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Quel ramo del
lago di Como
La protesta dei precari della scuola e la
truffa degli ammortizzatori
di Fabiana Stefanoni
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Verso le dieci di sera tira un po'
d'aria fresca sul tetto dell'ufficio scolastico provinciale di Benevento. I
precari della scuola che sono rimasti senza lavoro e che, da giorni, si sono
abbarbicati sul tetto in segno di protesta possono contare su qualche panino
lanciato dai colleghi rimasti a terra che organizzano quotidianamente presidi di
solidarietà.
Sulle rive del lago di Como, invece, l'aria fresca arriva un po'
prima, verso le 18: è per questo che Epifani, Tremonti e Marcegaglia possono
sedersi all'aperto a sorseggiare un caffè, nell'attesa di una cena che,
supponiamo, non sarà a base di pane e formaggio. Se c'è un quadretto che ben
esprime il balletto che Confindustria e burocrazie sindacali stanno compiendo in
questi giorni sulle schiene di milioni di lavoratori destinati alla
disoccupazione è proprio questo: Tremonti, Epifani e Marcegaglia sorridenti allo
stesso tavolo.
Tagli nella
scuola: è solo il primo tempo
Qualcuno finge di essersi
accorto solo ora che, nella scuola pubblica italiana, è in atto un licenziamento
di massa. Eppure tutto era già scritto, più di un anno fa: la famigerata Legge
133 varata in piena canicola agostana nel 2008 conteneva, scritto nero su
bianco, il taglio di 150 mila posti di lavoro nella scuola da attuarsi in tre
anni. 150 mila diviso tre fa 50 mila: c'era da aspettarselo che la prima mazzata
arrivasse all'inizio dell'anno scolastico 2009-2010.
Sappiamo bene quali
sono i mezzi con cui il governo Berlusconi risparmia sulla pelle di 150 mila
precari: aumento del numero di alunni per classe, diminuzione delle ore di
lezione, maestro unico, cancellazione del tempo pieno, aumento dell'età
pensionabile delle donne. Se la cosiddetta "riforma" della scuola verrà ultimata
e applicata, alcuni insegnanti, dopo decenni di precariato e sacrifici, vedranno
addirittura scomparire dalle scuole la materia che hanno sempre insegnato (è il
caso del Diritto, per fare un esempio). Quello che si annuncia è un vero e
proprio scempio della scuola pubblica: centinaia di migliaia di disoccupati e
drastico peggioramento della qualità della scuola per studenti e famiglie. Chi
ci guadagnerà saranno, ancora una volta, le scuole private, in gran parte a
gestione clericale: grazie a tasse altissime pagate da studenti di famiglie
facoltose si troveranno un esercito di disoccupati da cui attingere personale
sottopagato ultraricattabile (e rigorosamente cattolico). Se si considera che,
per i tagli di personale Ata e insegnanti, è a rischio l'avvio stesso dell'anno
scolastico nella scuola pubblica, è facilmente comprensibile che sempre più
famiglie della piccola e media borghesia opteranno per le scuole private (le
quali, tra l'altro, continuano a ricevere dai governi di tutti i colori lauti
finanziamenti pubblici).
Le lotte dei precari a cui assistiamo in questi
giorni - da quelle simboliche di lavoratori rimasti senza posto che salgono sui
tetti ai primi cortei di protesta - sono l'anticipo di quello che sarà, anche
per la scuola, un autunno caldo. E' proprio per questo che Marcegaglia, Tremonti
ed Epifani hanno bisogno di ingozzarsi di caffè per il quieto vivere di padroni
e governanti. Le proteste dei precari della scuola ci parlano di quello che sta
per accadere in un futuro vicinissimo: la crisi del capitalismo, che governo,
Confindustria e burocrazie sindacali di Cgil, Cisl e Uil vogliono scaricare
sulle spalle dei lavoratori per difendere i profitti della grande industria e
delle grandi banche, può trasformarsi da un momento all'altro in un'ondata di
lotte sociali su larga scala. Banchieri e padroni, per loro fortuna, non vedono
solo i Tg della Rai e di Mediaset né leggono solo il Corriere della
sera: sanno bene che le notizie del momento non sono né le preferenze
sessuali del direttore di Avvenire né le prestazioni sessuali delle
escort del premier Berlusconi. Banchieri e padroni sanno bene che in tutta
Europa la protesta sta esplodendo: dalle occupazioni di fabbriche in Francia e
Inghilterra alle barricate nel cuore di Atene (dove è appena caduto il governo),
è evidente a tutti che il vento della lotta di classe ha ricominciato a
soffiare. Nel nostro Paese, per ora, i focolai di lotta - dalle prime fabbriche
occupate nel milanese alle lotte e ai picchetti ad oltranza in alcune province
dell'Emilia Romagna - sono ancora piccoli e isolati: ma l'esperienza insegna
che, quando soffia il vento, anche un pugno di braci può trasformasi in un
incendio.
Acqua sul
fuoco
E' per prepararsi a gettare acqua sul fuoco che la
Marcegaglia cerca il disgelo con Epifani e la burocrazia Cgil. La strategia che
verrà adottata nei confronti dei precari della scuola è la stessa utilizzata per
i milioni di lavoratori licenziati nell'industria: utilizzare i cosiddetti
ammortizzatori sociali per sedare le lotte.
Come nell'industria l'utilizzo su
larga scala della cassa integrazione ha per i lavoratori la stessa funzione di
un macchinario che tiene in vita un malato terminale - cioè rimandare la morte
di qualche mese - così, nella scuola, il ministro Gelmini ha tirato fuori dal
cappello il "contratto di disponibilità". In soldoni, chi l'anno scorso ha avuto
un incarico annuale (per chi non lo sapesse, l'anno stipendiato degli insegnanti
precari più fortunati va da settembre a giugno, con minimo due mesi di
disoccupazione) potrà contare per un altro anno del 60% della retribuzione
mensile, del punteggio che serve per garantirsi una postazione nelle
graduatorie, dell'anzianità di carriera. In cambio, lo sfortunato precario
rimasto senza lavoro dovrà essere disponibile per andare a coprire eventuali
buchi nelle scuole dovuti, ad esempio, ad assenze per malattie. Si tratta, per
lo Stato, di un grosso risparmio: di fatto si elargiranno agli insegnanti
disoccupati gli stessi soldi della disoccupazione e, in cambio, si risparmierà
su nuovi contratti per le supplenze nelle scuole. Accelerando sul terreno del
federalismo tanto caro alla Lega Nord, il ministro, tra l'altro, garantisce
trattamenti diversi ai precari di Regioni diverse: parla chiaro in questo senso
l'accordo firmato con la Regione Lombardia, dove ai precari la disoccupazione
verrà integrata fino ad arrivare a una somma pari a quella dello stipendio. La
logica è evidente: frammentare le lotte dei precari, affossando i precari delle
Regioni più povere (e più colpite dai tagli), cioè quelle del centro-sud.
Ma,
esattamente come per la cassa integrazione, in entrambi i casi si tratta di una
vera e propria truffa, studiata a tavolino per fermare le lotte in cambio di
qualche nocciolina scaduta: i lavoratori della scuola che per qualche mese
otterranno la metà del già misero stipendio (ci chiediamo anzitutto come faremo
a pagare gli affitti...) con la prospettiva di nuovi tagli nei prossimi due anni
rischiano di restare a casa ad aspettare il nulla.
I dati dei tagli che sono
previsti per i prossimi due anni parlano chiaro: chi non ha lavorato quest'anno
non lavorerà nemmeno l'anno prossimo. Non solo: chi quest'anno ha avuto la
fortuna di raccattare qualche ora di insegnamento (magari in più scuole a
distanze siderali dalla città di residenza) ha buone probabilità di finire nei
prossimi due anni nel calderone dei disoccupati.
Per questo, è necessario
che le lotte non si fermino: il contratto di disponibilità va respinto, i
precari della scuola hanno diritto al posto di lavoro e all'assunzione.
Soprattutto, è necessario che le lotte dei precari si saldino a quelle di tutto
il mondo del lavoro. Respingeremo con sdegno l'ipocrisia di quei politici e
sindacalisti che offrono solidarietà ai precari dopo aver contribuito alla loro
disgrazia: è il caso del segretario del Pd, Franceschini, che si è fatto
riprendere sul tetto coi precari di Benevento. Non solo ci ricordiamo bene che è
stato proprio il ministro del Pd Fioroni ad avviare una politica di pesanti
tagli nella scuola (con il silenzio complice della sinistra riformista -Prc in
testa- che sedeva al governo), ma sappiamo anche che se oggi centinaia di
migliaia di lavoratori della scuola possono essere lasciati a casa senza nemmeno
il lusso di una lettera di licenziamento è perché i governi di entrambi gli
schieramenti non hanno mosso un dito per assumere i circa 200 mila precari
dell'istruzione. Oggi noi precari siamo diventati carne da macello di un governo
che, per regalare soldi a banchieri e padroni miliardari o per finanziare
missioni militari a vantaggio dell'Eni, massacra la scuola pubblica.
In tutte le città raccoglieremo
l'appello dei precari di Milano e di Benevento: proseguire la lotta ad oltranza
fino al ritiro dei licenziamenti. Inoltre, accanto al ritiro della Legge 133 e
della controriforma Gelmini, rivendichiamo che, a partire da questo anno
scolastico, le ore di lavoro a scuola vengano ripartite, a parità di salario,
fra lavoratori precari e lavoratori già assunti fino all'assorbimento di tutti i
precari nelle graduatorie ad esaurimento.
*insegnante precaria
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