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Seminario
2009 di Alternativa Comunista…
…un ottimo risultato per iniziare una
stagione di lotte
Una cronaca del
seminario e un'intervista a Ruggero Mantovani
di Claudio Mastrogiulio
Dal 4 al 6 settembre 2009 si è tenuto a
Rimini il seminario di formazione annuale del Partito di Alternativa Comunista.
La descrizione in termini positivi di questi tre giorni intensi di conferenze e
dibattiti su processi politici centrali nell’attualità e nella storia del
movimento operaio internazionale deriva da due dati di fatto.
Uno scorcio della platea del seminario di Rimini
(4-6 settembre)
Il primo è quello
per cui ad oggi, nel panorama non esaltante dell’estrema sinistra italiana,
non è poca cosa riuscire ad organizzare un seminario -della durata di tre
giorni- a cui partecipano, pagando di tasca propria, un centinaio di compagni e
compagne (e in effetti non risulta che altri lo facciano). Il secondo dato di
fatto consiste nella qualità delle relazioni che hanno caratterizzato l’assise
seminariale, oltre che gli interventi che hanno connotato il dibattito di una
platea attenta e pronta anche nel cogliere spunti di analisi ulteriori rispetto
alle considerazioni offerte dai relatori.
Il fulcro del seminario:
l’insanabile contrapposizione tra riformisti e
rivoluzionari
Le varie relazioni hanno affrontato,
partendo dall’analisi di diverse vicende storiche, politiche ed economiche, il
tema centrale dell’implacabile dicotomia esistente tra l’approccio riformista e
quello rivoluzionario alle dinamiche che hanno caratterizzato la storia del
movimento operaio degli ultimi duecento anni.
La prima relazione, elaborata
da Alberto Madoglio, ha avuto come oggetto l’introduzione ai concetti
fondamentali dell’economia marxista e un’analisi prettamente economica della
devastante crisi economico-finanziaria che sta scuotendo dalle fondamenta
l’attuale sistema capitalistico mondiale.
La seconda relazione, di Fabiana
Stefanoni, ha trattato il rapporto tra i comunisti e la guerra (una delle
risposte che i capitalisti danno alla loro crisi), prendendo specificamente in
considerazione le posizioni avanzate dalla Terza Internazionale delle origini
(1919-1924) e dalla Quarta Internazionale. Questo contributo ha avuto il merito
di tracciare in modo netto e lucido il discrimine esistente tra l’approccio
riformista e pacifista alla guerra imperialista, e quello comunista e
rivoluzionario.
La terza relazione, di Valerio Torre, ha affrontato il tema
dell’imperialismo e delle sue odierne guerre che affamano gran parte
dell’umanità in nome del profitto. Questa relazione ha tenuto conto delle
caratteristiche storiche e classiche dell’imperialismo novecentesco; per poi
dimostrare limpidamente come la teoria leniniana sull’imperialismo, che
rintracciava nell’epoca imperialista i tratti dell’espansione suprema e più
efferata del capitalismo a livello internazionale, sia ancora straordinariamente
attuale.
La quarta relazione, tenuta da Ruggero Mantovani, si è occupata di
una vicenda fondamentale per la storia del movimento operaio italiano, quella
del biennio rosso 1919-1920. Durante i rivolgimenti sociali che caratterizzarono
quegli anni si osservò la straordinaria progressività e radicalità dei
lavoratori delle fabbriche del c.d. “triangolo industriale” (Genova, Milano e
Torino) che difesero le occupazioni dei loro luoghi di lavoro con le armi.
D’altro canto, emerse incredibilmente la vera natura moderata e
controrivoluzionaria del Partito Socialista Italiano che, anziché appoggiare e
guidare il processo rivoluzionario, armò, politicamente e militarmente, la
reazione padronale.
La quinta ed ultima relazione, tenuta da
Francesco Ricci, dal titolo “Riforme o rivoluzione? Il concetto di rivoluzione
nella storia e la costruzione del partito mondiale della classe operaia come
unica risposta alla crisi del capitalismo”, ha affrontato il tema centrale della
nascita e delle radici storiche del partito rivoluzionario. Un excursus storico
che, partendo dalla rivoluzione francese per rintracciare nella sua fase alta
(1793 e Congiura degli Eguali) il punto di origine del comunismo; e poi
attraversando l'Ottocento, ha rintracciato la nascita del marxismo;
soffermandosi poi sulla esperienza bolscevica e sul fondamentale dibattito (che
ha diviso i riformisti dai rivoluzionari) sul partito di avanguardia, partito di
quadri, è giunta fino all’attualità con l’esplicitazione della necessità
dell’elaborazione di un percorso politico che porti al rafforzamento di un
partito internazionale della classe operaia che travolga l’ormai putrescente
sistema capitalistico.
Un percorso di cui il Pdac, a livello nazionale, e la
Lit (Lega internazionale dei lavoratori), a livello internazionale,
rappresentano uno strumento con tutte le proprie forze militanti.
Insomma, un seminario per ricercare, nella
teoria e nella esperienza storica (di vittorie e di sconfitte) dei rivoluzionari
che ci hanno preceduto, gli strumenti per la lotta politica odierna. Per dirla
con Marx: “L’arma della critica non potrebbe in alcun
modo sostituire la critica delle armi, la forza materiale deve essere abbattuta
dalla forza materiale, ma anche la teoria diventa forza materiale appena si
appropria delle masse”. (Per la critica della
filosofia hegeliana del diritto, 1844).
A breve sarà disponibile il dvd con i
filmati del seminario.
Si conclude al canto dell'Internazionale
A seguire una breve intervista al responsabile per la
Formazione del Partito di Alternativa Comunista, Ruggero Mantovani, sul senso
politico e storico del seminario annuale del Pdac.
1 - Per i marxisti rivoluzionari, che fanno tesoro del materialismo dialettico,
studiare il passato non può considerarsi un mero esercizio accademico. Al
contrario, per intervenire in modo incisivo nella quotidianità della lotta di
classe, occorre imparare dalle alterne vicende che hanno caratterizzato la
storia del movimento operaio. Detto questo, qual è il senso del seminario di
formazione che il Partito di Alternativa Comunista ha organizzato nei giorni
scorsi a Rimini ?
Il compito del nostro seminario se da un lato è
senz’altro finalizzato alla formazione teorico - politica dei militanti e dei
quadri del PdAC, dall’altro assume un ruolo centrale per guadagnare settori di
avanguardia al processo di formazione di un partito comunista con influenza di
massa. Tanto più oggi è necessario accrescere e potenziare una scuola
d’educazione politica il cui portato essenziale non può essere il riflesso di un
esercizio di acculturazione libresca sui temi del marxismo rivoluzionario, ma la
formazione di quadri e di militanti che fin da oggi si pongono sul terreno della
costruzione del partito rivoluzionario.
“Senza teoria rivoluzionaria non vi
può essere movimento rivoluzionario” (così scriveva Lenin nel Che
fare?), riferendosi non solo alla necessità della lotta contro il
riformismo, ma anzitutto alla necessità della formazione teorica e politica dei
militanti impegnati sul terreno della lotta di classe.
Un partito
d’avanguardia, per dirla con Gramsci, lungi dall’essere un’ ideologia politica
è, viceversa, un organismo di volontà collettiva che si afferma nella prassi e
si pone l’obiettivo di sconvolgere i rapporti intellettuali e morali: la sua
funzione in questo senso è “educativa ed intellettuale". Una funzione
intellettuale, ma al contempo organica e collettiva, costruita nel vivo della
lotta di classe e nella formazione teorica, che fa divenire la funzione di ogni
militante "direttiva e organizzativa”.
Senza la formazione teorica e politica
non è possibile la costruzione di un partito rivoluzionario: un partito che
sappia sviluppare un’analisi marxista dei rapporti di classe; portare un
progetto complessivo di trasformazione sociale, ed avere un rapporto con
l’esperienza storica.
Un partito, così come è stato quello bolscevico, che
grazie alla formazione teorica e politica dei propri militanti diviene
un’avanguardia selezionata e cosciente del movimento operaio che assume la
prospettiva di guadagnare alla rivoluzione socialista la maggioranza dei
lavoratori.
Un progetto ambizioso, difficile, ma assolutamente
irrinunciabile.
2 - Novant'anni fa il riformismo, per mano della
socialdemocrazia tedesca, assassinava barbaramente due grandi rivoluzionari, due
eroi del movimento operaio tedesco e internazionale, Rosa Luxemburg e Karl
Liebknecht. Quale insegnamento può trarsi da questa vicenda storica alla luce
del continuo riproporsi di questo scenario nel corso del Novecento (Psi durante
il biennio rosso, Pci durante la lotta partigiana)?
La rivoluzione tedesca non fu l’azzardo dello spartachismo:
essa era matura e (come asserì Lenin sulla Pravda l’ 8 febbraio 1918)
avrebbe “liberato da tutte le difficoltà internazionali..” la Russia dei soviet.
Viceversa la rivoluzione in Germania costituisce un insegnamento molto
prezioso per capire sia gli errori e le ingenuità commesse dai comunisti
tedeschi, ma soprattutto per comprendere la funzione controrivoluzionaria dei
riformisti e le pericolose oscillazioni del centrismo, che si riproporranno
anche in Italia.
Tra novembre 1918 e dicembre 1919 matura in Germania una
rivoluzione che avrebbe potuto cambiare la storia: la disfatta dell’eserciti
germanici, nella prima guerra mondiale, produsse le prime rivolte dei soldati,
ma la caduta della monarchia generò “un governo a due facce” con il sostegno
determinante di quella socialdemocrazia che nel 1914, votando i crediti di
guerra e schierandosi con le borghesia nazionali, provocò la prima grande
mattanza del proletariato europeo. Ma nel momento in cui comincia ad avanzare la
rivoluzione tedesca gli spartachisti, a differenza dei bolscevichi russi, non
avevano un partito radicato. Certamente gli spartachisti fecero degli errori e
probabilmente all’interno del gruppo dirigente non tutti erano pienamente
convinti dell’insurrezione, ma quel che è certo è che i tempi non furono
determinati dai comunisti tedeschi, che furono in parte travolti
dall’insurrezione proclamata dai centristi della Uspd, gli stessi che, con la
mediazione di Kautsky, trattavano col governo Noske.
L’inesorabile accade:
l’insurrezione viene soffocata nel sangue!
Ma non basta: il governo Noske
assolda i “corpi franchi”, che in gran parte finiranno negli anni trenta nelle
bande hitleriane, per eliminare definitivamente le menti dello
spartachismo.
A Rosa è fracassata la testa dal soldato Runge col calcio del
fucile e, non bastando questo, il tenente Vogel le spara un colpo nel cranio
prima di gettarla nel canale del ponte Liechtenstein.
Karl è ucciso con un
colpo alla fronte dalla banda del capitano Pabst.
Dopo qualche mese, in
aprile del 1919, vennero definitivamente sciolti i consigli operai e dei sodati:
l’ordine capitalistico era definitivamente ristabilito. Un’esperienza che doveva
essere preziosa per il proletariato italiano. Ma non fu così. Alla funzione
controrivoluzionaria della destra socialista di Turati, s’intreccio l’incapacità
del massimalismo di Serrati a guidare le mobilitazioni della classe operaia.
Come dirà Trosky nel 1922: “nel settembre del 1920 la classe operai italiana in
effetti aveva assunto il controllo dello Stato, della società, delle fabbriche
(…) Cosa mancava? Mancava un partito“. Tutta la vicenda a cavallo tra il
1919–1923 ha svelato drammaticamente che in assenza di una direzione saldamente
rivoluzionaria, il conflitto di classe finisce come il vapore nell’aria. La
vittoria del Biennio rosso avrebbe potuto spezzare l’isolamento della
Rivoluzione russa ed avrebbe cambiato il corso della storia mondiale.
L’esperienza invece dimostrò per l’ennesima volta che una organizzazione
rivoluzionaria non si può improvvisare.
3 - Il seminario si è incentrato sull'insanabile
contrapposizione tra i riformisti ed i rivoluzionari. Nell'attualità di questa
devastante crisi economica, quali possono essere le prospettive e gli spazi di
intervento per i rivoluzionari?
La crisi che ha investito il Prc è il paradigma più generale
della crisi storica della socialdemocrazia, che, in questi anni, ha costruito la
sua esperienza pratica, sulla testa dei lavoratori, nel costante mercimonio
politico e nel compromesso di classe con la borghesia.
Quella sinistra
riformista non esiste più nelle sua forma storica: il compromesso di classe che
si è basato sull’accettazione del dominio capitalista in cambio di qualche
riforma, era possibile in fasi di ascesa o perlomeno di stabilità del sistema
capitalistico.
Malgrado queste specifiche condizioni non esistono più da
molti decenni, nell’economia borghese, solo una serie di circostanze e di
casualità hanno permesso ai gruppi dirigenti di Rifondazione (Cossutta e Magri
prima, poi Cossutta e Bertinotti, poi Bertinotti con Ferrero e Turigliatto, poi
Bertinotti e Ferrero, ora Ferrero e Grassi) di tentare la ricostruzione, dopo la
fine del Pci, di una rifondazione socialdemocratica di massa.
Ma la crisi
storica della socialdemocrazia, in sé, non determina automaticamente la fine dei
partiti e dei gruppi della sinistra riformista; la borghesia non può rinunciare
a cuor leggero a un fondamentale supporto del proprio dominio: la burocrazia
socialdemocratica (che dirige partiti e sindacati), va sconfitta attivamente,
nelle lotte e con la costruzione di un autentico partito comunista e
rivoluzionario.
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