LE
SPERANZE…
Queste previsioni si basano su alcuni dati: una
ripresa dell’euforia dei mercati finanziari; una forte crescita degli utili di
alcune banche che fino a poco tempo fa sembravano sull’orlo della bancarotta; un
aumento del Pil di alcuni Paesi fondamentali per gli equilibri mondiali come
Germania, Francia e Giappone; segnali positivi provenienti anche dalle economie
imperialiste più deboli come quella italiana (col cosiddetto Superindice
indicato in rialzo nell’ultimo periodo e considerato come un segnale positivo
per l’economia).
Se è vero che al momento pare essere superata la fase più
critica della crisi globale, possiamo affermare di trovarci davanti ad una
piccola svolta congiunturale, piuttosto che ad una ripresa strutturale di lungo
periodo dei mercati e dell’economia mondiale.
L’exploit di borsa,
rispetto ai minimi della scorsa primavera, a detta di molti deriva da una
ripresa della speculazione su vasta scala, con buona pace di chi sosteneva che
questa crisi avrebbe avuto come risultato quello di rendere i mercati azionari
più controllati rispetto all’orgia ultraliberista degli ultimi anni.
I
segnali positivi del Pil e della produzione sono stati favoriti da politiche di
stimolo fiscale (che come conseguenza stanno già provocando un’esplosione del
debito pubblico di paesi un tempo virtuosi come la Germania) e da una normale
ricostituzione delle scorte di magazzino, in vista di una futura ripesa dei
consumi.
… E LA
REALTA’
E qui veniamo al tasto dolente.
Ultimamente sono
usciti dati shockanti relativi alla disoccupazione.
Nel 2010 l’Ocse prevede
29 milioni di disoccupati nei paesi membri dell’organizzazione.
Negli Usa si
continuano a perdere centinaia di migliaia di posti di lavoro e in Italia, nel
secondo trimestre dell’anno, c’è stata la maggior perdita di lavoro dal 1994
(proprio in questo periodo l’Inps ha affermato che da aprile 2008 le richieste
di assegni di disoccupazione sono aumentate di un milione di unità, mentre la
Cig è aumentata di oltre il 200%).
Si tratta comunque di cifre che devono
essere corrette al rialzo, in quanto in queste statistiche non sono inclusi
coloro i quali rinunciano a cercare un’occupazione, certi che non la troveranno,
e coloro i quali, pur accontentandosi di occupazioni temporanee (di pochi giorni
o addirittura di poche ore al mese), risultano impiegati a tutti gli
effetti.
Per occupati (1) e disoccupati il futuro è sempre più a tinte
fosche.
I deficit di bilancio e i debiti pubblici saliti alle stelle, grazie
ad una operazione di “socializzazione delle perdite“ subite dalle varie
borghesie nazionali, verranno sanati a spese delle classi subalterne.
I
salari dei lavoratori nei diversi Paesi, che già negli ultimi anni erano stati
ridotti all’osso, verranno ulteriormente colpiti.
In questo campo l’Italia
sta dando il buon esempio. Il nuovo modello contrattuale siglato da Governo,
Confindustria, Cisl e Uil, è un esempio concreto del fatto che per la borghesia,
il suo esecutivo e le burocrazie sindacali, i lavoratori dovranno accollarsi il
prezzo della crisi.
La firma della Cgil in calce al contratto degli
alimentaristi, figlio di quell’accordo, è la prova di come questo sindacato sia
già pronto a capitolare per l’ennesima volta, e del fatto che le “bellicose”
dichiarazioni di Epifani di qualche tempo fa, fossero solo il preludio
all’ennesimo tradimento degli interessi che quel sindacato, ormai privo anche
del senso del ridicolo, afferma di voler tutelare.
Il welfare state segue lo
stesso percorso: in ogni Paese si parla di tagli alla scuola pubblica, alla
sanità e alle pensioni.
Particolarmente pesante rischia di essere la
situazione per i lavoratori americani.
Il welfare aziendale, in voga nel
Paese, fa ormai acqua da tutte le parti. GM, Ford e Chrysler, le tre maggiori
case automobilistiche americane, hanno ricevuto aiuti statali a patto di ridurre
i contributi a favore dei fondi pensioni e sanitari dei dipendenti.
Inoltre,
ai tagli allo stato sociale previsti dal governo federale si aggiungono quelli
dei singoli stati e città.
Questi, a causa di una norma approvata agli inizio
della reaganomics, non possono avere un bilancio in deficit.
Una metropoli
come Chigaco è stata costretta a chiudere tutti i servizi pubblici per un giorno
intero per cercare di evitare la bancarotta: in simili condizioni si trovano la
California e New York, città simbolo del capitalismo.
Tutta una serie di
dichiarazioni enfatiche e propagandistiche fatte nei vari vertici succedutisi
negli ultimi mesi (G20, G2, G8 ecc.) sono rimaste lettera morta: nell’ultimo
anno i membri del G20, mentre rilasciavano comunicati congiunti sulle magnifiche
sorti del libero mercato, adottavano misure “sfacciatamente
protezionistiche”(2). Anche l’ultimo incontro di questo consesso si è rivelato
un fallimento, a riprova di come gli interessi delle varie potenze mondiali in
ultima istanza siano inconciliabili.
UNA NUOVA LOCOMOTIVA PER
L’ECONOMIA MONDIALE?
Altrettanto velleitarie sono le
aspettative riguardo la nascita di una nuova locomotiva dell’economia mondiale,
da molti individuata nella Cina. Anche in questo caso, la realtà smentisce ogni
enfatica previsione al riguardo.
Se è vero che Pechino anche nel 2009
riuscirà ad avere una crescita del Pil di circa l’8%, la situazione dell’Impero
di Mezzo è meno rosea di quel che sembra.
Le statiche ufficiali parlano di un
tasso di disoccupazione al 4%, ma secondo fonti più attendibili dovrebbe
arrivare al 20. Importazioni ed esportazioni segnano un calo percentuale a due
cifre. Su 6 milioni di nuovi laureati, la metà è senza lavoro. Dei 600 miliardi
di euro stanziati dal governo per risollevare l’economia, il 40% è andato a
gonfiare ulteriormente le bolle immobiliare, creditizia e di borsa.
Infine
nessuno è riuscito a spiegare in maniera convincente come un’economia dipendente
dalle esportazioni al 40%, che insieme all’India consuma un quinto di quanto
facciano gli Usa, che paga gli operai in media 160 euro al mese, possa di colpo
trasformasi nel mercato che assorbe tutta la produzione
mondiale.(3)
LA CRISI VERRA’ RISOLTA
DALLA LOTTA DI CLASSE
La verità è un’altra. Come affermato
del direttore del Fmi, la crisi deve ancora finire, anzi l’esponenziale aumento
della disoccupazione rischia di provocare vere e proprie “esplosioni
sociali”.
Concordiamo: sarà la lotta di classe che determinerà le sorti di
questa nuova depressione mondiale.
Da parte nostra faremo il possibile
perché finalmente il suo prezzo venga pagato dalle classi dominanti
(1) A parità di potere d’acquisto,
il salario medio dei lavoratori italiani è di oltre il 10% sotto la media UE.
La Stampa del 28/09/09
(2) “La Cina l’America e la guerra dei dazi”
di G. Visetti. Affari e Finanze del 21/09/09
(3) “Cina, un esercito
di disoccupati in fuga verso le campagne” di G Visetti. Repubblica del
12/08/09
“Cinesi, consumate di più” di S. Roach., Milano e Finanze
del 19/09/2009 (Estratto dal libro The next
Asia)