli organismi nazionali del
Pd dei più alti dirigenti confederali; e dunque, garantisce che il sindacato non
sia una “scheggia impazzita” nelle trattative per il rinnovo dei contratti e
nella gestione dei punti di crisi occupazionale che si profilano in conseguenza
della crisi economica.
Non è casuale che il giornale confindustriale dedichi
ampio spazio al giovane pool economico di Bersani (11). Ed è ancor meno casuale
che lo stesso foglio dedichi al neo-segretario un fondo in cui plaude alla sua
iniziativa di visitare, subito dopo l’elezione, il distretto tessile di Prato,
elogia la sua volontà di mettere da parte gli scandali a sfondo sessuale che
attraversano le organizzazioni politiche (Pd compreso, v. caso Marrazzo) per
rivolgersi ai ceti produttivi e gli detta l’agenda per poter entrare in sintonia
col padronato: “Bersani lavori sull’economia: un tempo il suo nome era sinonimo
di liberalizzazioni. Riparta da lì segretario e in fretta” (12).
________________
(1)
Presidente della repubblica, Presidenti della Camera e del Senato, Presidente
del Consiglio dei ministri.
(2) Particolarmente odiosa, peraltro, dal momento
che garantiva il premier dai processi riguardanti tutti i reati, anche a quelli
c.d. “extrafunzionali”: sicché, ad esempio, un Berlusconi pedofilo o ladro in un
supermercato, sarebbe andato automaticamente esente da processo per il solo
fatto di essere premier.
(3) E, in alcuni casi, con qualche imbarazzo e, come
vedremo, con qualche distinguo.
(4) Mentre scriviamo, è stata appena resa la
sentenza della Corte d’Appello di Milano che, confermando la pronuncia del primo
grado, statuisce che Mills era stato corrotto da Berlusconi; il quale, però, per
gli effetti del “lodo Alfano” finché è stato vigente, non è stato processato per
il medesimo reato quale corruttore. Mentre il procedimento Mills va ora in
Cassazione, quello a carico del premier – stralciato per effetto del lodo –
inizia appena adesso ripartendo dal primo grado: di qui la necessità di una
qualche leggina che ne renda più accidentato il percorso sì da arrivare più
facilmente alla prescrizione.
(5) È questo il procedimento previsto per
revisioni della Costituzione che non siano approvate con maggioranza
parlamentare qualificata: il premier però, com’è nel suo costume, vuol farlo
passare per una sorta di investitura popolare.
(6) “La linea [di Fini] fa
proseliti, implicando un investimento sulla futura leadership del Pd … Si sta
tessendo, quasi alla chetichella, una rete trasversale relativa alle riforme
possibili. Dalla giustizia alla forma dello Stato, fino a un rafforzamento
dell’esecutivo che esclude in ogni caso il presidenzialismo caro a Berlusconi …
Fino a che punto un premier che insiste nell’annunciare la sua ‘rivoluzione’ e
attacca di nuovo la Consulta rappresenta oggi il volano delle riforme? O si deve
pensare che si stia delineando ormai un ampio fronte, favorevole a un programma
riformatore, ma scettico e imbarazzato di fronte al ‘muro contro muro’
berlusconiano?” (Folli, Le corna del toro e la tessitura delle riforme
«condivise», Il Sole 24 Ore, 17/10/2009).
(7) Oltre che per il suo
non facile carattere.
(8) Che ironizza sul “piccolo mondo antico” che il
ministro intenderebbe rappresentare (Alesina-Ichino, I vecchi modelli del paese
arretrato, Il Sole 24 Ore, 29/10/2009).
(9) “Caro Ministro, occhio!
Meglio una critica franca del solito, nefasto, fuoco «amico»”, Con Tremonti
contro le cimici, Il Sole 24 Ore, 22/10/2009.
(10) Lo scorso 26
ottobre, Tremonti ha incontrato a pranzo il gotha del sistema bancario e
finanziario-assicurativo italiano (Pranzo del disgelo con i banchieri, Il
Corriere della Sera, 27/10/2009).
(11) I ghost writers delle
lenzuolate, Il Sole 24 Ore, 28/10/2009.
(12) Da paparazzi a
produttori, Il Sole 24 Ore, 27/10/2009.
|