XENOFOBIA IN
SALSA DEMOCRATICA
Al riguardo vogliamo parlare dell’ultima
puntata di un famoso programma di inchiesta, Report, che
nell’immaginario collettivo passa per una voce “fuori dal coro”, ma che in
realtà contribuisce a creare quel clima di conformismo che oggi domina il Paese,
anche se fatto in chiave radical chic.
Nella puntata di domenica 18
ottobre si è parlato degli effetti della crisi economica in una area geografica
italiana, la Romagna, e più in particolare di come la crisi abbia colpito il
settore della produzione dei divani. L’inchiesta, partendo dalla denuncia fatta
da due piccole imprenditrici circa i prezzi sempre più bassi che impongono loro
le grandi realtà industriali, ha dato il la a due ore di programma in cui l’ha
fatta da padrone una sorta di “odio anticinese”, anche se detto nei modi e nelle
forme del politically correct.
Dopo avere fatto vedere diversi
capannoni in cui imprenditori cinesi sfruttano in modo bestiale operai della
loro nazionalità, la giornalista domandava a diversi soggetti (imprese
appaltatrici, tutte italiane, ispettori del lavoro, associazioni di categoria,
ecc.) come potevano permettere una situazione in cui imprese artigianali cinesi
battono la concorrenza di quelle italiane.
Il carattere razzista e xenofobo
dell’inchiesta, seppur nei toni pacati e moderati, come si addice ad un vero
progressista dei giorni nostri, si evidenziava man mano che la puntata
procedeva.
Da un lato, i “poveri artigiani italiani” costretti a chiudere le
loro imprese, e le grandi aziende italiane, le quali in “cuor loro” si
rammaricano di non poter più usare maestranze e appaltatori italiani.
Dall’altro, la “bieca e spietata” concorrenza cinese, un mix di imprenditori
senza scrupoli, gioiosamente sostenuti da maestranze della stessa nazionalità,
che proverebbero soddisfazione nel lavorare per due lire, 15 ore al giorno 6
giorni su 7, se non per l’intera settimana, tanto “a loro va bene così”, come
dichiarato dall’economista Sapelli (che pure a denti stretti doveva ammettere
che la loro accettazione di un sistema di super sfruttamento è dovuta al modo in
cui sono costretti a vivere in Italia).
Apriamo qui una parentesi. Da qualche
tempo è partita una sorta di campagna di santificazione della piccola
imprenditoria. Beninteso: non escludiamo in assoluto che qualche piccolo o
piccolissimo imprenditore prima di licenziare i suoi dipendenti tenti ogni
strada possibile, arrivando finanche a rimetterci di tasca propria. Ma si tratta
di casi più unici che rari. Come ogni statistica dimostra, le piccole imprese
sono sempre state terra di soprusi nei confronti dei dipendenti: diritti
sindacali negati, salari da fame, orari di lavoro non rispettati, minacce
verbali quando non fisiche, e questo prima che l’immigrazione di “zingari e musi
gialli”, come oggi vengono bollati gli immigrati rumeni e cinesi, avesse le
dimensioni che oggi conosciamo.
QUALI SONO LE VERE RAGIONI DELLA
CRISI
La realtà è ben diversa da come Report ha
voluto rappresentarla. L’immigrazione dai Paesi in via di sviluppo è frutto
della criminale politica di super-sfruttamento fatta dalle potenze imperialiste,
con l’Italia in prima fila, nei confronti di queste nazioni.
La concorrenza
sempre più spietata tra grandi complessi industriali, spinge a imporre delle
riduzioni ai livelli salariali in vari modi: licenziamenti, delocalizzazioni in
Paesi dove i salari sono più bassi, appalti a ditte esterne in cui i lavoratori
sono trattati come bestie, sia che essi siano italiani, cinesi, rumeni. A parole
si spacciano come patrioti, difensori degli interessi nazionali, specialmente
quando si tratta di chiedere sostegni economici ai governi, sacrifici ai
lavoratori o appoggiare guerre di rapina mascherate da missioni di pace. Nei
fatti l’unico interesse che riconoscono come sacro e inviolabile è quello di
fare profitti.
Dare l’impressione che i responsabili dell’aumento della
disoccupazione oggi in Italia siano in qualche modo gli immigrati è
un’operazione criminale prima che falsa. Non può far altro che aumentare il
clima di odio, paura e intolleranza che nel recente passato ha dato il via a
veri e propri pogrom xenofobi, come quello contro i Rom a Napoli e nel
Pavese.
GLI INSEGNAMENTI DA TRARRE
Due sono
le lezioni da trarre in proposito.
La prima, che il nemico dei lavoratori
italiani è il sistema capitalistico che li sfrutta fino all’inverosimile e che
cerca di incolpare altri dei propri crimini, più precisamente gli immigrati. Per
questo solo l’unione di tutti i proletari, al di là della loro etnia e del fatto
che siano più o meno garantiti nel lavoro, potrà porre fine a questo stato di
cose.
La seconda, che in Italia esiste davvero un problema di libertà di
informazione: ma di una informazione che non sia al servizio del capitale (amico
del centrodestra o amico del centrosinistra) e dei più biechi stereotipi che
oggi hanno così tanta fortuna in Italia e in Europa.
L'esempio più recente è il totale silenzio che la "libera
stampa" (Repubblica, ecc.), per difendere la quale anche la sinistra
governista di Ferrero (con le consuete code di Sc e Pcl) ha manifestato poche
settimane fa, ha riservato allo sciopero del 17 ottobre promosso dai sindacati
di base.
Sono gli operai, le donne, gli studenti in lotta che risultano
invisibili tanto alla stampa berlusconiana come a quella anti-berlusconiana del
centrosinistra. Una stampa dalla parte dei lavoratori: è questo ciò di cui oggi
si sente drammaticamente la mancanza, non certo di trasmissioni del calibro di
Report o di giornalisti sedicenti liberi come la Gabanelli, Travaglio,
Santoro, Scalfari, ecc.