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E LA CHIAMANO LIBERA INFORMAZIONE PDF Stampa E-mail
giovedì 29 ottobre 2009
E LA CHIAMANO LIBERA INFORMAZIONE
A proposito di Report e di un servizio razzista
 
 
 
di Alberto Madoglio
 
 
Negli ultimi tempi ha avuto un ampio rilievo nel dibattito politico la querelle relativa alla libertà di stampa. Il culmine lo si è raggiunto qualche settimana fa quando a Roma si è svolta una manifestazione nazionale promossa dalla stampa legata al Pd (Repubblica, ecc.): il punto centrale della questione era legato alla programmazione della nuova stagione televisiva Rai, in particolare alcune trasmissioni di inchiesta (Annozero, Ballarò) apertamente schierate a favore del centrosinistra, messe in discussione dalla maggioranza berlusconiana che domina oggi l’ente televisivo pubblico e privato.
 
Se  come rivoluzionari ci opponiamo ad ogni tentativo di qualsiasi governo borghese di attuare forme di censura all’informazione o di creare verità ufficiali, allo stesso tempo ci sottraiamo a ogni esaltazione apologetica di presunti “giornali o trasmissioni televisive libere”, che secondo molti farebbero della “sana e corretta informazione”.

XENOFOBIA IN SALSA DEMOCRATICA
Al riguardo vogliamo parlare dell’ultima puntata di un famoso programma di inchiesta, Report, che nell’immaginario collettivo passa per una voce “fuori dal coro”, ma che in realtà contribuisce a creare quel clima di conformismo che oggi domina il Paese, anche se fatto in chiave radical chic.
Nella puntata di domenica 18 ottobre si è parlato degli effetti della crisi economica in una area geografica italiana, la Romagna, e più in particolare di come la crisi abbia colpito il settore della produzione dei divani. L’inchiesta, partendo dalla denuncia fatta da due piccole imprenditrici circa i prezzi sempre più bassi che  impongono loro le grandi realtà industriali, ha dato il la a due ore di programma in cui l’ha fatta da padrone una sorta di “odio anticinese”, anche se detto nei modi e nelle forme del politically correct.
Dopo avere fatto vedere diversi capannoni in cui imprenditori cinesi sfruttano in modo bestiale operai della loro  nazionalità, la giornalista domandava a diversi soggetti (imprese appaltatrici, tutte italiane, ispettori del lavoro, associazioni di categoria, ecc.) come potevano permettere una situazione in cui imprese artigianali cinesi battono la concorrenza di quelle italiane.
Il carattere razzista e xenofobo dell’inchiesta, seppur nei toni pacati e moderati, come si addice ad un vero progressista dei giorni nostri,  si evidenziava man mano che la puntata procedeva.
Da un lato, i “poveri artigiani italiani” costretti a chiudere le loro imprese, e le grandi aziende italiane, le quali in “cuor loro” si rammaricano di non poter più usare maestranze e appaltatori italiani. Dall’altro, la “bieca e spietata” concorrenza cinese, un mix di imprenditori senza scrupoli, gioiosamente sostenuti da maestranze della stessa nazionalità, che proverebbero soddisfazione nel lavorare per due lire, 15 ore al giorno 6 giorni su 7, se non per l’intera settimana, tanto “a loro va bene così”, come dichiarato dall’economista Sapelli (che pure a denti stretti doveva ammettere che la loro accettazione di un sistema di super sfruttamento è dovuta al modo in cui sono costretti a vivere in Italia).
Apriamo qui una parentesi. Da qualche tempo è partita una sorta di campagna di santificazione della piccola imprenditoria. Beninteso: non escludiamo in assoluto che qualche piccolo o piccolissimo imprenditore prima di licenziare i suoi dipendenti tenti ogni strada possibile, arrivando finanche a rimetterci di tasca propria. Ma si tratta di casi più unici che rari. Come ogni statistica dimostra, le piccole imprese sono sempre state terra di soprusi nei confronti dei dipendenti: diritti sindacali negati, salari da fame, orari di lavoro non rispettati, minacce verbali quando non fisiche, e questo prima che l’immigrazione di “zingari e musi gialli”, come oggi vengono bollati gli immigrati rumeni e cinesi, avesse le dimensioni che oggi conosciamo.

QUALI SONO LE VERE RAGIONI DELLA CRISI
La realtà è ben diversa da come Report ha voluto rappresentarla. L’immigrazione dai Paesi in via di sviluppo è frutto della criminale politica di super-sfruttamento fatta dalle potenze imperialiste, con l’Italia in prima fila, nei confronti di queste nazioni.
La concorrenza sempre più spietata tra grandi complessi industriali, spinge a imporre delle riduzioni ai livelli salariali in vari modi: licenziamenti, delocalizzazioni in Paesi dove i salari sono più bassi, appalti a ditte esterne in cui i lavoratori sono trattati come bestie, sia che essi siano italiani, cinesi, rumeni. A parole si spacciano come patrioti, difensori degli interessi nazionali, specialmente quando si tratta di chiedere sostegni economici ai governi, sacrifici ai lavoratori o appoggiare guerre di rapina mascherate da missioni di pace. Nei fatti l’unico interesse che riconoscono come sacro e inviolabile è quello di fare profitti.
Dare l’impressione che i responsabili dell’aumento della disoccupazione oggi in Italia siano in qualche modo gli immigrati è un’operazione criminale prima che falsa. Non può far altro che aumentare il clima di odio, paura e intolleranza che nel recente passato ha dato il via a veri e propri pogrom xenofobi, come quello contro i Rom a Napoli e nel Pavese.

GLI INSEGNAMENTI DA TRARRE
Due sono le lezioni da trarre in proposito.
La prima, che il nemico dei lavoratori italiani è il sistema capitalistico che li sfrutta fino all’inverosimile e che cerca di incolpare altri dei propri crimini, più precisamente gli immigrati. Per questo solo l’unione di tutti i proletari, al di là della loro etnia e del fatto che siano più o meno garantiti nel lavoro, potrà porre fine a questo stato di cose.
La seconda, che in Italia esiste davvero un problema di libertà di informazione: ma di una informazione che non sia al servizio del capitale (amico del centrodestra o amico del centrosinistra) e dei più biechi stereotipi che oggi hanno così tanta fortuna in Italia e in Europa.
L'esempio più recente è il totale silenzio che la "libera stampa" (Repubblica, ecc.), per difendere la quale anche la sinistra governista di Ferrero (con le consuete code di Sc e Pcl) ha manifestato poche settimane fa, ha riservato allo sciopero del 17 ottobre promosso dai sindacati di base.
Sono gli operai, le donne, gli studenti in lotta che risultano invisibili tanto alla stampa berlusconiana come a quella anti-berlusconiana del centrosinistra. Una stampa dalla parte dei lavoratori: è questo ciò di cui oggi si sente drammaticamente la mancanza, non certo di trasmissioni del calibro di Report o di giornalisti sedicenti liberi come la Gabanelli, Travaglio, Santoro, Scalfari, ecc.
 
 
 
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